domenica 31 ottobre 2010

Amore: Voi siete l’alba ed io sono la sera


                                                    Tranquillo Cremona, Attrazione, 1874


Sbirciando e sfogliando tra  libri vecchi, smussati e polverosi di una bancarella del mercatino, mi è capitato  tra le mani un libro del  1955, di piccole dimensioni e ancora incartato con una carta trasparente. Leggo il titolo  I poeti minori dell’Ottocento a cura di Ettore Janni volume secondo. Poesia della Patria ed eredità del Risorgimento. Rizzoli Editore e decido di prenderlo, perchè lo trovo  proprio giusto per approfondire il mondo degli affetti e dei sentimenti, nell'ambito del  Risorgimento,  di cui parlo nel mio libro Addio mia bella addio…La storia del Risorgimento tra parole, immagini e musica che a giorni uscirà.
Lo sfoglio e leggo due poesie di Francesco Dall’Ongaro, (Mansuè di Oderzo, 1808 – Napoli, 1873), patriota, letterato, combattente, poeta e giornalista.  Sono l’espressione più tipica dell’amore romantico-risorgimentale e le faccio mie.
Mi  soffermo poi su  una frase, mentre ne scorro la biografia, e decido di riportarla dato che invita a riflettere:
Un giorno che Cavour gli domandò:-Come mai, signor Dall’Ongaro, lei ha lasciato la politica per gli affari?-, il poeta rispose:- Lei sa che vi sono affari tanto grandi da diventare politica e politica tanto piccola da diventare affare-.


Amore

Quando io ti vidi, e l’aura
il suon della tua voce a me portò,
quando i tuoi rai mi volsero
quel primo sguardo che obliar non so,

quando la man, che trepido
ti strinsi, trepidò nella mia mano,
e il tuo secreto palpito
mi palesò  ch’io non t’amava invan,

allor, diletta, parsemi
che alle mie ciglia fosse tolto un vel:
più bello il mar, più florida
vidi la terra, e più sereno il ciel.

Amor fremevan l’aure,
amor le piante e gli animali amor;
e da ogni parte un cantico
sorger parea che mi beasse il cor.

Aperto avrei le braccia
al mio nemico, e l’avrei stretto al sen:
felice era, e partecipe
l’universo io volea d’ogni mio ben.


L’alba e la sera

Voi siete l’alba ed io sono la sera,
crepuscoli ambedue di questa vita:
la vostra luce è limpida e sincera,
la mia è nubilosa e scolorita.
Voi siete una speranza lusinghiera,
io la memoria d’un’età fuggita.
Deh! Che disdetta che non sia concesso
ritrovarci una volta al punto istesso,
e nell’ora fugace che m’avanza
riunir la memoria e la speranza!
Ahi! Per noi non ritorna primavera!
Voi siete l’alba, ed io sono la sera!



Tranquillo Cremona (Pavia, 1837 – Milano, 1878)


giovedì 28 ottobre 2010

Siamo poveri

Jules Bastien - Lepage, Le mendiant

Stamattina al supermercato,  parlavo con una coppia di coniugi  presso il banco di frutta e verdura. Sceglievano con cura i prodotti, quelli che costavano  meno. Scusa Stefano ha detto Sara al marito, perché non prendi quei pomodori, mi sembrano davvero buoni e il marito che ne aveva comprati altri le ha risposto: "costano di più, li compreremo quando riscuoterò". La moglie sorridendo mi ha detto: "non ho più il lavoro, non guadagnavo molto ma  ci aiutava a vivere meglio".
La differenza  di prezzo dei pomodori era meno di un euro!.
Aumenta di giorno in giorno il numero delle persone che selezionano, che guardano con desiderio e che  lasciano negli scaffali ciò che vorrebbero. Spesso i pacchi di pasta sono aperti, ne mancano pochi fili, utili forse a soddisfare il bisogno di chi con una misera pensione non ce la fa.
Siamo poveri! C’è ancora chi nega questo nostro stato di povertà ma la nostra miseria  è  palese e tangibile. Nega, chi non vuole assumersi la responsabilità del nostro stato di indigenza, non più espresso con la mano tesa per una moneta ma col desiderio costante e represso di avere ciò che non  è più possibile avere. L’Italia  è  un tronco diviso in due, di cui piccolissima è la parte occupata da chi può permettersi il superfluo e scialacquare il più e sempre più grande, anzi enorme, la parte di chi ogni giorno deve stringere la cinghia.
Siamo poveri! Una povertà dignitosa che si consuma tra le mura domestiche, espressa con la rinuncia anche all’indispensabile, evidente specialmente  nei bambini.
Siamo poveri! Di una povertà strisciante, silenziosa che rode fino allo spasimo: il suicidio  per aver perso tutto;  la depressione per la sconfitta; la disperazione per un lavoro tanto agognato e mai avuto; per l'ingiustizia sociale.
Siamo poveri! A far la differenza dei pomodori era meno di un euro, nulla per chi ha tanto, ma forse in quel momento serviva per il latte del più piccolo.
Siamo poveri! Una povertà quasi dimenticata nell’assestamento sociale in cui vivevamo ma che ci sta travolgendo come uno tsunami .


Jules Bastien - Lepage (1848-1884), Autoportrait

mercoledì 27 ottobre 2010

Pagine di storia, storia del tricolore


Storia del tricolore

È sempre una grande gioia incontrare i ragazzi e parlare con loro di storia, della nostra storia,  del sacrificio di tanti giovani che offrirono se stessi perché noi tutti fossimo uniti in un solo territorio all’ombra del tricolore che vanta una lunga storia.
Oggi 27 ottobre 2010, all’ITIS “A. Meucci” ho dialogato a lungo con gli studenti di quinta, del periodo in cui Roma diventò capitale d’Italia  e molto ci siamo soffermati sulla nascita del tricolore e dei simboli che nel tempo lo hanno contrassegnato, mentre scorrevano le immagini della storia d’Italia dall’anno Mille al 1870 e la storia del tricolore.
Gli studenti hanno ascoltato con molta attenzione e con interventi opportuni e ben motivati.
Questa esperienza che sto conducendo, di parlare ai giovani di molte  scuole di Firenze di Roma capitale e della ricorrenza dell’Unità d’Italia, offre a tutti noi l’occasione per riflettere su un periodo di storia che siamo chiamati a conservare e a tramandare.
Un grazie di cuore agli insegnanti che tanto si prodigano e agli studenti per l’attenta partecipazione che rende la scuola, luogo deputato al confronto, al sapere, alla riflessione.

1848 Bandiera  del Granducato di Toscana . Il tricolore reca lo stemma degli Asburgo-Lorena

Anna Lanzetta

martedì 26 ottobre 2010

Quella triste e dolce novella



Achille Funi Una persona e due età


Col tempo, il volto della  nonna di Davanti San Guido, ha assunto i contorni del viso di mia madre, quando al di là degli anni, mi diceva: "vieni che ti racconto" e mi parlava del suo tempo,  di un’epoca di cui il suo racconto mi rendeva  parte.
La novella di quella poesia mi affascinava, accendeva in me curiosità e fantasia. Da piccola immaginavo e creavo storie di dame e cavalieri con contorni di brughiere e di castelli. Correva il cavallo bianco, tra la fitta boscaglia e i lupi ululanti… ma alla fine lei non rispondeva…
La fantasia mi è stata sempre amica tra i meandri del sogno e dell’immaginazione.
Ma con il passare del tempo, anche il significato delle storie muta e quella novella ha aderito sempre di più alla mia realtà. Ho dato un senso a quei versi, a quelle parole che segnavano le tappe di un viaggio, di un amore tragico, diventato poi  il viaggio dell’uomo che sulla scia di Leopardi corre, anela, si affanna: -sette paia di scarpe, sette verghe di ferro, sette fiasche di lacrime, sette lunghi anni… metafora di una ricerca, ricerca di quella  felicità che diventa poi -ombra fuggente nella notte buia-.
Quei versi mi hanno accompagnato e mi accompagnano nel mio viaggio. Tante cose la vita mi ha insegnato… ma io  spero, e  oggi più che mai spero… che il gallo canti  ma solo  felicità, per l’intera umanità.

O nonna, o nonna! deh com'era bella
Quand'ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest'uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

G. Carducci. Davanti San Guido

'O CULORE D'E PPAROLE...





Inserisco con gioia nel mio blog questa poesia di Eduardo de Filippo che ho ricevuto da Silvia Biancalani, una mia cara allieva di alcuni anni fa,  con un’ introduzione sull’uso delle parole, che ci riporta  alla nostra esperienza scolastica, quando in veste  di discente e di docente, tra la  poesia che amavamo, ci piaceva inserire i versi di Salvatore di Giacomo e  che ci accomuna  ora da amiche che nutrono lo stesso interesse per la cultura napoletana e per il grande genio di Eduardo.
Leggere una poesia in napoletano è come ascoltare il suono di un mandolino, che con la sua musica tocca nel profondo le corde dell’animo umano, tale è il sentimento che crea in noi la lettura di ‘o culore d’e pparole.

Dice Silvia:
Una poesia di Eduardo, scoperta da poco (ahimè!), che desidero condividere con lei...
Uno scritto che induce a riflettere sull'uso delle parole. È un invito a usare parole "colorate",  capaci di emozionare, intrigare, coinvolgere, trascinare in un mondo di emozioni.
Come lui stesso ha affermato in molte interviste, ha iniziato a scrivere poesie da giovane e poi non ha più smesso perché "quest’attività divenne un aiuto durante la stesura delle opere teatrali".
Le sue poesie sono tutte in dialetto e in esse si ritrovano arie familiari: le strade di Napoli, la folla di umili e semplici personaggi, l'attenzione per la società con le sue contraddizioni e ingiustizie, soprattutto l'impegno quotidiano di ricerca. L’autore  credeva molto nell'impegno, amava parlare chiaro, e come diceva in un'altra poesia, "Io chesto tengo: tengo 'o pparlà nfaccia". Forse, quando ha composto questa poesia, pensava a chi ogni giorno s'impegna a scegliere le parole giuste scrivendo, parlando, raccontando e raccontandosi: imparando così a vivere?
Un sorriso e... buona Domenica!
Silvia


'O CULORE D'E PPAROLE...

Quant’è bello ‘o culore d’e pparole
e che festa addiventa nu foglietto,
nu piezzo ‘e carta –
nu’ importa si è stracciato
e po’ azzeccato –
e si è tutto ngialluto
p’ ‘a vecchiaia,
che fa?
che te ne mporta?
Addeventa na festa
si ‘e pparole
ca porta scritte
so’ state scigliute
a ssicond’ ‘o culore d’ ‘e pparole.
Tu liegge
e vide ‘o blù
vide ‘o cceleste
vide ‘o russagno
‘o vverde
‘o ppavunazzo,
te vene sotto all’uocchie ll’amaranto
si chillo c’ha scigliuto
canusceva
‘a faccia
‘a voce
e ll’uocchie ‘e nu tramonto.
Chillo ca sceglie,
si nun sceglie buono,
se mmescano ‘e culore d’ ‘e pparole.
E che succede?
Na mmescanfresca
‘e migliar’ ‘e parole,
tutte eguale
e d’ ‘o stesso culore:
grigio scuro.
Nun siente ‘o mare,
e ‘o mare parla,
dice.
Nun parla ‘o cielo,
e ‘o cielo è pparlatore.
‘A funtana nun mena.
‘O viento more.
Si sbatte nu balcone,
nun ‘o siente.
‘O friddo se cunfonne c’ ‘o calore
e ‘a gente parla cumme fosse muta.
E chisto è ‘o punto:
manco nu pittore
po’ scegliere ‘o culore d’ ‘e pparole.

Eduardo De Filippo  (Napoli, 1900-Roma, 1984) 



lunedì 18 ottobre 2010

Conferenza con tulipano



Un tulipano rosso offro  agli studenti del quinto anno dell’ITIS “A. MEUCCI”  che stamattina ho incontrato per parlare del tema “La Breccia di Porta Pia e il rapporto Stato-Chiesa”, per la serietà, la curiosità e l’attenzione dimostrate; merito anche degli insegnanti che li hanno adeguatamente motivati e che ringrazio di cuore.
Nel corso della conferenza è apparso doveroso, il richiamo alla “cultura” e al ruolo che essa svolge in un contesto sociale.
La cultura è l’elemento propulsore di crescita e di cambiamento. Quando la “cultura” non viene adeguatamente considerata, quando non è incentivata, è come se una cappa di piombo calasse sul paese che perde in tal senso la sua base fondante.
In tale contesto, il richiamo al passato, esemplarmente ricco,  è stato un paragone forte col presente.
Gli studenti hanno ascoltato in silenzio, annotando e riflettendo nei momenti di pausa.
Guardavo i colleghi con ammirazione per come,  anche tra mille disagi, si dedicano all’educazione dei giovani.
Come si fa a non riconoscere il lavoro dei docenti? Perché si fa uso di interventi  “utili” solo a logorare? Come definire tale atteggiamento?
Guardo questi giovani promettenti per vivacità e ingegno e interrogo il domani. Guardo la scuola, e tristi pensieri mi inondano e mi rendono il respiro pesante ma a loro, che sedimentano il futuro, auguro buona fortuna e se la meritano tutta.




Anna Lanzetta

domenica 17 ottobre 2010

Siamo fratelli?



 Alla crudele  e spietata violenza, all’orrore della morte che ci offende, al silenzio sconvolgente, al baratro, alcova dell’umanità dolente,  all’urlo bestiale dell’uomo che non è più tale,  contrapponiamo una  poesia che in ogni parola e in ogni espressione è contemporanea alla nostra irragionevole società:

UOMO DEL MIO TEMPO
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t'ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre , come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
-Andiamo ai campi- E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

E se  il mondo fosse limpido e cristallino come le acque di questo mare? Uniti, si può.



Francisco José de Goya y Lucientes (Fuendetodos, 1746 -1Bordeaux, 1828), Il sonno della ragione genera mostri 1797, acquaforte, Biblioteca Nacional de Espaňa, Madrid

Salvatore Quasimodo (Modica, 1901 – Napoli, 968), Uomo del mio tempo in Giorno dopo giorno

Le foto di questo blog sono di proprietà della scrivente

sabato 16 ottobre 2010

Sapere per Creare


Sapere per Creare
a cura di Anna Lanzetta
Esperienze di scrittura creativa
Morgana Edizioni

«Quando la noia appare sui volti stanchi dei ragazzi, e nessun libro riesce più a soddisfare le loro curiosità, è tempo di cambiare musica e di mettere in moto intelligenza e cuore, in un gioco di scoperte e conoscenze che impegni in ruoli paritetici insegnante e studenti. Come incuriosire i ragazzi, sempre più lontani dal mondo della scuola? Come superare la loro apatia? Quali strategie attivare per risvegliare il loro interesse?  Nella corsa frenetica per esaurire i percorsi didattici prefissati, l’insegnante perde spesso di vista l’obiettivo primario della formazione che è quello di privilegiare la personalità degli studenti, facendoli  interagire con il proprio sapere. Diventa pertanto necessario individuare strategie che rendano lo studente soggetto attivo e interattivo del processo formativo che lo investe, associando al dato cognitivo la fase creativa; l’insegnante guida gli studenti verso il sapere, ma il processo formativo risulta parziale se privo della fase creativa: momento in cui gli studenti filtrano ciò che hanno acquisito, attraverso l’immaginazione e la fantasia fino a produrre, con estro, testi che diventano per l’insegnante  strumenti di conoscenza»…

Nacque così per caso la “Scrittura creativa”. Qualcosa mancava nel mio insegnamento, qualcosa mancava ai ragazzi. La noia, che pagina dopo pagina leggevo sui loro volti, testimoniava la mancanza di un qualcosa che potesse dare impulso e vita alla loro vivacità. E fu così che sperimentai una nuova strategia, inserendo nella didattica la creatività; un processo che non ha bisogno di regole ma di emozioni, estro e fantasia.
Dalla lettura di un tema mi ero resa conto di queste loro potenzialità, di questa loro vivacità creativa che tra fantasia, immaginazione e estro mi regalò in soli tre mesi 56 racconti di tutti i generi. Fui la prima a meravigliarmene! Io non avrei saputo fare tanto. Vero è che a monte c’era un lavoro modulare “Interazioni”, presente nel link, che gli aveva dato un’enorme ricchezza emotiva, specialmente in termini di Arte e di Musica. Alcuni ragazzi avevano anche illustrato i propri racconti, visibili nel link e io me ne ero appropriata per dare indicazioni didattiche affinché il loro estro potesse educare altri ragazzi alla scrittura.

Ma sentivo che qualcosa mancava, un’idea, perché l’esperienza circolasse. Ci voleva un libro che li racchiudesse e che arrivasse a tutti coloro che credono nella Scrittura creativa come elemento didattico vincente. Fu per caso che un giorno conobbi una persona,  che curava nel suo lavoro anche questo genere di libri per la scuola e fu così che nacque Sapere per creare.
Alessandra Borsetti Venier non è l’editore che vede il libro come un oggetto esterno a sé ma come parte di sé. Lo medita, lo cura in ogni particolare, lo pensa senza concedere nulla al caso e ne fa una creatura in cui, con la sua genialità, incontra lo scrittore e ne carpisce l’emozione che trasfonde poi nel libro stesso, attraverso la scelta degli elementi che lo corredano. Mi ha insegnato e ho imparato che le cose sentono la cura con cui le trattiamo e che i libri diventano parte di noi e Sapere per Creare è parte di me.
Scopriremo il testo a tratti, attraverso la voce  di coloro che ne sono parte integrante con i loro scritti.
Iniziamo dalla copertina dove il ritratto di Dora Maar di Picasso, rende perfettamente la sinergia tra la parola e l’immagine e la simultaneità del Sapere che diventa Creare. 

                                                                     Anna Lanzetta
                                                               annalanzetta@libero.it 


mercoledì 13 ottobre 2010

Cara professoressa


Silvestro Lega Tra i fiori del giardino

Cara professoressa scusi per il ritardo con il quale le rispondo ma le giornate passano e il tempo non basta mai.
Ho letto con grande interesse il sunto della nostra serata ed è semplicemente grazioso.
Semplice come era lei al tempo della scuola, una delle poche insegnanti a concepire l'educazione dei ragazzi come una forma di scambio reciproco tra alunno e maestro, un dare per ricevere ed è proprio per questa sincerità che lei ci ha dimostrato che si è creato un legame speciale.
L'istituzione scolastica è un ambito che purtroppo sta perdendo il suo senso prioritario ovvero formare e aiutare lo sviluppo in itinere dei ragazzi, incoraggiandoli per le loro qualità e non comparandoli rispetto ad uno standard (certo le manovre dall'alto non aiutano i professori che si sentono sempre più impotenti).
Con il suo percorso, noi ragazzi abbiamo condiviso qualcosa di unico, un cerchio tra cultura, dialogo e sincerità.
Grazioso perchè non invasivo, delicato, realistico ma non pesante, leggiadro perchè la colonna sonora della nostra esperienza e (spero) della nostra vita è poetica. Una poetica accessibile a tutti (persino a noi ragazze frequentanti un istituto tecnico!) e una poetica che porto nel cuore perchè se manca niente acquista vita.
Io spero, vivamente spero, che il suo, il nostro, sia un esempio concreto di come la scuola possa essere un centro fondamentale per la crescita di un ragazzo (oltre le materie curriculari), un punto di riferimento per il futuro adulto, accanto alla famiglia, gli amici e (purtroppo o per fortuna) i mass media.

Un abbraccio sincero
Ambra

domenica 10 ottobre 2010

Quel piccolo pesco, color fucsia



Quel piccolo pesco, color fucsia

Per me era il saluto alla primavera che di lì a poco avrebbe inondato di colori e di profumi il mio giardino. Ma già quell’anno aveva reso  poco, poco e male. Pochi fiori per la Primavera che s’inoltrava e nessun frutto. Le pesche erano un dono di natura e le sue braccine se ne caricavano quasi a mostrare la sua bravura. Era un pesco nano che faceva mostra di sé accanto alla rosa che lo sovrastava e che quasi lo copriva coi suoi grappoli  bianchi.
Ogni cosa in natura segna il passaggio del Tempo in una trade union tra la vita e la morte, pensai, non senza malinconia. Ma nulla muore nel pensiero; si può solo affievolire nel ricordo, ma basta un nonnulla perché riaffiori e riprenda la sua vitalità. Mi piaceva tanto il racconto di Proust,  della  “madeleinette” che inzuppandola in una tazza di tè, gli trascrive nella mente il suo passato.
Ci sono “pagine” che trovano in noi una tale affinità da diventare nostre, quella riguardante la “madeleinette” è una di queste, per me.
Pensavo a Proust, mentre guardavo quello spazio, un tempo rosa fucsia, e rivedevo coloro che cresciuti sono andati via, quelli che non ci sono più, gli amici di un tempo, qualche ruga,  qualche capello bianco.
Pagine di vita che ritornano!
Ora lo spazio è occupato da un altro pesco che darà altri fiori e altri frutti ma non più i primi.
È la legge della natura nell’inarrestabile fluire del tempo!.
È mutato il mio giardino e con esso il tempo della mia vita.
Il chiasso dei bimbi ha ceduto il passo al silenzio degli adulti.  
Tutto passa ma nulla muore se il pensiero diventa alcova di ricordi.
Il giardino vive dentro di me con i suoi mutamenti, e i suoi sussurri alimentano, di giorno in giorno, i miei racconti.

sabato 9 ottobre 2010

Invito a cena con ingrediente scuola


Fiore di rododendro

Raccontiamoci un po’ di pettegolezzi e Vincenza ha iniziato, mentre sorseggiavamo, dopo d’aver brindato al nostro incontro, il  prosecco, chi dolce, chi secco.
Vincenza ha conservato la sua esuberanza e ci ha trascinato nelle sue scorribande di lavoro, di interessi, di balli. Faccio il corso di ballo cubano e a forza avrebbe voluto trascinare gli altri tra balli e discoteche. Ma lo sguardo è diventato triste sul personale, sulla fine di ciò che aveva considerato premessa di vita.
La timidezza di Mary ha fatto da contrappunto. Il lavoro in banca la soddisfa e la porta anche in altri luoghi ma l’interesse per lo studio non è sopito e specialmente per le lingue, il francese è la sua passione, la laurea in lingue l’attende. Non si lascia andare a molte confidenze ma si vede che è appagata. Il suo progetto di vita è iniziato con una casa tutta per sé dove l’attende la sua dolce metà.
È poi il mio turno. Vuole che la chiamiamo prof o Anna? Anna naturalmente e il cuore mi si allarga. Ora sono una di loro, mi sento coinvolta nella loro età. Sono passati otto anni da quando ho lasciato la scuola ma loro sono state presenti nelle mie iniziative e le ho sentite vicine e confortanti. La loro esuberanza mi contagia. Ho raccontato  i momenti essenziali della mia vita. Ho parlato dei miei interessi, dei miei libri, della responsabilità che ci deve coinvolgere tutti nella difesa dell’Unità d’Italia, del Tricolore, dei valori, di Roma capitale. Ritornerò nelle scuole a parlare di questo e così concludo.
Elena studia ingegneria, si dedica al teatro, scrive e dice quanto gli è servito il lavoro fatto insieme; parla dell’emozione che ha provato quando al Louvre si è trovata davanti al quadro “La zattera della medusa” di Gericault. Ora scrivo mi dice, ho iniziato una specie di epistolario con un  amico immaginario, mi piacerebbe farglielo leggere. Io sento che sto lievitando sulla sedia. La scrittura ci ha contagiato, me compresa. Tra poco parto per Londra aggiunge Elena; quale museo devo visitare? Mi dia indicazioni. Le indico al momento  la National Gallery  e la  Tate  per la pittura di Turner che aveva ispirato tanti dei suoi racconti. Se ha bisogno di me, mi contatti pure, aggiunge,  e sento che c’è affetto nelle sue parole. Ora è una donna che ha già sulle spalle qualche delusione ma che mi dice felicemente superata con un nuovo amore.
Ambra ascolta e asserisce. Laura dice era impegnata, Andrea è fuori per l’Erasmus, altri non sono presenti per impegni. Lei lavora da quando si è diplomata. Seria e assennata, è una collaboratrice perfetta. Frequenta la facoltà di Scienze dell’educazione e riporta nel parlare ciò che ha studiato. Ho appena fatto l’ultimo esame e ho preso trenta e lode e come poteva essere altrimenti? Assennata e giudiziosa, ha già trovato la sua dimensione di vita che divide con colui che le sta accanto.
Parlano dei problemi del quotidiano, delle difficoltà di trovare lavoro, del mutuo per la casa. Mary che lavora in banca dà consigli. È bello ritrovare le fanciulle di una volta ora donne con valori, principi, interessi e scrittura, con l’amore per la cultura e per le arti.
Sono sempre i giovani il futuro della società; bisogna solo ascoltarli e saperli ascoltare; io ne sono compiaciuta.
Sorseggiamo con gioia, ma la pizza non ci ha soddisfatto. I consigli si susseguono, dove trovarla migliore e questa volta rivesto i panni e do lezione. È questione di pasta non di ingredienti. La vera pizza napoletana è alta con un bel bordo ed è raro trovarla e aggiungo che mi piace la pizza fritta, quella che a Napoli puoi ancora acquistare per strada, piegata in quattro e avvolta nella carta gialla dei macellai.
La cura della linea impedirebbe il dolce ma  alla fine conveniamo di prenderlo e di dividerlo. Panna cotta, torta al cioccolato e torta con i frutti di bosco. Io assaggio e poi mangio i frutti di bosco con Elena, l’abbiamo scelta insieme. Mi sottraggono abilmente il foglio del conto e io apro la scatola dei cioccolatini che mi hanno regalato, li mangiamo e  sono buonissimi.



Tulipano screziato

Decidiamo di uscire dal locale. L’aria è piacevolmente fresca e   ci diciamo le ultime cose. Rivediamoci! È stato bello! Sì! Ci incontreremo a casa. Qualcuna indossa il casco e parte in motorino, altre mi fanno compagnia.
Questa è la scuola che ti lascia dentro qualcosa che il tempo non scalfisce.
È questa la scuola che forma, che educa, che crea amicizie indistruttibili.
Mi chiedono della scuola di oggi e di ciò che sta avvenendo; la “rabbia” mi rode dentro. Dal mio silenzio già capiscono, ma poi aggiungo: non condivido nulla di ciò che stanno cambiando e penso con rammarico a chi è costretto a subirne i cambiamenti insensati. I movimenti in atto, le manifestazioni con una folta moltitudine di partecipanti dimostrano lo scontento generale. Ci chiediamo perché, perché si è così chiusi di mente a non voler vedere, a non rendersi conto del danno che stanno provocando. Le rassicuro sull’impegno degli insegnanti: lavorano bene e curano, a dispetto di tutti e di tutto, i valori educativi.
Anna, c’è la carta igienica nei bagni? Misurata, perché non si spreghi, si paga di tasca propria. E grottescamente  ridiamo sulla negligenza di chi nel riformare distrugge.

Cosa offrire in cambio di una serata così speciale? I fiori del mio giardino, splendidi, come la primavera della loro età.

Qualche imperfezione può essere perdonata? Ogni foto che trovate e che troverete tra queste pagine è il riflesso immediato di uno stato d'animo.

                                                                             Anna Lanzetta
                                                                        annalanzetta@libero.it 

venerdì 8 ottobre 2010

Insegnare con l'arte: La guerra? No, grazie



Prof, l’elmo dice tutto. È la guerra! E mi viene in mente Ungaretti, e la sua poesia “Veglia” torna perfettamente…è la grande guerra.
Cosa vi colpisce ? Le figure contorte nell’abbandono, nello spasimo della morte, della morte sopravvenuta.
Mi colpisce la figura in primo piano…l’uomo è mezzo nudo come se la guerra gli avesse portato via anche l’anima.
Io guardo i colori, è come se fossero aggrovigliati, indistinti, è il colore che crea la forma e con essa un sovrapporsi di realtà indistinte.
Sembra una scena infernale ma non distinguo bene quella figura che sembra sorreggere i morti.
Certo che la guerra è spietata e a pensare che se ne combattono ancora tante e che i nostri connazionali  muoiono! Che tristezza ci trasmette tutto ciò.
Ho paura di questa follia. Ci penso spesso! E sogno un mondo in cui al posto di queste figure ci siano fiori, tanti fiori profumati. Li immagino gialli e azzurri, rispose il ragazzo che sedeva in fondo, sono i miei colori preferiti.
Se ci fermassimo un po’ più spesso a osservare e a meditare, diventeremmo tutti più buoni.
Un’intera lezione trascorsa davanti a quell’opera che avevamo trasformato in tante pagine: la lettera dal fronte che qualcuno rammentava nel racconto, la recente notizia di giovani morti in un’esplosione e commemorati, quella pagina di Rigoni Stern e la poesia di Ungaretti “Veglia” che commentavamo con quel quadro:

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Siamo ragazzi. Alla nostra età non dovremmo pensare alla morte e ci sentiamo sopraffatti da questa follia. Vorremmo sentire notizie di vita e ci sentiamo sovrastati dall’insicurezza del vivere quotidiano. Attentati, morti e rivendicazioni stanno diventando la norma e ciò che fino a poco tempo fa ci terrorizzava ora sembra prassi.
La vista del Presidente della Repubblica che pone le sue mani sulle bare appena arrivate da lontano, una volta sconvolgeva, ora quasi passa sottosilenzio e con essa il dolore delle madri, delle mogli, dei figli.
E noi che pensavamo che nulla di tutto ciò si sarebbe ripetuto.
Che tristezza è la vita! A volte pensiamo! Una tristezza che ci viene da qualcosa che purtroppo noi non comprendiamo e  rifiutiamo con tutto il nostro vigore.

Pietro Dodero, 1882-1967

                                                                           Anna Lanzetta
                                                                      annalanzetta@libero.it

giovedì 7 ottobre 2010

Insegnare con l’arte: la condizione femminile


Kathe Kollwitz,The Widow (c. 1922)

Una volta un mio studente mi disse che a lui piaceva la pittura perché riusciva a fotografare con immediatezza la realtà.
Gli avevo fatto appena vedere questa immagine ed eravamo lì a guardarla, a scrutare, a interrogare, a interrogarci.
Mi resi conto del potere che ha l’arte sull’animo umano. Obbliga a capire, a scoprire, a indagare e ognuno di noi indagò sui tratti espressivi, sulla forma, sul colore, su quelle grandi mani avvolgenti, protettive, su quel volto emaciato, sofferente, dormiente, distaccato.
Il colore nero dominava e lasciava poco spazio al bianco che non riusciva in nessun elemento a emergere chiaro e distinto, quasi il nero volesse sopraffarlo.
Il linguaggio dell’arte ha la prerogativa di indurre a un’indagine per penetrare oltre il visibile e cercare di capire ciò che l’artista ha voluto dire, il messaggio muto che ci offre.
In questo caso i connotati ci guidano: è una donna abbandonata, una donna violentata, una donna venduta, una donna comprata, una donna condannata, una donna pronta al martirio, una donna sacrificata, una donna segregata, una donna gravida, una donna accovacciata, una donna  indifesa…una donna!
L’immagine ci aveva colpito profondamente e la sua forza espressiva non ci aveva lasciati indifferenti; ognuno aveva formulato un’identità,  e i tratti ci avevano accomunati a una realtà,  di ogni tempo e di ogni luogo, all’oggi  in cui la violenza sulla donna non è superata, anzi ingigantita con brutalità: violenza familiare, sedia elettrica, lapidazione, impiccagione, segregazione, punizioni e morte.
Morte! Come se il mondo intero volesse costringere al silenzio la “donna”, all’ubbidienza.
Forse  perché ne teme il dominio? Il tutto farebbe presagire! Forse! Chissà!
Infiniti nomi di donne offese, umiliate e uccise, furono pronunciati e non solo donne di fama.

                                                          La prigione del castello Estense

Avevamo visitato da pochi giorni le segrete del castello Estense a Ferrara e avevamo ascoltato la tragica storia della "Parisina".
Aveva solo tredici anni, Paola Malatesta, quando il matrimonio fu combinato con  Niccolò III, marchese di Ferrara, molto più vecchio di lei; uomo viziato e malconcio, che aveva già disseminato molti figli.
Giovane, bella, colta e intelligente, il caso volle che Paola si innamorasse in seguito del giovane figlio del marchese, da lui prediletto: Ugo d’Este.
Intrighi, gelosie e tradimenti fecero sì che Niccolò scoprisse questo amore.
Li fece segregare nelle carceri in celle separate (come si dice) o insieme e decapitare entrambi; era il 21 maggio 1425.
Avevano  vent’anni, lei solo un anno di più e pagarono con la morte il loro amore,  che agli occhi degli altri era solo  una colpa da punire.

Insieme continuammo a citare casi di donne che portavano in sé tragedie e morte.
Nulla è mutato nei confronti delle donne se le ultime notizie parlano di ragazze violentate, di donne brutalmente uccise in casa, di condanne eseguite, di donne che appese a un filo di vita, attendono la loro sorte.

                                                                              Anna Lanzetta
                                                                          annalanzetta@libero.it

martedì 5 ottobre 2010

La mia vita? Un battello ebbro


J. M. W Turner, Londra, 1775-Chelsea,1851
Le bateau négrier

Sono nata a S. Leucio del Sannio, un paese in provincia di Benevento, negli anni del dopoguerra e ho vissuto da piccola le angustie del tempo, crescendo poi tra migliori agi, sogni e attese.
Non  conservo ricordi di questo luogo, tranne le poche notizie attinte dai racconti di mia madre.
Avevo sette mesi quando fui portata a Sarno, un paese in provincia di Salerno, dove ho trascorso la mia fanciullezza e parte della giovinezza; il paese dove, ritornando, ritrovo in ogni angolo i miei ricordi lieti e tristi.    
Ho conseguito la laurea in  Materie Letterarie presso l’università degli studi di Salerno e  mi sono dedicata poi agli studi pedagogici e alla ricerca metodologica.
Sono felicemente  sposata e madre di tre figli.
Dopo varie esperienze di insegnamento nella Scuola Media di I° grado nella provincia di Salerno, mi sono trasferita a Firenze, dove ho insegnato Lettere negli istituti Tecnici e Professionali, iniziando però la mia esperienza sui monti di  Firenzuola e poi a  Greve in Chianti.
Con l’insegnamento, passione non ancora esaurita, ho trascorso la mia vita tra  i banchi di scuola, in compagnia di adolescenti e di  giovani, attingendo e trasmettendo conoscenze.
Ho prediletto l’“arte” in tutte le sue espressioni e ho cercato  di uscire dall’usuale, dall’ordinario e dal consueto, con un insegnamento basato sull’interazione tra letteratura, arte, storia e musica.
In conformità, ho realizzato progetti e moduli didattici sia curriculari che extracurriculari, aperti anche agli adulti.
La fantasia, l’immaginazione, la creatività e l’estro, hanno guidato me e sono stati punti essenziali per gli studenti, perché si valorizzasse appieno la loro espressività e la loro libera soggettività.
Queste pagine ne riporteranno un’esemplificazione come già nei file di collegamento.
Convinta che il sapere non ha limiti né di tempo né di spazio, ho ascoltato e trasmesso ciò che ho appreso. Ho bevuto con voluttà alle fonti della conoscenza e ne ho diffuso ogni elemento.
La curiosità mi ha  guidato e ancora mi guida.
La “parola” mi è amica, nelle sue  infinite combinazioni di suoni, di detti, di pensieri.
Mi considero un vascello che naviga tra le mille cose del mondo e che non ha ancora  trovato un punto d’approdo. In questa scelta la voce di Rimbaud è stata maestra.

Spiegare? No! Grazie
Un mio studente mi disse un giorno, mentre io mi accaloravo a spiegare, che la poesia non si spiega. D’apprima, colta di sorpresa, rimasi stupita, poi capii e tacqui.
Nel  silenzio  che avvolgeva l’aula, ognuno lesse in silenzio la poesia.
Non una parola, non un sibilo…ognuno scelse i propri versi, ognuno sottolineò le parole a sé più consoni e in esse si rispecchiò.
Ancora silenzio! Spazio per la riflessione.
Ci guardammo negli occhi e ognuno aveva in essi una luce diversa.
Avevo capito!
Ci sono poesie che non si devono spiegare, perché nel silenzio si mutua il rapporto stretto e diretto tra il poeta e il lettore.
Anch’io avevo scelto i miei versi e in silenzio me ne gustavo il senso che ritrovavo in me. 



                                       

IL BATTELLO EBBRO

Appena presi a scendere lungo i Fiumi impassibili,
Mi accorsi che i bardotti non mi guidavan più:
Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
I Pellirosse striduli li avevan bersagliati.

Non mi curavo più di avere un equipaggio,
Col mio grano fiammingo, col mio cotone inglese.
Quando assieme ai bardotti si spensero i clamori,
I Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L'altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
Che eternamente spingono i corpi delle vittime.
Dieci notti, e irridevo l'occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa,
L'acqua verde filtrò nel mio scafo di abete
E dalle macchie rosse di vomito e di vino
Mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l'acqua turchese, dentro cui, fluttuando,
Scende estatico un morto pensoso e illividito;

Dove, tingendo a un tratto l'azzurrità, deliri
E ritmi prolungati nel giorno rutilante,
Più stordenti dell'alcol, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell'amore!

Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe,
Le correnti e i riflussi: io so la sera, e l'Alba
Che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
E qualche volta ho visto quel che l'uomo ha sognato!

Ho visto il sole basso, fosco di orrori mistici,
Che illuminava lunghi coaguli violacei,
Somiglianti ad attori di antichi drammi, i flutti
Che fluivano al tremito di persiane, lontano!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate,
Bacio che sale lento agli occhi degli Oceani,
E la circolazione delle linfe inaudite,
E, giallo e blu, il destarsi dei fosfori canori!

Ho seguito, per mesi, i marosi che assaltano
Gli scogli, come mandrie di isterici bovini,
Stupito che i lucenti piedi delle Marie
Potessero forzare i musi degli Oceani!

Ho cozzato in Floride incredibili: fiori
Sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli
D'uomo! In arcobaleni come redini tesi
A glauche mandrie soto l'orizzonte dei mari!

Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse
Dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano!
Frane d'acqua scuotevano le immobili bonacce,
Cateratte lontane crollavano nei baratri!

Ghiacciaci, soli d'argento, flutti madreperlacei,
Cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni
Dove immensi serpenti mangiati dalle cimici
Cadon, da piante torte, con oscuri profumi!

Ai bimbi avrei voluto mostrare le dorate
Dell'onda cupa e azzurra, o quei pesci canori.
- Schiune di fiori, mentre salpavo, m'han cullato,
E talvolta ineffabili venti m'han dato l'ali.

Martire affaticato dai poli e dalle zone,
Il mare che piangendo mi addolciva il rullio
Faceva salir fiori d'ombra, gialle ventose,
Ed io restavo, simile a una donna in ginocchio,

Quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi
E lo sterco di uccelli dagli occhi bioni, e urlanti.
Vogavo ed attraverso i miei legami fragili
Gli affogati a ritroso scendevano a dormire!

Io, battello perduto nei crini delle cale,
Spinto dall'uragano nell'etra senza uccelli,
Né i velieri anseatici, né i Monitori avrebbero
Ripescato il mio scafo ubriacato d'acqua;

Libero, fumigante, di brume viole carico,
Io che foravo il cielo rossastro come un muro
Che porti, leccornie per i buoni poeti,
Dei licheni di sole e dei mocci d'azzurro;

Io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche,
Folle trave, scortato dagli ippocampi neri,
Quando il luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini dai vortici infuocati;

Io che tremavo udendo gemere a cento leghe
I Behemot in foia e i densi Maèlstrom,
Filando eternamente sulle acque azzurre e immobili,
Io rimpiango l'Europa dai parapetti antichi!

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
- È in queste notti immense che tu dormi e t'esili
Stuolo d'uccelli d'oro, o Vigore futuro?

Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:
L'acre amore mi gonfia di stordenti torpori.
Oh, la mia chiglia scoppi! Ch'io vada in fondo al mare!

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
Nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.

Non posso più, bagnato da quei languori, onde,
Filare nella scia di chi porta cotone,
Né fendere l'orgoglio dei pavesi e dei labari,
Né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni.
da Poesie, 1871

Jean Nicolas Arthur Rimbaud, Charleville-Mézières, 1854-Marsiglia,1891



lunedì 4 ottobre 2010

A ricordo di Francesco: 4 ottobre 2010


Il sogno delle armi

Signore, fammi strumento di tua pace.
Dove c'è odio fa che io porti l'amor,
Dov'è offesa, perdono,
Dov'è dubbio, fede,
Dov'è disperazione, speranza,
Dov'è buio, luce,
Dov'è tristezza, gioia.
 

Estasi

O Maestro Divino concedimi che io non cerchi
tanto di essere consolato quanto consolare,
non tanto di essere compreso,ma di comprendere,
non tanto di essere amato,quanto d'amare;
perchè è nel dare che riceviamo
è nel perdonare che siamo perdonati,
è nel morire che ci svegliamo a vita eterna.

Rinuncia ai beni terreni

Dov'è c'è carità e sapienza, non c'è né paura né ignoranza.
Dov'è c'è pazienza ed umiltà, non c'è né collera né oppressione.
Dov'è c'è povertà e gioia, non c'è né avidità né avarizia.
Dov'è c'è pace e meditazione, non c'è né ansietà né dubbio.

San Francesco d'Assisi, nato Francesco Giovanni di Pietro Bernardone ( Assisi, 1182-1226)

Giotto di Bondone, (Vespignano, 1267-Firenze, 1337)

Affreschi della Basilica superiore di Assisi, 1290-1295

                                                                      Anna Lanzetta
                                                                annalanzetta@libero.it

sabato 2 ottobre 2010

Pagine di storia: Roma, 2 ottobre 1870


Roma capitale


È  vivo e presente in tutti noi che amiamo l’Italia, il ricordo del XX settembre 1870, perché in quel giorno, dopo lunghe e sofferte traversie, Roma diventava “capitale d’Italia”.
Altrettanto memorabile è il 2 ottobre 1870, giorno  in cui i romani furono chiamati a scegliere da che parte stare e il coro fu quasi unanime di voler far parte del Regno d’Italia. I “no” furono pochissimi e l’emozione toccò ogni cuore in cui il nome di Roma si rivestiva di sacralità.
Il plebiscito sanzionò l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia.
Il governo del Regno aveva proclamato il diritto dei romani a scegliersi il governo che desideravano e così come era stato fatto per gli altri territori, anche a Roma fu indetto il referendum per sancire la riunificazione della città con il Regno d’Italia.
I risultati videro la schiacciante vittoria dei , 40.785, a fronte dei no che furono solo 46.
Il risultato complessivo nella provincia di Roma fu di 77.520 contro 857 no.
In tutto il territorio annesso i risultati furono 133.681 contro 1507 no.
Il voto fu solennemente  proclamato alle ore 17 del 6 ottobre nella sala maggiore del Campidoglio.
Queste date fanno parte della storia d'Italia e di tutti noi Italiani. Esse devono essere ricordate con amore e umiltà affinché non venga mai meno la nostra  memoria storica.
L’invito,  è di parlarne ovunque, ma specialmente tra i banchi di scuola, affinché mai si dimentichi la lotta, il sacrificio, il fervore e l’eroismo di quanti  ci hanno preceduto e  ci hanno regalato l’Italia unita.
Esempi di valori e di ideali, essi  ci insegnano che l’Italia è una dalle Alpi alla Sicilia, che una è la capitale e si chiama Roma, uno il nostro “tricolore”, uno il nostro “inno”, un invito perentorio a sentirci tutti “Fratelli d’Italia”.

                                                                      Anna Lanzetta
                                                                annalanzetta@libero.it