giovedì 22 ottobre 2020

Studiare con l’arte: Giovanni Pascoli (seconda parte)

                                                                   Il seminatore di Van Gogh

Dalla sofferenza privata al dolore universale: la natura come simbolo

In età ormai matura, il poeta tenta di ricostruire il nido familiare. La campagna intorno al nuovo nido di Castelvecchio di Barga, che diventa la sua nuova patria (Maria, dolce sorella: c’è stato un tempo che noi non eravamo qui?), gli fornisce nuova materia poetica, collegandosi idealmente con la campagna intorno a S. Mauro di Romagna. La scelta del tema campestre o paesistico non avviene indipendentemente dal trauma che condiziona tutta la sua vita, sia perché al paesaggio campestre sono legati i ricordi della sua adolescenza felice sia  perché da quel paesaggio egli ora si sente definitivamente escluso. La frattura definitiva tra passato e presente implica la frantumazione delle rievocazioni in una serie di impressioni apparentemente slegate,  le immagini diventano il segno della felicità perduta e si caricano di un valore simbolico. La natura prende vita nelle forme verbali che la identificano e comunica con vario cromatismo realtà e stati d’animo, per cui il frinire delle cavallette diventa il suono di “finissimi sistri d’argento” e rievoca un’immagine di morte. Un aratro senza buoi in un campo allude alla solitudine: Nel campo mezzo grigio e mezzo nero / resta un aratro senza buoi, che pare / dimenticato, tra il vapor leggiero. / E cadenzato dalla gora viene / lo sciabordare delle lavandaie / con tonfi spessi e lunghe cantilene (Lavandare) e richiama  Il ponte levatoio in Arles con un gruppo di lavandaie di  Van Gogh. La parola poetica alterna le sensazioni di silenzio, solitudine, abbandono della prima strofa ai rumori, canti, voci della seconda, per riflettere specularmente nella terza, attraverso il madrigale (quando partisti, come son rimasta! / come l’aratro in mezzo alla maggese) l’immagine dell’aratro in quella della donna abbandonata. Se il -nido- si associa al tema della casa come culla, protezione, sicurezza, la -siepe- diventa il baluardo del nido, disegna il confine tra il dentro,  percepito come rassicurante, e il fuori, che rappresenta il pericolo, l’insidia, la violenza. Non limite visivo che suscita la meditazione sugli interminati / spazi… e sovrumani / silenzi, e profondissima quïete di leopardiana memoria, ma siepe che al campo sei come l’anello al dito…/ …che il passo chiudi co’ tuoi rami / irsuti al ladro…./ verde muraglia della mia città…/ immobile al confine…. / fuori, dici un divieto acuto come spine / dentro, un assenso bello come fiori (La siepe). Anzi, la siepe / dell’orto disegna una barriera difensiva contro la realtà di sofferenza (Nebbia) e dialoga con la siepe del camposanto dov’è sepolta la madre del pellegrino, da cui egli taglia il bordone che lo accompagna tutta la vita (Il bordone) in relazione a L’orto di A. Sisley.

 La novità del linguaggio e la percezione del mistero: Pascoli utilizza il linguaggio fonosimbolico dell’onomatopea: chiù dell’assiuolo, gre gre di renelle, don don di campane …, e i linguaggi tecnici, speciali: il critico G. Contini individua in queste scelte il sintomo di «un rapporto critico» fra «l’io e il mondo». Pascoli proclamò il fallimento della scienza positiva, che non era riuscita a squarciare il mistero e a sconfiggere la morte. Sempre Contini afferma: «Quando si usa un linguaggio normale, vuol dire che dell’universo si ha un’idea sicura e precisa, che si crede in un mondo certo…in un mondo gerarchizzato dove i rapporti stessi… tra l’ uomo e il cosmo sono determinati, hanno dei limiti esatti». Ma Pascoli ha rotto la frontiera tra determinato e indeterminato: la precisione del tessuto linguistico rappresenta la rete entro cui imbrigliare una realtà che sfugge, che diventa incomprensibile e che solo il poeta-fanciullo può cogliere nelle sue valenze più nascoste, disvelandone gli aspetti illusori. Così il «pianto di stelle» nella notte di San Lorenzo sancisce la distanza tra il «Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale» e la terra, l’esperienza concreta degli uomini, «quest’atomo opaco del Male»: la sofferenza individuale si rispecchia nella tragedia dell’esistenza umana a cui la natura resta indifferente, immagine che richiama Notte stellata di V.Van Gogh. Il quadro è per l’artista ciò che la poesia è per Pascoli: un pretesto per stabilire il proprio rapporto con la realtà e le cose. L’opera fu composta dopo una profonda crisi esistenziale: il turbinio vorticoso delle pennellate testimonia l’angoscia dell’artista e la profondità con cui egli apprezza la bellezza del mondo «Sarebbe così bello / questo mondo odorato di mistero» (Colloquio)  «Ma bello è questo poco di giorno / che mi traluce come da un velo» (L’ora di Barga). La nostalgia per un’adesione positiva al reale, nonostante la sua sostanziale inconoscibilità (confronta la «fronte / bianca di sfinge» in Paese notturno), simbolo del mistero della vita, rimane una tensione presente nell’animo del poeta e prevale la sensazione di inquietudine e mistero nella rappresentazione della realtà:Venivano soffi di lampi / da un nero di nubi laggiù; / veniva una voce dai campi: / chiù…(L’assiuolo). La prepotente sinestesia (soffi di lampi) e l’oggettivazione della qualità cromatica (nero di nubi) ben sintetizzano il pericolo imminente, a cui fa eco la voce dell’ assiuolo, che si trasforma  prima in un singulto e poi in un pianto di morte.

Ancor più in Scalpitio il risuonare di un galoppo da remote lontananze, induce un moto di sgomento. L’annuncio del temporale (nell’omonima poesia), un bubbolio lontano, fa presentire qualcosa di tragico che sta maturando misteriosamente nel grembo della natura; all’effetto fonosimbolico anche in questo caso si unisce il forte contrasto cromatico, quasi espressionistico: rosseggia, affocato, nero di pece, stracci di nubi chiare, tra il nero, un casolare, un’ala di gabbiano. La situazione drammatica si accentua nella poesia Il lampo, in cui la natura acquista i connotati tragici della sofferenza umana: la terra ansante, livida, in sussulto; / il cielo ingombro, tragico, disfatto. E la tragicità è accentuata dal pauroso silenzio in cui l’azione avviene, il tacito tumulto, contrastato però dalla violenza delle allitterazioni di suono duro che percorrono tutto il testo. L’apparizione della casa, rapida come suggerisce l’asindeto (apparì sparì) viene associata all’occhio che riesce per un attimo a guardare nel mistero che ci circonda, rivelando una realtà tragica (la notte nera). La nebbia costituisce il simbolo della visione velata del mistero profondo che nasconde la realtà: E guardai nella valle: era sparito / tutto! sommerso! Era un gran mare piano, / grigio, senz’onde, senza lidi, unito. / E ancora: …Vidi,  e più non vidi, nello stesso istante. (Nella nebbia). Anzi, la nebbia diventa sinonimo di difesa contro la consapevolezza del dolore del vivere: Nascondi  le cose lontane, / nascondimi quello ch’e morto! / le cose son ebbre di pianto! (Nebbia), nebbia che cela come Nebbia di Cecconi. Per il critico G. Contini, Nebbia è una poesia «che può essere perfettamente citata come  allegoria generale del mondo pascoliano». In realtà, Pascoli giunge a indicare, attraverso la parola poetica, una via d’ uscita: se la vita dell’ uomo è segnata dal dolore, dal mistero, dalla morte e si è smarrito il senso della provvida sventura non resta che il legame di fraternità tra simili: Uomini, pace! Nella prona terra / troppo è il mistero; e solo chi procaccia / d’aver fratelli in suo timor, non erra (I due fanciulli).

 

 


                                                                           L’orto di A. Sisley

Conclusioni: Con questo lavoro, abbiamo tentato di costruire un percorso sinergico tra linguaggio poetico e linguaggio figurativo, poiché la Storia dell’Arte non è materia curricolare nel nostro Istituto Tecnico ma grazie a questa esperienza, abbiamo avuto l’occasione di arricchire l’orizzonte delle nostre conoscenze con gli elementi pittorici, cogliendone l’immediatezza espressiva attraverso la pittura dei Macchiaioli e quella en plein air degli Impressionisti, per approdare a quella dei Simbolisti che, con l’ uso particolare del colore, caricano la realtà di un proprio significato e comunicano, come fa Pascoli con il linguaggio poetico, la loro visione del mondo.

Questo percorso ci ha consentito di conoscere Pascoli più da vicino e di scoprirne la profonda sensibilità di uomo e di poeta. Scoprire, in fondo, che Pascoli non è solo il poeta “lacrimoso”, come spesso è stato definito, ma un uomo che, attraverso la poesia, denuncia una società che, allora come oggi, disattende le attese, specialmente dei giovani. Noi ci siamo riconosciuti nelle ansie e nel disagio esistenziale dei momenti più bui della sua vita, soprattutto nello scontro tra illusione e realtà, una verità fortemente esplicitata da altri poeti prima e dopo di lui. Ma abbiamo anche colto i bagliori di una vita che deve e può continuare: alla fine di Temporale (Myricae) troviamo l’immagine dell’ala di gabbiano, che analogicamente col casolare si staglia sul nero di pece. Similmente in Temporale (Canti di Castelvecchio) appare una chioccia: …passa sotto / l’acquazzone una chioccia. / Appena tace il tuono,  / …tra il vento e l’ acqua, buono, s’ode quel coccolare / co’ suoi pigolii dietro. Ancora una volta, la natura (in questo caso il gabbiano e la chioccia) allude simbolicamente a una realtà profonda, ma indicando una possibilità positiva. Per questo ci sembra in sintonia chiudere la nostra riflessione con Il seminatore di Van Gogh, in cui i colori esprimono la forza vitale, il seminatore semina speranze per una vita migliore, mentre un enorme sole diventa il simbolo di spiritualità e di vita.

lunedì 5 ottobre 2020

Studiare con l'arte: Giovanni Pascoli


Per chi ama l’arte e la poesia, presentiamo il progetto “Giovanni Pascoli, tra parole e immagini”:

realizzato a scuola nel 2008 con la prof. Fiorella Menna e gli studenti del biennio dell’ITIS “A. Meucci”.

 È bello studiare con l’arte perché rende visibili realtà, sensazioni ed emozioni. Bisogna avvicinare i ragazzi all’arte, patrimonio inestimabile di bellezza, armonia e conoscenze attraverso un gioco di ricerca e curiosità: Quanti dubbi, quante delusioni, quanti sogni sperimentiamo ogni giorno; quante difficoltà e incomprensioni, per qualcuno anche forti traumi, tanto più forti in quanto vissuti in un’età delicata, come l’adolescenza, e ancor più fragile oggi, per mancanza di punti di riferimento sicuri. Per Pascoli l’origine della sua sofferenza ha radici profonde, legate a traumi familiari come i numerosi lutti, le delusioni e le ingiustizie patite. La persona a cui il poeta è più affezionato è la madre, di cui delinea un ritratto molto intenso: Me la miravo accanto / esile sì, ma bella / pallida sì, ma tanto / giovane! Una sorella! / bionda così com’ era / quando da noi partì (La madre), immagine che si lega a  ”La Madre”  di S. Lega. Il ricordo dei suoi baci e del vezzeggiativo con cui lo chiamava -Zvanì-  basta a definire beati anche se fugaci quei giorni (Una voce). La figura materna diventa, quindi, nell’ immaginario poetico di Pascoli, sinonimo di sicurezza e protezione dalle minacce del reale. Tenerissima l’espressione:…Soave allora un canto / s’ udì di madre, e il moto di una culla   (Il tuono). Altrettanto importante è il suo paese natale, che egli ricorda con nostalgia: Sempre un villaggio, sempre una campagna/ mi ride al cuore (o piange), Severino:/il paese ove, andando, ci accompagna/ l’azzurra visïon di San Marino:…oh! fossi io teco; e perderci nel verde,/e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,/ gettarci l’urlo che lungi si perde/ dentro il meridïano ozio dell’aie; / …Era il mio nido: dove, immobilmente,/ io galoppava con Guidon Selvaggio/ e con Astolfo; o mi vedea presente/ l’imperatore nell’eremitaggio./…Ma da quel nido, rondini tardive,/tutti tutti migrammo un giorno nero:/io, la mia patria or è dove si vive:/ gli altri son poco lungi; in cimitero./ …Romagna solatìa, dolce paese,/ cui regnarono Guidi e Malatesta;/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta. Bellissimo ai nostri occhi il paesaggio assolato e denso di vita che rievoca Vecchia città II di V. Kandisky. Il calore dell’abbraccio dell’ambiente familiare supera ogni altra esperienza: Già m’accoglieva in quelle ore bruciate / sotto ombrello di trine una mimosa, / che fioria la mia casa ai dì d’estate / co’ suoi pennacchi di color di rosa./…Era il mio nido… (Romagna), e l’arte di  C. Pissarro materializza la natura in Raccolto generoso e in Falciatura ad Eragny: Lungo la strada vedi su la siepe / ridere a mazzi le vermiglie bacche: / nei campi arati tornano al presepe / tarde le vacche. (Sera d’ ottobre.)

 

 A sette anni Pascoli entra in collegio insieme al fratello Giacomo e alla sorella Margherita. Sono gli anni più spensierati della sua vita, di cui sentiamo l’eco in alcuni versi: È questa una mattina  / che non c’ è scuola. Siamo usciti a schiera / tra le siepi di rovo e d’ albaspina,… Sono le voci della camerata / mia: le conosco tutte all’ improvviso, / una dolce,una acuta, una velata…(L’aquilone), versi che riflettono la freschezza dell’adolescenza in convergenza con il tripudio di colori di  Frutteto in primavera di A. Sisley. Fondamentale per il poeta è la figura del padre con le sue attenzioni, il suo sorriso, la sua tenerezza e il senso di sicurezza che infonde alla famiglia: E Margherita, la sorella grande,/ di sedici anni, disse adagio: “Babbo...„/“Che hai?„ “Ho, che leggemmo nel giornale/ che c’è gente che uccide per le strade...,/ Chinò mio padre tentennando il capo/ con un sorriso verso lei. Mia madre/ la guardò coi suoi cari occhi di mamma, come dicendo: A cosa puoi pensare!/ E le rondini andavano e tornavano, /ai nidi, piene di felicità…Mio padre prese la sua bimba in collo,/col suo gran pianto ch’era di già roco;…e la baciò, la ribaciò negli occhi… zuppi di già per non so che martoro. /“Non vuoi che vada?„ “No!„ “Perchè non vuoi?„/ “No! no!„ “Ti porto tante belle cose!„/ “No! no!„ La pose in terra: essa di nuovo / stese alla canna le sue dita rosa, / gli mise l’altro braccio ad un ginocchio:/ No! no! papà! no! no! papà! no! no! (Un ricordo). Ed aspettò. Aspetta ancora. Il babbo/ non tornò più. Non si rivide a casa.Ritornava una rondine al tetto: / l’uccisero: cadde tra spini: / ella aveva nel becco un insetto: / la cena dei suoi rondinini. Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono; /e restò negli aperti occhi un grido / portava due bambole in dono…(X  Agosto). Il quadro di  E. Munch “Al capezzale di un defunto”esemplifica  l’atmosfera di dolore. Il nido è stato violato e il richiamo a L’urlo di E. Munch,  è inevitabile. L’analogia suono-colore struttura la composizione: violente strisce ondulate, rosse, blu e gialle, generano il cielo e il mare. La figura umana è un’apparizione spettrale, delirante, dagli occhi vuoti. Ma da quel nido, rondini tardive, / tutti tutti migrammo un giorno nero; / io, la mia patria or è dove si vive: / gli altri son poco lungi; in cimitero. (Romagna). L’assassinio del padre, la morte della madre e dei fratelli, la dispersione della famiglia, la povertà, la necessità di lottare per vivere costituiscono una frattura rispetto al tempo felice dell’adolescenza e segnano la fine delle illusioni, come ci viene suggerito dalla poesia: “Novembre”: Gemmea l’aria, il sole così chiaro, / che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,/e del prunalbo l’ odorino/ amaro senti nel cuore… La prima strofa della poesia, creata sul piano delle sensazioni e delle emozioni produce una forte impressione che fa sembrare reale ciò che non è ed è semplice il richiamo a  Primavera di  C. Monet. Ma secco è il pruno, e le stecchite piante / di nere trame segnano il sereno, / e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante / sembra il terreno. Non ci sono più illusioni, le trame degli alberi secchi indicano la perdita dei sogni: Silenzio intorno: solo, alle ventate, / odi lontano, da giardini ed orti / di foglie un cader fragile. È l’estate, / fredda, dei morti, immagine che si configura  per noi in Novembre  di T. Signorini. La poesia  è innervata dalle figure dell’opposizione: suoni dolci verso suoni duri, uso dell’avversativa, ossimoro finale, quasi a voler tendere il linguaggio al massimo dell’espressività. Il nido è stato distrutto materialmente, ma resta aggrappato al cuore del poeta che, infatti, cercherà di ricostruirlo, seppur diverso: Dal selvaggio rosaio scheletrito / penzola un nido. Come, a primavera, / ne prorompeva empiendo la riviera / il cinguettìo del garrulo convito! / Or v’è sola una piuma, che all’invito / del vento esita, palpita leggiera; / qual sogno antico in anima severa ,/ fuggente sempre e non ancor fuggito:…(Il nido). L’assonanza tra scheletrito e nido proietta sul simbolo della famiglia la materialità della morte, ma la piuma che palpita leggera al soffio del vento indica la volontà di resistere, di sopravvivere. Il silenzio predomina e indica la solitudine, l’ abbandono, la morte, che pone fine al dolore e alle illusioni, che cadono falciate come in Campo di grano con falciatore di V. Van Gogh.

 


 

L’ossessione della morte e le figure del padre e della madre  popolano l’immaginario poetico di Pascoli. Alla rievocazione della morte del padre si associano immagini che sottolineano il tema della violenza: Ma uno squarcio aveva egli nel capo,/ ma piena del suo sangue era una mano (Un ricordo) Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise” (La cavallina storna) Ora è là, come in croce, che tende/ quel verme a quel cielo lontano (X agosto). Sofferenza e dolcezza connotano, invece, la rievocazione della figura della madre e della sua scomparsa. Le parole che le dedica nei Canti di Castelvecchio sottolineano la particolare densità affettiva di quel rapporto: «Io sento che a lei debbo la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata…,avanti i prati della torre. Ella stava seduta sul greppo: io appoggiavo la testa alle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder scoppiare i lampi di caldo all’orizzonte…». Gioia e dolore, dolcezza e angoscia si accompagnano al tema della presenza-assenza: Sentivo una gran gioia, una gran pena, / una dolcezza ed un’angoscia muta. / - Mamma?- È là che ti scalda un po’ di cena.-  / Povera mamma! E lei, non l’ho veduta” (Sogno). Ancora, il tema di una comunicazione mai interrotta: O madre seppellita, / che gli altri lasci, oggi, per me; parliamo (Colloquio), ma di tante tante parole / non sento che un soffio…Zuanì… (La voce). Il nido rimasto vuoto indica prospetticamente la casa dei morti: il cimitero. Inquietudine e disagio segnano ormai l’esistenza del poeta che nei suoi versi esprime lo sconvolgimento del suo essere come  Mare in tempesta di G. Courbet.  

 continua

sabato 5 settembre 2020

La dipartita di Philippe Daverio, critico d’arte. Un ricordo.


 

Se ne è andato di soppiatto, senza far rumore,  quasi a voler continuare a colloquiare con arguzia e intelligenza di arte, mettendo in gioco la sua cultura,  che a iosa spandeva senza risparmiarsi, quasi a voler penetrare nell’intimo di ognuno e scuoterne interesse e curiosità, in un momento in cui tutti abbiamo bisogno di nutrirci di un sapere consapevole, non banale, scelto ed espresso con competenza.

Philippe Daverio se ne è andato il 2 settembre 2020 a Milano, spento da un male inesorabile, che lo ha reso vulnerabile e ha fermato la sua forza di  comunicatore misurato, di critico d’arte eccezionale, di divulgatore dalla battuta arguta, attenta e intelligente.    

La sua parola dava corpo ad ogni opera d’arte fino a renderla tangibile,  si insinuava nel pensiero di chi ascoltava e dava vita alla storia di personaggi e di situazioni in un racconto in cui ogni disciplina trovava il suo punto di convergenza. Imperdibili i suoi appuntamenti serali che si sperava non finissero mai, perché capaci di aprire ogni porta del sapere, facendo dell’arte un’amica indissolubile che si mutava in nutrimento ad ogni età.

Dotato di una cultura poliedrica e di onestà intellettuale, geniale nelle scelte, garbato nel racconto, elegante ed ironico, di grande competenza e professionalità,  con  un linguaggio semplice e fortemente comunicativo, ha saputo raccontare l’Italia e l’arte in genere con un amore e una passione che nessun tempo potrà mai cancellare.

giovedì 9 luglio 2020

Nascita del progetto didattico “Interazioni”

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Quando seduti dietro ad una cattedra, vediamo i volti stanchi e annoiati dei nostri ragazzi, sentiamo impellente il bisogno di cambiare  didattica e metodologia, e di allargare il panorama di conoscenze oltre le materie curriculari. Fu così che dal bisogno di cambiamento, nacque il progetto “Interazioni”. Era necessario far interagire le materie curriculari con le arti  che gli studenti degli istituti tecnici possono conoscere solo occasionalmente. Perché non fargli provare la forte emozione che si può vivere guardando un quadro o ascoltando una musica? Perché non aprirli al mondo delle arti che tanto possono donare in bellezza ed emozioni? Un’impresa non semplice con classi del biennio ma età fertile per curiosità e conoscenze. Se acoltare conferenze di arte riempie l’animo di gioia e lo sollecita a conoscere sempre di più, perché non farne dono ai ragazzi? Fu questa la spinta che mi convinse a cambiare radicalmente metodologia. Considerato che negli istituti tecnici non si studia né l’arte né la musica, nel 2000, insieme con i miei studenti del biennio dell’ITIS “A. Meucci”, realizzammo  il progetto “Interazioni” per sperimentare una didattica basata su linguaggi espressivi diversi per generi e forme da quelli curriculari, associando al linguaggio storico-letterario quello artistico-musicale attraverso l’analisi dei contenuti prescelti. Dato che punto di riferimento era il romanzo “I Promessi Sposi”, pensammo di analizzare il periodo compreso tra il secondo Settecento e il primo Ottocento, selezionandone  correnti, movimenti e protagonisti attraverso brani letterari, episodi del mito e dell’Epica classica, momenti di storia antica e medievale correlati all’Ottocento. Le indicazioni relative al linguaggio artistico ci furono fornite, durante le conferenze tenute a scuola, e in particolare con il tema “Romanzi e pittura di storia”, dal Prof. Carlo Sisi, già Direttore della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, che ci spiegò come un fatto storico può essere rappresentato con l’interazione tra il testo e la pittura e risultare in entrambi i linguaggi egualmente efficace per la comprensione del messaggio. Con l’uso di diapositive, avviò i ragazzi  alla conoscenza del  Neoclassicismo, del  bello ideale e del Romanticismo e  fornì vari input di riflessione ma il tema che colpì di più la fantasia e l’immaginazione nonché l’emotività fu il Gotico di Füssli e Blake e il Sublime di Turner e Friedrich. Il progetto si rivelò pertanto un valido strumento di collegamento tra la Scuola Media, poiché furono utilizzate le preconoscenze in essa acquisite, e il Triennio poiché si ponevano le premesse (per contenuti e metodo) al programma. Si usciva così dagli schemi consuetudinari, restava la “lettura” il tema conduttore ma si utilizzava un materiale ampio e diversificato: libri, registrazioni in video e audio, computer, materiale prelevato da internet e da enciclopedie multimediali, pubblicazioni, schede di lavoro con materiale relativo al linguaggio artistico-musicale e visita alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti.
Nel progetto integrale presente in “Interazioni” www.annalanzetta.blogspot.com sono indicati nella “Struttura”: gli obiettivi, le finalità, i temi e i tempi di svolgimento (che per spazio disponibile, abbiamo presentato, tra queste pagine, rivisitati), le preconoscenze, i contenuti e le unità modulari. Gli studenti  spiegano perché e come è nato questo lavoro, esprimono  sulla base delle preconoscenze il concetto di Storia, Letteratura, Arte e Musica e analizzano temi a carattere mitologico, storico, di cronaca, d’introspezione e di creatività. Uno degli aspetti più importanti di questo lavoro è stato il coinvolgimento di studenti di più classi, impegnati nella ricerca del materiale cartaceo e multimediale, inseriti in gruppi di studio, formati dagli stessi ragazzi in relazione ai propri interessi, operando sia a livello teorico che pratico, associando lo studio dei testi all’immagine, visitando la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, guidati dal Prof. Carlo Sisi  per la pittura di storia, e  ascoltando le musiche relative ai temi prescelti guidati da un esperto. Gli elementi acquisiti con i diversi linguaggi e i vari interventi, sollecitarono la loro creatività e immaginazione fino a cimentarsi nella produzione di  racconti di vario genere, racchiusi poi nel libro “Sapere per creare”. Questo è stato l’impegno più qualificante, considerato che l’esperienza è stata realizzata in un Istituto Tecnico, dove il linguaggio artistico-musicale ha affiancato quello storico-letterario. Nelle varie fasi del lavoro: ricerca, selezione e produzione, ogni studente ha vagliato le proprie capacità e conoscenze ed ha verificato operativamente il proprio metodo di studio.


Il progetto ha entusiasmato i ragazzi, che così si sono espressi: in questo lavoro abbiamo accomunato la letteratura, la pittura e la musica in precisi contesti storici. L’elaborazione dei vari moduli ci ha aiutato a comprendere il nostro passato attraverso l’analisi delle opere dei più importanti artisti, che hanno rappresentato momenti fondamentali della nostra storia. Dall’analisi di queste opere abbiamo capito che esiste una interrelazione tra letteratura, musica e pittura nel modo di concepire la realtà e di rappresentarla e che ogni artista rappresenta la realtà secondo il proprio campo espressivo e il proprio modo di pensare. Queste opere, che sono fonti o documenti, fungono da elementi di correlazione tra il nostro passato e il nostro presente. Gli artisti  diventano anche cronisti come per Géricault  con La zattera della Medusa o per Goya con Le fucilazioni 3 maggio 1808 e, grazie alle loro opere, possiamo conoscere le più importanti vicende storiche. Essi, anche se scelgono di rappresentare la realtà secondo il proprio linguaggio espressivo, spesso sono uniti dall’obiettivo comune  dell’utilità, intesa come fattore didattico-educativo. Per conoscere un fatto storico nella sua completezza lo abbiamo analizzato in tutti e tre i principali campi espressivi poiché:-la Letteratura ci racconta i fatti;-la Pittura ci mostra i fatti;-la Musica ci narra i fatti, facendoci percepire i sentimenti dell’artista mediante i suoni espressi. Abbiamo così capito che tra arte, storia, musica e letteratura esiste un legame stretto, infatti questi linguaggi sono profondamente diversi ma crescono l’uno in rapporto all’altro e si arricchiscono fra loro: si può suonare un quadro, si può dipingere una sinfonia, un quadro può ispirare una poesia e leggendo una poesia, un pittore può provare ad immaginare la scena descritta dal poeta e raffigurarla in un quadro. Da queste interrelazioni che intercorrono tra storia, arte, musica e letteratura,  abbiamo compreso che dobbiamo analizzare il nostro passato a 360°, usufruendo di tutte le fonti disponibili, forniteci soprattutto dagli artisti-cronisti e di tutti i linguaggi espressivi posti in sinergia. Uno degli scopi di questo lavoro è stato infatti quello di imparare a leggere un’opera d’arte o un’opera musicale come un testo letterario: riuscire, vedendo un quadro, una scultura o ascoltando una melodia a riconoscere i costumi, gli usi, la situazione sociale di un’epoca e la corrente di appartenenza dell’artista, a comprendere il messaggio  dell’artista, a percepirne sentimenti, emozioni e stati d’animo.Questo lavoro è stato una novità sia per noi che per la nostra scuola, poiché in un Istituto Tecnico non si studiano linguaggi come la Musica e la Storia dell’Arte.Questa esperienza è stata senz’altro utile ed istruttiva, perché ci ha consentito di ampliare le nostre conoscenze e di acquisire  una metodologia di studio efficace, che ci ha coinvolto sia a livello individuale che di gruppo in un lavoro articolato ed importante per noi. Sentiamo sempre più spesso ripetere che la nostra è una società che si basa sull’immagine e sull’apparenza, che ha perso le radici profonde dei valori e delle ideologie, che nell’attuale panorama storico, preannuncia un futuro privo di valori morali. Noi crediamo nel valore della cultura e vogliamo che in questa società, che ha saputo negli anni progredire tecnologicamente e innovativamente, si consolidi sempre più il valore educativo e formativo.

giovedì 4 giugno 2020

Il magico fantastico. Fiaba e Favola




Il testo sottostante è frutto del lavoro dei ragazzi del biennio ITIS Meucci, anno 2000 all’interno del progetto “Interazioni”
La fiaba ha origine popolare ed è nata come racconto orale. L’elemento in essa predominante è il magico-fantastico. I protagonisti sono esseri umani affiancati da elementi magici: fate, orchi, streghe, maghi e folletti. La fiaba ha una struttura complessa che può variare a seconda del soggetto, degli avvenimenti e dell’ambiente rappresentati. C’era una volta…Nel libro “Le Mille e una Notte”, la bella e buona Shéhérazade racconta al re, infelice e crudele, una storia ogni notte, per salvare la vita a se stessa e alle altre fanciulle del regno, destinate a morire dopo aver trascorso una notte con lui, per soddisfare la sua vendetta contro le donne, da quando aveva scoperto il tradimento della moglie. Il re Shahriyàr, ascoltando i suoi racconti, se ne innamora e la sposa. Ispirato da questo racconto, Rimskij-Korsakov scrisse una bellissima composizione, una vera musica a programma, basata su quattro movimenti, in cui si individua la voce del terribile Sultano Shahriyàr e quella seducente di Shérérazade. “Aladdin”, ladruncolo sin da piccolo, si innamora della figlia del Sultano, e per conquistarla chiede aiuto al Genio della Lampada. I suoi piani vengono però ostacolati dal consigliere di corte, un mago cattivo di nome Jafar, che per prendersi il trono cerca di sposare la ragazza: Subito la terra tremò e la duna si trasformò nella maestosa testa della Dea Tigre dagli occhi fiammeggiantidi lì a poco si accorse di un qualcosa che la seguiva facendole ogni tanto qualche dispettuccio. Si guardò attorno un tantino spaventata e con la coda dell’occhio scorse un tappeto che si muoveva come un essere animato. Lo strano essere agitava le quattro toppe poste ai suoi angoli come fossero mani e piedi;e si arrotolava, si srotolava, strisciava, svolazzava, correva a nascondersi intimorita…adesso sei tu il mio padrone disse infine ad Aladino, esprimi tre desideri e io li esaudirò purché non si tratti di uccidere, né di resuscitare, né di far innamorare qualcuno. Due bambini di nome “Hansel e Gretel” vivevano con il padre e la matrigna in una misera casa. La matrigna, dato che erano poveri, convinse il marito ad abbandonare i piccoli nel bosco. La prima volta i bambini riuscirono a ritornare a casa, ma la seconda volta si persero e camminando, arrivarono a una casa di marzapane: Il tetto di pasta frolla, la porta di cioccolata e le finestre di zucchero filato, abitata da una vecchina con un bastone e con uno scialle che sembrava una buona persona ma che poi non si rivelò tale. La vecchia che era una strega  li catturò e li mise ad ingrassare, per mangiarseli ben paffuti. I bambini però riuscirono a scappare con un fortino pieno di soldi e attraversando un laghetto a dorso di due cigni, riuscirono a tornare a casa.



“Biancaneve” era una ragazza molto bella. Un giorno venne allontanata dal castello in cui viveva, perché la matrigna era gelosa della sua bellezza. Vagò per molto tempo e arrivò alla casa dei sette nani che l’accolsero come una regina. La matrigna, credendola morta, interpellò  il suo specchio: Specchio specchio chi è più bella di me? Oh mia regina, Biancaneve è più bella di te! La regina, infuriata, mandò una strega a consegnarle una mela. Biancaneve prese la mela ma essendo avvelenata,  morì. I sette nani la misero in una bara di cristallo e la vegliarono giorno e notte. Un giorno passò di lì un principe che con un bacio la risvegliò. “Lo Specchio Magico” narra la storia di una ragazza costretta a scappare da casa per colpa dello zio, che la importunava. Camminando, camminando, si ritrovò in un bosco dove scoprì un castello. Nel castello abitavano due cavalieri. La ragazza rimase a vivere con loro ma un giorno la matrigna, gelosa della sua bellezza, le mandò uno strega che con un capello stregato la fece cadere in un sonno profondo. I due cavalieri, credendola morta, si uccisero. Solo grazie a un bacio del figlio dello zar, la ragazza si risvegliò dal profondo sonno e si sposarono. Ma lei voleva ritornare a casa per rivedere il padre e vendicarsi dello zio, così si imbarcò, ma dato che il capitano la importunava, fu costretta a nascondersi per tornare sana e salva dal padre; una volta scesa dalla nave, raccontò tutta la sua storia a suo padre e fu fatta vendetta.


 La parola favola, deriva dal latino fabula e significa racconto parlato. Ha origini molto antiche, risalenti probabilmente alle antiche culture orientali e occidentali. A quei tempi le favole venivano tramandate oralmente di generazione in generazione e servivano da insegnamento morale. La favola rappresenta i vizi e le virtù umane attraverso il comportamento degli animali. “Il gatto con gli stivali”: Un vecchio contadino morendo lasciò la sua eredità ai suoi tre figli. Al più piccolo lasciò un gatto. Il ragazzo era disperato perché pensava che non gli sarebbe servito a molto. Il gatto sentendo quelle parole si impaurì e disse al ragazzo di procurargli un paio di stivali e un sacco.  Una volta avuti gli stivali magici e il sacco, andò in un allevamento di conigli, ne prese uno e lo donò al re. L’indomani fece la stessa cosa con delle pernici, dicendo al re che gliele mandava il conte di Carabas. Il re gli disse che voleva conoscere il conte per ringraziarlo e il gatto lo condusse dal giovane. La principessa, figlia del re, si innamorò di lui e si sposarono. Una ragazza di nome “Cenerentola” viveva poveramente con la sua matrigna e le sue sorellastre che la trattavano come una serva. Un giorno il principe organizzò un ballo per trovare moglie. Cenerentola voleva partecipare, ma la matrigna e le sorellastre gelose non glielo concessero, così, solo grazie all’aiuto della fatina “Favilla” riuscì a partecipare al ballo e dopo a sposare il principe: La bacchetta magica  trasforma la zucca in un cocchio, i “Topi” in cavalli bianchi e il “cane” in un lacchè. La “fata” che è la madrina di Cenerentola, grazie alla bacchetta riesce ad aiutarla: La fata toccò con la bacchetta la zucca che si trasformò in un cocchio dorato. Prese sette topi bianchi e li trasformò in dei bellissimi cavalli. Trasformò gli stracci in uno stupendo vestito ricamato d’oro e d’argento, e gli zoccoli in scarpette di cristallo…Correndo perse una scarpetta, tutte le ragazze del reame la provarono ma solo a Cenerentola stette”. Una bambina di nome “Cappuccetto rosso” andò dalla nonna malata a portarle un fagotto con delle cose da mangiare. Durante il cammino incontrò il lupo cattivo che le disse che sarebbe arrivato prima di lei a casa della nonna. Cappuccetto ingenua prese la strada più lunga e il lupo furbo prese la scorciatoia e così arrivò per primo. Entrò, si mangiò la nonna e travestitosi da nonna si mangiò anche Cappuccetto Rosso. Arrivò il cacciatore, uccise il lupo e fece uscire dalla sua pancia la nonna e Cappuccetto.Pollicina”: Una donna non aveva figli e voleva avere una bambina, così andò da un fata che le diede un seme. La donna lo piantò e ne nacque una bambina. La bimba però fu rapita da un rospo ma i pesci riuscirono a farla scappare e così si ritrovò davanti alla tana di un topo che la voleva  far sposare con un suo amico talpone.  La bambina riuscì a scappare sopra una rondine parlante e andò nei paesi caldi dove trovò un fiore nel quale vi era il re dei fiori, alto un pollice. I due s’innamorarono e si sposarono: Una donna si recò nel palazzo di una vecchia fata…che le diede un granellino d’orzo…la donna lo piantò. Passarono alcuni giorni e il granellino germogliò e spuntò un fiore…la donna lo baciò e i petali si schiusero…e apparve una bambina piccina. Per culla ebbe un guscio di noce, per materasso polline di fiore e per lenzuola petali di rosa. “La notte dei desideri”: Ma lospirito ogni anno doveva compiere 100 azioni cattive contro la natura. Gli animali essendosi accorti di ciò che faceva, gli inviarono per sorvegliarlo, il gatto parlante Maurice. Malospirito era indietro con le azioni cattive così sua zia Tirannia, anche lei indietro con le azioni cattive, gli propose di fare il Satanarchibugiardinfernalcolico grog di magog, che permette di esaudire un desiderio. Ma i due non riusciranno a fabbricarlo in tempo: Del malvagio è l’ora ottava. La ragione è sempre schiava:vero o falso non ha senso, crepi il senno ed il buonsenso! Sii menzogna; la sua musa! Quando nel crogiolo è fusa, ogni verità è fasulla, la realtà non è più nulla. Non c’è ordine che vale, sia morale o naturale: nell’arbitrio solamente la libertà è evidente. Non avere una coscienza, garantisce l’onnipotenza: giacchè tutto far possiamo, tutto è logico facciamo. Dunque spazzeremo via ogni cosa abbia senso: c’inchiniamo alla follia, al nonsenso e al controsenso. Incantesimo malvagio, intruglia a tuo bell’agio.




Durante l’anno scolastico, abbiamo studiato e analizzato testi di vario genere che ci hanno dato la possibilità di accrescere il nostro bagaglio culturale, di approfondire le nostre conoscere e di accrescere le nostre potenzialità.  Noi crediamo nel valore della cultura e vogliamo che in questa società, che ha saputo negli anni progredire tecnologicamente e innovativamente, si consolidi sempre più il valore educativo e formativo: Ai giorni nostri, quando la lette-ratura è prossima a smarrire il proprio indirizzo e il raccontare le novelle sta diventando un’arte dimenticata, i ragazzi sono i lettori ideali (Isaac Bashevis Singer)

sabato 16 maggio 2020

Il Fantastico tra pittura, poesia e musica

Jean Auguste Dominique Ingres Il sogno di Ossian
 
Il testo sottostante è frutto del lavoro dei ragazzi del biennio ITIS Meucci, anno 2000, all’interno del progetto “Interazioni”
Il Fantastico ha lontane origini in celebri opere letterarie: dall’epopea babilonese di Gilgamesh, alle “Mille e una notte”; dall’Odissea alle Metamorfosi di Ovidio e di Apuleio; dal ciclo della Tavola Rotonda alla leggenda del Santo Graal. È  fantastico tutto ciò che è popolato da personaggi irreali, come unicorni o centauri, che è frutto della nostra immaginazione o che  scaturisce dal nostro inconscio. Il Fantastico è nei miti, nelle leggende, nell’epica. Spesso i protagonisti sono dei o creature mostruose. I racconti più conosciuti sono l’Odissea e l’Iliade di Omero e l’Eneide di Virgilio. L’Epica è ricca di elementi fantastici e mostruosi: Scilla e Cariddi, Polifemo, Briareo, Caco, Cerbero, Chimera, Gerione e Humbaba. È  magico,  tutto ciò  che rende la narrazione più emozionante e coinvolgente: specchi delle brame, bacchette magiche, scope volanti, cappelli parlanti; mappe misteriose, elfi e folletti, quadri che si animano, pietre miracolose. Esempi di romanzi magico-fantastici sono: 'Harry Potter'di Bowling; “Il signore degli anelli” di Tolkien  e “Il cavaliere inesistente” di Calvino. Fantastico è  un qualcosa che  ci incute timore e paura, ma che  ci attrae e ci spinge a conoscerlo;un mondo popolato da mostri, spettri, demoni, fantasmi,  vampiri, dragoni, alieni, cavalieri, foreste tetre,luoghi sperduti e castelli abbandonati;  la risposta data dall’uomo ai  fenomeni che non riesce a spiegarsi razionalmente. L’uomo ha inventato storie di maghi e di folletti per potersi divertire evadendo dalla realtà e si è immaginato mostri e fantasmi per potersi spiegare il terrore, ma anche il piacere verso il buio, l’oscurità e tutto ciò che è incubo.  Il Fantastico è caratterizzato da scenari pittoreschi, evocativi e inquietanti e da una concezione della vita dominata da forze superiori e oscure; è un mondo dove succedono cose che non si realizzeranno mai nella realtà. I nostri sogni fanno parte del Fantastico. Ci creano inquietudine e disagio, perché rappresentano una realtà diversa dalla nostra. Il sogno e la fantasia intesi come forme di percezione di una realtà invisibile, rappresentano la trasgressione a tutto ciò che è razionale e una propensione all’angoscia, al terrore, all’indefinito e all’ignoto. La nostra mente a volte non può capire  i pensieri inconsci e nascosti che ciascuno di noi ha ed ha paura, perché non sa spiegarseli ma chiudendo gli occhi possiamo entrare nel regno del fantastico, dove tutto è concesso; se restiamo in silenzio possiamo percepire un’insolita sensazione che dà vita ad un meraviglioso giardino pieno di orchidee e di gelsomini, al centro del quale galoppa un cavallo bianco alato che repentino spicca un volo con un abile balzo. Quando riapriamo gli occhi non resta altro che un ricordo vano ed incompreso che potremmo rivivere solo richiudendo nuovamente le palpebre. Il fantastico dunque è  qualcosa di meraviglioso che ci incanta, ci travolge e ci spaventa. Fantastico è il regno di Ossian, l’Omero del Nord, il leggendario guerriero e bardo gaelico, figlio di Fingal.“Daura e Arindal” tratto dai poemi di Ossian parla dell’amore di Armiro e Daura e dell’odio fra lo stesso Armiro, promesso sposo alla bella Daura dal padre di lei Armino, e il suo nemico Erath. L’inganno che Erath provocherà alla povera Daura porterà alla morte sia Arindal che la giovane sposa. Ambientazioni epiche ed oniriche e descrizioni fantastiche e sublimi caratterizzano l’opera: “Oh sorgete, soffiate impetuosi,/ venti d’autunno, su la negra vetta;/ nembi, o nembi, affollatevi, crollate/ l’annose querce; tu torrente, muggi/ per la montagna, e tu passeggia, o Luna,/ per torbid’aere, e fuor tra nube e nube/ mostra pallido raggio…”. L’uomo nel suo piccolo  invoca la natura e le chiede aiuto: “O Daura , o figlia, eri tu bella, bella / come la luna sul colle di Fura, / bianca di neve e più che auretta dolce. / Forte, Arindallo, era il tuo arco, e l’asta / veloce in campo; era a vapor sull’onda / simil l’irato sguardo, e negra nube/ parea lo scudo in procelloso nembo”. Il rapporto uomo-natura è strettissimo. La bellezza della donna è rapportata alla bianca luna e la forza dell’uomo è quasi superiore ad una nube tempestosa. Poi l’atmosfera cambia totalmente, non più la bellezza e la magnificenza della natura, ma l’uomo perfido e cattivo che non perde tempo a trarre in inganno un suo simile:“Cangiò sembianze e ci comparve innanzi/ come un figlio dell’onda…/ O più vezzosa tra le donne-, ei disse/ bella figlia d’ Armin, di qua non lunge/ sporge rupe nel mar, che sopra il dorso / porta arbuscel di rosseggianti frutta./ Ivi t’attende Armiro; ed io men venni/ per condurgli il suo amor sul mare ondoso…”. Paesaggi nordici, cupi e tempestosi e apparizioni di spettri caratterizzano il brano “La guerra contro Swaran e la morte di Morna” tratto da “I canti di Ossian” dove le espressioni di amore e morte rivelano una situazione tragica: come i venti tempestosi della landa, come un raggio di sole prima della tempesta, fulmine di guerra, oscurità della battaglia, onde cupe esprimono in sinergia le emozioni  dei protagonisti. La natura si trasforma, assume aspetti cupi, e le parole rendono efficacemente l’idea del paesaggio desolato, arido e nebbioso. “I canti di Ossian” sono dunque un tipico esempio di letteratura  fantastica e ad essi s’ispirò Ingres per “Il sogno di Ossian”. Nel dipinto si trovano tutti gli elementi caratteristici dell’epica classica: la cetra, gli scudi, le armature e le spade dei guerrieri: in primo piano Ossian addormentato sulla sua cetra, sullo sfondo le figure dei guerrieri e di altri personaggi invocati dal bardo con il suono della sua cetra. Gli spiriti sono immersi in un paesaggio nordico, fantastico e nebbioso. In sogno Ossian vede il figlio Oscar (a destra con l’elmo e lo scudo), la vedova di questi, Malediva, (la figura statuaria a sinistra), l’immagine del padre Fingal, re di Morev, Starno re delle nevi (la grottesca figura al centro), le figlie che suonano l’arpa e una lunga fila di guerrieri della mitologia ossianica. Ingres rappresenta con i colori la differenza tra il sogno e la realtà: il mondo reale è esaltato da colori accesi, quali il rosso, il verde e il blu notte, mentre gli spiriti sono collocati in un ambiente indistinto, in una luce abbagliante e irreale. Alla leggendaria  immagine di Fingal, protagonista dei Canti di Ossian di J.Macpherson, s’ispirò il compositore tedesco J. L. F. Mendelssohn,  per comporre l’ouverture “La grotta di Fingal”.
 
 
William Blake Gli angeli del bene e del male

In un mondo fantastico il poeta tedesco W. Goethe ambientò la lirica “Il re degli elfi”. Gli Elfi sono creature notturne che danzano con grazia al chiaro di luna. In questa lirica rappresentano una forza misteriosa che esercita un influsso negativo sul bambino: Chi cavalca a quest’ora per la notte e il vento?/ È il padre con il suo figlioletto;/ se l’è stretto forte in braccio,/ lo regge sicuro, lo tiene al canto. “Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?”/ “Non vedi, padre, il re degli Elfi?”/ Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?/ “Figlio, è una lingua di nebbia, nient’altro…” “Caro bambino, su, vieni, con me!/ Vedrai i bei giochi che farò con te;/ tanti fiori diversi sulla riva ci sono;/ “Padre mio, padre mio, la promessa non senti,/ che mi sussurra il re degli Elfi?” “Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,/ tra le foglie secche, con il suo fruscio.”Il re degli Elfi minaccia di portarsi via il bimbo con la forza. Preso da orrore il padre veloce cavalca,/ il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,/ raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,/ nelle sue braccia il bambino era morto. Questo tema richiama il dipinto di W. Blake “Gli angeli del Bene e del male” in cui il fantastico coincide con l’irrazionale, ma ci dà anche una percezione del reale; nel dipinto, come nei versi, prevalgono gli elementi maligni che vogliono portarsi via il bambino dalle braccia del padre che galoppa su un cavallo; a capo degli elfi c’è il re che può essere paragonato all’angelo del male che appare nel quadro di Blake mentre il padre, che nell’opera di Goethe non ha nessun riscontro fantastico, si può identificare con l’angelo del bene che anche nel quadro ha in braccio un bambino. Fantastica è anche l’atmosfera con cui il pittore H.Vernet  ha rappresentato “La leggenda di Mazeppa”: giovane polacco, punito per una storia d’amore con la regina, ad essere legato nudo a un cavallo selvaggio in corsa verso la foresta. L’artista esprime molto bene  l’idea di un destino tragico, che coinvolge sia l’uomo che l’animale. Il paesaggio di questo quadro è spaventoso e irreale: una foresta scura, un selvaggio cavallo bianco illuminato dalla luce del sole che tramonta, Mazeppa nudo legato al cavallo con un drappo rosso, i lupi feroci che lo rincorrono affamati. Il paesaggio incute timore: in lontananza il sole che tramonta illumina  l’ambiente e in particolare Mazeppa e il cavallo; nella cupa e tetra foresta giace a terra  il tronco di un albero sradicato sul quale salta il cavallo con un balzo. I lupi inferociti in agguato della preda e il cavallo imbizzarrito  dimostrano che l’uomo di fronte alla natura non può fare niente tranne che  sperare che questa non si scateni.

giovedì 30 aprile 2020

Il Sublime tra musica, pittura e parole

Turner,  Bufera di neve

Il testo sottostante è frutto del lavoro dei ragazzi del biennio ITIS Meucci, anno 2000, all’interno del progetto "Interazioni"

Il concetto di Sublime ha caratterizzato in modo particolare la corrente romantica, correlato da molti artisti all’esistenza umana attraverso temi che esprimono stati d’animo coinvolgenti  come il rapporto amore-morte, nel quale si manifesta il bisogno d’amore che l’uomo sente e l’impossibilità di poterlo realizzare. La realtà e la consapevolezza di non poter mai realizzare le proprie speranze, spinge l’uomo a desiderare la morte. La risposta  all’inevitabile sorte sfavorevole è rappresentata da “I dolori del giovane Werther” di J. W. Goethe: Quando la dolce vallata alita intorno a me sui vapori e il sole alto si posa sopra l’oscurità impenetrabile della mia foresta e solo qualche raggio riesce a penetrare furtivo all’interno di questo sacrario, allora mi stendo nell’erba alta presso il ruscello (…) sento la presenza dell’Onnipotente, che ci creò a sua immagine e l’alito del Divino Amore che ci porta, ci sostiene in un aere di eterna delizia. E nella lettera del 20 dicembre, Werther rinuncerà alla vita per la perdita dell’amore di Lotte: E’ possibile che tu mi abbia chiuso il tuo cuore, a causa di quell’unico istante che ti ha legata a me per l’eternità?. Le parole esprimono sconforto e pena; Werther matura l’idea della morte: Mi affaccio alla finestra e vedo, attraverso il fluire delle nubi tempestose, qualche stella (…) oh Lotte, che cosa non mi porta il ricordo di te! Come mi sei intorno in ogni cosa!”.Battono le dodici! Così sia, dunque!-Lotte! Lotte, addio! Addio!.Vi è un’identità tra i sentimenti che prova Werther e il protagonista dell’opera di F. Schubert “Viaggio d’inverno”, dove un giovane, respinto dall’amata, compie un viaggio invernale, un tragico percorso che lo porterà verso la completa distruzione. La musica interpreta lo stato d’animo del protagonista, l’isolamento, un sentimento di emozione crescente tra andamenti silenziosi e malinconici. Si avverte un senso di estraneità, di vuoto e di disagio esistenziale, presente anche in Novalis con “Gli Inni alla Notte”. La notte misteriosa e sublime, ci consente di abolire lo spazio e il tempo e di percepire l’unità del tutto anche dell’amore e della morte. “Gli Inni” esprimono in modo sublime la morte prematura della giovanissima Sophie Kuhn, amata dal poeta: In plaghe remote mi volgo alla sacra, ineffabile, arcana notte. Lontano giace il mondo-sepolto nel baratro di una tomba-squallida e solitaria la sua dimora. Nelle corde del petto spira profonda malinconia. Il tema amore-morte, associato al concetto di Sublime, ritorna nell’opera di Donizetti “Lucia di Lammermoor”. Lo sfortunato amore che la protagonista prova per Edgardo, ostacolato dal fratello di lei Enrico, la porterà a provare terribili sensazioni di vuoto e di sgomento: la musica interpreta  i suoi stati d’animo e la sua tristezza con movimenti a volte lenti a volte più veloci. Lucia impazzisce di dolore e nel delirio crede che sia giunto il giorno delle sue nozze: Il dolce suono/ Mi colpì di sua voce!…Ah, quella voce/M’è qui nel cor discesa!/Edgardo! Io ti son resa//  -Ah, l’inno/ Suona di nozze!…Il rito/ Per noi, per noi s’appresta!… Le parole e la musica adeguatamente modulate, interpretano lo stato d’animo di Lucia e con perfetta sincronia ci conducono in una scena di pura follia, in una realtà che non si avvererà mai, per un futuro negato per sempre:Ardon gl’incensi…splendono/ Le sacre faci intorno!/Ecco il ministro!…Porgimi/La destra…Oh lieto giorno!/Alfin son tua, sei mio!/A me ti dona un Dio…/Ogni piacer più grato/Mi fia con te diviso…/Del ciel clemente un riso/ La vita a noi sarà! Note di tristezza e di malinconia presenti anche in “Norma” di Bellini per la tragica fine di Norma e Pollione. La musica, con ritmi  modulati  interpreta in convergenza l’amore che lega i due personaggi accentuando la tragedia che spinge Norma verso la morte. Una musica splendida che con un intreccio di melodie e con un susseguirsi di accordi rende perfettamente la passione, l’amore e la disperazione dei protagonisti. È un’opera piena di emozioni che fa emergere il lato più nascosto di ognuno di noi. Un tragico epilogo ci conduce verso “Cime Tempestose” di E. Brönte. Heathcliff e Cathy, innamorati  fin da piccoli, non potranno realizzare il loro amore per circostanze avverse. La morte del padre adottivo e l’odio del fratellastro trasformeranno Heathcliff in un selvaggio e lo porteranno lontano, in America. Nella nuova terra egli farà fortuna e ritornato nei luoghi dell’infanzia, comprerà la proprietà dove era vissuto da piccolo. Cathy, anche se sposata, non aveva mai smesso di amarlo e al suo ritorno si ammalerà di malinconia e morirà. Heathcliff  passerà parte dela sua vita nella brughiera, accanto alla sua Cathy e si ameranno per sempre. Il tema più  coinvolgente  è  l’amore che continua anche  dopo la morte. L’autrice  esprime il Sublime con toni molto cupi, soprattutto nelle descrizioni paesaggistiche: ci si può immaginare la violenza del vento del nord quando soffia al di sopra della siepe…un forte vento turbinava intorno alla casa e ruggiva nella gola del camino, con un urlo selvaggio e tempestosocalava prematuramente l’oscurità della notte e il cielo e le colline erano confuse in un vortice di vento e di neve fittissima, descrizione che abbiamo  rapportato al quadro di Turner “Bufera di neve”: turbini di vento e di neve, luci insolite e colori che emergono dal bianco della nevicata. Sia nel quadro che nel romanzo, è la natura che predomina sull’uomo che rimane impotente di fronte ad essa, una natura che comunica sentimenti ed emozioni. Dice Ambra: - Ero andata in biblioteca per cercare del materiale sul noto artista del romanticismo, J.M.W. Turner. Arrivata a casa, incominciai a sfogliare uno dei tanti libri che avevo preso. Leggevo, leggevo, guardavo i suoi quadri ma non suscitavano niente in me fino a quando arrivai a pagina 133, tre numeri che avrei ricordato sempre nella storia della mia vita. L’opera era intitolata Tempesta di neve. L’artista si era fatto legare per quattro ore all’albero maestro della nave Ariel dopo la sua partenza dalla città di Harwich durante una tempesta di neve, in modo tale da essere parte di un vortice di vento, neve e acqua, scatenato dalla natura. Non fu tanto il tema romantico che mi colpì quanto la poetica del Sublime che era la rappresentazione della potenza della natura. La barca, misero e piccolo oggetto costruito dall’uomo è il simbolo del suo destino; così minuscola e fragile è un nulla di fronte all’imponenza del vortice. Essa è travolta da una tempesta, colta nel suo aspetto più violento e terrificante. La rappresentazione è soggettiva e la descrizione dei fenomeni atmosferici è molto coinvolgente; tutto resta incompiuto ed indefinito al cospetto della neve e del vento che soffia sulle vele della barca. I colori puri si trasformano nella luce che domina il paesaggio, a volte più densi, a volte quasi impalpabili. I colori che definiscono il cielo vicino alla barca sono tenui, chiari e trasmettono una sensazione di calma e tranquillità, contrastata da una visione cupa, tenebrosa, terrificante e tetra della natura. La barca è il simbolo del destino di ogni essere senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione. La nostra vita, in alcuni momenti è in mano a degli eventi sovrannaturali, irreali, magici di fronte ai quali, tutto è possibile. Il colore bianco si mischia al nero, l’azzurro al grigio, il giallo al marrone, creando così una situazione molto intrigante. L’artista in quest’opera esprime al meglio le sue emozioni e il suo stato d’animo. Il turbine di neve è violento e distruttivo e il suo colore è indefinito. Gli effetti del chiaro-scuro giocano con la luce alternando le tonalità di grigio, bianco e nero. Lo sfondo abbastanza scuro sembra rappresentare l’infinito, l’inconoscibile, il nulla: la forza di un elemento superiore a noi terrestri che ci fa capire che non siamo nulla e che non possiamo niente di fronte alla natura. L’opera è originale e bizzarra. Nella natura io vedo la parte più oscura del mio subconscio simile ad una brutta giornata di vento, acqua, pioggia e grandine. Al tepore di un focolare acceso che infonde sicurezza e protezione si contrappone il disordine esterno di una forte tempesta simile alla rabbia che mi percosse per la morte di un mio amico. L’avevo perso per sempre, era uscito dalla mia vita rendendola vuota. La mia rabbia esplodeva come la natura di Turner verso la quale noi siamo spesso spietati…Chiusi il libro e pensai, pensai… avevo descritto il quadro in tutti i suoi particolari ed avevo capito che né la natura né l’uomo potranno sopportare più a lungo questa corsa verso la distruzione, ma forse per capirlo veramente ci vorrebbe un fenomeno grande e sconvolgente come quello di Turner.