martedì 9 ottobre 2018

Varanasi tra luci e ombre

Ceri sul Gange
Chi è stato a Varanasi, certamente non la dimentica, perché è impossibile rimuovere le immagini e il frastuono che prendono la mente, guidandola alle origini di questa città, definita una tra le più antiche del mondo. Mark Twain scriveva: Benares è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione, più della leggenda e sembra due volte più antica di tutto questo messo insieme.
Varanasi, un tempo detta Benares, la cui storia risale all'XI secolo a.C. si trova nello stato dell'Uttar Pradesh, nel Nord dell'India. Dedicata a Shiva, uno dei principali culti dell' Induismo è considerata la capitale spirituale dell'India. Un milione di pellegrini la visita ogni anno, per i bagni sacri nel Gange. Ogni induista, almeno una volta nella  vita, si reca a Varanasi, per immergersi nelle acque e fare minimo 5 ghats, semplici scalinate costruite un tempo per scendere sulle rive del fiume, per lavarsi e purificarsi, divenute poi luoghi di profonda religiosità. Si ritiene che bere l'acqua del Gange, consenta all’anima di salire al cielo, dopo l'ultimo respiro. I Ghats lungo il fiume sono le principali attrazioni, all'alba per i riti al sole nascente e al tramonto per la “puja”, la cerimonia di adorazione del Dio.


I ghat, abluzioni nel Gange
Basta alzarsi all’alba, per assistere alla nascita del sole, un sole pallido che sale piano sull’orizzonte, quasi ad elevare l’animo, e riveste il Gange di quella spiritualità di cui vive la città. L’esperienza è meravigliosa e ci si sente in equilibrio con il proprio pensiero. I tuc-tuc e i risciò sfrecciano lungo le strade a centinaia, in un traffico congestionato e per strade dissestate, con rumori assordanti per arrivare in tempo presso uno dei ghat e godere dalle barche il risveglio della vita. La città già vive nei suoi riti lungo le rive del Gange che spande intorno la sua religiosità e nel suo scorrere,  racchiude la cultura di un popolo che nella sacralità del fiume, riconosce la propria esistenza.
L’atmosfera è magica e sui ghat le persone ripetono gesti immutati nel tempo: le onde fanno fluttuare lentamente i ceri accesi, appoggiati su foglie, deposti in offerta, a cui si affida una speranza, un desiderio, che navigano simili a pensieri assorti tra fiori multicolori, quasi a scandire il tempo che sembra immobile come l’atmosfera che vi si respira e si infoltiscono fino a formare un manto luminoso. L’alba è trascorsa e si risale il ghat verso il cuore della vecchia Varanasi. Il silenzio è d’obbligo mentre ci si inoltra in un dedalo di strade non più larghe di due metri, dove si allineano le case e gli abitanti offrono un’idea di un vivere ancestrale, di una vita con tutti i suoi limiti. Non si bada ai miasmi che a volte sono soffocanti, né alla quantità di escrementi delle mucche-sacre, intoccabili tra tanta miseria, perché donatrici di latte, che a tratti quasi coprono la strada. È l’India dei contrasti, di realtà messe a confronto, dove la povertà è tangibile, specialmente nella folla di bambini che si accalcano per chiedere e ricevere qualcosa e nelle infinite tendopoli in completa disarmonia con la ricchezza. In queste strade le immagini appaiano irreali e la storia si materializza e racconta il vissuto e il presente di un popolo eterno nel suo stato. Da un piccolo riquadro di un muro sbuca all’improvviso un bambino, di poco vestito che si allontana in fretta, l’immagine sgomenta, commuove e racchiude la realtà del luogo: si vive di niente e di nulla.
L’India è il paese dalle profonde contraddizioni, difficile da comprendere. Cumuli di spazzatura convivono con animali e persone ma all’occhio tutto si annulla nell’atmosfera surreale di un paese che non va giudicato per ciò che mostra ma per ciò che conserva in termini di culture, di credenze e di riti religiosi che sebbene diversissimi convivono. La religiosità è tangibile in ogni gesto e nei moltissimi luoghi dedicati alla preghiera; tra le stradine tortuose della città si nascondono circa 2000 templi, tra cui il famoso "tempio d'oro", il Kashi Vishwanath, dedicato al dio indù Shiva.


La puja-preghiera

L’ora più coinvolgente è verso le 18, la città si prepara, tra moltitudini di pellegrini, ai riti serali, quando il fuoco e la luce vengono offerti al fiume, tra canti, cimbali, conchiglie suonate, mantra, e migliaia di corone di fiori. Le strade sono caotiche e pullulano di tuc-tuc rumorosi e di risciò, che corrono verso il Gange per assistere alla cerimonia più sacra per gli induisti: la Ganga Aarti è un rituale indù dedicato alla Dea Madre Ganga, la Dea del più sacro fiume indiano. Lo spettacolo è affascinante e richiama alla mente le cerimonie dell’antico Egitto, oggi scomparse e che qui permangono millenarie e immutabili. L’allestimento è molto scenografico e suggestivo. Sui palchi, allestiti tra suoni, canti e preghiere, giovani officianti detti pandit, perché appartenenti alla casta braminica, vestiti con abiti color zafferano, eseguono una puja, offerta che ha come elemento essenziale il fuoco. Si soffia in una conchiglia, si prosegue con lo sventolio di bastoncini di incenso con volteggi elaborati e si passa poi a grandi lampade di fuoco che creano giochi di luce e forme spettacolari. Passeggiare lungo i ghat, tra pellegrini, mendicanti, sacerdoti, astrologi, indovini che impartiscono mantra e responsi ai credenti, e Sadhu dediti alla meditazione e all’ascetismo, tra abluzioni, cremazioni, mucche e bufali che si abbeverano, venditori di varia mercanzia e di chai, un tè speziato, tenuto al caldo con un braciere legato sotto la brocca, tra mucche, capre e cani che scavano con il muso nei mucchi di immondizie accatastati qua e là, tra colombi e pappagallini che volano da un buco all’altro tra le pietre dei palazzi, ancora presenti alle spalle dei ghat, è un’esperienza indimenticabile che regala una diversa dimensione della vita. Ma sono i ghat-crematori a catturare l’occhio dove i roghi bruciano i cadaveri senza sosta. Morire a Varanasi significa liberarsi definitivamente dal Ciclo delle Rinascite e raggiungere la Mokhsa, quello che i Buddhisti chiamano Nirvana. Vita e morte convivono e la grandezza del rogo indica lo stato sociale. I catafalchi sono ricchi di addobbi per chi può e la legna abbondante brucia fino alla cenere il corpo. Diversamente, i pochi addobbi indicano una classe sociale più povera e se la legna non è sufficiente a consumare il corpo, i resti vengono gettati nel Gange, pronto ad accoglierli come un grembo materno. Si resta abbagliati dallo spettacolo delle luci, luci di vita e luci di morte e dalle ombre che l’ora proietta nel cuore in un mescolarsi di opulenza di pochi e di povertà sterminata di molti.

I ghat crematori


Varanasi lascia nel cuore segni che nessun tempo cancellerà nel ricordo dei suoi riti e della sua cultura come Tulsidas, poeta, filosofo, compositore, nonché mistico  indiano: ricordato da il Tulsi Ghat, e dal Tulsi Manas Temple, un tempio moderno in marmo bianco, dedicato al Signore Rama e dove si pensa abbia scritto il poema epico Shri Ramcharitmanas.
E come scrisse Tiziano Terzani: “Ora, seduto sulla terrazza del Ganges View hotel a Benares, a guardare l'eterno scorrere del fiume più sacro al mondo e quello, qui ugualmente ineffabile, dell'umanità più antica”.
Seduti sui ghat, l’occhio si perde sul Gange, fiume senza tempo, pregno di storia, alla ricerca di una risposta ai mille perché. Si pensa al numero infinito di popoli, di culture, di religioni che popolano il mondo e l’animo si riempie di un sentimento di pace in un abbraccio infinito di bellezza.

mercoledì 19 settembre 2018

Il male della scuola: la dispersione



Con l’inizio dell’anno scolastico si ripropongono gli annosi problemi della scuola  che la rendono sempre più instabile. L’abbandono  scolastico è uno dei  più gravi e ci obbliga ogni anno a riparlarne tra amarezze e possibili rimedi. Ogni volta che un ragazzo abbandona la scuola apre una ferita all’interno della società non rimarginabile. Accanto a problemi, quali: il precariato, la mancanza di personale, specialmente per il sostegno, l’assegnazione delle cattedre, e tanti altri,  la dispersione si pone in tutta la sua gravità e ci obbliga a riflettere su come intervenire. Interventi e progetti vengono effettuati ma risultano del tutto insufficienti visto che il problema  permane e investe essenzialmente le zone più disagiate. Quali sono i motivi che spingono i ragazzi all’abbandono?. Innanzitutto la  loro fragilità, specialmente nella fase adolescenziale, la scarsa considerazione che hanno  della scuola, non supportata  dalla  famiglia, la poca fiducia nelle proprie capacità, il guadagno apparentemente  veloce che miete costantemente vittime, a beneficio della strada. I ragazzi purtroppo, sono facili prede, e affascinati dall’apparire, sono facilmente aggirabili con false  chimere; la formazione delle baby gang e il fenomeno del bullismo lo dimostrano. Il problema diventa sempre più preoccupante dato che, nonostante l’impegno di volontari, degli insegnanti e di progetti mirati, non si riesce ad arginarlo. Perdere un ragazzo, è uno smacco per l’intera società,  un fallimento, poiché dimostra la nostra incapacità di trattenere i ragazzi nelle aule per  un adeguato processo  di educazione e di  formazione. È chiaro, che la gravità del problema richiede un impegno collettivo, attivo e costantemente partecipato. Sul piano educativo, limitare il numero degli studenti per classe, potrebbe aiutare, specialmente nel biennio. Sul piano didattico, bisogna rivedere programmi e metodologie, individuando strumenti e strategie capaci di  suscitare in ogni discente interesse e curiosità, uscire dai testi e lasciare che il pensiero navighi libero da coercizioni programmatiche; ce lo suggeriscono gli stessi ragazzi quando dicono che non sono interessati, che si annoiano. Sul piano personale bisogna che acquistino  fiducia e autostima,  fondamentali per  credere nelle proprie capacità e operare scelte critiche e consapevoli. È necessario che la scuola dia loro sicurezza  e speranza;  che li renda  artefici di se stessi nel ruolo di  protagonisti,  in cui il sapere diventi saper fare, con la  libertà di inventare, di creare e di  modellare le proprie conoscenze secondo i propri interessi;  che li  guidi al corretto utilizzo  degli strumenti della comunicazione; che usi la sinergia dei linguaggi espressivi  aprendo loro il mondo della  “bellezza”, attraverso la musica e le arti.  
Educhiamoci ad educare! Questo deve essere il nostro slogan.
Famiglie, istituzioni, l’intera società è chiamata  a rispondere delle proprie responsabilità. Il dialogo deve vincere sul silenzio e diventare un punto di convergenza per l’ascolto, per un’analisi circostanziata dei fenomeni negativi che investono i ragazzi, per confrontarsi, uscire dal proprio isolamento e operare cambiamenti e riforme, frutto dell’esperienza di  chi vive dal di dentro la vita scolastica nelle sue problematiche quotidiane,  e non calate dall’alto, col rischio che il tutto risulti fallimentare. Bisogna assolutamente  allontanare i ragazzi dalla noia e dalla solitudine, dare loro certezze e  l’affettività di cui hanno bisogno, una speranza  che li tiri fuori dal guscio che li separa dal contesto sociale, il  senso di appartenenza, di comunità in cui i valori della vita prendano forma e aprano i loro occhi ai valori planetari, senza rifiuti e distinzioni. È necessario che nella società e in particolare nelle scuole, gli adulti si interroghino sul proprio agire e retrocedano consapevolmente da comportamenti sbagliati e violenti che in prospettiva si riflettono sui ragazzi. Ognuno a scuola  deve  riprendere il proprio ruolo e dare in concreto un pieno significato alle parole “regole”,  “dignità” e  “rispetto”, sia a livello individuale che collettivo e contro ogni forma di violenza e di prevaricazione riconoscere alla cultura il suo ruolo storico e alla scuola l’alveo capace di assicurare un domani a tutti. Contro le incertezze devono prevalere: la passione all’insegnamento, l’impegno e la dedizione, realizzabili solo con tenacia e volontà  e con progetti  finalizzati al recupero, la  cui completa vittoria  non sarà la lode del primo ma  il ritorno e l’inserimento dell’ultimo. Al punto in cui siamo, il compito non si presenta né facile né immediato,  dobbiamo tuttavia agire e ai ragazzi che si allontanano dobbiamo offrire serietà, impegno e la vicinanza dell’intera società. Ma per operare in modo costruttivo e finalizzato, non bastano gli sforzi individuali e collettivi che sebbene  elogiabili, risultano insufficienti a durare nel tempo se  le  Istituzioni  non prendono in cura la scuola, restituendole l’”autorità” dovuta  e intervenendo  con un costante impegno economico e con finanziamenti a largo raggio, nella piena e convinta consapevolezza che investire in cultura è la più  grande ricchezza del nostro paese sia nel presente che in una prospettiva futura e che il valore della scuola deve essere anteposto a qualsiasi investimento in altri settori, perché la  cultura è un’arma insostituibile contro ogni forma di prevaricazione ed è l’unica e vera  base di ogni società in progress.

lunedì 3 settembre 2018

San Giovanni Theristis



Ogni luogo d’Italia affascina ed emoziona e nella Locride, terra di Calabria, definita preziosa per memoria, cultura e storia, si scoprono  perle tra le più rare. Basta avventurarsi per strade scoscese, su per i monti, ammantati di fichi d’india lussureggianti,  per imbattersi all’improvviso in tesori che  rubano il cuore per bellezza, maestosità e misticismo. Siamo nelle campagne del Comune di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, in una vallata sovrastata dalle ripide pareti del monte Consolino, denominata Vallata bizantina dello Stilaro, luogo di insediamenti ascetici, posti sulle pendici del monte e delle colline circostanti, abitati da  monaci  forniti di grande cultura e spiritualità.
Si viaggia spinti dalla curiosità di conoscere, di vedere e di godere di ogni bellezza che il territorio che si visita ci regala e nella Locride ogni pietra diventa depositaria di una storia che ad ogni passo si disvela.
Il profumo è intenso lungo la riviera dei gelsomini, il silenzio ammanta e nessun rumore lo infrange. Si raggiunge un ristretto pianoro compreso tra le fiumare dello Stilaro e dell’Assi.  La  vista è incantevole e il paesaggio ammalia ad ogni passo mentre l’occhio curioso si spinge in lontananza e si appaga di una bellezza incontaminata. Si resta rapiti e trasportati  in un altro tempo e in un luogo dove ogni ciottolo racconta una scheggia di vita.  Ed ecco apparire a un tratto, quasi come in un sogno,  un monumento dall’architettura  che richiama in alcuni elementi lo stile bizantino e in altri quello normanno,  un complesso monastico  pregevole, dedicato a San Giovanni Theristis, vissuto intorno al 1.100, l’unico in Italia fondato dai monaci del monte Athos. Si racconta  che nell’XI secolo, in questo territorio sia vissuto un giovane monaco nato a Palermo, al quale si attribuiscono vari miracoli come quello di un’improvvisa mietitura del grano a Maroni,  da cui l’appellativo di Theristis, che significa appunto “mietitore”.
Il complesso risale alla fine dell’XI secolo e fu gestito da monaci che,  scampati tra il secolo X e XI alle invasioni arabe di Sicilia, si rifugiarono in Calabria. Così ce ne parla Fulvio Calabrese:  Il crescere della potenza islamica e la sua progressiva espansione nel bacino del Mediterraneo, costrinsero monaci ed eremiti ad abbandonare nel corso del secolo VII, l’Oriente cristiano ed a trovare rifugio nella vicina Calabria, che per le caratteristiche geomorfologiche, ricordava loro le terre d’origine. Grazie alla venuta di questi asceti, moltissimi furono i monasteri e gli oratori edificati in tutto il thema, considerato un nuovo punto d’irradiazione della cristianità, e numerosi quelli costruiti nella stessa vallata dello Stilaro, dove, fra il secolo X ed il XII, vennero fondati ben 44 luoghi di culto tra laure, cenobi e monasteri. Tali insediamenti erano abitati da diversi monaci così forniti di cultura, spiritualità e ascetismo, da far definire questa zona la Terrasanta del monachesimo greco – ortodosso in Calabria.
La lettura è affascinante, le distanze si accorciano, mentre si associa al luogo, non senza emozione, il ricordo della Cappadocia.  



L’edificio, un tempo splendido per ricchezze e famoso per cultura, con la costituzione dell’Ordine Basiliano, da Basilio Magno, suo fondatore, divenne  uno dei maggiori cenobi  della congregazione religiosa greco-ortodossa “uniate” fornito di reliquie e di una vasta biblioteca con manoscritti di grande pregio. Nel XVII secolo, a causa delle scorrerie dei briganti, fu abbandonato e decadde completamente, fino a lasciare solo ruderi alle intemperie.
L’Italia meridionale è come un’ostrica che cela bellissime perle di cultura, di arte e di storia, che aspetta di essere aperta con rispetto e cautela per godere dei tesori del suo importante patrimonio. Negli anni venti del ‘900 il monastero fu scoperto, in mezzo alla folta vegetazione dell’epoca, dall’archeologo Paolo Orsi, che così ne parla: «A settentrione di Stilo una catena di modica elevazione separa le due contigue e parallele vallate dello Stilaro e dell’Assi. A cavallo del valico che collega i due bacini e che dovette essere attraversato da una mulattiera assai malagevole ma altrettanto frequentata nei tempi di mezzo, sorgono le ruine di S. Giovanni vecchio, quasi all’altezza di Stilo, emergenti in mezzo a macchie di neri elci e di verdi querce, e così segregate dal mondo per la profonda vallata che ben pochi degli Stiletani le conoscono, e nessuno studioso dell’arte le aveva visitate. In questa chiusa e quasi mistica solitudine assai prima del sec. X sorse un umile monastero basiliano….» «….a tanto assurse la sua fama, da esser proclamato «caput monasterium ordinis S. Basilii in Calabria». 
La compresenza di Arabi, Bizantini e Longobardi in questi luoghi tra il IV e il X secolo realizzò uno scambio culturale ed economico tra le popolazioni del luogo ancora oggi riscontrabili in monumenti, un tempo testimonianze di grande fervore culturale e artistico,  oggi  riportati  alla luce con accurati restauri. Il monastero di San Giovanni Thirestis è uno di questi e la sua bellezza, grazie al restauro,  lascia senza parole.  Esso vanta un passato glorioso e, ridotto nel tempo a rudere è rinato nel 1994 con il ritorno di monaci greco-ortodossi, provenienti dal monte Athos che hanno ridato vita al centro monastico che, dal 2008,  è retto dai monaci della Diocesi Romena Ortodossa d’Italia.  Il luogo è mistico e il silenzio e il  rispetto sono d’obbligo. Tutto rapisce e come un’eco che si propaga da lontano, se ne può ascoltare la storia  dagli stessi  monaci, che ne curano la vita.
Nel 1990 cominciarono i lavori di ristrutturazione e oggi il complesso si può ammirare in tutta la sua bellezza, quale esempio di architettura monastica dell’XI secolo. L'interno è pura armonia, ricco di icone, pitture, affreschi e pregevoli arredi sacri come l'iconostasi e lo splendido lampadario in oro nella navata centrale, con una grande base di dodici lati, su ognuno dei quali è raffigurato un apostolo, vero gioiello di arte eccelsa.
Il centro è diventato attivo con la celebrazione della Divina Liturgia secondo il rito ortodosso e molti sono i pellegrini dell’Europa dell’Est che vengono per  visitarlo  e ammirare le montagne ricche di grotte, di eremi e di vallate che invitano alla meditazione.
All'esterno del complesso, alcune  porzioni di intonaco  affrescate  ci  dicono  che un tempo tutto l'esterno era dipinto, a testimoniare  l’unicità della costruzione.
La Calabria ha sempre qualcosa da regalare all’attento viaggiatore che curioso, si accinge a visitarla, tanto da farsi riconoscere come scrigno di tesori inestimabili e noi godremo insieme di tali bellezze.

sabato 28 luglio 2018

Omaggio alla luna rossa. Storia del sole e della luna

Storia del sole e della luna. Illustrazione di Leonardo Vitiello




Poche volte il moto dell’universo gli concedeva di sovrapporsi e lentamente si sfioravano, si guardavano, ma null’altro. Avevano già da tempo capito che il loro destino era segnato da leggi immutabili che regolano il cosmo.
<<Perché almeno una volta non si ferma il tempo? Perchè almeno una volta non si muta l’ordine degli elementi? Perché non ci è concesso un attimo di  felicità?>>
Pensavano chiusi nel loro tormento.
Ogni sera, quando tutto in natura cambia colore e lunghe striature dipingono il cielo, l’orizzonte segna il declino di un sogno.
Il disco cala lentamente tra intensi bagliori, mentre i raggi, come braccia, si tendono per un ultimo soffio di vita e il mondo si ferma all’ascolto di quel pianto eterno.
Si ode il lamento del“sole” mentre si muta in preghiera:<< Ferma, dice tremula la voce, ferma il mio viaggio, o “Principio” del mondo. Fa’ ch’io possa toccarla per un solo istante>>.
Il singulto squarcia il cielo e le parole, sibilo flebile, svaniscono.
Affranto, si tende il suo ultimo raggio, di intenso arancio, per stringere il primo di lei, ma inesorabile il tempo incede e spezza l’attesa.
 Tremenda sventura, sentire nel cuore l’amore e vederlo chimera.
Donava al mondo vita e calore e a lui era negato l’amore.
 <<Quante storie raccontano gli uomini di cuori e di amori. Mi credono signore felice, perchè nessuno conosce il mio dolore>>.
    Ricordava….
Poche volte si erano sovrapposti, si erano guardati ma mai toccati.
Felice il ricordo ma doloroso l’epilogo.
Si tendeva tremulo il suo ultimo raggio, per stringere il primo di lei, ma il tempo troncava implacabile ogni speranza.
Piangeva il sole tra dorati riverberi e si chiedeva:<< A che serve tanto splendore se mi è negato l’amore>>?.
Il disco calava a rilento. Lentamente chiudeva gli occhi il “sole” e spariva, mentre tra le ombre che si infittivano, la “luna” iniziava malinconica la sua ascesa tra un velo di madreperla, cercando all’orizzonte qualche ultimo bagliore, qualche intesa.
Ma il sogno si infrangeva lungo il pendio del cielo punteggiato di stelle, ancelle al suo dolore.
La “luna” illuminava col suo raggio il giardino, intento ad ascoltare la storia di quell’ amore infelice, raccontata dal grillo canterino acquattato sul piccolo pesco, e nel silenzio che ammantava, s’udì il lungo sbadiglio di tre lucertole che assiepate si abbandonavano al sonno della notte.

Mentre pensavo, godevo degli ultimi bagliori, che filtrando tra le fitte foglie dell’alloro, si proiettavano sul cotto del giardino, accecanti come un amore struggente.
Il tramonto, con i suoi  colori inimitabili, è un miracolo del creato, in cui il calare lento del disco scandisce, come un plettro, il tempo della nostra vita e ci pone in attesa di un domani incerto, mentre la luna  inizia il suo cammino.
Mi è sempre piaciuto immaginare realtà sconosciute all’interno della luna, seguirne le fasi e  capirne l’ influenza sulla vita della terra e sul destino dell’uomo.
Non c’è  pennello né colore capace di ritrarre la bellezza del firmamento, quella che tinge di estasi il cuore come l’intenso luccichio della stella che illumina come faro un cielo blu-notte e la scia argentata della luna che sale  lungo il pendio.
Di fronte a tanta bellezza l’animo si perde e il pensiero vaga per indagare il disegno imperscrutabile di chi, “creatore”, disegnò l’universo così perfetto e così irripetibile.
La luna appariva in tutto il suo splendore e avanzava simile a una “dea”.
I suoi raggi, che come laser colpivano il giardino, mi suggerivano strane storie e tra sussulti e bisbigli, scrissi  questo racconto di un amore impossibile.

(Tratto da: Armonie di un giardino toscano. Racconti, arte, mito e fantasia, Regione Toscana Consiglio Regionale, Edizioni dell’Assemblea, 2017. Il testo integrale è a disposizione dei lettori nel sito della Regione Toscana - Pubblicazioni)

mercoledì 11 luglio 2018

Il cinema che emoziona:Chiamami col tuo nome



Timothée Chalamet nella parte di Elio Perlman


Un film eccellente,  il cui filo conduttore si dipana, senza mai spezzarsi  tra luoghi dove la fotografia diventa parte integrante di una bellezza a dir poco divina mentre si diventa tutt’uno con i paesaggi in cui l’arte del raccontare, espressione pura del sentimento, traccia  senza risparmio  luoghi, tempi e personaggi in una confluenza dove si entra in sintonia con l’interiorità di ogni personaggio; un gioco di psicologie che coinvolge ad ogni dialogo, ad ogni sequenza  senza mai stravolgere, con un gusto raffinato, apparentemente leggero e sofisticato, ma in realtà profondo, denso di sentimenti, di malinconie, di ricerca del proprio essere, di scoperta del proprio io, delle proprie pulsioni, dei propri desideri. Una storia pregna di stati d'animo del protagonista  che attraverso la parola e gli sguardi rivela sensazioni mai provate,  pulsioni a volte cercate, a volte indefinibili che per traslato, catturano ognuno. Ci si interroga, ma scevri da  giudizi o da contaminazioni  e si resta  presi nel groviglio dei sentimenti.
“Chiamami col tuo nome” è un film che parla della diversità, dell'amore tra Elio e Oliver, attraverso i sentimenti e pone una serie di interrogativi  sui giudizi spesso espressi, dove predomina il non senso. Un film che riconcilia l’individuo con se stesso, che supera ogni pregiudizio, che accomuna attraverso  la  bellezza sentimenti ed emozioni, un incontro generazionale dove lontano è il dramma nello scoprire qualcosa di poco consono, tranne che in qualche frase   “mio padre mi avrebbe mandato al riformatorio”. Tutto concorre a fare di questo film un capolavoro, sceneggiatura e interpretazioni, memorabile quella di Elio dove la fisionomia del volto,  interpreta, anticipa, comunica, in un susseguirsi di atti, le scene che si mutano nel pensiero stesso, una fisionomia che  si trasforma come  la sua interiorità e che permane anche nello  scorrere ultimo dei nomi. È verso la fine che si recupera l’intera trama che diventa  chiara e leggibile nell’ “addio” dei protagonisti, nel pianto e nell’infinita tristezza e solitudine di Elio, nella posizione che assumono i genitori di appoggio e di comprensione. Resta memorabile il discorso del padre al giovane Elio, su ciò che ha vissuto, che ha provato, nella scoperta del senso della vita, espresso con parole misurate senza mai travalicare, dette  con un’ apparente leggerezza, ma traslate fino a noi  attraverso la bellezza del discorso, parole che fermano, inchiodano, insegnano, destabilizzano ma che lasciano nel cuore un faro che nessun tempo potrà spegnere. 

mercoledì 27 giugno 2018

Come in un mare di ghiaccio

Théodore  Géricault, La zattera della Medusa, primo schizzo,1818


Alla luce degli ultimi avvenimenti non posso non pensare a quel quadro che aveva suscitato in me un profondo sgomento e che mi aveva indotto a spiegare ai miei studenti che il diritto alla vita è sacro e inviolabile. Quel quadro, infinite volte analizzato, si rivestiva di pietà cristiana, di fratellanza, di solidarietà, di civiltà, perché essere civili vuol dire acquisire il senso della comunanza e allungare l’occhio verso il bisognoso in un incrocio continuo di mani. “La zattera della Medusa” di Géricault appare oggi in tutta la sua crudezza e modernità. Con una struttura ascensionale sono rappresentati i corpi di coloro che chiedono aiuto e in cima un uomo di colore che tenta di richiamare l’attenzione dei soccorritori, che purtroppo non arrivarono. La scena è agghiacciante: corpi seminudi, corpi che si reggono a vicenda, corpi con la parola spenta per sempre. Basta poco per rapportarsi alla nostra realtà. Allora eravamo nel 1816 e a distanza di anni quella triste vicenda si ripete. Il nostro Mediterraneo pullula di cadaveri il cui numero si perde tra le onde travolgenti, affannate dal pianto di bambini cui la vita è negata. Tra continue risacche, il mare custodisce migliaia di corpi senza nome, mentre ogni possibilità di vita si chiude col divieto di accesso.
Eppure veniamo da una cultura dove l’accoglienza era un elemento primario. Dove è finita la nostra cultura classica pregna di valori, oggi, costantemente elusi?.
Memori del nostro passato, quando eravamo costretti a lunghe file in altri porti, in terre lontane,  delle sciagure che ci hanno devastato in nome della razza o di altre terribili elucubrazioni, della parola “Libertà” che tante vite e sacrifici è costata; consapevoli che nessuno, con parole o fatti, potrà mai toglierci la dignità di sentirci pari agli altri, nè potrà ergersi a giudice a nome di tutti, che mai potrà cancellare in noi i principi di uguaglianza e di solidarietà (oggi purtroppo opinabili) tanto desiderati e ottenuti, che hanno cambiato il corso dell’umanità, dobbiamo uscire dal lungo letargo e riprendere in mano la nostra cultura e i suoi valori, base della nostra civiltà, consapevoli che chiunque si arroghi tali falsi diritti non lavora per la comunità, non conosce le radici della nostra storia, nefando al genere umano, avanza con prepotenza e tracotanza, privo di quel “rispetto” che ci ha reso e che ci rende uomini di sano intelletto.
L’Italia in questo momento è come una nave frantumata dal ghiaccio, che ci chiede di spezzare gli argini del disorientamento e di dialogare con il nostro passato contro chi tenta di affossarlo. La storia ce lo impone e ci richiama alla salvaguardia dei nostri  valori, contro chi vorrebbe ridurci tutti ad albatri con le ali spezzate: Per dilettarsi, sovente, le ciurme / catturano degli àlbatri, marini / grandi uccelli, che seguono, indolenti / compagni di viaggio, il bastimento / che scivolando va su amari abissi. / E li hanno appena sulla tolda posti / che questi re dell'azzurro abbandonano, inetti e vergognosi, ai loro fianchi / miseramente, come remi, inerti / le candide e grandi ali. Com'è goffo / e imbelle questo alato viaggiatore! / Lui, poco fa sì bello, com'è brutto/  e comico! Qualcuno con la pipa / il becco qui gli stuzzica; là un altro/ l'infermo che volava, zoppicando / scimmieggia.
Come il principe dei nembi /è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,/ si ride dell'arciere: ma esiliato/  sulla terra, fra scherni, camminare /non può per le sue ali di gigante. (
C. P. Baudelaire, L’albatro da I fiori del male)
Dobbiamo forse credere che non abbiamo più armi per difenderci e per recuperare l’identità perduta? Che nulla più ci attrae di quel corpo dell’Italia che erano i suoi valori? Che siamo albatri-naufraghi ciechi, assuefatti, sepolti da un cumulo di immondizia e da muri che si sgretolano e che malauguratamente si elevano, tristi metafore della realtà che ci circonda? Vogliamo forse che la cultura resti senza difesa nelle mani di chi da troppo tempo non riesce a capirne l’importanza vitale, quale spirito del nostro Paese?.
Quando i giovani gridano e a ragione la propria rabbia, per la mancanza di una giusta collocazione; quando i lavoratori reclamano tutela e diritti; quando i nostri monumenti cadono a pezzi e crolla con essi la nostra storia e la nostra identità; quando all’essere si preferisce l’avere; quando gli interessi di uno solo o di pochi sopravanzano e di gran lunga il bene del paese; quando territori e persone, colpiti da cataclismi, vengono abbandonati; quando la scuola, senza adeguati sostegni, non assolve il compito di educatrice; quando si cerca un’informazione che sia specchio reale del paese, quando si raccoglie per strada la morte dei più deboli e il lezzo dell’abbandono, quando ci guardiamo intorno e non ci riconosciamo, allora ci rendiamo conto con amarezza che questo è il paese dell’apparenza che ha fatto dell’immagine e delle false promesse, la propria sostanza, e che bisogna con urgenza risvegliarsi, recuperare l’orgoglio e l’autostima e agire consorziati per risolvere i veri problemi , iniziando dalla povertà e dal futuro dei giovani.
È tempo, alla luce della ragione, di riascoltare ognuno la propria coscienza e di sentirci accomunati, contro subdoli cambiamenti, in un’unica e ampia famiglia, perchè nella la sorte di ogni  singolo vive l’intera collettività, nell’infinito concetto di umanità.
Alla luce di quanto sta avvenendo, il “Bel Paese” oggi appare come un’utopia velata di malinconia,  un mare di ghiaccio in frantumi, che per sottrarsi alla deriva, chiede a ciascuno di noi di disgelarsi.

martedì 12 giugno 2018

Un ricordo della "Grande Guerra"



  Nomellini, Alle porte d'Italia, 1918, olio su tela

Non mi era mai capitato di toccare da vicino la storia e di viverne direttamente  la tragedia. Ma ai confini,  tra  Trentino-Alto Adige, Friuli- Venezia Giulia  e  Veneto, la storia diventa materia viva e la guerra si tocca con mano. Scavi lunghi e profondi e postazioni di schieramenti, segnano il territorio, una lunga striscia di terra che divideva i nostri soldati da quelli austriaci.

Pagine e pagine, lette e spiegate non rendono la realtà come una scritta che indica un rifugio o la presenza di un bunker.  Il territorio si mette a nudo e il dramma vissuto  appare in tutta la sua portata; le parole si vestono di realtà, di una terribile realtà che nelle cifre mostra il numero dei morti, e la morte incombe feroce, mentre avvolti dal  “Silenzio” di Redipuglia  se ne tenta un conto.

Il 28 giugno del 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria e sua moglie Sofia trovarono la morte nell’attentato di Serajevo, per mano di  Gavrilo Princip,  uno studente appartenente ad un gruppo irredentista bosniaco. Il 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiarava  guerra alla Serbia. Era l'inizio della Prima Guerra Mondiale.

1918-2018. Cento anni sono trascorsi  ma nulla si cancella se la memoria ricorda, se l’occhio attento scruta, guarda e scopre la tragedia  della “Grande guerra”  che tra tutti i popoli partecipanti, portò via più di 10 milioni di uomini. Il territorio è disseminato di ricordi: scritte, lapidi, monumenti, ossari, trincee, musei, memoriali, bunker e postazioni di mitragliatrici, testimoniano ai nostri confini la “Grande Guerra”, così detta per il gran numero di popoli che vi parteciparono.

La guerra è morte, devastazione, miseria, dolore e lacrime che nessuno spazio potrà mai contenere. Tra l’entusiasmo degli interventisti, la guerra dispiegò forze, distrusse e lapidò migliaia e migliaia di uomini, lasciando vuote le case, vedove le donne e orfani i bimbi,  rappresentati da Galileo Chini in  “Le vedove”, dove il nero funereo esemplifica la tragica situazione.

Giusta la commemorazione della fine della “Grande Guerra”, affinché nulla si dimentichi, ma questi luoghi implicano un netto rifiuto di tutto ciò che è morte, in nome di tanti giovani che, al di là della propria appartenenza, in quella guerra  lasciarono la vita: Morto. Lacerato. Smembrato. / Mamma, cosa ne dici? Il figlio ti hanno preso! / Tu non lo vedrai mai più. Neppure il suo cadavere. / Forse oggi riceverai una lettera: / "Sono sano, sto bene". / Poter piangere, gridare, urlare! / Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più! / Più non posso stare qui seduto tranquillo! / Tutto finisce. Tutto ha un limite. / Lanciarsi con la testa contro questa roccia, / fino a stramazzare al suolo,  fino a perdere conoscenza. (Robert Skorpil, ufficiale  austriaco, Pasubio 1916-1918).



  

Marino Marini 
La Grande Guerra. 1918-1920   Fronte del Piave

 I soldati sono tutti uguali di fronte alla morte e i versi o il racconto di chi visse l’orrore della guerra e la disperazione di una morte non chiesta, non voluta, esemplificano ancora oggi la realtà di tanti giovani che in guerra lasciano la vita e la memoria va al giovane Adelchi, che nel momento sublime della morte, fa riflettere suo padre,  Desiderio, sul perché  di una  guerra inutile che gli ha strappato la giovinezza. Ancora una volta i linguaggi dialogano e la letteratura  intreccia l’arte per invitarci a riflettere sulla vanità della guerra. Squarcia la realtà la poesia di Ungaretti che esplode nell’animo come la mina di Giulio Aristide Sartorio:  Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / foglia appena nata / Nell'aria spasimante / involontaria rivolta / dell'uomo presente alla sua / fragilità (Fratelli).

La guerra è aberrazione, è “il sonno della ragione” che genera mostri, è la negazione della vita.

Di fronte ai monumenti che ne perpetuano la memoria non si può restare indifferenti.  Si viene sopraffatti da una grande emozione e i morti passano, visi indefiniti, evanescenti, corpi sopraffatti giacenti gli uni  accanto agli altri stretti in muta preghiera come nella “Grande Guerra” di Marino Marini.

Nessuna parola nutre il pensiero di fronte ai nomi, che ricordano i morti di ogni età, molti, infiniti morti che la memoria si rifiuta di contenere in nome della vita.

Sacrari, ossari, scritte sparse sul territorio popolano i nostri confini, conservano intatta la memoria del sacrificio dei nostri soldati, dei nostri giovani.

É  davanti al monumento ai “ Ragazzi del ’99”, che l’animo non regge, il passo si ferma e un tumulto assale lo spirito che  si rifiuta di accettare un sacrificio troppo grande per  essere contenuto e in risposta emerge a simbolo, potente il rosso-sangue “Sulla guerra” di Dodero. Diciotto anni appena compiuti e falciati da una guerra implacabile. Emerge dal profondo del cuore,  come un grido lacerante,  l’appello  del  polacco Ernst Friedrich (1894-1967), forse utopico ma possibile: <<Io mi rifiuto! La nostra volontà è più forte della violenza, della baionetta e del fucile! Ripetete queste parole: “Io mi rifiuto!”. Mettetele in pratica, e in futuro la guerra sarà  impossibile. Tutto il capitale del mondo, i re e i presidenti non possono nulla contro tutti i popoli che insieme gridano:NOI CI RIFIUTIAMO!>>  (Ernst Friedrich, Guerra alla guerra, 1924).



Prevale la commozione, mentre il Piave scorre lento davanti agli occhi “calmo e placido”in un paesaggio meraviglioso e ci riporta al lontano 24 maggio, mentre troneggia sul Montello un  Sacrario che custodisce migliaia di nomi.

I percorsi vanno in ogni direzione, cimeli, rifugi, trincee, postazioni costruiscono la storia, la nostra storia.

L’animo affranto stenta a staccarsi e nel silenzio che incombe non trova risposte ai tanti perché delle guerre. Forse la storia non è maestra di vita, non insegna sufficientemente il valore della vita, se le guerre si sono ripetute e continuano a ripetersi in ogni angolo del nostro pianeta!.

Caporetto,  altopiano del Carso,  Monte Grappa, altopiano di Asiago narrano il dolore di quanti vi morirono.

Nemmeno il paesaggio verdeggiante e pieno di vita e di luce riesce a lenire il dolore che provoca nel monumento eretto a  ricordo la presenza di un -elmetto-.

mercoledì 23 maggio 2018

Suggestioni da una mostra: Rodin, scultore dell’anima



Auguste Rodin, Colei che fu la Belle Heaulmière, 1880 1883, gesso patinato

Una mostra non facile da leggere, quella allestita al Museo Civico di Santa Caterina a Treviso, per ricordare, a distanza di cento anni, il genio di uno dei più grandi scultori: Auguste Rodin e celebrarne l’arte attraverso l’esposizione delle sue opere.
La mostra 'Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet', si apre nel chiostro  con  L'età del bronzo, 1877, per la quale si dice che l’artista abbia tratto ispirazione da uno dei “Prigioni” di Michelangelo, per introdurci  poi tra le 75  opere in gesso, marmo e bronzo, dislocate in più piani e in ampie sale.  Nell’insieme le opere sono comparabili a un libro aperto che di pagina in pagina rievoca e racconta la vita dell’artista, la sua infanzia e i rifiuti della prestigiosa Scuola di Belle Arti di Parigi, dai quali attinse tuttavia  la  tenacia a procedere nella produzione di opere che, scevre da accademismi, hanno scandagliato l’animo umano, raffigurandone emozioni e stati d’animo, con forti input alla riflessione.



Rodin, Il bacio

Rodin  è  scultore di sentimenti. I  volti dei personaggi come: Testa monumentale di Pierre de Wissant (I borghesi di Calais) 1909,  gesso, e Le tre ombre, 1897, gesso patinato, esprimono dolore e malinconia; il volto chino,  un senso di arrendevolezza al tempo, che nel trascorrere, tutto travolge  come Colei che fu la Belle Heaulmièr,1880-1883, gesso patinato, opera esemplare, che inesorabilmente ferma il passo e obbliga a guardare il volto emaciato e consunto, la pelle raggrinzita, scolpita  con pieno  realismo, i seni in cui non c’è più vita segnano la vittoria del tempo che scandisce la fine dell’esistenza, quasi a ricordare il “Carpe diem”.  L’opera suggestiona ed emoziona e il passo si ferma per meditare sulla propria condizione e su ciò che sarà di noi nella fugacità del tempo.



Auguste Rodin, Il poeta e la sirena, 1909 marmo
 
Riempiono gli occhi di bellezza e di candore le sculture in  marmo, in  gesso o in bronzo, che tra le mani dell’artista diventano materia morbida, sensuale e vibrante, in un palpito d’amore, in uno slancio ideale e lirico. Opere in marmo che ci regalano il sogno,  la giovinezza, l’amore  come: Il poeta e la sirena del 1909,  Paolo e Francesca tra le nuvole del 1904-1905,  La morte di Adone  del 1891 o in gesso patinato come: Il bacio, 1885 ca. e  l’amore di Camille Claudel per l’artista con  Ritratto di Auguste Rodin, 1888-1889, e  Balzac, studio finale, bronzo , 1897.

Interessante  è l’omaggio a Dante con il progetto che l’artista chiamò Le porte  dell’inferno,  con i personaggi danteschi e il Pensatore, 1880 ca. L’opera, una statua monumentale,  in gesso patinato, doveva infatti rappresentare il Sommo Poeta intento a riflettere sul suo lavoro “La Divina Commedia”,   che si apprestava a realizzare, ma che oggi  ha acquisito un significato universale, una riflessione profonda sull’intera umanità. 
Auguste Rodin (1840, Parigi – 1917, Meudon) è considerato uno dei più grandi scultori nonché l’iniziatore della scultura moderna. Un artista che scolpisce l’anima con un susseguirsi di passioni, di sentimenti, di rievocazioni scolpite ad arte, per denudare il pensiero. Uno scultore  moderno, di quella modernità che non affascina solo per eleganza e perfezione ma perché incarna l’esigenza dell’uomo decadente  di penetrare il pensiero e di  leggerlo, per capire sé stesso. Bronzo, gesso e marmo entrano in competizione ma nessuno sovrasta, materie che diventano momenti  per leggervi l’evoluzione della vita dell’artista e della sua arte.

Pregevole è l’allestimento grazie al curatore, Marco Goldin.  Domina l’esposizione, Il Pensatore, che con la  mano appoggiata sul mento,  diventa l’emblema dell’uomo moderno che riflette sull’esistenza, angosciato dai  cambiamenti di un’Europa in crisi d’identità, sull’orlo della Grande Guerra.  In relazione viene da pensare (a livello personale) al Wanderer di David Caspar Friedrich , il viandante, l’uomo che pensa, che scruta l’universo alla ricerca di una verità in un groviglio di pensieri che non dipana. Pensiero, gesso, 1893-1895, opera delicata nell’espressione, che se rievoca da una parte i Prigioni di Michelangelo si cala nella sua epoca per il copricapo nuziale bretone. La donna esprime, con gli occhi chiusi rivolti in basso un senso di oppressione, un bisogno di scrollarsi di dosso il fardello di pensieri se non della stessa vita, in un “non finito” che non fu capito all’epoca, ma che presente  in altre opere, trasmette realismo, dinamismo e tensione e richiama il periodo  trascorso dall’artista  in Italia, in particolare a Firenze nel 1875.





Edvard Munch  Il Pensatore di Rodin nel giardino del dottor Linde a Lubecca, 1907ca.

Nella sala dove è collocata la statua del Pensatore  è posta  un’ampia tela  di Edvard Munch  Il Pensatore di Rodin nel giardino del dottor Linde a Lubecca, 1907ca. L’unione della   pittura con la  scultura è formidabile.  Due giganti posti l’uno vicino all’altro, due geni che si incrociano, pittura e scultura che si comparano e trasmettono messaggi percepibili ma difficili da esprimere se non nella propria soggettività.  Munch dipinge il giardino di casa Linde con al centro la grande statua de “Il Pensatore” di Rodin. Sul fondo, in abito bianco, si vede la moglie del dottor Linde. Il dottor Linde guardava a Munch e a Rodin come ai due artisti che, più di ogni altro, avrebbero lasciato la loro traccia nel futuro e certamente non si sbagliava.

'Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet'
24 febbraio – 3 giugno 2018
Treviso, Museo Santa Caterina
Piazzetta Botter Mario, 1,
31100 Treviso TV