giovedì 13 dicembre 2018

Omaggio a Matera 3. Capitale Europea della Cultura per il 2019


Chiesa di Santa Lucia alle Malve
È passeggiando per le strade di Matera tra la parte antica e quella moderna che se ne  respira la vita e se ne vive la storia che si perde nel tempo. Palazzi signorili, chiese, conventi e nuovi insediamenti indicano l’evoluzione e i mutamenti della città nelle varie epoche. Notevolissimi nelle chiese rupestri sono gli affreschi bizantini ma anche altri stili godono di un fascino inconfondibile come il gotico e il barocco. La facciata della Cattedrale di Sant’Eustachio, in stile romanico-pugliese (1230-1270), è dominata dalla statua della Madonna della Bruna. La facciata laterale su piazza Duomo ha due porte, la più interessante, finemente lavorata a ricamo, è detta dei “leoni” per due sculture leonine presenti alla base. L’artigianato, tipico nei colori fiammanti, ruba ad ogni passo l’attenzione. È andando per gradinate e salite scoscese che si visitano le chiese rupestri con i meravigliosi affreschi, le cripte e le straordinarie antiche dimore dei Sassi, come la Casa Grotta di Vico Solitario, il cui interno, arredato col gusto povero di una volta, mobili e utensili artigianali d’epoca, offre l’opportunità per rendersi conto di come si viveva  nelle case dei Sassi: un unico letto dove si dormiva a turno, la culla per il più piccolo, il telaio per tessere, l’indispensabile per sopravvivere.
Le chiese rupestri, veri gioielli incastonati in uno scrigno di pietra millenaria, sono preziose eredità dei monaci bizantini e benedettini insediatisi nell'area nell'alto Medioevo. Nate come luogo di culto,  successivamente sono diventate abitazioni o ricoveri per animali fino al loro restauro. È incredibile la presenza di vere opere d’arte in esse; affreschi che seppur in parte danneggiati, ci riportano ad una cultura longobarda, ma anche bizantina, dipinti che malgrado il passare degli anni, mantengono la loro bellezza per la particolare tecnica utilizzata.
La chiesa di Santa Lucia alle Malve, (dal nome della pianta spontanea che cresce abbondantemente nei dintorni), situata presso il Sasso Caveoso, il cui scavo viene datato intorno al IX secolo d. C. è il primo insediamento monastico femminile dell’Ordine benedettino. Dal 1525 fino al 1960, fu utilizzata come abitazione. L'interno, a tre navate, presenta numerosi affreschi datati a partire dal 1200, che ancora in parte decorano le pareti della navata, e che, dopo i restauri, sono ritornati all’originale splendore; da notare la bellissima Madonna del Latte, datata intorno al 1270. La vergine è raffigurata a seno scoperto, colta nell’atto di allattare il proprio figlio, a dimostrare al mondo anche la natura umana di Cristo. Nel significato cristiano: Gesù è vero Dio e vero Uomo; e la Vergine regina del mondo, madre non solo di Cristo ma dell’intera umanità. L’immagine richiama quella di Iside intenta ad allattare il figlio Horus nell’Antico Egitto. Rappresentazioni di Maria Lactans le ritroviamo nell’Egitto copto, diffuse poi nelle chiese orientali, nell’arte bizantina fino ad arrivare in occidente.
Molti sono i simboli allegorici rappresentati nelle opere come il dipinto: la Madonna della Melagrana della piccola chiesa Madonna delle tre porte (per i tre ingressi). La melagrana è un frutto che compare spesso nelle raffigurazioni pittoriche, sia sacre che profane. Nel Medioevo diventa simbolo di Resurrezione e di vita, di castità e purezza e viene raffigurato nelle immagini sacre.
Il territorio materano è unico e suggestivo dove ogni angolo, ogni pietra, ogni caverna, riporta a un passato molto remoto e non a caso ha richiamato registi come Mel Gibson per The Passion of the Christ (2004) i cui esterni furono girati a Matera e a Craco, oggi città fantasma, e Pier Paolo Pasolini per Il Vangelo secondo Matteo (1964). Visitare Matera è come entrare in un altro mondo, in una realtà che ci riporta indietro tra nostalgia e malinconia. Matera è una città che ha combattuto contro il tempo, che non si è arresa all’abbandono e all’incuria, che consapevole del grande patrimonio che rappresenta si è conservata per testimoniare a tutti la propria storia. Grazie all’impegno di quanti si sono prodigati e specialmente dei giovani, Matera è risorta dal suo passato e oggi mostra al mondo il suo inestimabile patrimonio
Matera è stata scelta come Capitale Europea della Cultura per il 2019. Una scelta che ci rende orgogliosi del nostro territorio che tuttavia ci chiede incessantemente protezione, tutela e rispetto.
Si conclude il nostro viaggio a Matera, una città che lascia nel cuore un desiderio inestinguibile di ritornare che il tempo può soltanto moltiplicare.

venerdì 7 dicembre 2018

Il valore delle tradizioni. Sarno, 8 dicembre Festa dell’Immacolata Concezione




Ritornare al paese è sempre un’emozione che aumenta il fascino delle proprie radici e rafforza a distanza di anni quel rapporto di appartenenza che nel tempo si nutre di ricordi. È forte il richiamo di ogni ricorrenza che diventa tassello irrinunciabile della propria vita. La ricorrenza dell’Immacolata  Concezione a Sarno segna uno dei momenti più emozionanti  per chi vive lontano tra ricordi e presenze che il tempo ha portato via. Prende vita nella memoria quella piccola mano guidata con amore per seguire, vedere e ricordare e nel ricordo sfuma il dagherrotipo di un volto amato in un afflato affettivo che nessun tempo cancella. Tanti anni sono passati ma vivo resta il ricordo di come eravamo nella semplicità dei gesti legati alle tradizioni. Un paese vive se si mantengono e si tramandano usi e costumi che lo caratterizzano.

È bello ritornare e rivivere l’emozione di un tempo lontano ma vivo nel cuore e ravvisare in esso volti che si contornano solo nel ricordo.

È bello ritornare al Paese l’8 dicembre  per rendere omaggio  alla Vergine Immacolata, Vergine pura, termine elegiaco come il volto  che l’artista ha raffigurato. La ricorrenza dà lustro al luogo. La chiesa è aperta fin dalle prime ore del mattino e la piazza si anima e prende vita man mano che ogni angolo  viene occupato da persone che accorrono per rendere onore alla Vergine che con una grande festa viene omaggiata  mentre  nell’attesa, davanti alla chiesa, vengono offerti pezzi di mostaccioli, di rococò e sorsi di anice.

L’attesa è emozionante, piazza M. Capua  è gremita ed ecco che  la statua dell’Immacolata  appare sotto il portale della chiesa omonima simile a una veneranda madre. Scolpita in legno d’ulivo dallo scultore napoletano Gaetano Catalano, nel 1696, appare come una regina portata in trionfo da molte braccia. Ha il  volto bellissimo, con gli occhi rivolti al cielo quasi ad implorare -misericordia- nell’atteggiamento carezzevole e appassionato di chi  ama dialogare col proprio popolo che per l’occasione  accorre anche dai dintorni.  Vestita con un abito in stile ‘600 napoletano, la Vergine appare in tutta la sua bellezza e solennità. Chiaro è il significato dei  simboli che la caratterizzano: le stelle presenti sul Suo capo e sul Suo manto annunciano la presenza dei cieli e quindi di Dio ma indicano anche la resurrezione e l’eternità. Il colore azzurro del manto, simbolo di spiritualità, richiama la profondità del cielo e del mare in una congiunzione infinita. La luna  posta ai suoi piedi  ricorda il divenire dell’uomo e la sua caducità protetto dall’Immacolata, Madre del Cielo.

Scortata dalle autorità e preceduta dalla banda musicale, adagiata su un letto di fiori attraversa  le strade del paese quasi a voler  parlare a tutti e dire che c’è tanto bisogno di amore e di compassione; un invito silenzioso perché ognuno colga la purezza delle parole non dette ma sentite nel cuore e  diffonda il messaggio di pace, di amore e di solidarietà di cui il mondo ha  tanto bisogno.

Ritornare alla semplicità e alla  bellezza  dei sentimenti è emozionante e questi momenti ci accomunano e ci rendono tutti più buoni, più disponibili, pronti ad aprire le nostre porte in uno slancio fraterno dove anche chi è lontano dalla fede si sente sollecitato ad abbracciare il vicino e a provare quel sentimento francescano di grande fratellanza  che diventa il più bel messaggio da donare per il  Natale alle porte.

Sorretta da molte braccia, si ferma sul sagrato, un lungo applauso l’accoglie e tra la commozione di tutti inizia  la processione  che attraverserà il paese tra strade e piazze, aperta dalla banda musicale fino alla chiesa di San Francesco. La musica emoziona. Il corteo che la segue è infinito e ad ogni passo aumenta a dismisura tra la calca,  dove ognuno cerca una posizione per toccare le sue vesti, per una preghiera diretta, recitata in silenzio, per formulare in segreto una speranza.

La festa dell’Immacolata è antichissima  ed è attesa con grande fervore da persone di ogni età. È la rigenerazione spirituale e ogni tappa lungo il cammino segna l’iter mistico verso la casa di Dio. Si offre anche vino e cibo ai portantini, in segno di ospitalità che ci ha da sempre distinti verso i più bisognosi, un uso bellissimo  che oggi  viene spesso dimenticato

Tutto il paese si mobilita e gareggia per creare il tosello più bello. I rioni preparano un’accoglienza da regina a colei che ha il potere di riunire intorno a sé l’intero popolo di Sarno che non lesina perché ovunque ci siano canti, suoni, fuochi, colombe che segnano di bianco candore il cielo, mentre dai balconi parati a festa con le più belle coperte, preziose per i ricami, è un tripudio di coriandoli.

Il ogni piazza, in ogni spazio si allestisce il tosello o meglio “dosello”, un baldacchino riccamente addobbato a festa, con drappi e stoffe pregiate simile a un trono reale. Un termine che richiama i secoli del vice-regno spagnolo  e gli stessi rituali spagnoli  ma anche l’uso pagano di allestire l’are.

Ritornare e seguire il lungo corteo che accompagna l’Immacolata è ritornare indietro nel tempo e rivedere volti amici di coloro che hanno accompagnato parte della nostra vita e scoprire il vuoto di chi non è più presente.

lunedì 3 dicembre 2018

Omaggio a Matera /2 Capitale Europea della Cultura per il 2019

Cripta del Peccato Originale
Ogni Sasso di Matera affascina e rende interessante il territorio.
Poco distante dalla via Appia, in una delle gravine che solcano l’altopiano della Murgia Materana, fra vigne, ulivi e campi di grano, si trova uno dei luoghi più suggestivi del Sud Italia: la Cripta del Peccato Originale, una cavità naturale a strapiombo sulla Gravina di Picciano, tra le  più antiche testimonianze dell’arte rupestre del Mezzogiorno d’Italia, dove il Pittore  dei fiori di Matera, anonimo artista vissuto intorno al IX secolo, affrescò scene dell’Antico e del Nuovo Testamento in un ciclo risalente al IX sec. d.C. Per il valore teologico e artistico del compendio pittorico la chiesa-grotta è stata definita la Cappella Sistina della pittura parietale rupestre. Nella Grotta dei Pipistrelli, che si trova a circa 4 chilometri dal centro abitato, l’archeologo Domenico Ridola compì la sua prima esplorazione e ritrovò manufatti paleolitici. Nato a Ferrandina nel 1841 e morto a Matera nel 1932, Ridola condusse scavi importantissimi nel territorio, consentendo al Sud di uscire dal suo isolamento. Notevole è stata la sua ricerca per ricostruire le origini di Matera nel periodo Paleolitico e Neolitico. Così scrive << I miei scavatori mi dicevano di non andare alla "grott du mattivagghi", la grotta dei pipistrelli, perché non c'era niente là sotto. Avevano scavato già in tanti, per molti anni: sì, tiravano fuori ancora qualche cosa, qualche coccio, qualche punta di freccia, persino qualche osso, ma niente di più. Dovevo andare nella Grotta, dovevo rendermi conto di cosa si nascondesse dietro i pipistrelli. Sapevo bene che non esisteva il tesoro di Barbarossa". "Io cercavo, volevo trovare altro. Anzi, forse volevo solo capire, scavare per conoscere” (da La Città dell’uomo). "Un ritrovamento, tra i primi, che effettuai e che mi commosse fu quello di un focolare, il più grande, collocato in direzione dei primi raggi del sole nascente. Dunque la grotta non era stata sempre regno dei vampiri volanti: dunque la grotta era un luogo sacro per gli uomini antichissimi del Paleolitico. Sì, questo era un sito molto più antico di quanto nessuno avesse mai pensato".


La venerazione della Vergine, particolare di affresco, cripta del Peccato Originale

Il viaggio è conoscenza ed è un privilegio per il visitatore entrare nel cuore di un territorio guidato dalla voce di artisti, letterati e di quanti vi operarono. Giovanni Pascoli (1855-1912), giunse a Matera il 7 ottobre del 1882 per insegnare latino e greco nel locale Liceo Ginnasio. Nelle lettere che inviava alle sorelle Ida e Maria, scriveva: “Sono a Matera sin dalle ore prime antimeridiane del 7. Arrivai all’una dopo mezzanotte, dopo molto trabalzar di vettura, per vie selvagge, attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente, sinistramente belli.… Una città abbastanza bella, sebbene un poco lercia.” .“I contadini vanno vestiti nel loro simpatico ed antiquato costume e stanno tutto il giorno, specialmente oggi che è domenica, girelloni per la piazza. Hanno corti i brachieri e scarponi grossi senza tacco, una giacca corta e in testa un berrettino di cotone bianco e sopravi un cappello tondo. Sembrano che si siano buttati giù dal letto in fretta e furia, e si sian messi per distrazione il cappello sopra il berretto da notte”(7 ottobre 1882). “...ma in generale sto bene a Matera…sai di una cosa mi lagno:qui è troppo caro il vivere e l’alloggio e tira quasi sempre scirocco…(19 ottobre 1882). "Non c’è un libro qua, da vent’anni che c’e’ un Liceo a Matera, nessuno v’è uscito con tanta cultura da sentire il bisogno d’un qualche libro; i professori pare che abbiano avuto tutti la scienza infusa; e perciò di libri non s’è n’è comprati. Ci vorrebbe forse un sussidio del governo, ma il Governo probabilmente non ne vorrà saper nulla".(1902, al Preside del Liceo di Matera Vincenzo Di Paolo). “Come mi giova, dopo una vita così torba tornare a cotesta serenità di pensiero e di parole, che avrei dovuto prendere da lei in quella povera città di trogloditi, in cui vissi così felice, sebbene così pensoso! Sì: delle città in cui sono stato, Matera è quella che mi sorride di più, quella che vedo meglio ancora, attraverso un velo di poesia e di malinconia” (5 ottobre 1883, a Giosuè Carducci).
Matera è una città da visitare più che da descrivere, perché è camminando per le sue strade che si  vive la suggestione di un’atmosfera che  occupa ogni pensiero e che pagina dopo pagina, sasso dopo sasso si sfoglia e racconta una storia antica che ogni visitatore cattura come un raggio. Bellissima è Matera al tramonto, quando si riveste di riflessi d’oro e di infinite luci che la mutano in un meraviglioso presepe e la  incoronano regina della storia.

Il nostro omaggio continua

sabato 17 novembre 2018

Omaggio a Matera, Capitale Europea della Cultura per il 2019

San Giovanni in Monterrone. Santi  

Matera, uno dei luoghi più suggestivi e incantevoli d'Italia, dichiarata dal 1993 Patrimonio Mondiale dell’Unesco e scelta come Capitale Europea della Cultura per il 2019, affonda la sua storia in un tempo remoto e segna le tappe dell’uomo dall’età paleolitica ad oggi, dai villaggi neolitici fino alla costruzione della Civita e dei Sassi. Dal periodo dei romani fino al 1638, quando ottenne la libertà demaniale, Matera è stata luogo di dominazioni, di conquiste e di saccheggi. Ridotta a feudo e ceduta a vari domini, ha subito nel tempo la dominazione di famiglie potenti come gli Orsini. L’origine del nome è controversa. C’è chi afferma che derivi dal greco “Meteoron”, chi dal termine greco-jonico Matera, ossia “madre” ma tutte le ipotesi restano tali.
Città della Basilicata, capoluogo della provincia omonima, Matera è situata a 401 m sul versante occidentale delle Murge. Include l'area dei Sassi, un complesso di Case Grotta scavate nella montagna. Evacuati nel 1952 a causa delle misere condizioni di vita, i Sassi ospitano ora musei.
Il nucleo più antico è disposto in parte sul fianco scosceso della Gravina, in parte sul margine dirupato del pianoro e entro brevi gole. Il torrente Gravina affluente di sinistra del Bradano, scorre nella profonda fossa naturale che delimita i due antichi rioni della città: Sasso Barisano e Sasso Caveoso. Il Sasso Caveoso è disposto come un anfiteatro romano, con le case-grotte che scendono a gradoni.
Con l’età dei metalli nacque il primo nucleo urbano, quello dell’attuale Civita, sulla sponda destra della Gravina. "Nelle grotte dei Sassi si cela la capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antica civiltà. Chiunque veda Matera non può non restarne colpito, tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza", "…fu dapprima esperienza, e pittura e poesia…e poi teoria e gioia di verità per diventare infine apertamente racconto…". Nasce così “Cristo si è fermato a Eboli”, il libro-documento scritto da Carlo Levi, quando confinato ad Aliano (Matera), ebbe modo di conoscere la realtà di questo territorio e di descriverla. Secondo Calvino: Carlo Levi è il testimone della presenza di un altro tempo all'interno del nostro tempo, è l'ambasciatore d'un altro mondo all'interno del nostro mondo.

Matera, Santa Maria di Idris  


I “Sassi”, antichi rioni, dal punto di vista artistico, unici nel loro genere, sono case scavate nel tufo, sovrapposte irregolarmente lungo i due avvallamenti del Sasso Barisano e del Sasso Caveoso, a ridosso della Gravina. Essi ci riportano ai primi insediamenti dei villaggi sparsi, dove ogni gruppo viveva in modo autonomo, separato dagli altri: «La città è di aspetto curiosissimo, viene situata in tre valli profonde nelle quali, con artificio, e sulla pietra nativa e asciutta, seggono le chiese sopra le case e quelle pendono sotto a queste, confondendo i vivi e morti la stanza. I lumi notturni la fan parere un cielo stellato» (Giovan Battista Pacichelli, Roma, 1634-1695, Il Regno di Napoli in Prospettiva). La struttura architettonica e le decorazioni pittoriche sono tra gli aspetti più interessanti della civiltà delle grotte. A partire dall'VIII secolo, monaci benedettini e bizantini si stabilirono lungo le grotte della Gravina trasformandole in Chiese rupestri. Se ne contano più di 120 e conservano affreschi bizantini straordinari che consentono una lettura del tempo. Santa Maria di Idris, Madonna delle Acque,  sorge nella parte alta del Monterrone, una rupe calcarea che si erge nel mezzo del Sasso Caveoso e offre una vista spettacolare sull’altopiano murgico. La chiesa è collegata alla cripta rupestre di San Giovanni in Monterrone attraverso un cunicolo, dove si trovano numerosi e pregevoli affreschi databili dal XII al XVII secolo. Oltre l’aspetto decorativo delle chiese, colpisce l’aspetto devozionale, legato a un’economia rurale, per il culto dei Santi protettori delle attività artigianali e delle corporazioni. Il territorio che circonda Matera è ricco di resti preistorici.

Il nostro omaggio continua

venerdì 2 novembre 2018

A ricordo di un amico

Ad Antonio

Caro Antonio, non avrai pensato di essere solo in questo momento, non potevamo, né volevamo e come vedi  siamo tutti qui riuniti per renderti l’ultimo omaggio e suggellare un rapporto di amicizia, iniziato molti anni fa ma che durerà per sempre nel tuo ricordo. Come un tempo ti  siamo  vicini parenti e amici, quasi a sostenerci, perché  il tuo trapasso ci priva di un dialogo che ha animato molti momenti del nostro stare insieme e ha dato un senso profondo al sentimento dell’amicizia che tu hai nobilitato.  Come vedi   io, Carolina, Aldo e Gaetano  ti siamo  accanto come sempre, memori del percorso di vita trascorso insieme e che tu hai sostanziato in ogni momento.
L’amicizia è un sentimento che nessun tempo potrà  cancellare anzi mai come ora, sei presente tra noi con i ricordi dei momenti  vissuti insieme, alla luce del tuo sapere, della tua intelligenza, della tua capacità di andare oltre le cose.  Non si muore se il ricordo permane intatto nella memoria  di quanti ti hanno conosciuto, anzi  nel tempo  diventa un volto che come un dagherrotipo ritorna. Conoscerti è stato per tutti noi un piacere e un onore, oggi memori di quell’amicizia che hai saputo donarci con le tue attenzioni e le tue premure. Qualcosa manca oggi a tutti noi, la tua presenza, le tue idee e i tuoi valori con  i quali ci siamo confrontati e arricchiti. Non sarà la morte a interrompere l’amicizia che hai saputo profondere a piene mani, senza mai risparmiarti ma da oggi si salderà ancora più forte perché nessuno muore se ha ben seminato e tu lo hai sempre fatto con la sensibilità  che ti ha sempre distinto nelle parole e nei comportamenti misurati, attenti perché nessuno ne avesse a dolersi. Il ricordo che tu lasci in noi è il riflesso di quella  gioia semplice e autentica che dimostravi e che rende unica un’amicizia che si fortificherà nel valore che tu le hai saputo donare.

  Aldo e Anna Esposito
                                                                                        23 ottobre 2018



martedì 23 ottobre 2018

Contro la disumanità, il cuore

 
 
Pensavo che avessimo perso il lume dell’intelletto e che nessun  sentimento di  solidarietà potesse più toccare il nostro cuore. Siamo stati sull’orlo di perdere dignità e rispetto. Perdere l’infanzia vuol dire perdere noi stessi,  perché l’umanità, a livello universale, è un solo corpo. Troppo male facevano gli occhi di quei bambini isolati, inconsapevoli, che si guardavano intorno increduli in cerca di un perché si trovassero  soli, lontani dalla mensa, non insieme… Si guardavano, si interrogavano e non capivano una divisione che sfuggiva alla loro comprensione. La paura che qualcosa di terribile potesse ritornare e che l’ignoranza, con gravi conseguenze, potesse prendere il sopravvento sulla riflessione era sconvolgente, per il panico di essere diventati altro e per il timore che etica e morale dormissero il sogno dell’irrazionalità in un mondo che appare  sempre più diviso.  Ma quegli occhi hanno avuto il potere di penetrare il cuore. Un brusio ha cominciato a serpeggiare, la ragione a pungolare, il brusio è diventato rumore, e poi urlo contro la separazione; gli argini dell’indifferenza si sono rotti contro il pulsare incessante del cuore. Nulla si può accettare contro l’infanzia ed è  aumentato sempre più il numero di coloro che, guidati dal buon senso, non hanno accettato le regole,  pensando che a tutto c’è rimedio, e si sono uniti a difesa dell’infanzia che non può e non deve essere umiliata. Siamo nel tempio dell’educazione che basa i suoi principi sul rispetto e la dignità di tutti senza confini e senza colori. Troppo lunga, per alcuni indigenti, la strada, per raggiungere la scuola, troppo triste l’aula priva di scodelle, perché i bimbi stranieri non  possono pagare. Troppa la vergogna per un atto che avviene a scuola, l’alveo, dove si realizza il processo di educazione e di formazione, dove dominante è lo slogan “stare bene insieme”, dove un comportamento sbagliato può influire negativamente sulla crescita. A nostra difesa, il cuore ha rigettato ogni sopruso contro l’indigenza, e ha fatto da scudo ai bambini. Il donare in silenzio è stato  un atto bellissimo conforme ai principi di umanità, di solidarietà, di inclusione, ed ha dimostrato che insieme si può costruire una società migliore, che il mondo è di tutti e che la fratellanza è il principio base della convivenza. 

  




Un atto che ha commosso profondamente, a dimostrazione che i valori della nostra cultura si possono temporaneamente appannare ma non annullare e che la coscienza è sempre vigile a richiamarci alla ragione. I bambini sono il futuro della società e tutti abbiamo l’obbligo di educarli secondo i sani principi  che hanno caratterizzato da sempre la nostra cultura permeata di classicità, di epica e di storia. I bambini ci giudicano e il loro giudizio è tremendo, temibile, ogni loro possibile devianza sarà frutto di un nostro errore. Ma la generosità che ha consentito di  aprire la  mensa  a tutti i bambini, ci dice  che in ognuno di noi è vivo il ricordo di ciò che eravamo, la consapevolezza di ciò che siamo. È questa la nostra vittoria su chi vorrebbe a forza farci deviare. È la solidarietà, la strada da riprendere contro ogni tentativo lesivo dell’infanzia. A difesa, si sono unite le mamme. Hanno vinto i valori della nostra cultura, base della nostra formazione, che abbiamo l’obbligo di difendere e di trasmettere. La ragionevolezza si è fatta strada,  contro comportamenti che sanno di barbarie e di inciviltà. Si spera che la cultura illumini col sapere le menti di coloro che non la conoscono o che forse per ignoranza la temono, e che insieme si possa vedere al di là delle apparenze la verità del momento poco appagante, che risvegli le nostre menti e le indirizzi verso scelte capaci di privilegiare il bene di tutti indiscriminatamente, affinchè ogni barriera e ogni pregiudizio sia abbattuto dalla ragione e dalla conoscenza nella consapevolezza che ogni diversità è per noi ricchezza irrinunciabile. 



Intanto la prima barriera è stata abbattuta e speriamo che se ne possano demolire tante altre per poter respirare di nuovo  privi di regole malsane.  I bambini sono di nuovo insieme in un clima di convivenza dove nessuna ombra per ora offusca il loro sorriso d’innocenza.



martedì 9 ottobre 2018

Varanasi tra luci e ombre

Ceri sul Gange
Chi è stato a Varanasi, certamente non la dimentica, perché è impossibile rimuovere le immagini e il frastuono che prendono la mente, guidandola alle origini di questa città, definita una tra le più antiche del mondo. Mark Twain scriveva: Benares è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione, più della leggenda e sembra due volte più antica di tutto questo messo insieme.
Varanasi, un tempo detta Benares, la cui storia risale all'XI secolo a.C. si trova nello stato dell'Uttar Pradesh, nel Nord dell'India. Dedicata a Shiva, uno dei principali culti dell' Induismo è considerata la capitale spirituale dell'India. Un milione di pellegrini la visita ogni anno, per i bagni sacri nel Gange. Ogni induista, almeno una volta nella  vita, si reca a Varanasi, per immergersi nelle acque e fare minimo 5 ghats, semplici scalinate costruite un tempo per scendere sulle rive del fiume, per lavarsi e purificarsi, divenute poi luoghi di profonda religiosità. Si ritiene che bere l'acqua del Gange, consenta all’anima di salire al cielo, dopo l'ultimo respiro. I Ghats lungo il fiume sono le principali attrazioni, all'alba per i riti al sole nascente e al tramonto per la “puja”, la cerimonia di adorazione del Dio.


I ghat, abluzioni nel Gange
Basta alzarsi all’alba, per assistere alla nascita del sole, un sole pallido che sale piano sull’orizzonte, quasi ad elevare l’animo, e riveste il Gange di quella spiritualità di cui vive la città. L’esperienza è meravigliosa e ci si sente in equilibrio con il proprio pensiero. I tuc-tuc e i risciò sfrecciano lungo le strade a centinaia, in un traffico congestionato e per strade dissestate, con rumori assordanti per arrivare in tempo presso uno dei ghat e godere dalle barche il risveglio della vita. La città già vive nei suoi riti lungo le rive del Gange che spande intorno la sua religiosità e nel suo scorrere,  racchiude la cultura di un popolo che nella sacralità del fiume, riconosce la propria esistenza.
L’atmosfera è magica e sui ghat le persone ripetono gesti immutati nel tempo: le onde fanno fluttuare lentamente i ceri accesi, appoggiati su foglie, deposti in offerta, a cui si affida una speranza, un desiderio, che navigano simili a pensieri assorti tra fiori multicolori, quasi a scandire il tempo che sembra immobile come l’atmosfera che vi si respira e si infoltiscono fino a formare un manto luminoso. L’alba è trascorsa e si risale il ghat verso il cuore della vecchia Varanasi. Il silenzio è d’obbligo mentre ci si inoltra in un dedalo di strade non più larghe di due metri, dove si allineano le case e gli abitanti offrono un’idea di un vivere ancestrale, di una vita con tutti i suoi limiti. Non si bada ai miasmi che a volte sono soffocanti, né alla quantità di escrementi delle mucche-sacre, intoccabili tra tanta miseria, perché donatrici di latte, che a tratti quasi coprono la strada. È l’India dei contrasti, di realtà messe a confronto, dove la povertà è tangibile, specialmente nella folla di bambini che si accalcano per chiedere e ricevere qualcosa e nelle infinite tendopoli in completa disarmonia con la ricchezza. In queste strade le immagini appaiano irreali e la storia si materializza e racconta il vissuto e il presente di un popolo eterno nel suo stato. Da un piccolo riquadro di un muro sbuca all’improvviso un bambino, di poco vestito che si allontana in fretta, l’immagine sgomenta, commuove e racchiude la realtà del luogo: si vive di niente e di nulla.
L’India è il paese dalle profonde contraddizioni, difficile da comprendere. Cumuli di spazzatura convivono con animali e persone ma all’occhio tutto si annulla nell’atmosfera surreale di un paese che non va giudicato per ciò che mostra ma per ciò che conserva in termini di culture, di credenze e di riti religiosi che sebbene diversissimi convivono. La religiosità è tangibile in ogni gesto e nei moltissimi luoghi dedicati alla preghiera; tra le stradine tortuose della città si nascondono circa 2000 templi, tra cui il famoso "tempio d'oro", il Kashi Vishwanath, dedicato al dio indù Shiva.


La puja-preghiera

L’ora più coinvolgente è verso le 18, la città si prepara, tra moltitudini di pellegrini, ai riti serali, quando il fuoco e la luce vengono offerti al fiume, tra canti, cimbali, conchiglie suonate, mantra, e migliaia di corone di fiori. Le strade sono caotiche e pullulano di tuc-tuc rumorosi e di risciò, che corrono verso il Gange per assistere alla cerimonia più sacra per gli induisti: la Ganga Aarti è un rituale indù dedicato alla Dea Madre Ganga, la Dea del più sacro fiume indiano. Lo spettacolo è affascinante e richiama alla mente le cerimonie dell’antico Egitto, oggi scomparse e che qui permangono millenarie e immutabili. L’allestimento è molto scenografico e suggestivo. Sui palchi, allestiti tra suoni, canti e preghiere, giovani officianti detti pandit, perché appartenenti alla casta braminica, vestiti con abiti color zafferano, eseguono una puja, offerta che ha come elemento essenziale il fuoco. Si soffia in una conchiglia, si prosegue con lo sventolio di bastoncini di incenso con volteggi elaborati e si passa poi a grandi lampade di fuoco che creano giochi di luce e forme spettacolari. Passeggiare lungo i ghat, tra pellegrini, mendicanti, sacerdoti, astrologi, indovini che impartiscono mantra e responsi ai credenti, e Sadhu dediti alla meditazione e all’ascetismo, tra abluzioni, cremazioni, mucche e bufali che si abbeverano, venditori di varia mercanzia e di chai, un tè speziato, tenuto al caldo con un braciere legato sotto la brocca, tra mucche, capre e cani che scavano con il muso nei mucchi di immondizie accatastati qua e là, tra colombi e pappagallini che volano da un buco all’altro tra le pietre dei palazzi, ancora presenti alle spalle dei ghat, è un’esperienza indimenticabile che regala una diversa dimensione della vita. Ma sono i ghat-crematori a catturare l’occhio dove i roghi bruciano i cadaveri senza sosta. Morire a Varanasi significa liberarsi definitivamente dal Ciclo delle Rinascite e raggiungere la Mokhsa, quello che i Buddhisti chiamano Nirvana. Vita e morte convivono e la grandezza del rogo indica lo stato sociale. I catafalchi sono ricchi di addobbi per chi può e la legna abbondante brucia fino alla cenere il corpo. Diversamente, i pochi addobbi indicano una classe sociale più povera e se la legna non è sufficiente a consumare il corpo, i resti vengono gettati nel Gange, pronto ad accoglierli come un grembo materno. Si resta abbagliati dallo spettacolo delle luci, luci di vita e luci di morte e dalle ombre che l’ora proietta nel cuore in un mescolarsi di opulenza di pochi e di povertà sterminata di molti.

I ghat crematori


Varanasi lascia nel cuore segni che nessun tempo cancellerà nel ricordo dei suoi riti e della sua cultura come Tulsidas, poeta, filosofo, compositore, nonché mistico  indiano: ricordato da il Tulsi Ghat, e dal Tulsi Manas Temple, un tempio moderno in marmo bianco, dedicato al Signore Rama e dove si pensa abbia scritto il poema epico Shri Ramcharitmanas.
E come scrisse Tiziano Terzani: “Ora, seduto sulla terrazza del Ganges View hotel a Benares, a guardare l'eterno scorrere del fiume più sacro al mondo e quello, qui ugualmente ineffabile, dell'umanità più antica”.
Seduti sui ghat, l’occhio si perde sul Gange, fiume senza tempo, pregno di storia, alla ricerca di una risposta ai mille perché. Si pensa al numero infinito di popoli, di culture, di religioni che popolano il mondo e l’animo si riempie di un sentimento di pace in un abbraccio infinito di bellezza.

mercoledì 19 settembre 2018

Il male della scuola: la dispersione



Con l’inizio dell’anno scolastico si ripropongono gli annosi problemi della scuola  che la rendono sempre più instabile. L’abbandono  scolastico è uno dei  più gravi e ci obbliga ogni anno a riparlarne tra amarezze e possibili rimedi. Ogni volta che un ragazzo abbandona la scuola apre una ferita all’interno della società non rimarginabile. Accanto a problemi, quali: il precariato, la mancanza di personale, specialmente per il sostegno, l’assegnazione delle cattedre, e tanti altri,  la dispersione si pone in tutta la sua gravità e ci obbliga a riflettere su come intervenire. Interventi e progetti vengono effettuati ma risultano del tutto insufficienti visto che il problema  permane e investe essenzialmente le zone più disagiate. Quali sono i motivi che spingono i ragazzi all’abbandono?. Innanzitutto la  loro fragilità, specialmente nella fase adolescenziale, la scarsa considerazione che hanno  della scuola, non supportata  dalla  famiglia, la poca fiducia nelle proprie capacità, il guadagno apparentemente  veloce che miete costantemente vittime, a beneficio della strada. I ragazzi purtroppo, sono facili prede, e affascinati dall’apparire, sono facilmente aggirabili con false  chimere; la formazione delle baby gang e il fenomeno del bullismo lo dimostrano. Il problema diventa sempre più preoccupante dato che, nonostante l’impegno di volontari, degli insegnanti e di progetti mirati, non si riesce ad arginarlo. Perdere un ragazzo, è uno smacco per l’intera società,  un fallimento, poiché dimostra la nostra incapacità di trattenere i ragazzi nelle aule per  un adeguato processo  di educazione e di  formazione. È chiaro, che la gravità del problema richiede un impegno collettivo, attivo e costantemente partecipato. Sul piano educativo, limitare il numero degli studenti per classe, potrebbe aiutare, specialmente nel biennio. Sul piano didattico, bisogna rivedere programmi e metodologie, individuando strumenti e strategie capaci di  suscitare in ogni discente interesse e curiosità, uscire dai testi e lasciare che il pensiero navighi libero da coercizioni programmatiche; ce lo suggeriscono gli stessi ragazzi quando dicono che non sono interessati, che si annoiano. Sul piano personale bisogna che acquistino  fiducia e autostima,  fondamentali per  credere nelle proprie capacità e operare scelte critiche e consapevoli. È necessario che la scuola dia loro sicurezza  e speranza;  che li renda  artefici di se stessi nel ruolo di  protagonisti,  in cui il sapere diventi saper fare, con la  libertà di inventare, di creare e di  modellare le proprie conoscenze secondo i propri interessi;  che li  guidi al corretto utilizzo  degli strumenti della comunicazione; che usi la sinergia dei linguaggi espressivi  aprendo loro il mondo della  “bellezza”, attraverso la musica e le arti.  
Educhiamoci ad educare! Questo deve essere il nostro slogan.
Famiglie, istituzioni, l’intera società è chiamata  a rispondere delle proprie responsabilità. Il dialogo deve vincere sul silenzio e diventare un punto di convergenza per l’ascolto, per un’analisi circostanziata dei fenomeni negativi che investono i ragazzi, per confrontarsi, uscire dal proprio isolamento e operare cambiamenti e riforme, frutto dell’esperienza di  chi vive dal di dentro la vita scolastica nelle sue problematiche quotidiane,  e non calate dall’alto, col rischio che il tutto risulti fallimentare. Bisogna assolutamente  allontanare i ragazzi dalla noia e dalla solitudine, dare loro certezze e  l’affettività di cui hanno bisogno, una speranza  che li tiri fuori dal guscio che li separa dal contesto sociale, il  senso di appartenenza, di comunità in cui i valori della vita prendano forma e aprano i loro occhi ai valori planetari, senza rifiuti e distinzioni. È necessario che nella società e in particolare nelle scuole, gli adulti si interroghino sul proprio agire e retrocedano consapevolmente da comportamenti sbagliati e violenti che in prospettiva si riflettono sui ragazzi. Ognuno a scuola  deve  riprendere il proprio ruolo e dare in concreto un pieno significato alle parole “regole”,  “dignità” e  “rispetto”, sia a livello individuale che collettivo e contro ogni forma di violenza e di prevaricazione riconoscere alla cultura il suo ruolo storico e alla scuola l’alveo capace di assicurare un domani a tutti. Contro le incertezze devono prevalere: la passione all’insegnamento, l’impegno e la dedizione, realizzabili solo con tenacia e volontà  e con progetti  finalizzati al recupero, la  cui completa vittoria  non sarà la lode del primo ma  il ritorno e l’inserimento dell’ultimo. Al punto in cui siamo, il compito non si presenta né facile né immediato,  dobbiamo tuttavia agire e ai ragazzi che si allontanano dobbiamo offrire serietà, impegno e la vicinanza dell’intera società. Ma per operare in modo costruttivo e finalizzato, non bastano gli sforzi individuali e collettivi che sebbene  elogiabili, risultano insufficienti a durare nel tempo se  le  Istituzioni  non prendono in cura la scuola, restituendole l’”autorità” dovuta  e intervenendo  con un costante impegno economico e con finanziamenti a largo raggio, nella piena e convinta consapevolezza che investire in cultura è la più  grande ricchezza del nostro paese sia nel presente che in una prospettiva futura e che il valore della scuola deve essere anteposto a qualsiasi investimento in altri settori, perché la  cultura è un’arma insostituibile contro ogni forma di prevaricazione ed è l’unica e vera  base di ogni società in progress.

lunedì 3 settembre 2018

San Giovanni Theristis



Ogni luogo d’Italia affascina ed emoziona e nella Locride, terra di Calabria, definita preziosa per memoria, cultura e storia, si scoprono  perle tra le più rare. Basta avventurarsi per strade scoscese, su per i monti, ammantati di fichi d’india lussureggianti,  per imbattersi all’improvviso in tesori che  rubano il cuore per bellezza, maestosità e misticismo. Siamo nelle campagne del Comune di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, in una vallata sovrastata dalle ripide pareti del monte Consolino, denominata Vallata bizantina dello Stilaro, luogo di insediamenti ascetici, posti sulle pendici del monte e delle colline circostanti, abitati da  monaci  forniti di grande cultura e spiritualità.
Si viaggia spinti dalla curiosità di conoscere, di vedere e di godere di ogni bellezza che il territorio che si visita ci regala e nella Locride ogni pietra diventa depositaria di una storia che ad ogni passo si disvela.
Il profumo è intenso lungo la riviera dei gelsomini, il silenzio ammanta e nessun rumore lo infrange. Si raggiunge un ristretto pianoro compreso tra le fiumare dello Stilaro e dell’Assi.  La  vista è incantevole e il paesaggio ammalia ad ogni passo mentre l’occhio curioso si spinge in lontananza e si appaga di una bellezza incontaminata. Si resta rapiti e trasportati  in un altro tempo e in un luogo dove ogni ciottolo racconta una scheggia di vita.  Ed ecco apparire a un tratto, quasi come in un sogno,  un monumento dall’architettura  che richiama in alcuni elementi lo stile bizantino e in altri quello normanno,  un complesso monastico  pregevole, dedicato a San Giovanni Theristis, vissuto intorno al 1.100, l’unico in Italia fondato dai monaci del monte Athos. Si racconta  che nell’XI secolo, in questo territorio sia vissuto un giovane monaco nato a Palermo, al quale si attribuiscono vari miracoli come quello di un’improvvisa mietitura del grano a Maroni,  da cui l’appellativo di Theristis, che significa appunto “mietitore”.
Il complesso risale alla fine dell’XI secolo e fu gestito da monaci che,  scampati tra il secolo X e XI alle invasioni arabe di Sicilia, si rifugiarono in Calabria. Così ce ne parla Fulvio Calabrese:  Il crescere della potenza islamica e la sua progressiva espansione nel bacino del Mediterraneo, costrinsero monaci ed eremiti ad abbandonare nel corso del secolo VII, l’Oriente cristiano ed a trovare rifugio nella vicina Calabria, che per le caratteristiche geomorfologiche, ricordava loro le terre d’origine. Grazie alla venuta di questi asceti, moltissimi furono i monasteri e gli oratori edificati in tutto il thema, considerato un nuovo punto d’irradiazione della cristianità, e numerosi quelli costruiti nella stessa vallata dello Stilaro, dove, fra il secolo X ed il XII, vennero fondati ben 44 luoghi di culto tra laure, cenobi e monasteri. Tali insediamenti erano abitati da diversi monaci così forniti di cultura, spiritualità e ascetismo, da far definire questa zona la Terrasanta del monachesimo greco – ortodosso in Calabria.
La lettura è affascinante, le distanze si accorciano, mentre si associa al luogo, non senza emozione, il ricordo della Cappadocia.  



L’edificio, un tempo splendido per ricchezze e famoso per cultura, con la costituzione dell’Ordine Basiliano, da Basilio Magno, suo fondatore, divenne  uno dei maggiori cenobi  della congregazione religiosa greco-ortodossa “uniate” fornito di reliquie e di una vasta biblioteca con manoscritti di grande pregio. Nel XVII secolo, a causa delle scorrerie dei briganti, fu abbandonato e decadde completamente, fino a lasciare solo ruderi alle intemperie.
L’Italia meridionale è come un’ostrica che cela bellissime perle di cultura, di arte e di storia, che aspetta di essere aperta con rispetto e cautela per godere dei tesori del suo importante patrimonio. Negli anni venti del ‘900 il monastero fu scoperto, in mezzo alla folta vegetazione dell’epoca, dall’archeologo Paolo Orsi, che così ne parla: «A settentrione di Stilo una catena di modica elevazione separa le due contigue e parallele vallate dello Stilaro e dell’Assi. A cavallo del valico che collega i due bacini e che dovette essere attraversato da una mulattiera assai malagevole ma altrettanto frequentata nei tempi di mezzo, sorgono le ruine di S. Giovanni vecchio, quasi all’altezza di Stilo, emergenti in mezzo a macchie di neri elci e di verdi querce, e così segregate dal mondo per la profonda vallata che ben pochi degli Stiletani le conoscono, e nessuno studioso dell’arte le aveva visitate. In questa chiusa e quasi mistica solitudine assai prima del sec. X sorse un umile monastero basiliano….» «….a tanto assurse la sua fama, da esser proclamato «caput monasterium ordinis S. Basilii in Calabria». 
La compresenza di Arabi, Bizantini e Longobardi in questi luoghi tra il IV e il X secolo realizzò uno scambio culturale ed economico tra le popolazioni del luogo ancora oggi riscontrabili in monumenti, un tempo testimonianze di grande fervore culturale e artistico,  oggi  riportati  alla luce con accurati restauri. Il monastero di San Giovanni Thirestis è uno di questi e la sua bellezza, grazie al restauro,  lascia senza parole.  Esso vanta un passato glorioso e, ridotto nel tempo a rudere è rinato nel 1994 con il ritorno di monaci greco-ortodossi, provenienti dal monte Athos che hanno ridato vita al centro monastico che, dal 2008,  è retto dai monaci della Diocesi Romena Ortodossa d’Italia.  Il luogo è mistico e il silenzio e il  rispetto sono d’obbligo. Tutto rapisce e come un’eco che si propaga da lontano, se ne può ascoltare la storia  dagli stessi  monaci, che ne curano la vita.
Nel 1990 cominciarono i lavori di ristrutturazione e oggi il complesso si può ammirare in tutta la sua bellezza, quale esempio di architettura monastica dell’XI secolo. L'interno è pura armonia, ricco di icone, pitture, affreschi e pregevoli arredi sacri come l'iconostasi e lo splendido lampadario in oro nella navata centrale, con una grande base di dodici lati, su ognuno dei quali è raffigurato un apostolo, vero gioiello di arte eccelsa.
Il centro è diventato attivo con la celebrazione della Divina Liturgia secondo il rito ortodosso e molti sono i pellegrini dell’Europa dell’Est che vengono per  visitarlo  e ammirare le montagne ricche di grotte, di eremi e di vallate che invitano alla meditazione.
All'esterno del complesso, alcune  porzioni di intonaco  affrescate  ci  dicono  che un tempo tutto l'esterno era dipinto, a testimoniare  l’unicità della costruzione.
La Calabria ha sempre qualcosa da regalare all’attento viaggiatore che curioso, si accinge a visitarla, tanto da farsi riconoscere come scrigno di tesori inestimabili e noi godremo insieme di tali bellezze.

sabato 28 luglio 2018

Omaggio alla luna rossa. Storia del sole e della luna

Storia del sole e della luna. Illustrazione di Leonardo Vitiello




Poche volte il moto dell’universo gli concedeva di sovrapporsi e lentamente si sfioravano, si guardavano, ma null’altro. Avevano già da tempo capito che il loro destino era segnato da leggi immutabili che regolano il cosmo.
<<Perché almeno una volta non si ferma il tempo? Perchè almeno una volta non si muta l’ordine degli elementi? Perché non ci è concesso un attimo di  felicità?>>
Pensavano chiusi nel loro tormento.
Ogni sera, quando tutto in natura cambia colore e lunghe striature dipingono il cielo, l’orizzonte segna il declino di un sogno.
Il disco cala lentamente tra intensi bagliori, mentre i raggi, come braccia, si tendono per un ultimo soffio di vita e il mondo si ferma all’ascolto di quel pianto eterno.
Si ode il lamento del“sole” mentre si muta in preghiera:<< Ferma, dice tremula la voce, ferma il mio viaggio, o “Principio” del mondo. Fa’ ch’io possa toccarla per un solo istante>>.
Il singulto squarcia il cielo e le parole, sibilo flebile, svaniscono.
Affranto, si tende il suo ultimo raggio, di intenso arancio, per stringere il primo di lei, ma inesorabile il tempo incede e spezza l’attesa.
 Tremenda sventura, sentire nel cuore l’amore e vederlo chimera.
Donava al mondo vita e calore e a lui era negato l’amore.
 <<Quante storie raccontano gli uomini di cuori e di amori. Mi credono signore felice, perchè nessuno conosce il mio dolore>>.
    Ricordava….
Poche volte si erano sovrapposti, si erano guardati ma mai toccati.
Felice il ricordo ma doloroso l’epilogo.
Si tendeva tremulo il suo ultimo raggio, per stringere il primo di lei, ma il tempo troncava implacabile ogni speranza.
Piangeva il sole tra dorati riverberi e si chiedeva:<< A che serve tanto splendore se mi è negato l’amore>>?.
Il disco calava a rilento. Lentamente chiudeva gli occhi il “sole” e spariva, mentre tra le ombre che si infittivano, la “luna” iniziava malinconica la sua ascesa tra un velo di madreperla, cercando all’orizzonte qualche ultimo bagliore, qualche intesa.
Ma il sogno si infrangeva lungo il pendio del cielo punteggiato di stelle, ancelle al suo dolore.
La “luna” illuminava col suo raggio il giardino, intento ad ascoltare la storia di quell’ amore infelice, raccontata dal grillo canterino acquattato sul piccolo pesco, e nel silenzio che ammantava, s’udì il lungo sbadiglio di tre lucertole che assiepate si abbandonavano al sonno della notte.

Mentre pensavo, godevo degli ultimi bagliori, che filtrando tra le fitte foglie dell’alloro, si proiettavano sul cotto del giardino, accecanti come un amore struggente.
Il tramonto, con i suoi  colori inimitabili, è un miracolo del creato, in cui il calare lento del disco scandisce, come un plettro, il tempo della nostra vita e ci pone in attesa di un domani incerto, mentre la luna  inizia il suo cammino.
Mi è sempre piaciuto immaginare realtà sconosciute all’interno della luna, seguirne le fasi e  capirne l’ influenza sulla vita della terra e sul destino dell’uomo.
Non c’è  pennello né colore capace di ritrarre la bellezza del firmamento, quella che tinge di estasi il cuore come l’intenso luccichio della stella che illumina come faro un cielo blu-notte e la scia argentata della luna che sale  lungo il pendio.
Di fronte a tanta bellezza l’animo si perde e il pensiero vaga per indagare il disegno imperscrutabile di chi, “creatore”, disegnò l’universo così perfetto e così irripetibile.
La luna appariva in tutto il suo splendore e avanzava simile a una “dea”.
I suoi raggi, che come laser colpivano il giardino, mi suggerivano strane storie e tra sussulti e bisbigli, scrissi  questo racconto di un amore impossibile.

(Tratto da: Armonie di un giardino toscano. Racconti, arte, mito e fantasia, Regione Toscana Consiglio Regionale, Edizioni dell’Assemblea, 2017. Il testo integrale è a disposizione dei lettori nel sito della Regione Toscana - Pubblicazioni)