sabato 28 luglio 2018

Omaggio alla luna rossa. Storia del sole e della luna

Storia del sole e della luna. Illustrazione di Leonardo Vitiello




Poche volte il moto dell’universo gli concedeva di sovrapporsi e lentamente si sfioravano, si guardavano, ma null’altro. Avevano già da tempo capito che il loro destino era segnato da leggi immutabili che regolano il cosmo.
<<Perché almeno una volta non si ferma il tempo? Perchè almeno una volta non si muta l’ordine degli elementi? Perché non ci è concesso un attimo di  felicità?>>
Pensavano chiusi nel loro tormento.
Ogni sera, quando tutto in natura cambia colore e lunghe striature dipingono il cielo, l’orizzonte segna il declino di un sogno.
Il disco cala lentamente tra intensi bagliori, mentre i raggi, come braccia, si tendono per un ultimo soffio di vita e il mondo si ferma all’ascolto di quel pianto eterno.
Si ode il lamento del“sole” mentre si muta in preghiera:<< Ferma, dice tremula la voce, ferma il mio viaggio, o “Principio” del mondo. Fa’ ch’io possa toccarla per un solo istante>>.
Il singulto squarcia il cielo e le parole, sibilo flebile, svaniscono.
Affranto, si tende il suo ultimo raggio, di intenso arancio, per stringere il primo di lei, ma inesorabile il tempo incede e spezza l’attesa.
 Tremenda sventura, sentire nel cuore l’amore e vederlo chimera.
Donava al mondo vita e calore e a lui era negato l’amore.
 <<Quante storie raccontano gli uomini di cuori e di amori. Mi credono signore felice, perchè nessuno conosce il mio dolore>>.
    Ricordava….
Poche volte si erano sovrapposti, si erano guardati ma mai toccati.
Felice il ricordo ma doloroso l’epilogo.
Si tendeva tremulo il suo ultimo raggio, per stringere il primo di lei, ma il tempo troncava implacabile ogni speranza.
Piangeva il sole tra dorati riverberi e si chiedeva:<< A che serve tanto splendore se mi è negato l’amore>>?.
Il disco calava a rilento. Lentamente chiudeva gli occhi il “sole” e spariva, mentre tra le ombre che si infittivano, la “luna” iniziava malinconica la sua ascesa tra un velo di madreperla, cercando all’orizzonte qualche ultimo bagliore, qualche intesa.
Ma il sogno si infrangeva lungo il pendio del cielo punteggiato di stelle, ancelle al suo dolore.
La “luna” illuminava col suo raggio il giardino, intento ad ascoltare la storia di quell’ amore infelice, raccontata dal grillo canterino acquattato sul piccolo pesco, e nel silenzio che ammantava, s’udì il lungo sbadiglio di tre lucertole che assiepate si abbandonavano al sonno della notte.

Mentre pensavo, godevo degli ultimi bagliori, che filtrando tra le fitte foglie dell’alloro, si proiettavano sul cotto del giardino, accecanti come un amore struggente.
Il tramonto, con i suoi  colori inimitabili, è un miracolo del creato, in cui il calare lento del disco scandisce, come un plettro, il tempo della nostra vita e ci pone in attesa di un domani incerto, mentre la luna  inizia il suo cammino.
Mi è sempre piaciuto immaginare realtà sconosciute all’interno della luna, seguirne le fasi e  capirne l’ influenza sulla vita della terra e sul destino dell’uomo.
Non c’è  pennello né colore capace di ritrarre la bellezza del firmamento, quella che tinge di estasi il cuore come l’intenso luccichio della stella che illumina come faro un cielo blu-notte e la scia argentata della luna che sale  lungo il pendio.
Di fronte a tanta bellezza l’animo si perde e il pensiero vaga per indagare il disegno imperscrutabile di chi, “creatore”, disegnò l’universo così perfetto e così irripetibile.
La luna appariva in tutto il suo splendore e avanzava simile a una “dea”.
I suoi raggi, che come laser colpivano il giardino, mi suggerivano strane storie e tra sussulti e bisbigli, scrissi  questo racconto di un amore impossibile.

(Tratto da: Armonie di un giardino toscano. Racconti, arte, mito e fantasia, Regione Toscana Consiglio Regionale, Edizioni dell’Assemblea, 2017. Il testo integrale è a disposizione dei lettori nel sito della Regione Toscana - Pubblicazioni)

mercoledì 11 luglio 2018

Il cinema che emoziona:Chiamami col tuo nome



Timothée Chalamet nella parte di Elio Perlman


Un film eccellente,  il cui filo conduttore si dipana, senza mai spezzarsi  tra luoghi dove la fotografia diventa parte integrante di una bellezza a dir poco divina mentre si diventa tutt’uno con i paesaggi in cui l’arte del raccontare, espressione pura del sentimento, traccia  senza risparmio  luoghi, tempi e personaggi in una confluenza dove si entra in sintonia con l’interiorità di ogni personaggio; un gioco di psicologie che coinvolge ad ogni dialogo, ad ogni sequenza  senza mai stravolgere, con un gusto raffinato, apparentemente leggero e sofisticato, ma in realtà profondo, denso di sentimenti, di malinconie, di ricerca del proprio essere, di scoperta del proprio io, delle proprie pulsioni, dei propri desideri. Una storia pregna di stati d'animo del protagonista  che attraverso la parola e gli sguardi rivela sensazioni mai provate,  pulsioni a volte cercate, a volte indefinibili che per traslato, catturano ognuno. Ci si interroga, ma scevri da  giudizi o da contaminazioni  e si resta  presi nel groviglio dei sentimenti.
“Chiamami col tuo nome” è un film che parla della diversità, dell'amore tra Elio e Oliver, attraverso i sentimenti e pone una serie di interrogativi  sui giudizi spesso espressi, dove predomina il non senso. Un film che riconcilia l’individuo con se stesso, che supera ogni pregiudizio, che accomuna attraverso  la  bellezza sentimenti ed emozioni, un incontro generazionale dove lontano è il dramma nello scoprire qualcosa di poco consono, tranne che in qualche frase   “mio padre mi avrebbe mandato al riformatorio”. Tutto concorre a fare di questo film un capolavoro, sceneggiatura e interpretazioni, memorabile quella di Elio dove la fisionomia del volto,  interpreta, anticipa, comunica, in un susseguirsi di atti, le scene che si mutano nel pensiero stesso, una fisionomia che  si trasforma come  la sua interiorità e che permane anche nello  scorrere ultimo dei nomi. È verso la fine che si recupera l’intera trama che diventa  chiara e leggibile nell’ “addio” dei protagonisti, nel pianto e nell’infinita tristezza e solitudine di Elio, nella posizione che assumono i genitori di appoggio e di comprensione. Resta memorabile il discorso del padre al giovane Elio, su ciò che ha vissuto, che ha provato, nella scoperta del senso della vita, espresso con parole misurate senza mai travalicare, dette  con un’ apparente leggerezza, ma traslate fino a noi  attraverso la bellezza del discorso, parole che fermano, inchiodano, insegnano, destabilizzano ma che lasciano nel cuore un faro che nessun tempo potrà spegnere. 

mercoledì 27 giugno 2018

Come in un mare di ghiaccio

Théodore  Géricault, La zattera della Medusa, primo schizzo,1818


Alla luce degli ultimi avvenimenti non posso non pensare a quel quadro che aveva suscitato in me un profondo sgomento e che mi aveva indotto a spiegare ai miei studenti che il diritto alla vita è sacro e inviolabile. Quel quadro, infinite volte analizzato, si rivestiva di pietà cristiana, di fratellanza, di solidarietà, di civiltà, perché essere civili vuol dire acquisire il senso della comunanza e allungare l’occhio verso il bisognoso in un incrocio continuo di mani. “La zattera della Medusa” di Géricault appare oggi in tutta la sua crudezza e modernità. Con una struttura ascensionale sono rappresentati i corpi di coloro che chiedono aiuto e in cima un uomo di colore che tenta di richiamare l’attenzione dei soccorritori, che purtroppo non arrivarono. La scena è agghiacciante: corpi seminudi, corpi che si reggono a vicenda, corpi con la parola spenta per sempre. Basta poco per rapportarsi alla nostra realtà. Allora eravamo nel 1816 e a distanza di anni quella triste vicenda si ripete. Il nostro Mediterraneo pullula di cadaveri il cui numero si perde tra le onde travolgenti, affannate dal pianto di bambini cui la vita è negata. Tra continue risacche, il mare custodisce migliaia di corpi senza nome, mentre ogni possibilità di vita si chiude col divieto di accesso.
Eppure veniamo da una cultura dove l’accoglienza era un elemento primario. Dove è finita la nostra cultura classica pregna di valori, oggi, costantemente elusi?.
Memori del nostro passato, quando eravamo costretti a lunghe file in altri porti, in terre lontane,  delle sciagure che ci hanno devastato in nome della razza o di altre terribili elucubrazioni, della parola “Libertà” che tante vite e sacrifici è costata; consapevoli che nessuno, con parole o fatti, potrà mai toglierci la dignità di sentirci pari agli altri, nè potrà ergersi a giudice a nome di tutti, che mai potrà cancellare in noi i principi di uguaglianza e di solidarietà (oggi purtroppo opinabili) tanto desiderati e ottenuti, che hanno cambiato il corso dell’umanità, dobbiamo uscire dal lungo letargo e riprendere in mano la nostra cultura e i suoi valori, base della nostra civiltà, consapevoli che chiunque si arroghi tali falsi diritti non lavora per la comunità, non conosce le radici della nostra storia, nefando al genere umano, avanza con prepotenza e tracotanza, privo di quel “rispetto” che ci ha reso e che ci rende uomini di sano intelletto.
L’Italia in questo momento è come una nave frantumata dal ghiaccio, che ci chiede di spezzare gli argini del disorientamento e di dialogare con il nostro passato contro chi tenta di affossarlo. La storia ce lo impone e ci richiama alla salvaguardia dei nostri  valori, contro chi vorrebbe ridurci tutti ad albatri con le ali spezzate: Per dilettarsi, sovente, le ciurme / catturano degli àlbatri, marini / grandi uccelli, che seguono, indolenti / compagni di viaggio, il bastimento / che scivolando va su amari abissi. / E li hanno appena sulla tolda posti / che questi re dell'azzurro abbandonano, inetti e vergognosi, ai loro fianchi / miseramente, come remi, inerti / le candide e grandi ali. Com'è goffo / e imbelle questo alato viaggiatore! / Lui, poco fa sì bello, com'è brutto/  e comico! Qualcuno con la pipa / il becco qui gli stuzzica; là un altro/ l'infermo che volava, zoppicando / scimmieggia.
Come il principe dei nembi /è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,/ si ride dell'arciere: ma esiliato/  sulla terra, fra scherni, camminare /non può per le sue ali di gigante. (
C. P. Baudelaire, L’albatro da I fiori del male)
Dobbiamo forse credere che non abbiamo più armi per difenderci e per recuperare l’identità perduta? Che nulla più ci attrae di quel corpo dell’Italia che erano i suoi valori? Che siamo albatri-naufraghi ciechi, assuefatti, sepolti da un cumulo di immondizia e da muri che si sgretolano e che malauguratamente si elevano, tristi metafore della realtà che ci circonda? Vogliamo forse che la cultura resti senza difesa nelle mani di chi da troppo tempo non riesce a capirne l’importanza vitale, quale spirito del nostro Paese?.
Quando i giovani gridano e a ragione la propria rabbia, per la mancanza di una giusta collocazione; quando i lavoratori reclamano tutela e diritti; quando i nostri monumenti cadono a pezzi e crolla con essi la nostra storia e la nostra identità; quando all’essere si preferisce l’avere; quando gli interessi di uno solo o di pochi sopravanzano e di gran lunga il bene del paese; quando territori e persone, colpiti da cataclismi, vengono abbandonati; quando la scuola, senza adeguati sostegni, non assolve il compito di educatrice; quando si cerca un’informazione che sia specchio reale del paese, quando si raccoglie per strada la morte dei più deboli e il lezzo dell’abbandono, quando ci guardiamo intorno e non ci riconosciamo, allora ci rendiamo conto con amarezza che questo è il paese dell’apparenza che ha fatto dell’immagine e delle false promesse, la propria sostanza, e che bisogna con urgenza risvegliarsi, recuperare l’orgoglio e l’autostima e agire consorziati per risolvere i veri problemi , iniziando dalla povertà e dal futuro dei giovani.
È tempo, alla luce della ragione, di riascoltare ognuno la propria coscienza e di sentirci accomunati, contro subdoli cambiamenti, in un’unica e ampia famiglia, perchè nella la sorte di ogni  singolo vive l’intera collettività, nell’infinito concetto di umanità.
Alla luce di quanto sta avvenendo, il “Bel Paese” oggi appare come un’utopia velata di malinconia,  un mare di ghiaccio in frantumi, che per sottrarsi alla deriva, chiede a ciascuno di noi di disgelarsi.

martedì 12 giugno 2018

Un ricordo della "Grande Guerra"



  Nomellini, Alle porte d'Italia, 1918, olio su tela

Non mi era mai capitato di toccare da vicino la storia e di viverne direttamente  la tragedia. Ma ai confini,  tra  Trentino-Alto Adige, Friuli- Venezia Giulia  e  Veneto, la storia diventa materia viva e la guerra si tocca con mano. Scavi lunghi e profondi e postazioni di schieramenti, segnano il territorio, una lunga striscia di terra che divideva i nostri soldati da quelli austriaci.

Pagine e pagine, lette e spiegate non rendono la realtà come una scritta che indica un rifugio o la presenza di un bunker.  Il territorio si mette a nudo e il dramma vissuto  appare in tutta la sua portata; le parole si vestono di realtà, di una terribile realtà che nelle cifre mostra il numero dei morti, e la morte incombe feroce, mentre avvolti dal  “Silenzio” di Redipuglia  se ne tenta un conto.

Il 28 giugno del 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria e sua moglie Sofia trovarono la morte nell’attentato di Serajevo, per mano di  Gavrilo Princip,  uno studente appartenente ad un gruppo irredentista bosniaco. Il 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiarava  guerra alla Serbia. Era l'inizio della Prima Guerra Mondiale.

1918-2018. Cento anni sono trascorsi  ma nulla si cancella se la memoria ricorda, se l’occhio attento scruta, guarda e scopre la tragedia  della “Grande guerra”  che tra tutti i popoli partecipanti, portò via più di 10 milioni di uomini. Il territorio è disseminato di ricordi: scritte, lapidi, monumenti, ossari, trincee, musei, memoriali, bunker e postazioni di mitragliatrici, testimoniano ai nostri confini la “Grande Guerra”, così detta per il gran numero di popoli che vi parteciparono.

La guerra è morte, devastazione, miseria, dolore e lacrime che nessuno spazio potrà mai contenere. Tra l’entusiasmo degli interventisti, la guerra dispiegò forze, distrusse e lapidò migliaia e migliaia di uomini, lasciando vuote le case, vedove le donne e orfani i bimbi,  rappresentati da Galileo Chini in  “Le vedove”, dove il nero funereo esemplifica la tragica situazione.

Giusta la commemorazione della fine della “Grande Guerra”, affinché nulla si dimentichi, ma questi luoghi implicano un netto rifiuto di tutto ciò che è morte, in nome di tanti giovani che, al di là della propria appartenenza, in quella guerra  lasciarono la vita: Morto. Lacerato. Smembrato. / Mamma, cosa ne dici? Il figlio ti hanno preso! / Tu non lo vedrai mai più. Neppure il suo cadavere. / Forse oggi riceverai una lettera: / "Sono sano, sto bene". / Poter piangere, gridare, urlare! / Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più! / Più non posso stare qui seduto tranquillo! / Tutto finisce. Tutto ha un limite. / Lanciarsi con la testa contro questa roccia, / fino a stramazzare al suolo,  fino a perdere conoscenza. (Robert Skorpil, ufficiale  austriaco, Pasubio 1916-1918).



  

Marino Marini 
La Grande Guerra. 1918-1920   Fronte del Piave

 I soldati sono tutti uguali di fronte alla morte e i versi o il racconto di chi visse l’orrore della guerra e la disperazione di una morte non chiesta, non voluta, esemplificano ancora oggi la realtà di tanti giovani che in guerra lasciano la vita e la memoria va al giovane Adelchi, che nel momento sublime della morte, fa riflettere suo padre,  Desiderio, sul perché  di una  guerra inutile che gli ha strappato la giovinezza. Ancora una volta i linguaggi dialogano e la letteratura  intreccia l’arte per invitarci a riflettere sulla vanità della guerra. Squarcia la realtà la poesia di Ungaretti che esplode nell’animo come la mina di Giulio Aristide Sartorio:  Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / foglia appena nata / Nell'aria spasimante / involontaria rivolta / dell'uomo presente alla sua / fragilità (Fratelli).

La guerra è aberrazione, è “il sonno della ragione” che genera mostri, è la negazione della vita.

Di fronte ai monumenti che ne perpetuano la memoria non si può restare indifferenti.  Si viene sopraffatti da una grande emozione e i morti passano, visi indefiniti, evanescenti, corpi sopraffatti giacenti gli uni  accanto agli altri stretti in muta preghiera come nella “Grande Guerra” di Marino Marini.

Nessuna parola nutre il pensiero di fronte ai nomi, che ricordano i morti di ogni età, molti, infiniti morti che la memoria si rifiuta di contenere in nome della vita.

Sacrari, ossari, scritte sparse sul territorio popolano i nostri confini, conservano intatta la memoria del sacrificio dei nostri soldati, dei nostri giovani.

É  davanti al monumento ai “ Ragazzi del ’99”, che l’animo non regge, il passo si ferma e un tumulto assale lo spirito che  si rifiuta di accettare un sacrificio troppo grande per  essere contenuto e in risposta emerge a simbolo, potente il rosso-sangue “Sulla guerra” di Dodero. Diciotto anni appena compiuti e falciati da una guerra implacabile. Emerge dal profondo del cuore,  come un grido lacerante,  l’appello  del  polacco Ernst Friedrich (1894-1967), forse utopico ma possibile: <<Io mi rifiuto! La nostra volontà è più forte della violenza, della baionetta e del fucile! Ripetete queste parole: “Io mi rifiuto!”. Mettetele in pratica, e in futuro la guerra sarà  impossibile. Tutto il capitale del mondo, i re e i presidenti non possono nulla contro tutti i popoli che insieme gridano:NOI CI RIFIUTIAMO!>>  (Ernst Friedrich, Guerra alla guerra, 1924).



Prevale la commozione, mentre il Piave scorre lento davanti agli occhi “calmo e placido”in un paesaggio meraviglioso e ci riporta al lontano 24 maggio, mentre troneggia sul Montello un  Sacrario che custodisce migliaia di nomi.

I percorsi vanno in ogni direzione, cimeli, rifugi, trincee, postazioni costruiscono la storia, la nostra storia.

L’animo affranto stenta a staccarsi e nel silenzio che incombe non trova risposte ai tanti perché delle guerre. Forse la storia non è maestra di vita, non insegna sufficientemente il valore della vita, se le guerre si sono ripetute e continuano a ripetersi in ogni angolo del nostro pianeta!.

Caporetto,  altopiano del Carso,  Monte Grappa, altopiano di Asiago narrano il dolore di quanti vi morirono.

Nemmeno il paesaggio verdeggiante e pieno di vita e di luce riesce a lenire il dolore che provoca nel monumento eretto a  ricordo la presenza di un -elmetto-.

mercoledì 23 maggio 2018

Suggestioni da una mostra: Rodin, scultore dell’anima



Auguste Rodin, Colei che fu la Belle Heaulmière, 1880 1883, gesso patinato

Una mostra non facile da leggere, quella allestita al Museo Civico di Santa Caterina a Treviso, per ricordare, a distanza di cento anni, il genio di uno dei più grandi scultori: Auguste Rodin e celebrarne l’arte attraverso l’esposizione delle sue opere.
La mostra 'Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet', si apre nel chiostro  con  L'età del bronzo, 1877, per la quale si dice che l’artista abbia tratto ispirazione da uno dei “Prigioni” di Michelangelo, per introdurci  poi tra le 75  opere in gesso, marmo e bronzo, dislocate in più piani e in ampie sale.  Nell’insieme le opere sono comparabili a un libro aperto che di pagina in pagina rievoca e racconta la vita dell’artista, la sua infanzia e i rifiuti della prestigiosa Scuola di Belle Arti di Parigi, dai quali attinse tuttavia  la  tenacia a procedere nella produzione di opere che, scevre da accademismi, hanno scandagliato l’animo umano, raffigurandone emozioni e stati d’animo, con forti input alla riflessione.



Rodin, Il bacio

Rodin  è  scultore di sentimenti. I  volti dei personaggi come: Testa monumentale di Pierre de Wissant (I borghesi di Calais) 1909,  gesso, e Le tre ombre, 1897, gesso patinato, esprimono dolore e malinconia; il volto chino,  un senso di arrendevolezza al tempo, che nel trascorrere, tutto travolge  come Colei che fu la Belle Heaulmièr,1880-1883, gesso patinato, opera esemplare, che inesorabilmente ferma il passo e obbliga a guardare il volto emaciato e consunto, la pelle raggrinzita, scolpita  con pieno  realismo, i seni in cui non c’è più vita segnano la vittoria del tempo che scandisce la fine dell’esistenza, quasi a ricordare il “Carpe diem”.  L’opera suggestiona ed emoziona e il passo si ferma per meditare sulla propria condizione e su ciò che sarà di noi nella fugacità del tempo.



Auguste Rodin, Il poeta e la sirena, 1909 marmo
 
Riempiono gli occhi di bellezza e di candore le sculture in  marmo, in  gesso o in bronzo, che tra le mani dell’artista diventano materia morbida, sensuale e vibrante, in un palpito d’amore, in uno slancio ideale e lirico. Opere in marmo che ci regalano il sogno,  la giovinezza, l’amore  come: Il poeta e la sirena del 1909,  Paolo e Francesca tra le nuvole del 1904-1905,  La morte di Adone  del 1891 o in gesso patinato come: Il bacio, 1885 ca. e  l’amore di Camille Claudel per l’artista con  Ritratto di Auguste Rodin, 1888-1889, e  Balzac, studio finale, bronzo , 1897.

Interessante  è l’omaggio a Dante con il progetto che l’artista chiamò Le porte  dell’inferno,  con i personaggi danteschi e il Pensatore, 1880 ca. L’opera, una statua monumentale,  in gesso patinato, doveva infatti rappresentare il Sommo Poeta intento a riflettere sul suo lavoro “La Divina Commedia”,   che si apprestava a realizzare, ma che oggi  ha acquisito un significato universale, una riflessione profonda sull’intera umanità. 
Auguste Rodin (1840, Parigi – 1917, Meudon) è considerato uno dei più grandi scultori nonché l’iniziatore della scultura moderna. Un artista che scolpisce l’anima con un susseguirsi di passioni, di sentimenti, di rievocazioni scolpite ad arte, per denudare il pensiero. Uno scultore  moderno, di quella modernità che non affascina solo per eleganza e perfezione ma perché incarna l’esigenza dell’uomo decadente  di penetrare il pensiero e di  leggerlo, per capire sé stesso. Bronzo, gesso e marmo entrano in competizione ma nessuno sovrasta, materie che diventano momenti  per leggervi l’evoluzione della vita dell’artista e della sua arte.

Pregevole è l’allestimento grazie al curatore, Marco Goldin.  Domina l’esposizione, Il Pensatore, che con la  mano appoggiata sul mento,  diventa l’emblema dell’uomo moderno che riflette sull’esistenza, angosciato dai  cambiamenti di un’Europa in crisi d’identità, sull’orlo della Grande Guerra.  In relazione viene da pensare (a livello personale) al Wanderer di David Caspar Friedrich , il viandante, l’uomo che pensa, che scruta l’universo alla ricerca di una verità in un groviglio di pensieri che non dipana. Pensiero, gesso, 1893-1895, opera delicata nell’espressione, che se rievoca da una parte i Prigioni di Michelangelo si cala nella sua epoca per il copricapo nuziale bretone. La donna esprime, con gli occhi chiusi rivolti in basso un senso di oppressione, un bisogno di scrollarsi di dosso il fardello di pensieri se non della stessa vita, in un “non finito” che non fu capito all’epoca, ma che presente  in altre opere, trasmette realismo, dinamismo e tensione e richiama il periodo  trascorso dall’artista  in Italia, in particolare a Firenze nel 1875.





Edvard Munch  Il Pensatore di Rodin nel giardino del dottor Linde a Lubecca, 1907ca.

Nella sala dove è collocata la statua del Pensatore  è posta  un’ampia tela  di Edvard Munch  Il Pensatore di Rodin nel giardino del dottor Linde a Lubecca, 1907ca. L’unione della   pittura con la  scultura è formidabile.  Due giganti posti l’uno vicino all’altro, due geni che si incrociano, pittura e scultura che si comparano e trasmettono messaggi percepibili ma difficili da esprimere se non nella propria soggettività.  Munch dipinge il giardino di casa Linde con al centro la grande statua de “Il Pensatore” di Rodin. Sul fondo, in abito bianco, si vede la moglie del dottor Linde. Il dottor Linde guardava a Munch e a Rodin come ai due artisti che, più di ogni altro, avrebbero lasciato la loro traccia nel futuro e certamente non si sbagliava.

'Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet'
24 febbraio – 3 giugno 2018
Treviso, Museo Santa Caterina
Piazzetta Botter Mario, 1,
31100 Treviso TV

lunedì 7 maggio 2018

Mario Sironi, disegnatore politico




Attratta dalla sinergia arte-storia e convinta che attraverso l’arte si può illustrare,  educare,  penetrare il sentimento umano, tradurre in immagini  eventi, avvenimenti, narrare con immediatezza pagine di storia, ho visitato la  mostra:  Mario Sironi e le illustrazioni per “Il popolo d’Italia ” 1921-1940, esposta  al Lucca Center of Contemporary Art. Una curiosità che non ha smentito la mia voglia di conoscere Sironi, uno dei più grandi esponenti dell’arte italiana del ‘900, in veste di  illustratore come il titolo indica.
Le vignette, vere e proprie opere d’arte ci fanno scoprire  Sironi come -disegnatore politico-.
Il percorso  comprende una selezione di cento opere che l’artista realizzò per il quotidiano ufficiale del Partito Fascista, quasi tutte  tra il 1921 e il 1927 usando tecniche come china, biacca, matita, tempera e collage su carta,  in cui esplode  una satira pungente, graffiante, ironica, ad esaltazione del periodo fascista contro i partiti avversari, quali quello socialista, quello popolare, quello liberale, la stampa filodemocratica, le democrazie dell’America, della Francia, dell’Inghilterra e il comunismo russo; un panorama di ideologie politiche che ci pongono a confronto con la realtà del momento.
Figure  simboliche e allegoriche, a tratti plastiche e scultoree, corrono lungo le pareti e attraverso l’incrocio di sottili tratti di china o segni di matita litografica esprimono la realtà del momento, quella del -fascismo- al potere,  con accenni caricaturali, fortemente espressivi fino al grottesco. Un forte apporto alla propaganda del regime che l’artista esalta con sagome e  rappresentazioni cruenti che riportano alla memoria opere di altri artisti  come Francisco Goya, in cui  domina la crudeltà con acuto realismo o il caricaturista e disegnatore satirico, Galantara.
Sironi,  nelle vesti di illustratore, non smentisce la propria bravura e rappresenta  gli eventi e i personaggi con una satira pungente e un’ironia tagliente che giunge integra al visitatore.
Fu grazie a Sironi  che “Il popolo d’Italia” diretto da Mussolini  si arricchì quotidianamente di  illustrazioni, che connotate con dovizia di elementi e con i commenti dello stesso artista,  coinvolgevano in una lettura del regime e della sua politica con il dileggio massacrante di ogni forza dissidente sia a livello individuale che collettivo.
La mostra è una sequela di immagini, specchio dei tempi,  che osannano e  colpiscono, scene in cui l’artista  fa dell’arte il proprio mezzo espressivo finalizzato all’esaltazione.  
Le illustrazioni intendevano scuotere gli animi e orientarli verso il regime fascista che  se osannato, in un primo momento anche da intellettuali, fu poi da alcuni di questi abbandonato con una profonda revisione.
Diverse sono le sensazioni e le reazioni che la mostra suscita e le riflessioni che se ne ricavano. Il connubio arte-storia è molto  funzionale ad esplicitare il momento politico e l’intero percorso esaurisce la finalità di Sironi di esaltare e di coinvolgere, ma  oggi pone una serie di interrogativi e ogni elemento come la luce, il colore e il carattere fisionomico concorre a interrogarci. Le vignette, che in un primo momento colpiscono per l’ironia, diventano poi stimoli per orientare il pensiero verso altre scelte.
La mostra, nell’insieme non lascia indifferenti, ma attiva la riflessione e insegna a capire, a confrontarsi, a condividere, a meditare su un nostro passato che si tinse di tinte funeree di  rosso sangue, di nero di morte, in un clima di forte inibizione tra giochi di luce ad arte espressi. Palpabile e mirabile la capacità dell’artista di esaltare personaggi,  luoghi ed eventi con una scelta mirata di linee, forme e colori, che  ci sollecitano a  meditare su  un periodo  che ha segnato marcatamente la vita del nostro paese dove l’arte che fu utilizzata per esaltare oggi ci invita a un’attenta decodifica degli elementi illustrati per il rifiuto  del potere, di ogni potere che mini  la libertà, in qualsiasi parte tenti di affermarsi.

“Mario Sironi e le illustrazioni per “Il popolo d’Italia ” 1921-1940 esposta a Lucca al Lucca Center of Contemporary Art, dal 10 marzo – 3 giugno 2018.


lunedì 23 aprile 2018

Contro la violenza, la cultura

Luca della Robbia, La Grammatica


Il clima di violenza che imperversa nel nostro paese è diventato allarmante. La scuola paga il tributo più alto con atti di violenza perpetrati tra  gli stessi ragazzi  e contro  gli insegnanti. Il problema riguarda  l’intera società  e sollecita da parte di tutti un esame di coscienza e  una risposta a una serie di interrogativi.  Perché i ragazzi assumono tali comportamenti? Perché usano la violenza? Perché aggrediscono, picchiano e umiliano? Quali sono gli atteggiamenti di noi adulti nelle diverse sfere sociali? Siamo aperti al dialogo, all’ascolto e alla comunicazione? Sappiamo essere severi nell’impartire regole? Sappiamo dare affetto e amore? È difficile rispondere, basta guardarsi intorno per capire: la violenza imperversa in famiglia, verso le donne, verso i più deboli, i diversi, per paura, per ignoranza, per timore di dover cedere qualcosa, per il falso miraggio di essere qualcuno.  Ognuno di noi, nella propria sfera pubblica e privata, ha diritti e doveri, direttive  che regolano la vita civile e la convivenza dove fondamentali sono i valori che se adeguatamente osservati  ed impartiti,  concorrono ad una formazione consapevole dove i principi di solidarietà, uguaglianza, libertà, seminano civiltà e progresso. Siamo noi adulti gli esempi da seguire e alla nostra responsabilità non deviare nelle parole e nei comportamenti. Gli atti di violenza compiuti dai ragazzi sono intollerabili  ma prima di giudicarli dobbiamo interrogarci e capire se la famiglia, la scuola e l’intera società si  sono  adoprate per evitare che tali fatti accadessero. I ragazzi sono colpevoli della loro devianza,  ma  quale senso dare alla punizione? Si sa che in ogni circostanza è sempre  meglio curare che intervenire poi drasticamente. Siamo sicuri  che siano state attivate in ogni ambito  tutte le strategie possibili o abbiamo preferito che l’apparenza coprisse la sostanza lasciandola alla deriva?  E se il loro comportamento  fosse un  segnale di richiamo verso di noi? Abbiamo considerato i loro bisogni, le loro necessità, il desiderio di affettività, il dialogo, l’ascolto, la solitudine, contro il mutismo, il rifiuto, l’indifferenza? Abbiamo tentato di sottrarli alla noia? Ne abbiamo curato l’inserimento e la partecipazione offrendo loro prospettive  dove la comunicazione diventa valore irrinunciabile?. La violenza è sintomo di disagio, di malessere, di dispersione, di isolamento, di allontanamento dalla famiglia e dalla scuola,  di false prospettive.  Contrapponiamo alla violenza e alla punizione la cultura. I ragazzi hanno bisogno di autostima, di fiducia, di valori in cui l’essere sconfigge l’avere, la presunzione, la prepotenza, la sopraffazione e l’emarginazione. La cultura  è l’unico strumento capace di alimentare la mente e lo spirito con il culto della bellezza che ci circonda e con i messaggi educativi che ci trasmette. La violenza è sinonimo di fragilità in cui ogni valore viene sopraffatto dal desiderio di essere eroi, di valere e di farsi valere. Se non vogliamo perdere i nostri ragazzi utilizziamo le armi del sapere, della conoscenza, della fiducia, dell’inserimento, della pazienza, del sostegno fisico, psicologico e morale. Non c’è da meravigliarsi se si è rotto il rapporto tra insegnante e studente, basta guardare il contesto scuola per capirne il cambiamento spesso negativo, e nonostante gli sforzi degli insegnanti,  che non godono più del prestigio dovuto, mostra le sue fragilità, diventando un terreno facile dove al posto della cultura il ragazzo preferisce la violenza per fare mostra di sé.  Bisogna rispondere a questi quesiti e intervenire tempestivamente con progetti di recupero non semplici ma possibili. Insieme possiamo  intervenire sulle nostre disattenzioni  con un comportamento corretto  nell’agire e nel comunicare, memori che ogni nostro gesto è un insegnamento. Ogni ragazzo che si perde è una sconfitta imperdonabile. Il dovere di noi educatori in ogni ambito sociale ci spinge a unirci e ad armarci di volontà e di tenacia per impedire che il problema diventi irreparabile. Abbiamo tutti  bisogno di una società più giusta, di calore umano e di  un futuro che inglobi i giovani in modo attivo e interattivo. Abbiamo bisogno di potenziare la scuola come elemento centrale della società, con leggi mirate al benessere di tutti i componenti. Abbiamo bisogno di risentire pulsare il nostro cuore e di riappropriarci di termini come: dignità e rispetto. Abbiamo bisogno di sentire pulsare il cuore dei nostri ragazzi,  perché componenti il nostro domani  e infondere in loro la speranza di  essere  protagonisti. La riflessione ci aiuta a guardare oltre le cose e ad agire con circospezione e razionalità. Facciamo in modo che al momento  la punizione non si muti in un boomerang di colpevolezza verso di noi e che il bullismo non canti una triste vittoria.


lunedì 16 aprile 2018

Il culto dell’immagine



                                             Botero: Danseuse 


Uno dei problemi che tocca da vicino il mondo giovanile è il culto della bellezza e della perfezione. Siamo dunque diventati figli dell’immagine, dell’apparire, del sembrare? Tale è ciò che si percepisce, guardandosi intorno. Alla richiesta incessante del cellulare, precocemente avanzata, si è aggiunta la richiesta di “rifarsi”, frutto della propaganda filtrata attraverso ragazze bellissime, perfette in tutti i connotati anatomici, tale da far sentire inferiore o addirittura diversa chi non è tale. Non si può fare carriera, ci vuole presenza; non basta l’intelligenza, ci vuole la velina; che poi abbia tanto di cervello, non interessa nessuno; ci vuole la prestanza, il fisico adatto, un bel seno e altro, tutto perfetto altrimenti non entri, non sei guardata, non sei richiesta; un messaggio subdolo,  non rispondente al vero, da cui pochi si salvano,  ma che passa e che viene assorbito da chi in età giovanile non ha ancora un’identità definita, che non riesce a sottrarsi a tali messaggi, che guardandosi allo specchio non sa accettare il proprio corpo, perché mancano cinque centimetri di altezza, c’è  più del peso necessario, che giudica troppo piccolo il proprio seno.
Importanti sono i sedici anni; si è già da tempo donne, si incomincia a definire la propria personalità, ma invece di rivolgere lo sguardo verso se stessi, a prendere contatto col proprio corpo e a diventarne complici, a scoprire in esso le pulsioni dell’amore, di quel sentimento che nulla ha a che fare con la bellezza artificialmente costruita, a capire che la bellezza è altro, che si può catturare uno sguardo col cuore, che esistono sentimenti veri che nulla hanno da spartire col bisturi, a sedici anni oggi si chiede in regalo di “rifarsi”. E qui crolla il mondo degli adulti,  spesso consenzienti perché certi di regalare la  felicità. È questo oggi l’aspetto più deteriore  di una società che ha fatto dell’immagine un culto, senza considerare il danno irreparabile che tale idolatria provoca  sui giovani: rapporto col cibo e di qui l’anoressia, il rifiuto di se stessi, il confronto, l’invidia, l’isolamento, la selezione;  giornali, strumenti mediatici, trasmissioni televisive, pubblicità, tutto parla di immagini che inneggiano al culto del corpo, in modo spudorato, senza la minima considerazione di ciò che esse provocano e dei danni irreparabili che ne conseguono. Argomenti questi importantissimi,  che riguardano il mondo giovanile, al maschile e al femminile, e che devono essere affrontati insieme in ogni sfera sociale, dalla famiglia alla scuola, per demolire i falsi miti che imperversano, per insegnare a maschi e femmine, fin da piccoli, inseriti nella stessa  classe,  il rispetto delle identità, dell’unicità e della reciprocità; dimostrando col dialogo  che quelle immagini sono soltanto una mistificazione della realtà,  che l’omologazione annulla l’identità, che la società è bella perché è varia nei suoi modelli, che un’imperfezione può essere il miglior indice di gradevolezza, che il concetto di perfezione esasperato, può portare ad altre forme di degenerazione, come la storia stessa ci insegna.

venerdì 30 marzo 2018

Pasqua 2018



Auguro a tutti una Pasqua ricca

di affetti,

di colori
e

di profumi

giovedì 22 marzo 2018

Contro il razzismo, un racconto. Storia di una chiocciola e di un lumacone

Storia di una chiocciola e di un lumacone


I bisbigli sulle cime diventavano striduli.
Il piccolo uccello  dal ramo gioiva nel vedere la mamma intenta a cercare.
Lei avanzava  con grazia  nel fresco del mattino verso i piccoli garofani gialli e ne pregustava la prelibatezza mentre lui ne  seguiva cauto la  scia.
Le corolle si  aprivano  lentamente come per magia e al primo raggio si chiudevano le belle di notte  iridate.
Lei, assiepata sotto una fresca foglia di fico, ne spiava l’arrivo, mentre lui, timoroso, si poneva ai margini.
Doveva o non doveva? Sarà un giorno mia? E il dilemma lo struggeva!.
Bisbigli frenetici, mutati in striduli, annunciavano il nuovo giorno. Furtiva l’ape si insediava e la primavera del giorno iniziava:i tulipani salutavano galanti le pervinche, i dolci anemoni si univano alle giunchiglie, le tenere mammole ricoprivano la terra di fitti strati, le calendule strizzavano l’occhio agli iris, le margheritine bianche  facevano da manto alle laboriose formiche e un gorgheggio rimbalzava da  cima in cima.
La chiocciola avanzava accanto al  lumacone, tra  una schiera di bruchi e millepiedi. 
I fiori occhieggiavano lieti e le pansè intrecciavano i teneri steli. Le rose si piegavano timide ai garofani rossi e i bianchi screziati facevano capolino.
Egli si  avvicinò con fare timido.  
La chiocciola lo guardò a lungo e restò pensierosa.- Non ha il guscio elegante come il mio,  ma i suoi occhi sono buoni. Che importa, pensò, se la nostra forma  è diversa, sento che i nostri cuori non lo sono-.
Tirò fuori completamente la testa dal guscio ed egli trattenne il respiro.
Era bellissima!.
Lo guardò con tenerezza ed entrambi sentirono che un tam tam irrefrenabile  li univa.
Avanzarono felici verso un ciuffo d’erba freschissimo, un’alcova per due.

Che felicità è l’amore!. Quel sentimento che inebria i cuori e dona la vita per la continuità del mondo.
Nessuna differenza li avrebbe più divisi ora che nell’unione avevano sentito di essere un solo elemento nella speranza di  una nuova vita.

Tutto il giardino esultava  felice.
Un’orchestra  di insetti  allietava il giardino  e su tutti si levava la musica del flauto tenuto da piccolissime mani, mentre la viola strimpellava nelle braccine della cicala  e un pianoforte di anemoni spandeva intorno la melodia dei due cuori.

(Tratto da: Armonie di un giardino toscano. Racconti, arte, mito e fantasia, Regione Toscana Consiglio Regionale, Edizioni dell’Assemblea, 2017. Il testo integrale è a disposizione dei lettori nel sito della Regione Toscana - Pubblicazioni)

Illustrazioni di Leonardo Vitiello