lunedì 16 aprile 2018

Il culto dell’immagine



                                             Botero: Danseuse 


Uno dei problemi che tocca da vicino il mondo giovanile è il culto della bellezza e della perfezione. Siamo dunque diventati figli dell’immagine, dell’apparire, del sembrare? Tale è ciò che si percepisce, guardandosi intorno. Alla richiesta incessante del cellulare, precocemente avanzata, si è aggiunta la richiesta di “rifarsi”, frutto della propaganda filtrata attraverso ragazze bellissime, perfette in tutti i connotati anatomici, tale da far sentire inferiore o addirittura diversa chi non è tale. Non si può fare carriera, ci vuole presenza; non basta l’intelligenza, ci vuole la velina; che poi abbia tanto di cervello, non interessa nessuno; ci vuole la prestanza, il fisico adatto, un bel seno e altro, tutto perfetto altrimenti non entri, non sei guardata, non sei richiesta; un messaggio subdolo,  non rispondente al vero, da cui pochi si salvano,  ma che passa e che viene assorbito da chi in età giovanile non ha ancora un’identità definita, che non riesce a sottrarsi a tali messaggi, che guardandosi allo specchio non sa accettare il proprio corpo, perché mancano cinque centimetri di altezza, c’è  più del peso necessario, che giudica troppo piccolo il proprio seno.
Importanti sono i sedici anni; si è già da tempo donne, si incomincia a definire la propria personalità, ma invece di rivolgere lo sguardo verso se stessi, a prendere contatto col proprio corpo e a diventarne complici, a scoprire in esso le pulsioni dell’amore, di quel sentimento che nulla ha a che fare con la bellezza artificialmente costruita, a capire che la bellezza è altro, che si può catturare uno sguardo col cuore, che esistono sentimenti veri che nulla hanno da spartire col bisturi, a sedici anni oggi si chiede in regalo di “rifarsi”. E qui crolla il mondo degli adulti,  spesso consenzienti perché certi di regalare la  felicità. È questo oggi l’aspetto più deteriore  di una società che ha fatto dell’immagine un culto, senza considerare il danno irreparabile che tale idolatria provoca  sui giovani: rapporto col cibo e di qui l’anoressia, il rifiuto di se stessi, il confronto, l’invidia, l’isolamento, la selezione;  giornali, strumenti mediatici, trasmissioni televisive, pubblicità, tutto parla di immagini che inneggiano al culto del corpo, in modo spudorato, senza la minima considerazione di ciò che esse provocano e dei danni irreparabili che ne conseguono. Argomenti questi importantissimi,  che riguardano il mondo giovanile, al maschile e al femminile, e che devono essere affrontati insieme in ogni sfera sociale, dalla famiglia alla scuola, per demolire i falsi miti che imperversano, per insegnare a maschi e femmine, fin da piccoli, inseriti nella stessa  classe,  il rispetto delle identità, dell’unicità e della reciprocità; dimostrando col dialogo  che quelle immagini sono soltanto una mistificazione della realtà,  che l’omologazione annulla l’identità, che la società è bella perché è varia nei suoi modelli, che un’imperfezione può essere il miglior indice di gradevolezza, che il concetto di perfezione esasperato, può portare ad altre forme di degenerazione, come la storia stessa ci insegna.

venerdì 30 marzo 2018

Pasqua 2018



Auguro a tutti una Pasqua ricca

di affetti,

di colori
e

di profumi

giovedì 22 marzo 2018

Contro il razzismo, un racconto. Storia di una chiocciola e di un lumacone

Storia di una chiocciola e di un lumacone


I bisbigli sulle cime diventavano striduli.
Il piccolo uccello  dal ramo gioiva nel vedere la mamma intenta a cercare.
Lei avanzava  con grazia  nel fresco del mattino verso i piccoli garofani gialli e ne pregustava la prelibatezza mentre lui ne  seguiva cauto la  scia.
Le corolle si  aprivano  lentamente come per magia e al primo raggio si chiudevano le belle di notte  iridate.
Lei, assiepata sotto una fresca foglia di fico, ne spiava l’arrivo, mentre lui, timoroso, si poneva ai margini.
Doveva o non doveva? Sarà un giorno mia? E il dilemma lo struggeva!.
Bisbigli frenetici, mutati in striduli, annunciavano il nuovo giorno. Furtiva l’ape si insediava e la primavera del giorno iniziava:i tulipani salutavano galanti le pervinche, i dolci anemoni si univano alle giunchiglie, le tenere mammole ricoprivano la terra di fitti strati, le calendule strizzavano l’occhio agli iris, le margheritine bianche  facevano da manto alle laboriose formiche e un gorgheggio rimbalzava da  cima in cima.
La chiocciola avanzava accanto al  lumacone, tra  una schiera di bruchi e millepiedi. 
I fiori occhieggiavano lieti e le pansè intrecciavano i teneri steli. Le rose si piegavano timide ai garofani rossi e i bianchi screziati facevano capolino.
Egli si  avvicinò con fare timido.  
La chiocciola lo guardò a lungo e restò pensierosa.- Non ha il guscio elegante come il mio,  ma i suoi occhi sono buoni. Che importa, pensò, se la nostra forma  è diversa, sento che i nostri cuori non lo sono-.
Tirò fuori completamente la testa dal guscio ed egli trattenne il respiro.
Era bellissima!.
Lo guardò con tenerezza ed entrambi sentirono che un tam tam irrefrenabile  li univa.
Avanzarono felici verso un ciuffo d’erba freschissimo, un’alcova per due.

Che felicità è l’amore!. Quel sentimento che inebria i cuori e dona la vita per la continuità del mondo.
Nessuna differenza li avrebbe più divisi ora che nell’unione avevano sentito di essere un solo elemento nella speranza di  una nuova vita.

Tutto il giardino esultava  felice.
Un’orchestra  di insetti  allietava il giardino  e su tutti si levava la musica del flauto tenuto da piccolissime mani, mentre la viola strimpellava nelle braccine della cicala  e un pianoforte di anemoni spandeva intorno la melodia dei due cuori.

(Tratto da: Armonie di un giardino toscano. Racconti, arte, mito e fantasia, Regione Toscana Consiglio Regionale, Edizioni dell’Assemblea, 2017. Il testo integrale è a disposizione dei lettori nel sito della Regione Toscana - Pubblicazioni)

Illustrazioni di Leonardo Vitiello



giovedì 8 marzo 2018

Una camelia di nome "amore"



Quale dono più bello in questo giorno, di una camelia nel suo rigoglio più fulgido, in cui il rosso, intrecciando il bianco, crea una meraviglia  che si chiama “amore”.


martedì 6 marzo 2018

Per ogni donna, un racconto e un fiore.


Era un tardo pomeriggio. L’estate aveva da tempo reclinato il capo all’avanzare di un autunno impetuoso e il sole filtrava gli ultimi raggi. La natura indossava colori caldi e le foglie caduche creavano in giardino un manto brulicante di vite. Le nuvole, spinte dal vento, coprivano parte del cielo e intrecciandosi coi raggi del sole si tingevano di un rosa striato ma io preferivo quelle di colore grigio-argenteo che all’orizzonte mi creavano un’atmosfera fiabesca. Le adoravo, e identificandole con dame, cavalieri e streghe, le rincorrevo tra meandri e castelli e le rivestivo di vita.
Verso sera, il vento aveva intensificato la sua corsa e io ero rimasta a guardare affascinata le  foglie che si componevano simili a “calligrammi”.
Il sibilo aumentava e il vento, in veste di un  “cavaliere azzurro”, rincorreva le nubi stordite.
Mi sembrava di vedere in quel cavaliere Borea, figlio di Eos e di Astro, fratello di Zefiro, giungere di lena da una caverna della freddissima Tracia e abbattere con furia tutto ciò che incontrava sul suo cammino per  rincorrere Orizia mentre danzava sui prati presso il fiume Glisso. Gli davo le sembianze di un uomo barbuto con i capelli scomposti e alato così come lo vidi in seguito raffigurato e che nel mio racconto si rivestì poi di realtà fantastica. Il vento mi spaventava e quel vecchio mi faceva paura. Erano tante le sevizie che venivano perpetrate e quel vecchio mi riportava a coloro che commettono soprusi e violenze a danno dei più deboli e specialmente dei bambini.
Intanto la mia fantasia già chiedeva aiuto alle parole che, componendosi, tessevano l’ordito di un racconto.

Storia del vento e della nuvola rosa

Aveva ululato tutta la notte, perché lei lo sentisse e lo vedesse.
Truce e rabbioso si alzava, si inabissava, correva, ora veloce e sibilante, ora piano, come un soffio di vita, che cerca la propria anima nell’infinito.
Nel cielo appena striato dall’alba, era apparsa ricoperta di trine e di pizzi di un pallido rosa.
Al soffio del vento danzava con i capelli intessuti di fiori e di perle.
Leggiadro il viso, tra i biondi capelli di seta, acerbe le tenere forme.
Una dea, pensava lui! E un brivido lo scuoteva.
E come dea di un mito antico, appariva dolce e leggiadra.
Dolce e leggera, si lasciava cullare la nuvola dal soffio del vento divenuto lieve, ma donava il proprio cuore a un timido raggio di sole.
Li vide rapiti, capì che il loro era amore e di nuovo furente, il vento squarciò il cielo con un grido di dolore.
L’abito di lei divenne lacero e scuro sotto il rimbombo dei lampi e dei tuoni e una coltre nera come la notte calò sul mondo.
Il suo pianto colpì il vento, come un sasso scagliato con forza.
Il timido raggio di sole era sparito, inghiottito dal buio più profondo, mentre egli pentito la cercava in ogni dove.
La vide da lontano, lacera e tremante. La raggiunse e la strinse a sé con ardore.
Ma troppo tardi!.
La tragedia della sua follia ormai si compiva.
Impotente, la strinse con forza e la sentì sciogliersi, stanca e dolente,  contro il suo petto.
Uno scroscio d’acqua gelida lo inondò.
Non morire! Per il mio cuore, non morire! Resisti alla mia insana follia. Diceva singhiozzando ilvento mentre stringeva a sé l’ombra della nuvola morente.
Tra i singhiozzi il vento la implorava, ma invano.
La nuvola non poteva più sentirlo e i suoi occhi, quasi spenti, cercavano disperati il timido raggio di sole.
Lontano riecheggiava negli anfratti

il pianto disperato del vento innamorato.


Avevo negli occhi i colori dell’alba e nelle orecchie l’ululato del vento o il suo pianto d’amore, come poi lo definii. Mi hanno sempre affascinato l’“alba”, il primo biancheggiare del cielo e l’“aurora”, quel chiarore dalla parte d’oriente che precede lo spuntar del sole, avvolte da indistinti colori, fusi in un non colore brillante, luminoso, che rompe le tenebre della notte come una verità che squarcia il velo nell’attesa che si ripeta quel miracolo di continuità del mondo, della vita tutta.
Ci sono quadri in natura che sarebbe difficile per ogni artista eguagliare, come quello che dipinge il sole quando spande i suoi primi bagliori sul mondo e tinge l’orizzonte di un susseguirsi di colori che tagliano il respiro e muta la natura in “un tempio” che qualsiasi parola, se pronunciata, potrebbe infrangere.
Il mito mi trasportava in un’altra dimensione ma il racconto, appena scritto, mi traslava dal sogno alla realtà. Pensavo alla gelosia, come a un’insana follia.
Ĕ folle chi pensa di mutare un sentimento puro come l’amore. La violenza e l’arroganza vengono punite nel racconto dall’onestà e dall’innocenza, ma non sempre è così.
Se solo gli uomini potessero riflettere… Pensavo! Mentre nel mio cuore parteggiavo per la  nuvola che aveva subito una violenza così crudele. Certo è che non ci sarebbero stati “Otello”, “Desdemona” e tanti altri infelici!.
Se gli uomini ascoltassero la propria ragione non ci sarebbero tante donne fatte a pezzi, visi deturpati, miriadi di armi affilate pronte a devastare l’intera umanità femminile e tante scarpe rosse disseminate in attesa che il loro colore venga convertito.
Ancora una volta l’ambiente mi accoglieva in grembo simile a un’antica cattedrale e mi faceva riflettere sulla violenza imperversante e sui comportamenti umani.
Un tempo il mondo viveva in pace e serenità, ma quando Pandora (la prima donna) per curiosità aprì, disubbidendo, il vaso avuto in dono da Zeus, liberò i mali del mondo e tutto mutò. Spiriti maligni si abbatterono sull’umanità: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia e il vizio si diffusero senza nessuna possibilità di salvezza dato che Elpis, la speranza, era rimasta sul fondo del vaso. Pandora allora per rimediare, riaprì il vaso e consentì alla speranza di uscire.
Se l’uomo vuole c’è sempre la possibilità di rinsavire e c’è sempre una speranza da rincorrere.
Nel mondo dovrebbe ritornare il rispetto verso se stessi, verso gli altri e verso l’ambiente.

martedì 13 febbraio 2018

I ragazzi delle “baby gang”



È così bella la nostra Napoli, è come  una donna dai mille volti che ad ogni angolo ne svela uno. Città di storia, di cultura, di tradizioni, una città dal cuore grande ma che purtroppo ha anche le sue negatività. Mai come in questo periodo, stiamo assistendo ad una escalation di violenza che  investe anche i ragazzi, le così dette “baby gang”, i cui componenti  assaltano, rubano, feriscono e si rendono protagonisti di atti efferati.   
Questo  clima di violenza offusca le bellezze della città e provoca dolore e paura; dolore per ciò che siamo diventati, paura perché artefici sono essenzialmente i ragazzi. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che la violenza ci sovrasta, una violenza sia fisica che verbale che si acuisce di giorno in giorno e che sembra non avere argini. Le baby gang che infieriscono e feriscono la città, sono un duro colpo per l’intera società che non riesce a contrapporsi con strumenti adeguati. Non c’è nulla di più raccapricciante che vedere questi ragazzi avulsi dal contesto sociale e  immersi in un mondo a parte, che emergono alla cronaca quando una ferita da coltello o l’aggressione a un coetaneo ne tracciano il comportamento malsano. Atteggiamenti che mettono in luce le loro  fragilità e il bisogno di rendersi protagonisti. Pensano che la violenza sia il loro riscatto, che solo attraverso la violenza possano diventare qualcuno e imporsi all’attenzione  senza capire che sono soltanto vittime e facili prede. Tale fenomeno che sta assumendo contorni inquietanti  è indice di un disagio esistenziale che investe ragazzi e adulti nei quali appare nullo il rapporto di identità, di responsabilità, di dignità, di autostima, di rispetto verso gli altri ma essenzialmente verso se stessi. 
È mutato il clima del nostro Paese che appare sempre più diviso tra chi ha e chi non ha e Napoli paga un prezzo troppo alto con un degrado che investe le fasce più deboli. I ragazzi scelgono l’illegalità per avere tutto e in fretta e allontanandosi sempre più dalla scuola, privano se stessi degli strumenti educativi e formativi e di una prospettiva di vita sana e consapevole. La dispersione scolastica è un problema molto grave che rende questi ragazzi  prede  del guadagno facile, di false illusioni e li deruba dei tempi della propria crescita, del gioco, della creatività, del senso più sano della vita e dei suoi valori. Questi ragazzi, nella difficile fase dell’adolescenza che ne acuisce i pericoli,  sono  facili prede di gente senza scrupoli, specialmente quando  non hanno alle spalle chi li sostiene e insegni loro i valori della vita. Essi nascondono dietro la loro apparente spavalderia il desiderio di amore e di affettività  da parte degli adulti, che nei diversi settori della vita  sociale si prendano cura di loro, capaci di ascoltare, di dialogare, di capire  e di aggregare i gruppi contro la solitudine.
Le baby gang sono una sfida alla società e alla legalità.
L’attenzione e l’inserimento devono diventare deterrenti contro la  ghettizzazione e l’abbandono.
Bisogna affrontare il problema alla radice, aprendoci alle famiglie di questi ragazzi  e attraverso la comunicazione e l’informazione far capire loro che c’è  la possibilità di una prospettiva di vita diversa per sé e per i propri figli. Nessun ragazzo nasce cattivo e violento, sono le circostanze a renderlo tale. Se abbandonati nel proprio entourage, questi ragazzi conosceranno solo la devianza e mai  la possibilità  di  programmare la propria vita con regole e obiettivi.  Elogiabili tutte le iniziative e le Associazioni che operano sul territorio ma è molto importante che la scuola, la famiglia, gli  oratori, le strutture sociali operino strettamente uniti specialmente sul piano dell’inserimento. Compito non facile ma possibile se saremo animati tutti da spirito di volontà. È necessario l’apporto delle Istituzioni che devono farsi carico di tale problematica e affrontarla a largo raggio con un sostegno economico continuo. Di fronte a un problema di tale gravità dobbiamo capire che i soldi spesi per i ragazzi sono il nostro migliore investimento per definirci poi paese civile. È dovere di tutti adoprarci per sottrarre questi ragazzi ai malavitosi e incominciarne il recupero che si prospetta lento e faticoso ma non impossibile. Questi ragazzi non sono diversi dagli altri, sono soltanto nati in contesti caratterizzati da varie problematiche e da comportamenti poco consoni alla loro crescita. Eppure se ascoltati e guidati, si scopre facilmente che posseggono al pari degli altri coetanei un mondo fatto di creatività, di curiosità, di bellezza e di estro  che aspetta solo la nostra cura.
Siamo stati ciechi per molto tempo e i problemi si sono ingigantiti, ma questi ragazzi hanno diritto a  un’opportunità di vita.  Non potremo chiamarci civili  fino a quando ci saranno in molti quartieri e in molti luoghi del nostro paese: miseria, abbandono, speculazione e facili profitti di chi opera senza scrupoli; facciamo in modo  che la solidarietà agisca in sintonia col cuore.
Qualcuno ha dimostrato che con la cultura si può vincere e sconfiggere carcere e devianze. Ogni ragazzo recuperato sarà  una vittoria di tutti e una ferita in meno per il nostro paese.


venerdì 26 gennaio 2018

Il peso delle parole. Il valore della “storia”




Ogni anno, quando si avvicina il 27 gennaio, giornata della “memoria” molti interrogativi si affacciano alla mente sul  significato della ricorrenza. Tutti si mobilitano e manifestano perché tale vergogna non si ripeta, ma viste poi le recrudescenze nelle parole e nei comportamenti, un dubbio ci assale e ci si chiede se siamo tutti veramente preparati a condannare quel periodo di aberrazione morale e di completo oscurantismo. Gli avvenimenti  che si verificano nel nostro paese e altrove ci dicono  che purtroppo la mente umana non è rinsavita, il mea culpa non è completo e che coloro che  condannano tali orrendi misfatti sono granelli, che chiedono di essere ascoltati  affinché l’umanità riprenda la sua dignità. È forse solo un miraggio l’auspicato cambiamento? È così difficile ascoltare la  propria coscienza e riprendere il giusto cammino che ci rende tutti uomini meritevoli di rispetto? Purtroppo basta guardarsi intorno per capire che -Il sonno della ragione genera ancora mostri- nelle parole o nei comportamenti e l’opera di Goya ci presenta ciò che molti dicono di non essere ma che in effetti sono.  È di pochi giorni l’infelice espressione  di chi non conoscendo il valore della parole  si è espresso sul termine “razza” e sul come preservarla: Quindi, dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società deve continuare a esistere o la nostra società deve essere cancellata; è una scelta. Espressione gravissima che ci riporta a un passato oscuro che tanto orrore ha suscitato e suscita.

L’uso della  parola “razza” dimostra quanto sia importante conoscere  il significato delle parole nel contesto storico e  la ripercussione che tale parola può avere nell’animo di chi ascolta e di chi ne è stato vittima. Chi la usa, come in questo caso  dimostra di non conoscere l’importanza della parola nella comunicazione e di non essere a conoscenza delle coordinate storiche. 

Ben vengano tutte le manifestazioni per ricordare la “ Schoah” la dispersione, lo sterminio degli Ebrei ma schiaccia il cuore prendere atto che proprio ai livelli più alti  il comportamento educativo e formativo diventa negativo. Non siamo forse  abbastanza adulti e consapevoli per capire che solo se uniti contro ogni forma di violenza che si consuma sia nel nostro paese che in altri luoghi, a tutti i livelli, potremo preservare il nostro futuro da lotte e sopraffazioni che ci degradano a livello animalesco?.  L’urgenza ci impone di  riprendere in mano i testi di storia e di studiarla nella quotidianità per sapere, riflettere e  agire per il bene comune e consegnare alle future generazioni una società che rifiuti ogni forma di abominio in nome della pace, della tolleranza, della fratellanza, dell’accoglienza e seguire le orme di quei valori che fanno della storia: maestra di vita.


Chi ha detto che con la cultura non si mangia non ne conosce il valore e non sa che tutti  abbiamo bisogno di essere nutriti dalla cultura in ogni settore, a ogni livello, sotto qualsiasi forma. La storia deve diventare il nostro pane quotidiano perché le nostre menti restino sveglie per capire, combattere ogni pregiudizio ed essere  pronte ad intervenire contro ogni sopruso.  Sarà possibile un risveglio totale  o tutto resterà  “fumo” che esce dal camino dei nostri pensieri?.


giovedì 18 gennaio 2018

Lo splendore dell’arte: Ambrogio Lorenzetti


 Madonna con Bambino

L’arte è la vera ricchezza dello spirito, è respiro e palpito, è l’armonia del pensiero, il sipario che ci divide dalle brutture del mondo, uno spazio aperto verso un’infinita bellezza, dove il colore rapisce e gli elementi decorativi e rappresentativi  rubano l’attenzione e spostano l’occhio vigile e attento fino a perdere la cognizione del tempo che si sottrae a ogni tipo di collocazione.

Madonna con Bambino


L’arte  di Ambrogio Lorenzetti, nelle sale di Santa Maria della Scala, affascina e illumina  tra oro profuso e il primo azzurro e dialoga con gesti, sguardi, espressioni e fisionomie che coinvolgono il visitatore in un balenio tra l’epoca dell’artista e la modernità che vi si coglie. Non sfugge il richiamo all’arte giottesca ma al contempo è evidente l’evoluzione che caratterizza lo stile innovativo dell’artista nella scelta delle tecniche che lo renderanno unico. In un clima di intensa spiritualità emerge la modernità dei temi espressi con un realismo che definisce i personaggi e i ruoli che sono chiamati a rappresentare. Un’arte sacra in cui l’elemento religioso si coniuga perfettamente con quello terreno.  La mostra è un libro aperto sull’umanità dove simboli,  allegorie e  valori   insegnano, educano, orientano e rendono il visitatore partecipe. Ogni opera ferma il passo per essere  decodificata  in ogni elemento e coglierne poi il messaggio che va oltre il tema. I  protagonisti sono resi con un naturalismo che l’artista fa suo con la scelta del colore, con le modulazioni chiaroscurali,  con fisionomie che esprimono moti dell’animo: gioia, tristezza, dolore, disperazione, aspirazione al “divino”. Una folla di personaggi che riflettono la vita: angeli, santi, devoti, storia e leggende, un’umanità differenziata socialmente ma unita nei valori di carità, di salvezza, di ricerca spirituale,  di dedizione, in cui l’elemento sacro si carica di umanità e di affetti nella carezza,  nell’abbraccio del Bambino che diventa sostegno materno, in quel guancia a guancia, nel richiamo alle virtù: amore e carità, nella musicalità  degli angeli, nel piede del Bambino saldamente retto dalla mamma,  nel seno che amorevolmente allatta, espressione  di una maternità universale, nello scambio degli sguardi che ripetutamente si incrociano quali simboli di affetto, di salvezza, di solidarietà e di testimonianza. Un’arte attenta ai particolari e agli  elementi decorativi che tratteggiano  vesti e suppellettili, e architetture che mostrano capacità di creare poi la prospettiva. La mostra, di sala in sala  rievoca  il Trecento, l’epoca di Lorenzetti, vissuto dal 1290 al 1348,  e  ne racconta la società nei costumi, negli arredi, nelle strutture interne ed esterne con  un  gusto raffinato  che denota gradualmente l’ evoluzione dell’ artista decisamente affrancato. 





Madonna e bambino con Maria Maddalena