sabato 14 ottobre 2017

Il mio incontro con Plinio Nomellini





                                                                      La ciociara


La mostra  dedicata a Plinio Nomellini, nel palazzo Mediceo di Seravezza, è un’immersione nella luce e nel colore. L’artista rappresenta  nelle  sue opere  il cambiamento della realtà storico-sociale a  artistico-culturale della società  a lui contemporanea.
Lungo il percorso si viene invasi  da forti contrasti cromatici e dall’uso  della luce e del  colore che diventano protagonisti. La varietà dei  paesaggi, la rappresentazione dei personaggi con forti connotazioni fisionomiche e psicologiche, sia di quelli  impegnati  nella fatica quotidiana sia di quelli evanescenti, i ritratti, l’attenzione  ai particolari ci coinvolgono e ci dicono che l’artista non fu immune dall’influenza che ebbero su di lui le nuove correnti pittoriche, che  proponevano una  mutata  visione della realtà  e l’attenzione alle lotte politiche alle quali alcuni  artisti  parteciparono attivamente. Evidente è l’influsso dell’Impressionismo e dei Macchiaioli, di Giovanni Fattori in particolare, al quale Nomellini fu molto vicino anche come allievo, di Silvestro Lega e di Telemaco Signorini da cui il pittore prese l’uso della luce e le rappresentazioni degli ambienti.
In ogni opera si nota qualcosa di diverso, elementi che guardano al Divisionismo  e al Simbolismo nell’ambito  del Decadentismo che in sinergia con la letteratura   rinnovava gusti e correnti e al quale Nomellini non fu estraneo come dimostra  il clima  pascoliano o dannunziano che si coglie in ambienti e personaggi inseriti in atmosfere o carezzevoli quasi religiose o  surreali, fantastiche, sognanti, in ambienti senza tempo.
Cappuccetto rosso

L’intenso  cromatismo dei colori,  l’uso della luce e  le lunghe e corpose pennellate rendono ogni elemento vivo e palpabile come il movimento delle onde, il fuoco vibrante, i riflessi della luna o la luce accecante del sole, il profumo dei fiori e la fragranza di una  campagna o semplice, agreste, amica o sognante quasi a celare un mistero. Sono stati d’animo che si susseguono e che incrociano il nostro pensiero, in una convergenza fra arte e poesia.
Ogni quadro si legge e si decodifica come la pagina di un libro.
La mostra riassume il cambiamento che caratterizzò la società  tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento e di cui l’arte e la letteratura furono testimoni. Essa ci dice che con i  mutamenti sociali, cambia,  in sintonia, il modo di vedere e di rappresentare dell’intellettuale e dell’artista e avanza sempre più la necessità di rappresentare  la storia dell’umanità  così come è stato fin dai tempi remoti, in  un’ evoluzione continua di gusti e di correnti.
 Il fine dell’arte è quello di rappresentare e di educare e di spingere lo  spettatore ad andare oltre il visibile per leggervi il non detto e confrontarsi. Impossibile descrivere con parole il colore che inonda,  la luce che  si espande,  gli elementi  che fermano il passo, ma  basta una visita per capire.
La mostra lascia nel visitatore queste suggestioni, grazie alla scelta delle opere, molte delle quali appartenenti a collezioni private e non facilmente visibili, alla perizia della curatrice e di quanti hanno collaborato alla sua felice riuscita.

Campagna toscana


Visitando una mostra ci si aspetta di riceverne un messaggio, in questo caso è stata per me la scoperta di un artista  che ha avuto la capacità di raccontare la storia attraverso l’arte,  secondo il proprio pensiero e di coglierne le novità, attraverso il  “colore”, uno dei mezzi più semplici, antichi ed efficaci.
A fatica si lasciano le stanze, dove il colore e la luce, in ossequio al gusto, creano bellezza e armonia.


I mattonai
È in corso una lezione ai bambini di una classe elementare. Una bimba  stesa a terra mi trattiene…<<Le piace>>? Mi chiede contenta, porgendomi un foglio. La guardo commossa. <<Sei bravissima>>, le dico e aggiungo << i fiori che stai disegnando sono lo specchio della tua bellezza. L’artista ne sarebbe contento. L’arte è la nostra più grande ricchezza>>.
<<Chi era Plinio Nomellini?>>, mi chiede. Un pittore nato a Livorno nel 1866 e morto a Firenze nel 1943, che ha saputo riportare nelle sue opere l’Italia di un tempo e in particolare la Toscana.

Plinio Nomellini
Dal Divisionismo al Simbolismo
verso la libertà del colore
a cura di Nadia Marchioni

13 luglio - 5 novembre 2017
PALAZZO MEDICEO
SERAVEZZA (LU)




domenica 1 ottobre 2017

Malinconia, Giovanna Canu


Contro la  violenza, l’ “educazione”

La violenza contro le donne, indice di grettezza mentale, frutto di un pregiudizio endemico, mina le fondamenta della nostra società, che ama definirsi in progress.
Le donne  sono ancora vittime di una cultura arcaica  che le espone a ogni sorta di violenza. Nata da una costola di Adamo, la donna è considerata subalterna all’uomo. Ha forse un’anima? È forse uno dei pilastri della società? Con tutti i mezzi è stata demolita la sua immagine, dimenticando che fu il grembo di una giovane donna ad accogliere il Redentore.
Come definire la violenza contro le donne? Gelosia, vanità, presunzione, intolleranza, timore, idea di possesso? La violenza è un regresso sociale.
L’educazione un tempo si basava sulla netta distinzione tra maschi e femmine e a scuola si insegnavano le attività domestiche separando così ruoli e funzioni. Nel tempo questa forma di educazione è cambiata e la donna è riuscita ad accedere allo studio, a ottenere il diritto di voto, a raggiungere ruoli sociali importanti, ma il pregiudizio permane.  Nel lavoro, è sempre la donna ad essere licenziata per prima ed è sempre lei a percepire compensi più bassi. Se guardiamo indietro, poco è cambiato nella sua considerazione. In passato, la donna è stata definita: tentatrice, demonio, strega e quant’altro di negativo si possa immaginare, senza tener conto del matriarcato. La donna, nelle società antiche, è stata considerata sottomessa all’uomo ed è prevalsa l’immagine della donna-Penelope, simbolo di fedeltà, di onestà, di moglie, di madre e di angelo del focolare, termine che appagava il gusto maschile di segregazione, di controllo e di comodo. La donna ha lottato con coraggio anche a costo della vita, pur di liberarsi di questo clichè, ma è stata sempre e in varie forme esclusa. La donna sposata passava dal dominio paterno all’arbitrio del marito ed era esposta senza difesa a ogni sorta di violenza. Erano sempre gli altri a decidere della sua sorte e in caso di trasgressione era punita con la morte. Dante ce ne offre alcuni esempi e altri se ne traggono dall’antichità come Hipazia d’Alessandria,  filosofa e scienziata del IV-V secolo d. C., fatta a pezzi da uomini fanatici, forse monaci detti “paraboloni”, offesi e umiliati dalla sua cultura e dal potere che esercitava sulle folle, sperando di riscattare nell’orrore il proprio onore o in tempi  recenti il caso della giovanissima Malala Yousufzai, l’attivista pakistana gravemente ferita alla testa e al collo dai Talebani per il suo impegno a promuovere l’istruzione femminile nel  proprio Paese.
Questa condizione ci induce a riflettere sul concetto di società evoluta per cui una società non può definirsi tale se non tratta tutti i suoi membri in modo paritario e se rende le donne ancora vittime.
Le peggiori violenze sono quelle che si consumano tra le mura domestiche. Molte sono le iniziative messe in atto a favore delle donne. Le leggi e i centri di assistenza aiutano e invogliano le donne a denunciare gli aggressori, a superare la paura della ritorsione ma la diffidenza permane; è ancora limitato il numero delle donne che denunciano.
L’uso della violenza in tutte le sfere sociali è un sistema di difesa, di potere e di controllo. La violenza sia fisica che psicologica e verbale tende a intimorire, a sottomettere, ad annientare, a indebolire la mente e la volontà della donna fino a toglierle la possibilità di avere opinioni, emozioni o reazioni.
Non  è facile mutare il volto della società ma il problema, segno di un degrado che si acuisce, chiama in causa tutta la comunità. Il numero di  donne violentate e uccise è in aumento e se si pensa a quelle che vivono in silenzio il proprio dramma, ci si rende conto della gravità del problema che pertanto  sollecita un impegno comune.
La donna ha bisogno di recuperare, all’interno della società, la stima verso sé stessa e l’orgoglio di essere donna ma in questa battaglia, non deve essere lasciata sola.
Si richiede  un impegno politico vigile e forte che applichi le leggi  in tempi celeri in tutte le circostanze. Ma la violenza è essenzialmente un fatto culturale per cui contro la violenza molto possono la famiglia e l’educazione. È in famiglia che si consumano le peggiori violenze di cui i figli sono testimoni. I bambini seguono i modelli con i quali convivono e ne ripetono i gesti: i maschi con la violenza iterata, le femmine subendola. La violenza genera violenza ed è questo l’aspetto più raccapricciante del problema. Sono sempre gli adulti a ledere i canoni dell’educazione offrendo di sè un’immagine negativa. Il problema riguarda tutti i ceti sociali, a dimostrazione di quanto la violenza sia insita nel vivere quotidiano. Lo strumento più efficace contro ogni forma di violenza è l’ “educazione” affinché il “rispetto” e la  “dignità”  verso  sé stessi e verso  gli altri, diventino cardini del vivere civile.
L’informazione è la base dell’educazione, il mezzo più idoneo per conoscere e abbattere il pregiudizio. Solo l’istruzione, con qualsiasi mezzo si impartisca,  può aprire le menti alla riflessione e abbattere l’oscurità che ci sovrasta. È tra i banchi che si diffonde il  sapere, si educa, ci si educa e si legittimano principi e regole. I soldi investiti in cultura sono i più fruttuosi perché solo una corretta  formazione può porre le basi di una società  civile.
A  scuola  bisogna affrontare il problema della violenza in generale, comunque si manifesti, ma essenzialmente quella contro le donne che è un oltraggio all’umanità, un crimine che ci riporta allo stato ferino. È con gli studenti  che bisogna parlare di questo male sociale fin da piccoli attraverso il dialogo, la comunicazione, l’ascolto, la creatività, il gioco ma essenzialmente attraverso la conoscenza di donne che hanno segnato pagine importanti della nostra storia. Non è facile scardinare i pregiudizi ma si può attraverso un insegnamento che in tutte le discipline curriculari e non, associ alle figure maschili quelle femminili. Manca nella scuola una cultura al femminile, un’adeguata conoscenza della donna e del suo intercalarsi nella storia. Sono pochissimi, nei percorsi didattici, i nomi di donne che hanno operato nei vari campi dello scibile e che sono morte per una causa, un’ideologia o per il proprio pensiero. Solo il processo di formazione, coadiuvato dai mezzi di comunicazione e dalle immagini che ci funestano, può garantire una cultura che  rifiuti la violenza come barbarie sociale.   
La società deve, per dovere e responsabilità, riflettere sullo stato presente  e capire che solo se riprende il controllo delle proprie azioni in ogni ambito e solo se offre in ogni campo della vita associativa esempi di integrità e di rettitudine, potrà sperare in un mondo diverso, dove il “rispetto” e la  “dignità”  verso  sé stessi e gli altri  diventino gli  strumenti più efficaci contro ogni forma di violenza per una società in grado di recuperare i suoi valori.

giovedì 28 settembre 2017

Da San Remo a Cannes: Cannes

Palazzo del cinema

Per le vie di Cannes

Il palazzo del cinema: Grand Auditorium Louis Lumiere

lunedì 18 settembre 2017

Da San Remo a Cannes: Bordighera

La raffinata ed elegante Bordighera in un quadro di Monet, 
 innamorato della sua luce e dei suoi colori


Una bellissima veduta  da Bordighera alta. Un'emozione per il cuore, uno spettacolo per gli occhi

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giovedì 7 settembre 2017

Da San Remo a Cannes: Eze

Per meglio scoprire Eza bisogna assaporarne l’atmosfera che regala magnifiche suggestioni mentre si viene avvolti dall’intenso profumo del gelsomino e dal sole che inonda i vicoli tra tracce di frammenti del muro risalenti all’età del bronzo e oggetti in ferro finemente lavorati.
Basta inerpicarsi e godere di questo luogo capace di donare scorci memorabili in una storia che  lascia tracce indelebili.


mercoledì 6 settembre 2017

Da San Remo a Cannes: Museo Jean Cocteau di Mentone

Il museo,  ospitato in un  edificio progettato da Rudy Ricciotti, è dedicato all’artista, regista ed intellettuale francese Jean Cocteau

Jean Cocteau (1889-1963) è da considerare  una delle figure più influenti nel panorama culturale europeo del Novecento. 
  I video e i filmati  presenti  nel museo illustrano la sua vasta e poliedrica produzione artistica ed essenzialmente "Orfeo",  un film del 1950 diretto da Jean Cocteau. Il film tratta in chiave moderna la tragedia di Orfeo ed Euridice.
La maggior parte delle opere fanno parte della donazione di Séverin Wunderman.
 Il Museo disposto su due piani e su due sedi è da visitare sia per l'impatto che si riceve dall'insieme delle opere di Costeau, sia perchè ospita mostre di artisti di grande rilievo.
Il Museo, aperto nel 2011 è tra le maggiori attrazioni della Costa Azzurra. 


martedì 5 settembre 2017

Da San Remo a Cannes: Ventimiglia

Un bellissimo scorcio di Ventimiglia, città di frontiera  

giovedì 31 agosto 2017

Da San Remo a Cannes. Nizza, museo Chagall

 
Il  Museé national Marc Chagall che  si trova a Nizza, nel quartiere collinare di Cimiez fu inaugurato dallo stesso pittore nel 1973 e fu  da lui stesso concepito per ospitare il suo lavoro più importante sulla Bibbia, cioè le 17 tele che raffigurano scene dell'Antico Testamento, donate allo Stato francese nel 1966.

 
Chagall amava definire la Bibbia:"La più grande fonte di poesia di tutti tempi", ma il museo ospita molte opere ispirate anche a temi profani.

Ogni quadro è un tripudio di colori e di elementi simbolici; pagine della Bibbia e non magistralmente rappresentate con colori brillanti che coinvolgono il visitatore fino a renderlo protagonista del tema.

Figure bizzarre ma capaci di profonde astrazioni. 
 Tutto è bellezza, arte autentica, poesia in un connubio stretto con il pensiero dell'artista che filtra in parallelo il nostro.

 
Il magnifico mosaico che si riflette sulla vasca esterna, bellissima commistione tra pittura e architettura, chiude il percorso tra sogno e realtà

mercoledì 30 agosto 2017

Da San Remo a Cannes. Nel cuore di Nizza

A Nizza, dopo la  passeggiata più famosa di tutta la Francia, la Promenade des Anglais, è bellissimo inoltrarsi nella vecchia Nizza, un dedalo di viuzze dove si viene avvolti da atmosfere avvolgenti. Ogni angolo è un'attrazione e un'occasione per mangiare la socca, una torta salata a base di farina di ceci che soddisfa ogni golosità.
Il clima che si respira in questo antico caffè è toccante. Tutto l'arredo ben conservato richiama altri tempi, un'epoca che viene rievocata in ogni particolare e provoca emozioni.
Basta cercarlo nel cuore di questo angolo della città per assaporarne la bellezza e godere  il gusto della conservazione insieme a un ottimo caffè.

martedì 1 agosto 2017

Da San Remo a Cannes: Bussana Vecchia

Una perla nascosta

 Nel 1887 un terremoto distrusse il centro abitato, il borgo rimase disabitato fino agli anni ’60 quando un gruppo di artisti lo riscoprì e vì si stabilirono. Oggi il borgo è un laboratorio d’arte a cielo aperto, caratterizzato dalle sue botteghe e atelier che si trovano un po’ dappertutto.

Bussana Vecchia è un luogo magico, un laboratorio d'arte a cielo aperto. Nelle stradine e nei vicoletti si possono ammirare botteghe ed atelier che sorgono nelle belle costruzioni in pietra. Molto suggestiva è la vecchia chiesa di Sant'Egidio che non fu mai ristrutturata e che ancora conserva le tracce di quelli che erano gli stucchi e le pitture originarie.

Bussana accoglie i visitatori con le sue atmosfere suggestive e con un'ottima cucina



lunedì 31 luglio 2017

Da San Remo a Cannes: Bordighera

Da Bordighera alta, tutto è meraviglia


 Bordighera, 2 febbraio 1884


Caro Durand-Ruel, […] sto vivendo un’esperienza umana ed artistica ricca e forse irripetibile. La riviera ligure è rischiarata da un sole che modella le forme ed accarezza la natura, e le barche dei pescatori solcano le acque d’un mare verde-blu che non vi posso descrivere a parole. Acqua, fiori e poesia si confondono in un’armonia musicale di colori che i miei occhi non hanno mai incontrato. […] Inoltre per dipingere certi paesaggi bisognerebbe avere una tavolozza di gemme e diamanti. È mirabile.
Claude Monet



Il Giardino Moreno è un paradiso di ulivi, aranci, limoni, mandarini, palme e piante rare. Si estende dal mare alla collina per quasi 80 ettari; il 5 febbraio 1884 Claude lo racconterà ad Alice come «indescrivibile, è magia pura, tutte le piante del mondo crescono là nella terra e senza sembrare curate; è un groviglio di palme di ogni varietà, di ogni specie di aranci e mandarini


Claude Monet














sabato 29 luglio 2017

Da San Remo a Cannes: Dolceacqua

Capitale del vino Rossese,  il magnifico borgo di Dolceacqua vive intorno al suo ponte romano a schiena d’asino, con vista sulle rovine del Castello dei Doria, arroccato sulla cima della collina. 

Il ponte sul torrente Nervia,  definito da Monet «gioiello di leggerezza» e la fortezza posta a coronare la sovrastante collina, incantarono l'artista tanto che li riportò più volte sulla tela come un'immagine fotografica..  Il ponte e il castello, rimangono ancora oggi  tra gli elementi più celebrati nella storia dell’Impressionismo.
Monet, Il ponte e il castello, 1884



venerdì 14 luglio 2017

L’Italia divorata dai roghi



È uno scempio quello a cui stiamo assistendo in questo periodo. Molti roghi assediano il nostro territorio falcidiando la natura e il lavoro dell’uomo. Molte regioni sono colpite da questo flagello che mai negli anni passati era apparso in tutta la sua tragedia e che ci coglie  impreparati e privi di mezzi adeguati. Infiniti roghi pullulano in molte regioni, non certo per colpa del caldo anche se complice. Il fuoco che divampa e divora è frutto essenzialmente di azioni sconsiderate di chi lo produce arrecando offesa alla natura, all’ambiente, all’uomo ma essenzialmente a sé stesso, immemore che l’uomo è parte integrante della natura.
In un momento di crisi del paese, invece di unirci per difendere il nostro patrimonio paesaggistico, preservarlo e proporlo in tutta la sua bellezza, quale nostra ricchezza indiscussa, non si pensa che a deturparlo e a distruggerlo.  Si fa sempre più strada l’inciviltà,  che pone l’uomo in uno stato di assoluta inferiorità.
Chi e quando ci ridarà il nostro patrimonio boschivo e la ricchezza delle nostre terre?.  Il fuoco rende l’aria irrespirabile a danno di uomini e delle nostre coltivazioni e una nube densa di fumo copre il cielo.
Si chiede da parte di tutti e in particolare di chi è addetto con leggi a tale compito, rigore, tutela e vigilanza contro coloro che immemori del senso di appartenenza si arrogano il diritto di distruggere.
Azioni così gravi e mostruose non  sono più tollerabili  e non devono passare inosservate alla coscienza di chi si reputa uomo e parte di una comunità. È necessario sensibilizzare tutti verso un problema che cresce a dismisura. La natura ha bisogno della nostra unanime collaborazione per essere tutelata e difesa se vogliamo crescere in progress. Abbiamo bisogno di educarci  e di capire l’importanza che ha l’ambiente per la nostra sopravvivenza.
Come cambiare chi ha la vista annebbiata? Chi si lascia avvinghiare dal sonno della ragione? Chi distrugge impunemente ciò che appartiene a tutti noi?. Non bastano le leggi. La risposta è da ricercarsi nella coscienza di tutti ma essenzialmente di chi compie tali flagelli. La coscienza è l’unica  in grado di risvegliare nell’uomo quello spirito di appartenenza che rende caro ad ognuno ciò che è patrimonio comune. La “parola” scritta, diffusa e letta  diventa pertanto l’arma più potente se utilizzata in ogni luogo per sensibilizzare e mutare in positivo pensieri lugubri e cattivi che vengono alimentati in chi forse non ha mai rivolto alla natura uno sguardo di amore e di apprezzamento.  Solo il richiamo alla propria coscienza attraverso una forte e costante riflessione è in grado di svegliare dal torpore della negligenza chi non pensa alle conseguenze di atti sconsiderati,  chi si crede forte di fronte a una natura che non può difendersi, senza capire che in quel rogo disarma sé stesso e diventa poi sempre più vulnerabile nei confronti di forze che gli si rivolteranno contro. Solo la coscienza potrà richiamarlo alla ragione, mostrargli tutta la sua  meschinità e la sua  pochezza  e fargli sentire vergogna, una vergogna atroce che si muti in uno spasmo sempre più fitto a fronte del giudizio delle generazioni  future.

Nel mio libro, appena pubblicato dedicato alla natura e all’ambiente “Armonie di un giardino toscano”, in un rapporto temporale con me bambina, concludo dicendo che il mio più grande desiderio è vedere di nuovo Eos, la rosea Aurora  tingersi di un non colore brillante, pronta ad allietare l’uomo, il creato tutto, e spandere  ogni mattina  sugli uomini la rugiada della vita, l’essenza della bellezza e dell’armonia dell’universo perché ognuno inebriato si interroghi sul proprio operato e capisca che nulla è più triste che negare al proprio figlio  il respiro della vita in tutta la sua purezza.

Si riportano alcune pagine del libro
- L’ambiente, nostro habitat naturale, appare sempre più preda della nostra incuria che si può combattere solo con la piena consapevolezza di ciò che avevamo e di ciò che oggi determina l’invivibilità del pianeta. Dovremmo tutti acquisire piena coscienza del problema e risentire il richiamo della "fonte della vita" a tutela della nostra vita. Sarebbe bello e auspicabile dipanare dal cielo la fuliggine che lo ottenebra e riprendere a viaggiare su una nuvola rosa in un cielo terso, risalire sul dorso di un delfino e assaporare l’ebbrezza di correre in un mare limpido e ospitale al corteo delle Nereidi; ritornare ad abbracciare alberi, boschi e foreste e riscoprire il lungo respiro della natura al magico suono di Orfeo. Dovremmo… ma non possiamo se non uniti contro il nemico comune dell’indifferenza, del guadagno, di ciò che impropriamente chiamiamo "progresso" perché ne sviamo il senso-.

-L’ambiente, come la vita di ognuno di noi, è un giardino che diventa arido se si lascia incustodito, ma che può dare frutti copiosi se si coltiva con amore. La scelta è affidata alla nostra intelligenza e lungimiranza.
Ho amato e amo la natura, immenso e bellissimo giardino del creato che l’arte ha ripreso in tutto il suo splendore. Amo ascoltare la sua voce amica, quella che mi giunge dall’ambiente nel quale vivo e che in ogni ora del giorno mi chiede di essere conservato.
Vivo il mio rapporto con l’ambiente con la spontaneità e la leggerezza di quando ero bambina ma arricchito dalla consapevolezza della sua importanza e della mia maturità-.
-Rapita dall’armonia del cosmo, tutto mi appare fantastico mentre ad occhi chiusi viaggio come novello Icaro in una fantasmagoria di colori, in un arcobaleno di suoni e di profumi, di una natura che mi sorride, al di là del sogno, nelle vesti di Eos-.

Regione Toscana Consiglio Regionale
Anna Lanzetta  “Armonie di un giardino toscano” Racconti, arte, mito e fantasia.
Edizioni dell’Assemblea
Il volume è in distribuzione gratuita.
Il libro si può leggere o scaricare  direttamente sul sito della Regione Toscana

sabato 24 giugno 2017

Napoli. I giovani del Rione Sanità

Catacombe


La Sanità è un quartiere che, grazie ai giovani,  sta riscoprendo le proprie origini, per  allontanare da sé  una nomea  negativa  che per troppo tempo l’ha segnato. La Chiesa è diventata il cardine di questo progetto non facile ma possibile vista la volontà e la passione con cui i giovani lavorano con competenza e responsabilità. La rinascita del Rione si deve infatti alla tenacia di un sacerdote che ha saputo circondarsi di giovani, la forza migliore del territorio. Padre Loffredo, nel libro Noi del Rione Sanità, racconta la volontà dei ragazzi che lo hanno seguito, ne elogia l’impegno ed è convinto che per riuscire nel progetto bisogna allontanare i figli dai malavitosi e creare un modello socio-economico alternativo a quello fondato sull’illegalità. I giovani che si sono organizzati  in “cooperative”,  tra cui “La Paranza”, forti della propria volontà e armati di cultura, loro strumento fondamentale,  si  impegnano nella riscoperta e valorizzazione dei  tesori del proprio quartiere, per lungo tempo dimenticati. È grazie alla volontà di questi giovani e al loro impegno che il Rione  si arricchisce sempre di nuove energie, diventando  un centro di aggregazione per molti ragazzi, motivati ai diversi progetti, mirati al recupero, alla formazione, alla valorizzazione della cultura, strumenti capaci di combattere la dispersione scolastica, per un futuro diverso dal presente.

È bellissimo vedere  con quanto amore e con quanta passione i giovani lavorano, coinvolgendo con perizia  i visitatori con visite guidate a luoghi per lunghi periodi abbandonati anche per le frane di fango che li avevano interamente ricoperti. Sono così ritornati alla luce luoghi dimenticati come  le “Catacombe di San Gennaro”,  antiche sepolture dei primi cristiani napoletani e dei vescovi della città e le “Catacombe di San Gaudioso”, in cui sono visibili  rituali  macabri e misteriosi che  si dice ispirassero Totò per scrivere 'A Livella. Nei cunicoli delle catacombe è infatti collocato un affresco di Giovanni Balducci raffigurante uno scheletro, che  simboleggia la natura effimera della ricchezza che cessa di avere senso di fronte alla morte. Spazi enormi che occupano il sottosuolo delle chiese e ci riportano indietro ad una storia antica e affascinante che tra scheletri e colature, danno un’immagine palpabile di una realtà  per troppo tempo ignorata ma affascinante dove spesso si sono mescolate realtà e fantasia.

Grazie all’impegno di Padre Loffredo, dei giovani e delle associazioni di volontariato, culturali e sociali che si sono costituite in Rete,  si stanno creando le premesse per organizzare  condizioni di vita diverse con l’acquisizione del senso civico e della legalità.

Ogni luogo parla dello spirito napoletano come “Il Cimitero delle Fontanelle” -‘O camposanto de’ Funtanelle situato in via Fontanelle. Un luogo di forte attrazione che custodisce una parte di storia fatta di dedizione e semplicità. Occupa  enormi cavità  tufacee e tra il sacro e il profano, riti e credenze, descrive il sentimento di pietà che il popolo napoletano ha sempre nutrito. Ospita i resti di chi non poteva permettersi una degna sepoltura, le vittime della grande peste del 1656,  morti di altre epoche come quelli del colera del 1836 e di altre epidemie che hanno più volte colpito la città e nel tempo le ossa provenienti dalle cosiddette "terresante",  sepolture ipogee delle chiese che furono bonificate dopo l'arrivo dei francesi di Gioacchino Murat e quelle  provenienti da altri scavi. Enorme è il numero di crani e di ossa che raccoglie, risalenti a varie epoche  e le molte leggende che  vi si raccontano, danno  vita  al connubio  tra il mondo dei vivi e quello dei morti, attraverso il sogno, come l’abitudine di adottare una “capuzzella”ossia un’anima “pezzentella”, un cranio che in cambio di sistemazione  prometteva protezione. A chi si meravigliava un tempo di tali credenze,  così  si rivolgeva Matilde Serao:« Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio ».  

Un luogo dove magia e mistero si mescolano per racconti apparentemente inverosimili ma che sono  parte integrante di un popolo legato a valori ancestrali e a una religiosità palpabile testimoniata anche  dai molti tabernacoli che si trovano in vari punti del rione



La storia del quartiere si legge e si costruisce attraverso le targhe, i luoghi, i simboli  che ricordano personaggi illustri che un tempo lo popolavano: il principe della risata, Totò, nacque al  109 di via Santa Maria Antesaecula: «Sono nato nel Rione Sanità, il più famoso di Napoli.», così diceva e qui visse  fino all'età di 24 anni, quando si trasferì a Roma con la famiglia. Grande cuore il suo, legato al territorio e all’indigenza degli abitanti, di notte usava, accompagnato dal suo autista,  lasciare dei soldi sotto le porte delle famiglie più bisognose. La casa oggi appartiene a privati ma il luogo, benché spoglio,  ricordando il grande Totò (che meriterebbe ben altro), suscita  emozioni. In via Santa Teresa degli Scalzi, al 12, nacque Bernardo Celentano, pittore del XIX secolo e una lapide lo ricorda.

Il Rione Sanità  è ricordato dal cinema, dal teatro, dalla canzone. Eduardo de Filippo vi ambientò alcune delle sue commedie più famose: Il sindaco del Rione Sanità e Il cilindro. Vittorio de Sica girò qui L’oro di Napoli  e qui girò una delle scene indimenticabili di Ieri oggi e domani dove si vede una Sophia Loren col pancione che  percorre al contrario la Salita Cinesi. Salvatore di Giacomo fu ispirato dal codice d’onore che vigeva nei  vicoli del Rione, quando scrisse Lo sfregio, storia di una donna che protegge il suo protettore-fidanzato camorrista che l’ha sfregiata con il rasoio: «Ha tagliata la faccia a Peppenella/ Gennariello de la Sanità;/ che rasulata! Mo la puverella/ mo proprio è stata a farse mmedecà./ Pò ll’hanno misa ‘int’ a na carruzzella,/ è ghiuta a ll’Ispezzione a dichiarà,/ e ‘o delicato, don Ciccio Pacella,/ll’ha ditto: -Iammo! Dì la verità./ Ch’è stato, nu rasulo, nu curtiello?/ Giura primma, llà sta nu crucefisso/ (e s’ha tuccato mpont’a lu cappiello)./ Dì, nun t’ammenacciava spisso spisso?/ Chi? – rispuost’essa – Chi? Gennariello!/ No!… V’o giuro, signò! Nun è stat’isso!». Il ponte, che sovrastando il rione Sanità, consente l’accesso al centro della città è stato intitolato a Maddalena Cerasuolo detta Lenuccia, perché lo salvò dalla rovina delle mine naziste  durante le “Quattro giornate di Napoli”. Libero Bovio, autore di Reginella, abitò per un periodo di tempo in via Antonio Villari e Tina Pica in un palazzo di via Santa Teresa al numero 118.  Nella Chiesa di Santa Maria dei Vergini  fu  battezzato Alfonso Maria de’Liguori: il più santo dei napoletani e il più napoletano dei santi, e questo solo per citarne alcuni. Nel settembre 1833, Giacomo Leopardi invitato da Antonio Ranieri si trasferì a Napoli e per un breve periodo  alloggiò nella sua casa sita in vico Pero n. 2. In questa casa, ritornato dalla Villa delle Ginestre a Torre del Greco, il poeta morì il 14 giugno 1837. Oggi è visibile da via Santa Teresa una lapide che ricorda la casa in cui Leopardì visse e morì.



Ho tracciato le linee essenziali di un quartiere che sta sgomitando con forza, e che grazie ai giovani, cerca di  togliersi di dosso il pesante fardello che ha rischiato di schiacciarlo.

Come sappiamo sono sempre i giovani a intervenire, a operare, a rimboccarsi le maniche per amore del proprio paese, del proprio territorio. I giovani vanno seguiti, i loro sforzi vanno sostenuti e incoraggiati con ogni mezzo. I giovani sono nel Rione Sanità esempi di vita, di impegno e di lavoro che tutti dovremmo sostenere e specialmente chi è deputato a tale compito.

Dopo anni di abbandono, nel 2006 le Catacombe sono state affidate ai giovani  della Cooperativa “La Paranza”, grazie all'intercessione dell'Arcidiocesi di Napoli e del Parroco della Basilica di Santa Maria della Sanità e in pochi anni sono diventate una delle principali attrazioni di Napoli, come io stessa ho potuto constatare nella visita al luogo, accompagnata da guide della “Paranza” che con competenza e dovizia di particolari, indice di una preparazione ampia e accurata di chi crede nel proprio lavoro e ama il luogo, sono stata resa partecipe della storia del territorio e della sua evoluzione. Un impegno da lodare, da ammirare, da considerare strumento di lavoro per chi il lavoro non ce l’ha ma che come questi giovani, esempio per noi tutti, credono in un futuro diverso. A loro il nostro plauso e tutto il sostegno possibile perché questi progetti possano sempre più proliferare.




 Interno delle catacombe