mercoledì 9 ottobre 2019

Cantar d’amore

Umberto Mastroianni, Farfalla notturna (1970)


Napoli è un’armonia di colori e di profumi; è  storia, è cultura, è arte in ogni strada e in ogni vicolo. Napoli, felice e armoniosa, custode di tesori e di misteri è melodia di suoni, di rumori e di schiamazzi. Napoli è il silenzio che si ascolta nelle poesie in musica dove il suono sposa l’arte nella creazione di quadri in cui è presente  il tocco sognante dell’amore:

Palomma ‘e notte

La canzone “Palomma e notte” nacque  da una poesia  di Salvatore Di Giacomo dedicata alla  donna da lui amata: Elisa Avignano. “Quando si conobbero (nel 1905) Salvatore ed Elisa, lui era un uomo di quarantacinque anni, lei una ragazza di 26. Salvatore era un bell’uomo, un vero napoletano dagli occhi sognanti, un poeta già celebre, riconosciuto, i suoi versi erano cantati dovunque, e tutto questo creava intorno alla sua persona un’aura romantica, un fascino che poteva fare innamorare qualsiasi ragazza, soprattutto una ragazza come Elisa. Elisa era «’ na giovane vestuta / cu ‘ na vesta granata, auta e brunetta». Così dice Carlo Fedele, riportando un intervento di Raffaele La Capria sul Corriere della Sera di qualche anno fa. Elisa era per quei tempi una ragazza emancipata se ebbe l’ardire di scrivere al poeta una lettera << Mio buono e caro signor Di Giacomo… se non fossimo stati in mezzo alla gente ve lo avrei detto ieri stesso quanto sto per dirvi ora. Io vi amo: ecco la verità, e lo so e lo sapevo da un pezzo, e non volevo confessarlo né a voi né a me. Io vi amo, e ora ve lo dico così com’ è. È bene, è male dirvelo? Che cosa ne penserete? Io non so… Sappiatela tutt’ intera questa verità, sappiatela così rudemente, così bruscamente com’ è sempre l’impeto dell’anima mia: sappiatela e fate quel che volete…».
Il loro amore  travolgente e passionale fu spesso ostacolato dalla madre di lui, alla quale il poeta era molto legato. Si sposarono nel 1916 ma il matrimonio fu spesso  travagliato da accuse e litigi, alcuni provacati dalla stessa madre.  Quando Di Giacomo morì  il 5 aprile del 1934, Elisa impazzì dal dolore e distrusse tutte le lettere e le poesie che il marito le aveva scritto, ma per fortuna  si dimenticò di un cassetto dove c’erano gli scritti che andavano dal 1906 al 1911. Grazie a quel cassetto e alle lettere in esso ritrovate, è stato possibile ricostruire la storia del loro amore e trovare questa poesia dai toni lievi, dolci e profondamente sentimentali che è diventata  un classico della canzone napoletana. Il testo venne musicato nel 1907 da Francesco Buongiovanni.
Tiene mente 'sta palomma,/ comme gira, comm'avota, / comme torna n'ata vota / sta ceròggena a tentá! / Palummè' chist'è nu lume, / nun è rosa o giesummino... / e tu, a forza, ccá vicino / te vuó' mettere a vulá!... / Vatténn''a lloco! / Vatténne, pazzarella! / va', palummella e torna, / e torna a st'aria / accussí fresca e bella!... /'O bbi' ca i' pure / mm'abbaglio chianu chiano, / e che mm'abbrucio 'a mano / pe' te ne vulé cacciá?..
Carulí', pe' nu capriccio, / tu vuó' fá scuntento a n'ato... / e po' quanno ll'hê lassato, / tu, addu n'ato vuó' vulá... / Troppi core staje strignenno / cu sti mmane piccerelle; / ma fernisce ca sti scelle / pure tu te puó' abbruciá! / Vatténn''a lloco!
Torna, va', palomma 'e notte, / dint'a ll'ombra addó' si' nata... torna a st'aria 'mbarzamata / ca te sape cunzulá... / Dint''o scuro e pe' me sulo / 'sta cannela arde e se struje... / ma ch'ardesse a / tutt'e duje, / nun 'o ppòzzo suppurtá!
/ Vatténn''a lloco!
( Di Giacomo – Buongiovanni )
Protagonista del testo è una farfalla che rischia di bruciarsi  poiché si avvicina troppo al lume. Le analogie sono evidenti: anche il poeta resta abbagliato dalla fiamma della bellezza e per allontanare la farfalla-Elisa, proteggendola, finisce per bruciarsi.
La lettura diventa musica e la melodia si muta in espressione viva, nella ricerca di parole ad effetto dove l’arte entra a rappresentare magnificamente  il tutto.

Salvatore Di Giacomo, Napoli, 1860.1934, poeta, drammaturgo e saggista. Autore di poesie in lingua napoletana,  molte delle quali musicate.
Insieme ad Ernesto Murolo, libero Bovio e E. A. Mario è stato un notevole rappresentante dell’ “epoca d’oro” della canzone napoletana.
Umberto Mastroianni, Farfalla notturna, (1970)
Incisione e tecnica mista su piombo
cm. 25x35

mercoledì 25 settembre 2019

Il tesoro di Pazzano: Santa Maria delle Grazie

Eremo di Monte Stella

Tra gli speroni rocciosi dei monti “Stella” e “Consolino” è incastonato Pazzano,  un paese con case accatastate, stretti vicoli detti “magnani” e ripide scale esterne. Con i suoi 529  abitanti  è il paese più piccolo della Vallata dello Stilaro, « ... questo è Pazzano: paese di pietra e paese di ferro. Sta nell'aria e si respira il ferro: sgorga e si rovescia dalla bocca delle miniere, rossastro, sottilissimo, dilagante in flutti di polvere. » (Matilde Serao, agosto 1883). Giuseppe Coniglio nella poesia Pazzanu dice:« Pazzanu è ncassaratu nta ddu timpi / a menza costa tra a muntagna e u mari / duva na vota nc'eranu i minieri i carcaruoti e l'armacatari...>>. Nel periodo borbonico, Pazzano fu importante per essere il principale centro minerario di estrazione del ferro di tutto il Mezzogiorno. Le vallate dello Stilaro e dell’Allaro, avvolte da ripide montagne, coperte da boschi impenetrabili, ricche di sorgenti e di grotte, costituirono il rifugio più adeguato per gli asceti. A partire dal settimo secolo, si popolarono di eremi, laure e cenobi, divenendo la culla della cultura bizantina in Calabria. Nel territorio di Pazzano, a  650 m di altezza, sul versante orientale del monte Cocumella, oggi monte Stella,  un luogo  aspro e selvaggio, le cui rocce sono costituite da calcari del Giurassico, si apre  una grotta naturale al cui interno si trova  la Madonna della Stella, una statua di marmo bianco del 1562 di probabile fattura gaginesca. È questo il tesoro di Pazzano: il Monastero di Monte Stella. La discesa, per accedervi, lungo i 62 scalini scavati nella pietra, è una descensio ad inferos, un’immersione  nelle viscere della terra, attraverso  u rimitiedu”, un anfratto lungo e stretto, privo di luce, dove regna una persistente penombra. Sin dall'inizio alla statua furono attribuiti poteri taumaturgici. All’interno della grotta, oltre alla statua di Santa Maria della Stella, si possono osservare sulle pareti frammenti di antichi affreschi bizantini: la Trinità, l’arcangelo Michele, l’adorazione dei pastori, la Pietà; di particolare interesse è il frammento di un affresco di arte bizantina (IX-XI sec.) raffigurante Santa Maria Egiziaca che riceve l'eucarestia dal monaco Zosimo. Si ritiene  che  sia  il più antico affresco bizantino dell’Italia meridionale e può essere considerato come indizio di una possibile esperienza di eremitismo femminile. Un poeta  anonimo dell'Ottocento, citato in Mario Squillace,  L'Eremo di S. Maria della Stella, così dice: «Saldo t'innanzi e come sempre care / mi sono le tue falde e le tue cime / non ti posso mirare senza sognare / non ti posso mirar senza far rime». E un  canto popolare, citato in Giovanni Musolino, Santi eremiti italogreci: grotte e chiese rupestri in Calabria così recita: <<Accui nci cerca grazzia nci nda duna / cu avi u cori offisu nci lu sana / E io, Madonna mia nda ciercu una / nchianati ‘n paradisu st’arma sana>>. Da eremo della Chiesa bizantina diventò col passare degli anni santuario della Chiesa cattolica; le vecchie icone bizantine furono abbandonate, e non sono state mai più ritrovate. Vari miti e leggende sono sorti intorno alla statua della Madonna come quello che racconta che un tempo il monte fosse un vulcano, che in esso vivesse il diavolo, successivamente scacciato dalla Madonna. 



Santa Maria Egiziaca


Giuseppe Coniglio, conosciuto come “U poeta” ( Pazzano,1922- Catanzaro, 2006), autore di diverse opere in dialetto pazzanito ha scritto di Pazzano. Nel 1973  ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie “Calabria contadina”, nel 1984 la seconda “Quattru chjacchjari e dui arrisi”, e l’ultima nel 1996 “A terra mia” in cui  è compresa la poesia “A stida” : <<Lu forestieru ca Pazzanu pungia / e guarda all'intrasattu supa u munti / vida na Cruci chi nci vena nfrunti, / para co cielu cu da terra jungia. / E sempa dà i vrazza spalancati / cuomu c'abbrazza ntuornu nzo chi vida / de virdi munti a di tierri bruscjati: /  chida esta a Santa Cruci della Stida… E dà, nta fundità della caverna / regna la paci santa e l'armonia: / a du luci tremanti e na lanterna / vigila e prega a Vergini Maria!>>. E ancora Luigi Consolo: <<sopra il monte scese rilucente / l'astro di fiamma nella notte chiara / di un immortale tremito di stelle. / Quando tra i cerri e i frassini del monte / la solitaria porpora del sole / tinse le rocce pendule dell'antro, / s'effuse un inno di commosso amore / che lungo i freschi rivolti correnti / discese a valle, dilagò da monte / a monte, diventò battito insonne / da mare amre: sul dolore umano / ora la dolce Vergine Maria / nella quiete del profondo speco / le bianchi mani alla preghiera giunge / soavemente: e l'odono i mortali, / curvi nell'ombra della fosca sera>>. Il 15 agosto di ogni anno si effettua un pellegrinaggio alla grotta santuario della Madonna della stella. La festa celebra l'Assunzione della Madonna che ricorda la Dormitio Virginis bizantina. Scoprire la Locride, terra antichissima di suoni, di profumi e di miti è un’esperienza che non si dimentica  tra mille emozioni. Passo dopo passo, tra suggestioni e scoperte se ne apprezza l’origine millenaria che si perde in un tempo infinito ma viva e presente con il suo carico di bellezza ancestrale. Viaggiando, si ritorna sulle orme della storia dove ognuno può leggere in ogni roccia un passato che commuove, che pone interrogativi e che diventa a ogni passo una meravigliosa scoperta.

venerdì 13 settembre 2019

A passi di danza. Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e Avanguardia

Isadora Duncan e l’arte della danza

Eleganza, raffinatezza, armonia di forme e di colori si intrecciano nella mostra  “A passi di danza. Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e Avanguardia”.
Isadora Duncan viene celebrata  in tutta la sua magnificenza come donna e come artista, unitamente agli artisti che la conobbero e la celebrarono.  Plauso ai curatori: Maria Flora  Giubilei e Carlo Sisi. 


Isadora Duncan
Accurata e mirata la ricerca delle opere, bellissima la  loro collocazione che denota uno studio accurato e crea un effetto  scenografico dove pittura e scultura si sposano mirabilmente. L’arte segue un preciso iter di forme e di stili,  presentati da didascalie che ne tracciano la nascita e lo sviluppo ove il Liberty gioca un ruolo fondamentale.

Plinio Nomellini La donna dei fiori 1910 ca acquar su carta coll. priv. Firenze

Non solo mostra ma una panoramica sull’arte ad ampio respiro dove l’occhio vive l’imbarazzo della scelta e il cuore si inebria palpitante di bellezza.
Firenze, Villa Bardini e Museo Bardini
13 aprile 22 settembre 2019

martedì 3 settembre 2019

Uno straordinario reperto: La Sfinge di Vulci

La Sfinge di Vulci


Il Museo Archeologico Giovannangelo Camporeale di Massa Marittima (Gr) offre in visione al pubblico un reperto archeologico fantastico, degno, per raffinatezza, di ammirazione. Un unico reperto, una sfinge etrusca risalente al VI secolo a. C, ritrovata nel 2012, durante  una campagna di scavo, proveniente dalla necropoli dell’Osteria a Vulci (Vt), uno dei più importanti centri dell’Etruria. La Sfinge era collocata nella  tomba 14, detta “Tomba della Sfinge”. Il dromos, un  lungo corridoio di 28 metri, che conduceva all’ingresso del monumentale ipogeo funerario, da cui si accedeva al vestibolo e alle camere funerarie, databili in un arco di tempo compreso tra la metà del VI e l'inizio del V sec. a. C,  testimoniava  con la sua grandezza, l’appartenenza  della tomba a una nobile famiglia che l’aveva destinata alla sepoltura dei suoi membri. A vederla, la Sfinge, animale mitologico, si ammanta di mistero e di curiosità,  che affascinano il visitatore ed è bellissima nella perfetta fattura dove l’umano e il fantastico si incrociano in una perfezione  che si acuisce nell’acconciatura. Si solleva la tenda che la cela e si viene introdotti in un  mondo antico e leggendario. La Sfinge di Vulci, statua funeraria,  scolpita nel nenfro, roccia tufacea di origine vulcanica, ha  testa di donna, corpo di leone, coda di serpente e ali d’aquila. Un tempo teneva lontani dai morti gli spiriti maligni ma poi ha assunto il ruolo  di “guardiana” per proteggere i defunti e accompagnarli nell’Aldilà. L’esposizione è accompagnata da pannelli grafici e informativi  in cui è raccontato il contesto del ritrovamento, il rituale funebre e approfondimenti sull’origine e il significato della Sfinge."In seguito ad un'attenta opera di pulitura delle superfici, sono state evidenziate tracce di pigmento di colore ocra rossa, ad occhio nudo non sempre percettibili ed in contrasto con il colore grigio della ruvida pietra vulcanica in cui è stata scolpita l'immagine  -  racconta l'archeologo della società Mastarna Carlo Casi  - Le tracce di pigmento sono riconoscibili in corrispondenza del collo, sotto il mento e accanto all'occhio destro. La prosecuzione dello studio consentirà di stabilire la relazione con la pratica, assai frequente nel mondo antico, di ricoprire le superfici delle sculture e degli apparati decorativi architettonici con colori a forti tinte, oggi in gran parte scomparsi". «Questa è una raffinata testimonianza – spiega ancora il direttore scientifico di Fondazione Vulci, Carlo Casi - di quella che fu una tradizione propria della produzione artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti, centauri e mostri marini, vigili guardiani della quiete eterna dei morti. Ma già intorno al 520 a.C. la produzione di queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune».Tutto il Museo è degno di una visita,  perché ogni reperto parla di un passato che reca le orme della storia che un accurato lavoro rende tangibili.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 31 agosto tutti i giorni dalle ore 11 alle ore 13 e dalle 15 alle 18. Dal 1 settembre al 3 novembre con gli stessi orari ma chiusa il lunedì. L’accesso è compreso nel prezzo del biglietto del Museo Archeologico Etrusco Giovannangelo Camporeale. Info: 0566906366,
email: museimassam@coopzoe.it.


domenica 18 agosto 2019

Polsi : “A Madonna dâ Montagna ”



Il tesoro di  Polsi : A Madonna dâ Montagna


Ogni luogo della Locride  richiama a un passato non sepolto ma vivo e serpeggiante essenzialmente nella ritualità.

San Luca è un luogo che si ammanta di fascino e di mistero. Le sue origini risalgono a tempi lontani quando le avverse condizioni spinsero gli abitanti di Potamìa a cercare una nuova terra. Erano pastori d’Aspromonte che dopo un lungo cammino si fermarono in un luogo, dove i pastori portavano le greggi durante i rigidi inverni. Era il 18 ottobre 1592 e data la ricorrenza del santo, chiamarono il paese che costruirono San Luca e presso la  frazione di Polsi  sorse uno dei monasteri diventato luogo "mariano" di forte  richiamo, essenzialmente per i calabresi e i siciliani. 

A 13 Km da San Luca, ai piedi di Montalto, la più alta cima dell’Aspromonte, sorge in una profonda vallata il Santuario dedicato alla “Madonna della Montagna”, detta in dialetto reggino “A Madonna dâ Montagna”. Fu un tempo romitorio dei monaci bizantini che vi si rifugiarono per sfuggire alle persecuzioni. 
Nel secolo XI il luogo, ormai abbandonato, si rivestì di leggenda. Si racconta che nel posto dove ora sorge la chiesa, sia stata rinvenuta da un pastore, una strana Croce di ferro, dissotterrata miracolosamente da un torello. 
La Croce è tutt’oggi conservata nel Santuario di “Santa Maria di Polsi”e a diffondere il culto della devozione alla Croce e alla Madonna furono i monaci basiliani, praticanti il rito greco.

Questo Santuario, ha scritto l'illustre latinista e poeta Francesco Sofìa Alessio (Radicena, 1873-Reggio Calabria, 1943) nella prefazione del suo poemetto Feriae montanae, fu fondato al tempo di Ruggiero il Normanno, dopo che un pastore vide un torello genuflesso dinanzi ad una Croce greca, che si conserva ancora, e dopo l'apparizione della Vergine, che volle un tempio nella Valle di Polsi per richiamare intorno a sé i fedeli di Calabria e di Sicilia. Innumerevoli sono i miracoli operati dalla Vergine della Montagna e le grazie concesse.

Nell'anno 1771, i Principi di Caraffa, ottenuta per intercessione di Maria prole maschile, si recarono al Santuario per ringraziare la Vergine, ma giunti presso Bovalino il bambino morì. I Principi, composto il corpicino in una bara, ripresero il viaggio con la ferma fede che la Madonna lo avrebbe restituito in vita. Entrati nel Santuario esposero sull'altare il cadaverino e cominciarono a recitare le litanie, e quando si venne all'invocazione Sancta Maria De Polsis il bambino aperse gli occhi e tornò in vita. La bara si conserva ancora nel Santuario.  

L'episodio è riportato in un noto canto popolare pubblicato nel volume "Storia e Folklore Calabrese". 



Madonna, particolare

 Nella chiesa di Polsi si venera un bellissimo simulacro della Madonna, in pietra tufacea, scolpito a tutto tondo da maestranze siciliane o napoletane. Nulla si sa dell’arrivo di questa statua nella valle, a parte le leggende. Del secolo XVIII è, invece, la statua lignea della Madonna, donata da Fulcone Antonio Ruffo, principe di Scilla e portata a Polsi nel 1751.

Corrado Alvaro nella sua monografia “Calabria”, scrive: Dirò di una festa che è forse la più animata delle Calabrie. Le feste fanno conoscere la natura degli uomini. Nell’Aspromonte abbiamo un Santuario che si chiama di Polsi, ma comunemente della Madonna della Montagna. È un convento basiliano del millecento, uno dei pochi che rimangono in piedi nelle Calabrie. La Madonna è opera siciliana del secolo XVI, scolpita nel tufo e colorata, con due occhi bianchi e neri, fissi, che guardano da tutte le parti.

Ognuno fa quello che può per fare onore alla Regina della festa: la gente ricca può portare, essendo scampata da un male, un cero grande quanto la persona di chi ha avuto la grazia, o una coppia di buoi, o pecore, o un carico di formaggio, di vino, di olio, di grano; ci sono tanti modi per disobbligarsi con la Vergine delicata, come la chiamano le donne. Uno, denudato il petto e le gambe, si porta addosso una campana di spine che lo copre dalla testa ai piedi, spine lunghe e dure come crescono nel nostro spinoso paese, e che ad ogni passo pungono chi ci sta in mezzo. Una femminella fa un tratto di strada sulle ginocchia; e così le ragazze fanno la strada ballando, e balleranno giorno e notte per le ore che hanno fatto il voto, fino a che si ritrovano buttate in terra o appoggiate al muro, che muovono ancora i piedi. E i cacciatori, poi, che fanno voto di sparare alcuni chili di polvere; in quei giorni non si parla di porto d’armi, e i Carabinieri lo sanno. Gli armati si dispongono nei boschi intorno al Santuario e sparano notte e giorno […].

Si vedono le mille facce delle Calabrie. Le donne intorno dicono le parole più lusinghiere alla Madonna, perché si commuova. […] Sul banco coperto di un lino, le donne buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi. La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo […].

Al terzo giorno di Settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portatile […] tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e non riescono neppure a piangere […].

Stefano De Fiores nato a San Luca nel 1933, missionario monfortano, dice: Dinanzi a questa statua si sprigiona il canto o la preghiera spontanea dei fedeli: parlano a lei, o lasciano che un pianto dirotto ricordi gli avvenimenti drammatici della vita, o lavi con lacrime purificatrici i più tristi trascorsi. A Polsi si evidenziano le note della pietà mariana popolare: il senso di una presenza viva dotata di potenza e bontà, l'attrattiva della bellezza, l'esigenza di contatto immediato, il bisogno di far festa…. (Da: "Storia e folklore calabrese" dell'autore). Vergini bella, japrìtindi li porti, / ca stanno arrivando li devoti Vostri.
E nui venimu sonando e cantandu, / Maria di la Montagna cu’ Vui m’arriccumandu.
Vergini bella, dàtindi la manu, / ca simu forestieri e venimu di luntanu.
M’arriccumandu la notti e lu jornu, / ‘na bona andata e ‘nu bonu ritornu!. 
La statua in pietra, domina quel santuario umano che le eleva canti e preghiere ed invoca grazie incessantemente, con fede caparbia: “…eu non mi movu di cca si la grazia Maria non mi fa…” ( io non mi muovo di qua se Maria non mi fa la grazia). 
“Finalmente la processione. Le mani dei suonatori si animano, le dita volano abilmente sulle canne della zampogna e sui tamburelli, e le note si frangono sulle vetuste costruzioni che circondano il santuario e l’eco le propaga sempre più lontano”. (da "Maria A Cristo dentro la Fede aspromontana").
La Locride è un viaggio nella storia che lascia nel cuore un segno indelebile di stupore, di ammirazione e di sgomento.

mercoledì 7 agosto 2019

A mia sorella Assunta per la sua dipartita

Cara sorella
Che il profumo di questi fiori, ti arrivi fino al cuore


Cara Assunta,

mai come ora  sentiamo  forte il legame affettivo che ci ha uniti nel tuo percorso di
vita. 

La memoria corre lungo il filo dei ricordi e prendono vita i momenti trascorsi insieme di gioia, di felicità, di dolore, di commozione, di tante attese. Nel ricordo prendono forma i sentimenti che tu hai nutrito, in primis, il grande amore per la famiglia, l’incanto delle tue passioni, del tuo attaccamento alla vita che abilmente e tenacemente hai difeso; le tue infinite curiosità verso il mondo che appieno avresti voluto esplorare, l’amore per la cultura e le letture da te predilette, la tua prolifica manualità, dei lavori con cui hai ricamato la tua vita, rendendola preziosa e il senso dell’amicizia da te largamente profusa.

Sei stata  in ogni circostanza, anche in quelle avverse, una donna forte, di grande dignità, ferma nei propositi, negli obiettivi da raggiungere e nella difesa del tuo pensiero nutrito di grande intelligenza, fedele sempre ai valori della famiglia, della religione, degli affetti dispensati senza risparmio.
In questo ricordo, oggi, siamo tutti intorno a te, come un cenacolo, e tu ne sarai certamente compiaciuta, a ricordare e a raccontarci il tempo trascorso che  apparentemente sopito oggi torna a rivivere, e vivrà, perché non muore chi nel ricordo  lascia una memoria di sé, ricca di nobili sentimenti.  
Un grande affetto ti circonda: i tuoi figli adorati, le nuore e nipoti, da te tanto amati, fratello e sorelle, cognati, cognate e prole,  quanti ti hanno amato e che oggi con la loro presenza, ti rendono un bellissimo omaggio.

Carissima Assuntina, 
il tempo è tiranno, e tu hai già iniziato un nuovo cammino intessuto di luce e di amore, tra una meravigliosa sinfonia di affetti. Ti arrivi fino al cuore la fragranza dei nostri fiori e l’abbraccio più affettuoso di tutti noi che nessun tempo potrà mai cancellare.

Dalla tua sorella Anna

Sarno  5 agosto 2019

domenica 14 luglio 2019

Al Museo Horne il San Rocco di Bartolomeo della Gatta restaurato grazie ai Friends of Florence

San Rocco

Al termine di un complesso restauro il dipinto raffigurante San Rocco di Bartolomeo della Gatta torna a raccontarsi al Museo Horne di Firenze. L’intervento è stato eseguito da Valeria Cocchetti e Daniele Ciappi di Restauro Dipinti Studio 4 srl, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza di Firenze, ed è stato reso possibile grazie al dono di Donna Curry, Mary Mochary e Donato Massaro, attraverso la Fondazione Friends of Florence. “Una volta di più la Fondazione Friends of Florence è intervenuta a favore della nostra istituzione, commenta Elisabetta Nardinocchi direttrice del Museo, in questo caso sostenendo un restauro di particolare complessità per le vicissitudini storiche attraversate dal dipinto. Al mio grazie si unisce quello del Presidente della Fondazione Horne, prof. Antonio Paolucci e, idealmente, quello dello stesso Herbert Horne che, acquistando la tavola nel 1909, aveva annotato dei molti guasti che il tempo aveva inferto all’opera, considerandola tuttavia tra le cose migliori di Bartolomeo della Gatta”. “Lavorare con il Museo Horne per conservare i suoi capolavori è sempre una bella esperienza, sottolinea Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence. Dopo il restauro dell’album di disegni di Giovan Battista Tiepolo, ed altri progetti realizzati all’interno del museo, l’intervento sul San Rocco ci vede nuovamente attivi per la Fondazione Horne, istituzione che ci sta particolarmente a cuore per l’affinità di pensiero tra Herbert Percy Horne e Friends of Florence.

Ringrazio la Dott.ssa Elisabetta Nardinocchi, Direttrice del museo, per averci coinvolto in questo progetto, la restauratrice Valeria Cocchetti che con tutti i suoi collaboratori ha realizzato il lavoro e i donatori poiché senza il loro contributo tutto questo non sarebbe stato possibile.” L’OPERA Il dipinto è da identificare con quello descritto da Giorgio Vasari nella Vita di Bartolomeo della Gatta, che lo aveva eseguito per la chiesa servita di San Pier Piccolo ad Arezzo presumibilmente dopo che, tra il 1485 e il 1486, la peste aveva nuovamente colpito la città. A questa data il maestro era da poco tornato ad Arezzo, forte dell’esperienza maturata nel cantiere romano della cappella Sistina. Il dipinto rimase nel convento fino al 1860, purtroppo gravemente danneggiato dalle soldatesche che l’anno precedente erano state lì alloggiate. Sommariamente ricomposto e pervenuto sul mercato antiquario, fu acquistato da Herbert Horne nel 1909 e sottoposto a interventi di restauro nel 1928 e nel 1963 che tuttavia, a causa delle ampie ridipinture e di inadeguati interventi al supporto, portarono vari studiosi a negare l’identificazione con l’opera citata dal Vasari. Oggi, grazie alla puntuale ricostruzione delle testimonianze documentarie, all’acquisizione di una serie di fotografie storiche che documentano i progressivi interventi e, soprattutto, grazie alla restituzione della sua leggibilità, può finalmente essere con sicurezza identificato con la tavola ammirata dal Vasari.

Il “San Rocco” di Bartolomeo della Gatta è un dipinto su tavola cuspidata dove il Santo spicca in primo piano con dimensioni prossime al reale. L’opera ha subìto nel tempo numerose vicissitudini legate sia a vicende storiche che a problemi intrinseci alla tecnica esecutiva, arrivando ai giorni nostri in precario stato di conservazione. I problemi principali erano dovuti ai movimenti del supporto ligneo, che avevano provocato il sollevamento e la perdita di numerose porzioni di colore originale: già nel passato si era cercato di provvedere al degrado ridipingendo le mancanze e apponendo sul retro una pesante traversatura fissa in ferro. Tale intervento, oltre che non risolutivo, è risultato nel tempo ulteriormente deleterio bloccando i naturali movimenti del legno e comprimendo il soprastante colore originale. Il dipinto è perciò giunto ai giorni nostri con ulteriori perdite di colore e sollevamenti diffusi su tutta la superficie pittorica.

L’attuale intervento di restauro ha perciò previsto la rimozione della traversatura in ferro, sostituita con un sistema di tre traverse a giunti elastici in grado di sostenere, ma anche assecondare i naturali assestamenti del supporto ligneo. L’intervento ha portato anche al recupero della corretta planarità superficiale: il legno ha infatti ripreso la sua naturale curvatura con grande vantaggio per film pittorico. E’ stato quindi possibile procedere con il consolidamento dei sollevamenti e la messa in sicurezza del colore originale. Per quanto riguarda l’intervento di pulitura si è proceduto adottando il criterio di minimo intervento: le vicissitudini subìte dal colore originale non garantivano il corretto recupero dell’immagine pittorica, ormai storicizzata, suggerendo invece una pulitura di tipo superficiale, mirata alla valorizzazione dell’insieme. Le perdite di colore sono state quindi integrate pittoricamente e le precedenti ridipinture, alcune delle quali alterate, sono state recuperate cromaticamente equilibrandole al livello di lettura acquisito. Non si è trattato quindi di un restauro di rivelazione, ma un intervento focalizzato sul recupero delle migliori condizioni di stabilità e conservazione volte alla fruizione futura dell’immagine dipinta.

Scheda tecnica:
San Rocco, tempera su tavola, cm 189 x  83
Autore: Bartolomeo della Gatta
Datazione: 1485-1486
Ubicazione: Museo Horne, inv. 24

Comunicato stampa

domenica 7 luglio 2019

Il tesoro di Stilo: La Cattolica

La Cattolica di Stilo

Il territorio della Locride è costellato da paesi  arroccati sui monti,  spesso costruiti da profughi per sfuggire alle incursioni turche, con case poste l’una sull’altra tra viuzze e sottopassaggi, detti gafi, come quelli di Grotteria. Tra questi  è Stilo, una delle località più interessanti per storia e arte che vanti la Calabria. La città di Tommaso Campanella e di quel gioiello d’arte bizantina, che è la Cattolica, capolavoro della Calabria meridionale:“Finalmente, alle nove del mattino, entrammo in una delle città più straordinarie d’Italia, protetta da nord a sud, baciata dal riverbero dei raggi del sole, circondata da tutti i lati da masse di rocce nude, appollaiata all’altezza dei nidi delle aquile, inesauribile miniera di ricchezza e di ricordi…”. Così scriveva di Stilo il 27 giugno del 1812 lo scrittore francese Astolphe de Custine nel corso del suo viaggio in Calabria. La Cattolica, tesoro di Stilo, è divisa all’interno  in nove spazi uguali da quattro colonne, lo spazio quadrato centrale e quelli angolari sono coperti da cupole su dei cilindri di diametro uguale, la cupola mediana è leggermente più alta ed ha un diametro maggiore.  La costruzione è a croce greca inserita in una base quadrata, con tre absidi rivolte a oriente ( quella centrale, il bema, conteneva l'altare vero e proprio, quella a nord, il prothesis, accoglieva il rito preparatorio del pane e del vino,  quella a sud, il diakonikon custodiva gli arredi sacri e serviva per la vestizione dei sacerdoti prima della liturgia) e sovrastata da 5 cupolette cilindriche (tipo di costruzione frequente in Georgia, Anatolia e Peloponneso). Sopra l'abside di sinistra è posta una campana (di manifattura locale) del 1577, risalente all'epoca in cui la chiesa fu convertita al rito latino, che raffigura a rilievo una Madonna con Bambino e, limitata da croci, un'iscrizione: « Verbum Caro Factum Est Anno Domini MCLXXVII Mater Misericordiæ ». La Cattolica fu adibita probabilmente anche a oratorio musulmano dato che vi si trovano alcune iscrizioni in lingua araba che lodano Dio: una corrisponde alla shahada, ovvero alla professione di fede: «La Ila ha Illa Alla h wahdahu" ovvero: "Non c'è Dio all'infuori di Dio solo", che presumibilmente vuol dire: "Non vi è Dio all'infuori del Dio unico», mentre un'altra recita: «Lilla hi al Hamdu", ovvero: "A Dio la lode».



La Cattolica, interno, affreschi, dormitio virginis,1410 ca.

Marcello Serra, poeta e scrittore, ricorda in un suo volume il valore simbolico della costruzione: Questo tempio bizantino continua a trasmetterci il messaggio di quella seconda stagione in cui la Calabria accolse nuovamente i Greci, non più guidati dall’oracolo di Delfo, né sostenuti da una volontà di conquista e di potenza, ma dalla fede ascetica degli eremiti e dei monaci basiliani, che avrebbero lasciato con la loro presenza ed il loro esempio una durevole tradizione spirituale in questo popolo assetato di Dio e di giustizia”(Sud Italia chiama Europa,  p.289).
Bastano queste espressioni per capire la bellezza e la portata storica di questo tempietto che, abbarbicato al monte Consolino, domina dall’alto l’abitato di Stilo.
La Cattolica  fu costruita nella terra santa del Basilianismo e del Bizantinismo. 



La Cattolica, capitello rovesciato di spoglio, II-III secolo


Durante il VII secolo, a causa dei continui  attacchi arabi, e per sfuggire alle persecuzioni messe in atto a seguito dell’editto del 726 dall’imperatore bizantino Leone III Isaurico, con il quale si ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell'Impero, i monaci della Cappadocia, in particolare, emigrarono, e seguendo la rotta dei Bizantini diretti in Italia, giunsero, attraverso il canale di Otranto, sulle coste pugliesi, lucane e calabresi e trovarono rifugio nelle  foreste e sulle pendici delle colline, nelle grotte,  che divennero luoghi di preghiera.
Fiorirono laure, eremi, cenobi e monasteri, ricamente istoriati, che come ha precisato Emilio Barillaro, …saranno altrettante fucine di studio e di sapere, e fecondi focolari d’arte, popolati di amanuensi, calligrafi e miniatori, i quali genereranno i primi germi del risveglio artistico, facendo della Calabria la legittima depositaria della tradizione classica in Occidente, l’intermediaria tra il mondo ellenico e la fervida età in cui gli umanisti avrebbero riscoperto e restaurato quella civiltà classica che dalle rive dell’Ilisso si era irradiata a quelle del Tevere. (Terra di Calabria, Annuario di vita regionale, Vol. V, 1968, Pellegrini, Cosenza, p. 30).

lunedì 17 giugno 2019

Il “Gioco della civetta” restaurato grazie ai bambini di Friends of Florence


 Gioco della Civetta

È stata presentata nel Giardino di Boboli la statua in marmo bianco raffigurante “Gioco della Civetta” di Giovanni Battista Capezzoli, restaurata grazie al contributo di Friends of Florence. L’intervento è stato eseguito sotto la direzione di Alessandra Griffo dalla restauratrice Miriam Ricci ed è stato reso possibile grazie al dono dei bambini del Florence Chapter della Fondazione.
“Inaugurare questo restauro è per noi motivo di grande orgoglio, perché questo è il primo progetto sostenuto dai piccoli Friends of Florence – sottolinea la Presidente Simonetta Brandolini d’Adda - Esso rappresenta il futuro non solo della nostra Fondazione, ma anche l’opportunità di proseguire nella nostra missione ossia di conservare per le future generazioni l’importante patrimonio artistico di Firenze e della Toscana”.
“Gli interventi sulle sculture del giardino sono molto importanti - aggiunge il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt – perché insieme al meraviglioso patrimonio arboreo e floreale di Boboli costituiscono l’anima di questo unico parco mediceo”.



L’opera
Commissionata intorno al 1775 dal Granduca Pietro Leopoldo, l’opera doveva sostituire un originale in pietra che all’epoca versava in pessimo stato conservativo. L’opera è collocata tra il “Prato delle Colonne” e l’ingresso di Porta Romana all’interno del Giardino di Boboli davanti al gruppo dei Caramogi di Tomolo Ferrucci del Tadda. In origine la statua prevedeva tre figure, ma oggi sono presenti solo due sculture in marmo bianco.



L’intervento di restauro
Quando fu deciso il restauro, l’opera presentava sulle sue superfici alghe, muschi e licheni, macchie nere di origine biologica, fenomeni di decoesione della struttura cristallina e erosioni di alcune zone in aggetto, dovute alla particolare esposizione agli agenti atmosferici all’interno del giardino (pioggia battente, umidità, caldo e gelo). Dopo un’accurata verifica della resistenza superficiale e della solidità strutturale, l’intervento di restauro, condotto da Miriam Ricci, è stato realizzato rimuovendo le polveri a secco con aspirazione meccanica e mediante pennelli morbidi. Si è poi  proceduto a una pulitura con acqua demineralizzata utile per asportare le patine biologiche presenti in superficie. Una volta eseguita questa fase, sono stati effettuati cicli di applicazioni di benzalconio cloruro con successivi risciacqui e spazzolature per la totale asportazione di alghe muschi e licheni ed è stato effettuato poi un trattamento per prevenire la formazione ulteriore e futura di tali strati. Sono inoltre state rimosse le vecchie integrazioni in stucco dei perni e sono state sostituite da nuove stuccature più idonee alla superficie originale.

Comunicato stampa

domenica 2 giugno 2019

I tesori di Gerace

Cattedrale, cripta greco-bizantina


Viaggiando nella Locride si entra nel cuore della Magna Grecia. Ogni angolo  è storia, arte e cultura. Reperti archeologici, necropoli bizantine, chiese e monumenti ne indicano gli stili artistici e architettonici e ci riportano a un passato, importante crocevia di culture. Uno dei centri più importanti della Locride è Gerace, città d’arte e città santa perché i suoi monumenti sono espressione di stili e di spiritualità: Gotico, Bizantino, Normanno e Romanico, riti latini e riti ortodossi.  Gerace, in provincia di RC, sorge su una rupe a circa 500 m.l.s., limitata da ogni lato da pareti rocciose e scoscesi erbosi. Storicamente il territorio, come dimostrano le tracce in esso rinvenute,  era già frequentato in  epoche antichissime, ma il nucleo abitativo iniziò a svilupparsi intorno al VII sec. d.C. quando la vicina Locri Epizephiri,  iniziò a spopolarsi a causa delle incursioni saracene. L’abitato presenta un tessuto urbanistico medievale, diviso in Borgo (parte bassa), Borghetto (parte intermedia) e Centro (parte alta). Il castello normanno, i balconi artistici, i pregevoli portali e le chiese indicano un passato importante. L’ inglese Edward Lear, viaggiatore, scrittore e illustratore nel 1847 visitò Gerace e molti centri del reggino e nel suo diario descrisse Gerace: « Piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia [...] Meravigliati da tanti panorami che si presentano da ogni lato; ogni roccia, Santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti... » ( Diario di un viaggio a piedi,1847). L’arte della tessitura e la lavorazione dell’argilla e della ceramica richiamano l’antico artigianato greco.  La Cattedrale, costruita dai Normanni tra il 1080 e il 1120 in stile romanico-normanno è orientata, secondo lo stile bizantino, con le absidi a oriente e l’ingresso a occidente. È dedicata a Maria Assunta, ed è il più grande tempio antico della Calabria.  Ogni elemento della costruzione stupisce, notevoli sono  i capitelli in stile corinzio-asiatico. L’ altare, consacrato dal Vescovo GianCarlo Maria Brigantini e dal metropolita Grecoortodosso Mons. Spiridione il 9 luglio 1995 in occasione del 950° anniversario della prima consacrazione della Cattedrale,  è molto interessante e cattura l’attenzione, perché  è il primo altare dopo la separazione delle due Chiese avvenuta nel 1054, ad essere consacrato da due Vescovi con riti diversi. L’altare è dedicato all’unità della Chiesa, come si può rilevare dalle due scritte, in greco e in latino “INA OSIN EN-UT UNUM SINT”. La parte più antica della Chiesa è rappresentata dalla Cripta greco-bizantina, ricavata in parte nella roccia e costruita probabilmente su un antico oratorio bizantino. Le colonne di varia natura e origine sorreggono volte a crociera del IX  e X sec.  Il tesoro della Cattedrale  conserva oggetti liturgici molto preziosi e tra questi una Croce reliquiario del XII sec. in filigrana con zaffiri e smeraldi. Secondo la tradizione fu il Vescovo Atanasio Calceopylo a portarla da Costantinopoli nel XV sec. Secondo altri studiosi probabilmente dono di Ruggero II alla Cattedrale, proveniente da una bottega orafa di Gerusalemme.
Gerace. La chiesetta bizantina di San Giovannello  


La chiesa di San Francesco d’Assisi, costruita intorno alla metà del XIII secolo, da San Daniele, compagno di San Francesco, è tra i maggiori esempi di stile gotico della Calabria. Sulla facciata si apre un bel portale gotico acuto a triplice archivolto intagliato, ricamato con delicati fregi e motivi geometrici di stile arabo-normanno. La facciata è arricchita da una modanatura, da diversi capitelli e da una svastica raffigurante il sole che, nella simbologia orientale, rappresenta l'eternità.
Il fastoso altare maggiore seicentesco della Chiesa di San Francesco, in marmi policromi intarsiati, costituisce una delle più alte espressioni  del barocco calabrese.
Sulla stessa piazza, detta delle tre chiese, si erge la Chiesa di San Giovanni Crisostomo (o di San Giovannello), un piccolo edificio costruito nel secolo XI  che mantiene ancora oggi la funzione di chiesa con rito greco-ortodosso. L’atmosfera che vi si respira è di profonda spiritualità. Dal 1993, la Chiesa è stata affidata al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e nel 1997 è stata elevata a Santuario ortodosso panitalico.

Cattedrale di Gerace


Provenendo dalla marina si entra a Gerace dove ai fianchi della strada si possono vedere le botteghe artigiane scavate nel tufo; proseguendo si attraversano le monumentali: Porta del Borghetto, Porta delle Bombarde, Porta dei Vescovi e si arriva al Baglio e al castello normanno del XII sec.  Passeggiando per le strade semideserte se ne respira la storia, c’è molto silenzio come se il tempo passato avvolgesse col suo manto  il presente e si ha la sensazione  che tutto preferisca vivere nella memoria trascorsa di un tempo arabo, normanno o bizantino, ma solo una sensazione. Gerace, come altri luoghi della Locride, è un posto magico che emoziona e stupisce con la  sua storia. Il paesaggio che si gode dall’alto è stupendo quasi a voler celarne l’abbandono ma al contempo un invito a riportare questi luoghi all’antico splendore. Forse la forza e la volontà dei giovani ci riusciranno ma l’intervento economico richiede uno sforzo che al Sud non si può più negare, perché la Locride conserva tesori inestimabili che chiedono aiuto per ritornare a vivere. Intanto la natura ammanta con profumi e colori che ammaliano ogni visitatore e il gelato, enorme,  è buonissimo. L’invito a ritornare è palpabile e  sempre più pressante, e varcando la porta verso l’uscita, lo sguardo ritorna indietro e si porta con sé oltre ai magnifici scatti, la voce di scrittori e poeti, di miti, la dolce atmosfera di un territorio capace di dare emozione ad ogni angolo per ciò che è stato, per ciò che è, per ciò che chiede di essere  ancora.