lunedì 30 maggio 2011

L'Italia esulta, l'indifferenza uccide



Gaetano Previati, Il giorno sveglia la notte 1905

L'Italia esulta e io sono nel coro
Anna Lanzetta

... ma che bravi, 'sti italiani, quando vogliono!
Dio non voglia che torni a regnar l'indifferenza:

sabato 28 maggio 2011

Il fremito accende l’emozione quando la poesia è rievocazione



Castelvecchio, La casa di Giovanni Pascoli

Fu visitando la sua casa che sentii mia la poesia di Pascoli: Di là si vede Barga, si percepisce la sua “ora”, si colgono il respiro dell’Appennino e il significato della scelta di chi cercava, in un paesaggio come questo, sostegno e ispirazione per coltivare la religione della poesia.

Fu guardando dalla finestra del suo studio il viale, che, attraversando il suo orto, porta al cimitero dove aveva sepolto la sua infanzia, che rividi il -pesco, il melo- lui fanciullo felice.
Fu allora che la sua poesia diventò per me tangibile e quel poeta che un tempo avevo poco amato, mi divenne amico.
Anch’io ora avevo elementi a cui legare la memoria della mia esistenza. La poesia, la pittura e la musica erano diventate da tempo, calco del mio pensiero.

La “casa di Castelvecchio” è avvolta da muri e fronde, al riparo di voci che non siano quelle degli uccelli e delle acque.
E ricordai la casa della mia fanciullezza focolaio felice dei miei ricordi.

Nel tempo, la natura mi è diventata fedele amica. È lontana  la  mia casa dal fiume Ema e non posso ascoltarne il gorgoglio quando è in piena ma di sera il pentagramma delle lucciole  che illumina il buio è meraviglioso e  le voci degli uccelli  nel silenzio del mattino mi inebria sul terrazzo di cucina. Un concerto di voci, di suoni, di voli che predispone il mio animo alla giornata; ma è la tortora, che viene a razzolare nel vaso di pansè, a rapirmi.
Mentre scrivo, il sole mi inonda,  si perde l’eco degli ultimi stridi e si smonta l’incanto.



La persona a cui Pascoli era  più affezionato era la madre, di cui ci delinea un ritratto molto intenso nella poesia Mia madre:


Pablo Picasso, Madre e figlio

Zitti, coi cuori colmi,
ci allontanammo un poco.
Tra il nereggiar degli olmi
brillava il cielo in fuoco.

...Come fa presto sera,
o dolce madre, qui!

Vidi una massa buia
di là del biancospino:
vi ravvisai la thuia,
l'ippocastano, il pino...

...Or or la mattiniera
voce mandò il luì;

Tra i pigolii dei nidi,
io vi sentii la voce
mia di fanciullo... E vidi,
nel crocevia, la croce.

...Sonava messa, ed era
l'alba del nostro dì.

E vidi la Madonna
dell' Acqua, erma e tranquilla.
con un fruscio di gonna,
dentro. e l'odor di lilla.

...pregavo ...E la preghiera
di mente già mi uscì.

Sospirò ella, piena
di non so che sgomento.
Io me le volsi: appena
vidi il tremor del mento!

...Come non è che sera,
madre, d'un solo dì?

Me la miravo accanto
esile sì, ma bella:
pallida sì, ma tanto
giovane! una sorella!

bionda così com'era
quando da noi partì.
( da Canti di Castelvecchio)

Figura materna  che si associa a quella di  altri poeti:




Pablo Picasso, Madre e figlio

"Mater dolcissima, ora scendono le nebbie, il Naviglio urta confusamente sulle dighe, gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve; non sono triste nel Nord: non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno, molti mi devono lacrime da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi come tutte le madri dei poeti, povera e giusta nella misura d'amore per i figli lontani. Oggi sono io che ti scrivo." - Finalmente, dirai, due parole di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
"Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo di treni lenti che portavano mandorle e arance, alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze, di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio, questo voglio, dell'ironia che hai messo sul mio labbro, mite come la tua. Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori. E non importa se ora ho qualche lacrima per te, per tutti quelli che come te aspettano, e non sanno che cosa. Ah, gentile morte, non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante, su quei fiori dipinti: non toccare le mani, il cuore dei vecchi. Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà, morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater."
(Lettera alla madre di Salvatore Quasimodo).




Leggo e all’istante mi si  materializza  il suo volto tra i fiori di quella cartolina che mi spedì il 23-07-'67 con sul retro scritto: Ricevi mille auguri per un ricco av-venire con mille benedizioni e baci, tua madre.

Ero andata  via dal paese con il mio titolo e la mia giovinezza e sulla soglia l’abbracciai e la tenni stretta. Era già in là con gli anni ma solo per le rinunce, e lessi in lei l’orgoglio e la dignità che oggi sento in me.
Ma il suo viso bellissimo e angosciato, è fermo  nella mia mente, alle ore da lei trascorse al mio capezzale a pregare perché guarissi. Avevo diciassette anni e ferocemente aggredita dalla malattia.
La sua  fede  fu premiata ma io la sua fede non l’ho ereditata.




Eduard Munch, La bambina malata

È bellissimo ricordare: la mente pullula e sgomitano visi, vicende, luoghi e persone.
Il fremito accende l’emozione quando  la poesia è rievocazione.

Spero che questo mio scritto sia per gli altri un input a scrivere e a ricordare.
Questo è il senso della comunicazione.

Anna Lanzetta




lunedì 23 maggio 2011

"Todo cambia"



La Speranza
Bronzo dorato, h. cm 50. Particolare di una delle formelle, raffiguranti le Virtù, della porta meridionale del Battistero di Firenze, eseguita da Andrea Pisano, tra il 1330 e il 1336.


Ciao Anna!

La lettura del tuo post "La Speranza sussulta nell'attesa" mi ha riportato l'eco di una canzone di Julio Numhauser: "Todo cambia". 
C'è un video, su YouTube, dove Mercedes Sosa interpreta proprio questa canzone:  http://www.youtube.com/watch?v=g8VqIFSrFUU&feature=player_embedded.
È di una dolcezza straordinaria. La vedi che canta e poi si aggiusta le ciocche dei capelli e poi, a un certo punto, si alza - era solita cantare seduta – e si aggira per il palco accennando qualche passo con un’eleganza eccezionale, malgrado la corporatura. È bellissima!

Buonanotte.
Silvia

È bellissima  Silvia,  e tu sei di una dolcezza straordinaria.
Penso che ti faccia piacere condividerla  con quanti, come noi,  vorranno apprezzarla.

Anna

giovedì 19 maggio 2011

Convergenze 2. Quando la poesia incrocia la pittura: Pascoli e Munch




Giovanni Pascoli

É  nell’età più adulta che si riscoprono i poeti e si stabilisce con i loro versi una piena sintonia.
La voce è la rappresentazione visiva della condizione esistenziale di Pascoli e dell'uomo.

La voce


Edvard Munch,  Morte della madre, 1899

La voce è per il poeta un viaggio a ritroso  nella propria vita; un vaglio delle circostanze avverse, un bisogno di ritrovare persone, affetti e luoghi; la rincorsa di un sogno impossibile, espresso con parole che fotografano il suo sentire.

C’è  una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:

voce d’una accorsa anelante,
che al povero petto s’afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:

tante tante cose che vuole
ch’io sappia, ricordi, sì…sì…
ma di tante tante parole
non sento che un soffio…Zvanì

Quando avevo tanto bisogno
Di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;

una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l’acqua brontolando, Si beve?);

dritto e solo, con un gran pianto
d’avere a finire così,
mi sentii d’un tratto d’accanto
quel soffio di voce…Zvanì

Oh! La terra, com’è cattiva!
La terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
-No…no… Di’ le devozioni!

Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! Vedrai che ti passa.

Non far piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
Il tuo pane, prega il tuo angelo
Che te lo porti… Zvanì

Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere), che all’improvviso
dissi- Avresti molto dolore,
tu, se non t’avessero ucciso,

ora, o babbo!- che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:

e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì…
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio… Zvanì

Oh! La terra come è cattiva!
Non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
-Piuttosto di’ un requie per noi!

Non possiamo nel camposanto
Più prendere sonno un minuto,
chè sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l’hanno saputo!

Oh! La vita mia che ti diedi
Per loro, lasciarla vuoi qui?
Qui, mio figlio? Dove non vedi
Chi uccise tuo padre… Zvanì?...-

Quante volte sei rinvenuta
Nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:

voce d’una accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:

la tua bocca! Con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci… Zvanì

che m’addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!

che ti lessi  negli occhi, ch’erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d’essere buono!

Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t’uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso… Zvanì

Da Canti di Castelvecchio


La poesia è intessuta di voci lessicali che si ripetono e che sottolineano i suoi stati d’animo che emergono in toni drammatici e che  esprimono il  suo dolore per ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato.


 

Edvard Munch, Il grido, 1893


La voce  di Giovanni Pascoli  è sempre stata per me  eco di voci del passato, spinte propulsive al ricordo e alla riflessione in un presente spesso drammatico.

Sembra un colloquio quello del poeta con la voce che lo riporta bambino, alla sua infanzia felice. Ma il dialogo si muta in  soliloquio e poi in un  monologo,  in cui emerge  struggente la rievocazione di un tempo lontano e di una voce salvifica.

Il rapporto di Pascoli con Munch si coglie nella capacità di rappresentare in sincronia, con la parola e i colori l’esistenza cupa  dell’uomo che grida  al mondo la sua angoscia. Quel grido diventa in entrambi voce, singulto, lamento, pianto, disperazione…

Pennellate infinite, colori pastosi, strade senza meta; una solitudine che si spegne nel grido di dolore informe, fortemente espressivo, accanto allo scorrere dell’acqua.
La morte del padre è per  Edvard Munch un colpo da cui non si riprenderà e  la sua visione della vita diventerà sempre più cupa e disperata. A questo proposito egli scrive: E io vivo coi morti; mia madre, mia sorella, mio padre, lui soprattutto. Tutti i ricordi, le minime cose mi ritornano a frotte. Lo rivedo così come lo vidi, per l'ultima volta quattro mesi fa quando mi ha detto addio sulla banchina; eravamo un po' timidi nei confronti l'uno dell'altro, non volevamo tradire la pena che la separazione ci causava. Quanto ci amavamo malgrado tutto, quando si tormentava la notte per me, per la mia vita, perché non potevo condividere la sua fede . Una visione tragica della vita che mai lo abbandonerà, che egli renderà protagonista della sua arte e per la quale dirà: Dal mio corpo in putrefazione cresceranno dei fiori e io sarò dentro di loro: questa è l'eternità.

Sia in Pascoli che in Munch incombe quindi l’idea della morte.

L 'urlo è il   simbolo dell'angoscia e dello smarrimento dell’uomo che in Munch nasce da un’esperienza di vita: l’artista si trovava a passeggiare con degli amici su un ponte della città di Nordstrand (oggi quartiere di Oslo), quando venne pervaso dal terrore che così descrive: Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura... e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.
Quell’urlo colpisce ancora chi guarda l’opera e vi legge una condizione di vita reale: l’indifferenza della società e  l’alienazione dell'uomo.
La funzione comunicativa è fortemente espressa dal simbolismo della forma, delle linee, dei colori e la luce dà l’impressione di una fotografia che coglie della scena il momento più drammatico.
La poesia di Pascoli è uno strumento per leggere la realtà e acquisire la capacità di vedere oltre.
L’arte  di Munch è un mezzo per gridare al mondo il dramma dell’uomo.

Molte sono le affinità tra Munch e Pascoli.
I colori sono per Munch ciò che la parola è per Pascoli.

Ambedue, da piccoli, furono colpiti da numerosi lutti familiari; un dramma che Munch esprime  mediante l'uso di colori violenti e irreali, linee sinuose e continue, immagini deformate e Pascoli con l'uso di una scelta lessicale inusuale.
Una pittura e una poesia di forte impatto emotivo, capaci di indurci a  un’indagine speculare su di noi, sull’uomo e sulla realtà.


                                                     Anna Lanzetta


Giovanni  Pascoli (San Mauro di Romagna, 1855-Bologna, 1912).
Edvard Munch (Loten, 1863-Ekely, 1944).

Vedi: martedì 5 aprile
Convergenze 1. Quando la scultura coniuga la poesia: Canova e Neruda

martedì 17 maggio 2011

La Speranza sussulta nell’attesa



Se si ha fede in un’idea, la Speranza non muore e puntuale ritorna a rischiarare.


O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O sgtranieri ! strappate le tende
Da una terra che madre non v'è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla ?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de' barbari piè ?
(vv. 41-48)

Avrebbe detto Manzoni


Il principio di un nuovo giorno sta rischiarando l’orizzonte?

Chi v'ha detto che sterile, eterno
Sarìa il lutto dell'ìtale genti ?
Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
Sarìa sordo quel Dio che v'udì ?
(vv. 61-64)

Alessandro Manzoni, da Marzo 1821



La Speranza sussulta nell’attesa.

Anna Lanzetta






sabato 14 maggio 2011

Uso e abuso della “ parola ”



Jacques-Louis David (Parigi, 1748-Bruxelles, 1825),
La morte di Socrate, 1787

Nel corso del processo, Socrate disse: «Sono stato come un tafano, un insetto che punge un animale sonnacchioso», e aggiunse: «Io sono stato l’insetto che vi ha tenuto svegli, se me ne vado, voi vi addormenterete e finirete nell’ottusità».

Una riflessione sull’uso, anzi sull’abuso che da tempo si fa della parola.

…la parola è un potente signore che, pur dotato di corpo piccolissimo e invisibile compie le opere più divine . Essa può far cessare il timore, togliere il dolore, dare una gioia, accrescere la compassione…(Gorgia, da Elogio di Elena)

In questi giorni si è visto, letto e sentito di tutto. Si mercifica e si svilisce la parola senza ritegno; si usa senza pudore, per calunniare, offendere, denigrare, dimentichi tutti che la parola  è lo strumento che ci definisce.
Mai la parola aveva suscitato tanta vergogna come in questi giorni  perché usata impunemente come mezzo per raggiungere  il proprio scopo.
La parola è ciò che ci identifica perchè certifica un nostro pensiero o una nostra idea. È  ciò che ci consente di insegnare i valori della vita: la parola è poesia dello spirito.

La parola non è solo un segno grafico che ci permette di comunicare ma la proiezione del senso che noi  le infondiamo.
Un suo uso improprio rischia di  snaturarla: la parola esige rispetto.




Johann Friedrich Greuter (Strasburgo, 1590-Roma,1662),
Socrate e i suoi studenti, XVII secolo


La parola è il riflesso del nostro pensiero. Chi la usa come elemento di facile persuasione denigra se stesso e rivela la propria mediocrità.
Non è la quantità di parole a vincere ma la qualità: la parola esige  essenzialità.
Bisogna ridare dignità alla parola. Ogni  suo abuso è una violazione.

Chi fa uso della  violenza verbale e usa la parola per l’accusa, il turpiloquio, la lite, l’offesa, l’aggressione e lo scontro dimostra la propria debolezza.

Lo spettacolo di questi giorni, ci induce a ritrovare il senso comune del dialogo e a ridare dignità alla parola. Ce lo richiede l’educazione che un tempo abbiamo ricevuto ma essenzialmente quella che dobbiamo impartire. 

Abbiamo perso il senso della parola equivalente a un pensiero concreto, a un’idea, a un’ideologia nutrita di un credo e di un sentimento. A memoria nulla di simile sconcio si ricorda. Lo squallido  spettacolo di questi giorni deve essere per tutti una spinta a riflettere e a rifiutare.  

La parola ci chiede aiuto perché le venga restituita la sua funzione di un utilizzo  nel rispetto individuale e collettivo, perché si ricominci a parlare di valori, di ideali, del nostro Paese, delle nostre necessità.
Alcuni dicono che
quando è detta,
la parola muore.
Io dico invece che
proprio quel giorno
comincia a vivere


Emily Dickinson (Amherst, 1830-1886)  

Diamo un significato a queste parole, risvegliamoci da questo sonno che ci intorpidisce, retituiamo alla parola un senso e una funzione per una rinascita individuale e collettiva.

Anna Lanzetta

 


mercoledì 11 maggio 2011

L'eloquenza delle immagini vale più di mille parole...A buon intenditor...




" il mondo è per lo più una gabbia di matti "

Giuseppe Maria Mitelli, illustratore popolare del Seicento ( Bologna, 1634-1718), incisore e inventore, ci offre con le sue incisioni un quadro umoristico-satirico e grottesco della società del tempo ma che volentieri proponiamo per la loro modernità: a buon intenditor poche parole.

  

A che serve rincorrere e accumulare ricchezze? 



Chi gli vede    Chi non gli vede    Chi non gli vuol vedere



Chi lava la testa all'asino perde il tempo et il sapone



Chi l'intende   Chi non l'intende   Chi non la vuole intendere



Questa è la numerosa Compagnia dei Rovinati, nella quale s'entra senza memoriali e raccomandationi


( Milano, Civica Raccolta  di Stampe Bertarelli)

Anna Lanzetta


giovedì 5 maggio 2011

Come un nido di pensieri



Il nido

Un intermezzo per dirvi “grazie”

Tra piacere e meraviglia scopro che siete tanti ma tanti (lo dicono le statistiche), cari lettori, a leggere le pagine del mio blog.
La vostra presenza, sempre più crescente, mi invoglia a continuare questa che definisco “avventura” del mio pensiero.

Quando scrissi “Un blog per amico”, non pensavo che sarebbe diventato per me il più fedele e tenace confidente, un “nido” che avrebbe fecondato i miei pensieri.
Quasi mi perdo nella vostra schiera, ma vi navigo felice, perché penso che il  senso più vero della  scrittura  vibri  nella concretezza che le dà il lettore, librandone le parole nella più ampia comunicazione.
Ogni pagina  è sterile se non viene letta.





È bello sapere che al di là di un foglio aereo,  c’è qualcuno che raccoglie le parole che vestono le tue idee e che leggendole  le rende concrete nel pensiero proprio e in quello altrui.

Siete tanti in un sussurro (tale a me pare), a dirmi  di continuare e io  andrò avanti sulla scia delle vostre braccia.

Anna Lanzetta

domenica 1 maggio 2011

Il Papa venuto da lontano, oggi proclamato Beato



Papa Giovanni Paolo II, nato Karol Józef Wojtyla
(Wadowice, 18 maggio 1920 - Città del Vaticano, 2 aprile 2005)  
Oggi, 1° maggio 2011, proclamato Beato da Papa Benedetto XVI




Un  dono semplice, colto nel mio giardino, a un uomo semplice, che portava nel cuore il profondo senso dell'umanità.

Un uomo che mi piace ridordare con queste parole di Sant'Agonisto:
Solo  mentre stavo a letto, mi sovvennero i versi veridici del tuo Ambrogio: Tu sei infatti
 Dio creatore di tutto,
reggitore del cielo,
che rivesti
la notte di grato sopore,
il giorno di grazioso lume,
affinché sulle membra languide
scenda, al travaglio usato,
il riposo
e le menti affaticate allevii
e sciolga l’ansia al cuore.

Sant’Agostino Le confessioni Libro Nono Cap. XII, ed. paoline



E con la preghiera alla Vergine di San Bernardo:

« Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura. »

Paradiso Canto XXXIII vv. 1-6

Anna Lanzetta





Nelle pagine di un vecchio giornale: Il dovere di dare l’esempio



Giorgio de Chirico (Volos, 1888-Roma, 1978), Le muse inquietanti, 1818

In un mondo “distorto”, cè posto per la Giustizia e per la Pace?

A distanza di anni, questa pagina che vi proponiamo, in cui  Papa Paolo VI parla  di pace e di giustizia sembra scritta oggi:  Non è forse questa avvertenza  delle disuguaglianze fra classe e classe, fra nazione e nazione la minaccia più grave alla rottura della pace?





Il mondo ha bisogno di pace. Il mondo ha bisogno di giustizia... Una parola non convalidata dalla fattiva volontà di realizzarla per sé e da sé, che vale?

Affidiamo al lettore queste parole perché siano foriere di riflessioni, alla luce di quanto accade oggi.

Il testo è tratto da una pagina di “La scuola e l’uomo” 1965?.

Anna Lanzetta