martedì 21 maggio 2019

L’Annunciazione di Frà Angelico ritorna all’antico splendore



Dettaglio dellAngelo dopo il restauro 
Il Museo del Prado presenta l’Annunciazione di Frà Angelico restaurata con il dono di Friends of Florence e degli American Friends of the Prado Museum



Andrea Úbeda, Vicedirettore per le Collezioni e la ricerca del Museo del Prado; Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence e Christina Simmons direttore esecutivo degli American Friends of the Prado Museum, hanno presentato  l’Annunciazione del Beato Angelico dopo il restauro.

Grazie alla generosa collaborazione di Friends of Florence e degli American Friends of the Prado Museum, sono state raccolte donazioni per 150.000 euro in totale, con le quali grazie alla disponibilità del Museo del Prado è stato realizzato il restauro dell’Annunciazione di Frà Angelico e di altre opere conservate in Italia.

Questi capolavori saranno inclusi nella mostra che aprirà il prossimo 28 maggio dal titolo “Frà Angelico e l’origine del Rinascimento fiorentino”.

L’ampia esposizione con quasi ottanta pezzi è curata da Carl Brandon Strehlke curatore emerito del Philadelphia Museum of Art.

L’Annunciazione, che sarà il fulcro della mostra, fu dipinta da Beato Angelico nella metà del 1420 ed è considerata la prima pala d’altare fiorentina in stile rinascimentale.

L’Artista utilizzò la prospettiva per organizzare lo spazio, abbandonando gli archi gotici in favore di forme più rettangolari, in linea con l’estetica implementata dall’architetto Brunelleschi nel suo approccio innovativo nelle chiese di San Lorenzo e Santo Spirito a Firenze.

Lo scopo principale del restauro, condotto da Almudena Sánchez MartÍn nel laboratorio presso il Museo del Prado, è stato quello di recuperare il ricco e brillante colorito e la luce intensa che avvolge la scena, entrambi elementi caratteristici di questo capolavoro e del lavoro dell’artista in generale. Strati di polvere e inquinamento che oscurano la superficie sono stati rimossi e sono stati eliminati gli strati di vernice oleosa che furono applicati durante restauri precedenti.

I restauratori si sono concentrati sulle giunture di due dei quattro pannelli sui quali è dipinta l’opera.

In passato, il supporto di legno ha sviluppato problemi strutturali quando due dei suoi pannelli si sono separati, aprendo una fessura coincidente con la figura dell’angelo centrale e dividendosi in due. L’instabilità che questo ha causato allo strato pittorico ha creato la perdita della vernice originale lungo il bordo dei due pannelli.

In passato diversi sono stati i tentativi di riparare il danno e preservare l'opera, solo gli sforzi più recenti realizzati al Museo del Prado da JerÓnimo Seisdeodos tra il 1943 e il 1944 sono però documentati.



Beato Angelico, Annuncazione dopo il restauro Museo del Prado Madrid

Lo scopo di questi restauri precedenti era quello di riparare il danno e assicurare la conservazione del dipinto. Tuttavia, alcuni degli interventi più antichi, oltre a riparare le perdite che si erano verificate in entrambi i lati della giuntura, hanno provocato la ridipintura di vaste aree dell’opera

originale, in corrispondenza delle figure dell’angelo e dei lapislazzuli del mantello della Vergine. Nel corso degli anni queste ridipinture si sono fortemente deteriorate, rovinando l’immagine e la leggibilità complessiva della composizione originale.

Queste ridipinture sono state applicate sulla giuntura instabile del pannello che copriva completamente alcuni elementi compositivi.

Nella parte superiore esse nascondevano una porzione importante dell’architettura e, nella figura dell’angelo, esse cambiavano la forma dell’ala, il braccio e la tunica rosa e continuavano fino al bordo inferiore.

I vecchi interventi hanno inoltre modificato l’ala anteriore dell’angelo nascondendo la sua forma originale, trasformandola radicalmente, lasciando un’evidente asimmetria con l’altra. Mentre l’ala posteriore era curva, quella in primo piano appariva dritta e sinuosa seguendo la verticale in cui la foglia d’oro era stata persa a causa della frattura della tavola.

Una volta rimossa la ridipintura sull’ala, sono stati scoperti elementi originali in oro permettendo di acquisire quelle informazioni necessarie a restituire l’area allo stato originale. Dapprima apparve un particolare in oro che segnò l’inizio della base dell’ala, poi mentre la rimozione della ridipintura procedeva, l’incisione originale in oro divenne evidente per mostrare esattamente la curvatura dell’ala dipinta da Frà Angelico. La scoperta e il recupero del disegno originale dell’ala dell’Arcangelo Gabriele rappresenta uno dei momenti più importanti dell’intero processo di restauro dovuto all’importanza delle figure nella scena e della loro collocazione al centro della composizione.

Grazie alla pulitura, il lavoro di Fra Angelico, ha recuperato la sua originale luminosità, praticamente sconosciuta fino a ora. Sono emerse sfumature di luci e ombre che hanno ridefinito il volume del modellato di ogni elemento della composizione. Una luce quasi soprannaturale pervade il portico e brilla senza creare ombre, in contrasto con la stanza sullo sfondo illuminata con una luce naturale che entra attraverso la finestra e si riflette sul muro. La rimozione del velo grigio che copriva il dipinto ha rivelato la tecnica del grande maestro e i colori meravigliosi resi utilizzando lapislazzuli, lacche rosse e malachite.

L’Annunciazione, in mostra, sarà  accompagnata da altri due capolavori di Fra’ Angelico recentemente acquisiti dalla collezione: I funerali di Sant’Antonio Abbott e la Vergine del Melograno, entrambi provenienti dalla collezione del Duca d’Alba, il primo donato e quest’ultimo acquistato.

Insieme a questo capolavoro, altri lavori fiorentini che saranno esposti in mostra sono stati restaurati in Italia grazie al supporto di Friends of Florence e degli American Friends of the Prado Museum, includono la Vergine e il Bambino di Michele da Firenze, attualmente conservata nel Museo Nazionale del Bargello; la Vergine e il Bambino in terracotta di Donatello, anch’essa con due angeli e due profeti di proprietà del Museo di Palazzo Pretorio; e la Trinità di Gherardo Starnina dalla collezione Chiaramente Bordonaro.

La mostra: Frà Angelico e l’origine del Rinascimento Fiorentino

Museo del Prado, dal 28 maggio al 15 settembre 2019





Dal Comunicato stampa



domenica 19 maggio 2019

Un dolce sorriso: Silvia


Incontri speciali, di quelli che ti rigenerano nel profondo... grazie Anna. 
Riabbracciarti è sempre una gioia! 
Grazie  Silvia, i tuoi fiori sono splendidi e profumati come il tuo cuore.



 Ed ecco il  sorriso di Silvia, radioso e dolce 
come quando sedeva in aula. 


Cosa donare in cambio di fiori così splendidi? 
Il mio ultimo libro che si è arricchito in armonia

martedì 23 aprile 2019

25 aprile. Festa della Liberazione

Renato Guttuso, Grecia, 1952




25 aprile 2019: festa della Liberazione. Un giorno importante per la storia del nostro Paese perché simbolo della lotta sostenuta dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista. 
<<Arrendersi o perire!>> fu la parola d’ordine dei partigiani.

La Resistenza è l’insieme dei movimenti sorti durante la II guerra mondiale nei vari paesi europei, contro gli occupanti tedeschi e le forze fasciste ad essi alleate.

Dal 1933 al 1945 furono i Nazionalsocialisti a decidere le sorti dell'Europa. Molti giovani morirono in Grecia, Polonia, Italia, Russia, Francia, Spagna, Germania in nome della libertà. Nel 1954, Thomas Mann nella prefazione a Lettere di condannati a morte della resistenza europea scriveva: «Dobbiamo sempre ripensare e nel farlo ci si stringe il cuore a cosa ne sia stato della “vittoria del futuro”, della Fede e della Speranza di questa gioventù e chiederci in che mondo viviamo. In un mondo di regressione maligna, in cui un odio fatto di pregiudizio e di mania persecutiva si accoppia ad un'ansia panica - Invano sarebbero dunque state La fede, la Speranza, la Capacità di sacrificio della gioventù Europea, che porta il bel nome di Resistenza internazionale, avanguardia in lotta per un mondo migliore? Privo di senso i suoi ideali? Ed anche la morte sarebbe stata per nulla? No, non può essere».

La Resistenza in Italia e in Europa, vide impegnati uomini, donne, giovani e ragazzi che combatterono con coraggio nello spirito di libertà e che per essa sacrificarono la propria vita:

Compagni fratelli Cervi (Gianni Rodari, 1955)

Sette fratelli come sette olmi,/alti robusti come una piantata./I poeti non sanno i loro nomi,/si sono chiusi a doppia mandata :/sul loro cuore si ammucchia la polvere/ e ci vanno i pulcini a razzolare.I I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco/brucerebbero le paginette/dove dormono imbalsamate/le vecchie tavolette/approvate dal ministero.
Ma tu mio popolo, tu che la polvere/ti scuoti di dosso/per camminare leggero, tu che nel cuore lasci entrare il vento/e non temi che sbattano le imposte, piantali nel tuo cuore/i loro nomi come sette olmi:Gelindo, Antenore, Aldo, Ovidio, Ferdinando, Agostino, Ettore ? /Nessuno avrà un più bel libro di storia,/il tuo sangue sarà il loro poeta/dalle vive parole,/con te crescerà/la loro leggenda/come cresce una vigna d'Emilia/aggrappata ai suoi olmi/con i grappoli colmi/di sole.
    La Resistenza ci accomuna e la lettera di Chaìm tocca tutti i cuori, un ragazzo di 14 anni, rinchiuso nel campo di sterminio di Pustkòw  e ucciso nel 1944. Dal campo dove era rinchiuso, Chaìm lanciò una lettera, scritta in yiddish, oltre il filo spinato di recinzione. La lettera fu fortunatamente raccolta e conservata fino alla liberazione.

Miei cari genitori,

se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe. Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra-ci hanno portato via anche i nostri mantelli.

Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno, e il mio corpo è nero di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato. Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui.

Dico addio a tutti e piango.

Chaìm. (Virginia Niri)

Il messaggio in quelle lettere di condannati a morte è scolpito nel mio cuore come nei cuori di tutti quelli che considerano queste lettere come testimonianze d’amore, di cosciente determinazione e responsabilità verso la vita e come esempio di spirito di sacrifcio e di resistenza al nazismo, questo mostro dell’irrazionalità, che tentò d’annientare la ragione”. Così si esprime Luigi Nono,  compositore, politico e scrittore. Egli utilizzò spesso testi politici nei suoi lavori: Il canto sospeso (1955) è basato su frammenti di lettere di condannati a morte della Resistenza europea.

Dice Claudio Abbado: “So, dal mio lavoro a contatto con molti musicisti, quanto sia importante ed anche bello che persone di diversa cultura, religione ed estrazione si incontrino senza remore per completarsi a vicenda nel lavoro come nella vita. Ed è proprio questo spirito di tolleranza e di umanità a costituire il fulcro de Il Canto sospeso”.

   “Questi innumerevoli morti, questi torturati, questi massacrati, questi offesi sono affare nostro. Chi parlerebbe di loro se non ne parlassimo noi? I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà”. Così  si espresse Vladimir Jankélévitch, filosofo, esperto di musica e pianista che partecipò attivamente alla Resistenza.

Io penso che chi nega la Resistenza non conosce la storia. Penso e con tristezza che chi nega la storia  non ha memoria e non vive. Il modo migliore per ricordare è partecipare, ascoltare e leggere. La Resistenza riguarda tutti con l’impegno di mantenerne viva la memoria contro ogni atteggiamento malsano.  Riprendiamo allora i libri di coloro che hanno suggellato con i propri scritti  personaggi, momenti e situazioni, tasselli di storia cari alla memoria: Uomini e no, di Elio Vittorini (1945), Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio (1968), La casa in collina, di Cesare Pavese (1949), Ultimo viene il corvo, di Italo Calvino (1949), La ragazza di Bube, di Carlo Cassola (1960), Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi (1945), Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani (1962), L’Agnese va a morire, di Renata Viganò (1949), La storia (Einaudi, 1974) di Elsa MoranteTre amici (Mondadori, 1988) di Mario Tobino; delle poesie di Franco Fortini, Giorgio Bassani, Giuseppe Ungaretti, Gianni Rodari, Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Davide Lajolo "Ulisse", Primo Levi, Corrado Govoni, Elena Bono e anche alcune delle  epigrafi dettate da Piero Calamandrei. Epigrafi che poi furono riportate sui monumenti e sulle lapidi.

Il cinema, il teatro e ogni forma di comunicazione renda vivi per noi chi non c’è più, risvegli le coscienze spesso intorpidite  e renda tangibile in ogni momento la storia del nostro passato,  che ha consacrato i nostri eroi, inscindibile dal presente.


mercoledì 10 aprile 2019

“Orizzonti d’acqua tra Pittura e Arti Decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento”


 Galileo Chini La vita 1919

È un’immersione nell’arte, la mostra “Orizzonti d’acqua tra Pittura e Arti Decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento” con la quale  Pontedera celebra  l'artista fino al 28 aprile.
L’armonia della bellezza invade di opera in opera, svelando un artista eclettico, multiforme che dona senza risparmio il proprio genio in un susseguirsi di emozioni tra pittura, affresco e ceramica dove il filo conduttore è l’acqua che suona come refrigerio allo spirito nell’incanto di paesaggi  ora sulle sponde dell’Arno ora  su  sfondi  marini, dove il sole accecante si abbatte su onde placide o altamente fluttuanti, che inondano o tattili o impalpabili e lasciano dentro un profondo sapore dell’arte ampiamente vissuta, assaporata e regalata con il vero gusto di compiacersi e di compiacere. Dall’Arno al fiume di Bangkok, da Venezia ai centri balneari e termali di Viareggio, Montecatini e Salsomaggiore è tutto un refrigerio di gusto e di bellezza.  L’artista, una delle figure di maggior rilievo del Modernismo internazionale e alcuni artisti che hanno condiviso con lui le esperienze del periodo, dal Simbolismo al Liberty, dalla Secessione viennese alle suggestioni dell’Orientalismo, presenti in mostra quali: Plinio Nomellini, Giorgio Kienerk, Leonardo Bistolfi, Duilio Cambellotti, Aroldo Bonzagni, Moses Levy, Lorenzo Viani e Salvino Tafanari, ci regalano un’armonia di bellezza in una molteplicità di forme, di linee, di colori e di spazi.


Galileo Chini,  Cache-pot con pesci, 1919-1925

Galileo Chini copre con la sua arte un arco di tempo del Novecento, dove sperimenta ogni  movimento innovativo che sembra da tempo preparato ad accogliere. L’attività di ceramista è strabiliante e il Liberty e l’Art Déco ammaliano per la ricerca e la preziosità degli elementi raffigurati, ove il naturalismo dell’acqua, soggetto ricorrente,  ospita una fauna marina  dai colori luminosi, smaglianti, plastici al tatto. Artista poliedrico, Galileo Chini  si è distinto anche come illustratore, scenografo, pittore e decoratore; la decorazione del nuovo Palazzo del Trono a Bangkok ne è un esempio. L’incontro con l’Oriente, gli procurò l’attribuzione da parte di Puccini dell’allestimento scenico della Turandot. Le arti sorelle si conglobano nel suo stile e regalano riflessioni e pensieri di calma, di gioia, di vita  fino a stabilire, con il ritratto, un contatto con il visitatore che se ne sente parte integrante.  Non si può non citare in mostra la presenza di un gesso di Auguste Rodin La Danaide oggetto di scambio tra lo scultore e Galileo Chini.



Una mostra da non perdere per  godere di quell’emozione che solo l’arte sa donare e in questo caso per le meraviglie di Galileo Chini, degli artisti riportati  e  di un video eccellente.


Studio preparatorio per il dipinto della 
Primavera nel salone delle Terme Berzieri, 1919


PALP Palazzo Pretorio Pontedera
Piazza Curtatone e Montanara, Pontedera (PI)
Orario: da martedì a venerdì 10-19, sabato, domenica e festivi 10-20, lunedì chiuso



mercoledì 20 marzo 2019

Il mio compleanno

Il mio compleanno tra i colori e i profumi di
un bouquet meraviglioso di figli, nuore e nipoti,
tra affetti,  tenerezze e infiniti amici

18 marzo 2019

martedì 19 marzo 2019

18 marzo 2019, il mio compleanno

Il mio compleanno ricco di presenze, di fiori e di innumerevoli pensieri di amici, parenti e conoscenti.  
 Parte del bouquet che mi hanno regalato Giovanni, Martina, Pietro ed Elia, 
Alessio, Rossana  e Penelope, Alfredo e Valentina. 
Il meraviglioso augurio di Pietro

Fiore di  rododendro di Aldo
                                                               
Rose e tulipani del bouquet dei ragazzi
Grazie a quanti avranno la bontà di condividere con me questa mia speciale ricorrenza

martedì 5 marzo 2019

A spasso tra le tradizioni:“ALESIO”, la maschera di Sarno

ALESIO


Ogni città con una cultura, una tradizione e un  Carnevale che si rispetti possiede una maschera  che la rappresenta e anche Sarno ha la sua maschera.  Alesio ha  il  volto  dipinto con due colori, l’azzurro e il giallo: il primo indica l’infinito e la vita, perché è il colore del cielo; il secondo, invece, indica i territori sotterranei e la morte, perché nell’antichità i morti venivano dipinti di giallo. Quindi, le due tonalità indicano leterna sfida tra la vita e la morte. Alcuni invece ritengono che il volto rappresenti il sole e la luna che ha comunque la medesima simbologia dualistica tra la luce e l’oscurità. Caratteristico  era il suo incedere tra la folla con un fischio sibilante, piegandosi ritmicamente sulle ginocchia, preceduto e seguito da giovani che lo imitavano.
Anticamente il carnevale a Sarno si chiudeva con la “Morte del Carnevale” che nel martedì grasso, alla fine della festa veniva processato e condannato ad ardere in piazza, utilizzando il  suo fantoccio, ma  Alesio, prima di essere bruciato, implorava di avere ancora un’ora di tempo per fare testamento. Qui di seguito viene riportato il testamento, allora letto da un narratore, dove si possono evincere tutte le caratteristiche e le località  del paese:
  • A mio padre, re del lardo e della cotica, lascio i trenta maiali del porcile di Castagnitiello.
  • A mia madre regina delle scrofe, lascio il moggio di ulivi al Cantariello.
  • A mia sorella regina delle pacchiane, che si è sposata senza che io potessi vederla, lascio la sottana di mia nonna che non ha mai usato.
  • Voglio che le mie budelle siano cosi divise: lascio i peli duri come setole al calzolaio di via Laudisio.
  • Ai litigiosi di Piazza Municipio lascio i miei testicoli.
  • A Michele il sordo lascio le mie orecchie.
  • Lascio la mia lingua a coloro che parlano sempre della gente di Sarno, e fanno continuamente cause.
  • Al macellaio di cappella vecchia lascio il mio intestino perché ne faccia salsicce.
  • Ai contadini di Episcopio i femori, perché si facciano il brodo durante la pioggia.
  • Alle donne di Sarno lascio i miei lombi per le notti insonni.
  • Ai bambini la vescica per fare palloncini, alle ragazze la coda, ai finocchi i muscoli.
  • Lascio i talloni ai corridori e ai cacciatori, ai ladri lascio le unghie e a colui che sta leggendo il mio testamento lascio la corda che porto sempre con me, perché ci si leghi il collo per impiccarsi.”
Oggi la tradizione della “Morte del Carnevale” non è più attiva. Al suo posto, da qualche anno viene proposto il carro allegorico dedicato alla maschera Sarnese. Oltre a valorizzare l’immagine del personaggio tipico, i figuranti  a seguito formati da cantanti, ballerini e attori ripropongono la storia della maschera e la storia del paese. Un vero spettacolo emozionante ricco di cultura, tradizione e sapori della terra nostra. Infatti il Presidente Buonaiuto dell’Associazione Carnevale Sarnese ha dichiarato: “Che sarebbe il Carnevale Sarnese senza la nostra amatissima Maschera di Alesio? Probabilmente una manifestazione carnevalesca come tante altre delle città vicine: incolore e insapore. Invece con Alesio è tutto diverso, è il simbolo stesso della nostra millenaria comunità, come un sigillo di antica nobiltà posto sul Carnevale, perché sono poche le città che possono vantare una propria maschera, e Sarno è una di queste poche.

Grazie per le informazioni da cui ho attinto.
La ricchezza di un paese è nella sua memoria e ringrazio quanti a Sarno si prodigano per mantenerla viva nelle nuove generazioni.