martedì 1 agosto 2017

Da San Remo a Cannes: Bussana Vecchia

Una perla nascosta

 Nel 1887 un terremoto distrusse il centro abitato, il borgo rimase disabitato fino agli anni ’60 quando un gruppo di artisti lo riscoprì e vì si stabilirono. Oggi il borgo è un laboratorio d’arte a cielo aperto, caratterizzato dalle sue botteghe e atelier che si trovano un po’ dappertutto.

Bussana Vecchia è un luogo magico, un laboratorio d'arte a cielo aperto. Nelle stradine e nei vicoletti si possono ammirare botteghe ed atelier che sorgono nelle belle costruzioni in pietra. Molto suggestiva è la vecchia chiesa di Sant'Egidio che non fu mai ristrutturata e che ancora conserva le tracce di quelli che erano gli stucchi e le pitture originarie.

Bussana accoglie i visitatori con le sue atmosfere suggestive e con un'ottima cucina



lunedì 31 luglio 2017

Da San Remo a Cannes: Bordighera

Da Bordighera alta, tutto è meraviglia


 Bordighera, 2 febbraio 1884


Caro Durand-Ruel, […] sto vivendo un’esperienza umana ed artistica ricca e forse irripetibile. La riviera ligure è rischiarata da un sole che modella le forme ed accarezza la natura, e le barche dei pescatori solcano le acque d’un mare verde-blu che non vi posso descrivere a parole. Acqua, fiori e poesia si confondono in un’armonia musicale di colori che i miei occhi non hanno mai incontrato. […] Inoltre per dipingere certi paesaggi bisognerebbe avere una tavolozza di gemme e diamanti. È mirabile.
Claude Monet



Il Giardino Moreno è un paradiso di ulivi, aranci, limoni, mandarini, palme e piante rare. Si estende dal mare alla collina per quasi 80 ettari; il 5 febbraio 1884 Claude lo racconterà ad Alice come «indescrivibile, è magia pura, tutte le piante del mondo crescono là nella terra e senza sembrare curate; è un groviglio di palme di ogni varietà, di ogni specie di aranci e mandarini


Claude Monet














sabato 29 luglio 2017

Da San Remo a Cannes: Dolceacqua

Capitale del vino Rossese,  il magnifico borgo di Dolceacqua vive intorno al suo ponte romano a schiena d’asino, con vista sulle rovine del Castello dei Doria, arroccato sulla cima della collina. 

Il ponte sul torrente Nervia,  definito da Monet «gioiello di leggerezza» e la fortezza posta a coronare la sovrastante collina, incantarono l'artista tanto che li riportò più volte sulla tela come un'immagine fotografica..  Il ponte e il castello, rimangono ancora oggi  tra gli elementi più celebrati nella storia dell’Impressionismo.
Monet, Il ponte e il castello, 1884



venerdì 14 luglio 2017

L’Italia divorata dai roghi



È uno scempio quello a cui stiamo assistendo in questo periodo. Molti roghi assediano il nostro territorio falcidiando la natura e il lavoro dell’uomo. Molte regioni sono colpite da questo flagello che mai negli anni passati era apparso in tutta la sua tragedia e che ci coglie  impreparati e privi di mezzi adeguati. Infiniti roghi pullulano in molte regioni, non certo per colpa del caldo anche se complice. Il fuoco che divampa e divora è frutto essenzialmente di azioni sconsiderate di chi lo produce arrecando offesa alla natura, all’ambiente, all’uomo ma essenzialmente a sé stesso, immemore che l’uomo è parte integrante della natura.
In un momento di crisi del paese, invece di unirci per difendere il nostro patrimonio paesaggistico, preservarlo e proporlo in tutta la sua bellezza, quale nostra ricchezza indiscussa, non si pensa che a deturparlo e a distruggerlo.  Si fa sempre più strada l’inciviltà,  che pone l’uomo in uno stato di assoluta inferiorità.
Chi e quando ci ridarà il nostro patrimonio boschivo e la ricchezza delle nostre terre?.  Il fuoco rende l’aria irrespirabile a danno di uomini e delle nostre coltivazioni e una nube densa di fumo copre il cielo.
Si chiede da parte di tutti e in particolare di chi è addetto con leggi a tale compito, rigore, tutela e vigilanza contro coloro che immemori del senso di appartenenza si arrogano il diritto di distruggere.
Azioni così gravi e mostruose non  sono più tollerabili  e non devono passare inosservate alla coscienza di chi si reputa uomo e parte di una comunità. È necessario sensibilizzare tutti verso un problema che cresce a dismisura. La natura ha bisogno della nostra unanime collaborazione per essere tutelata e difesa se vogliamo crescere in progress. Abbiamo bisogno di educarci  e di capire l’importanza che ha l’ambiente per la nostra sopravvivenza.
Come cambiare chi ha la vista annebbiata? Chi si lascia avvinghiare dal sonno della ragione? Chi distrugge impunemente ciò che appartiene a tutti noi?. Non bastano le leggi. La risposta è da ricercarsi nella coscienza di tutti ma essenzialmente di chi compie tali flagelli. La coscienza è l’unica  in grado di risvegliare nell’uomo quello spirito di appartenenza che rende caro ad ognuno ciò che è patrimonio comune. La “parola” scritta, diffusa e letta  diventa pertanto l’arma più potente se utilizzata in ogni luogo per sensibilizzare e mutare in positivo pensieri lugubri e cattivi che vengono alimentati in chi forse non ha mai rivolto alla natura uno sguardo di amore e di apprezzamento.  Solo il richiamo alla propria coscienza attraverso una forte e costante riflessione è in grado di svegliare dal torpore della negligenza chi non pensa alle conseguenze di atti sconsiderati,  chi si crede forte di fronte a una natura che non può difendersi, senza capire che in quel rogo disarma sé stesso e diventa poi sempre più vulnerabile nei confronti di forze che gli si rivolteranno contro. Solo la coscienza potrà richiamarlo alla ragione, mostrargli tutta la sua  meschinità e la sua  pochezza  e fargli sentire vergogna, una vergogna atroce che si muti in uno spasmo sempre più fitto a fronte del giudizio delle generazioni  future.

Nel mio libro, appena pubblicato dedicato alla natura e all’ambiente “Armonie di un giardino toscano”, in un rapporto temporale con me bambina, concludo dicendo che il mio più grande desiderio è vedere di nuovo Eos, la rosea Aurora  tingersi di un non colore brillante, pronta ad allietare l’uomo, il creato tutto, e spandere  ogni mattina  sugli uomini la rugiada della vita, l’essenza della bellezza e dell’armonia dell’universo perché ognuno inebriato si interroghi sul proprio operato e capisca che nulla è più triste che negare al proprio figlio  il respiro della vita in tutta la sua purezza.

Si riportano alcune pagine del libro
- L’ambiente, nostro habitat naturale, appare sempre più preda della nostra incuria che si può combattere solo con la piena consapevolezza di ciò che avevamo e di ciò che oggi determina l’invivibilità del pianeta. Dovremmo tutti acquisire piena coscienza del problema e risentire il richiamo della "fonte della vita" a tutela della nostra vita. Sarebbe bello e auspicabile dipanare dal cielo la fuliggine che lo ottenebra e riprendere a viaggiare su una nuvola rosa in un cielo terso, risalire sul dorso di un delfino e assaporare l’ebbrezza di correre in un mare limpido e ospitale al corteo delle Nereidi; ritornare ad abbracciare alberi, boschi e foreste e riscoprire il lungo respiro della natura al magico suono di Orfeo. Dovremmo… ma non possiamo se non uniti contro il nemico comune dell’indifferenza, del guadagno, di ciò che impropriamente chiamiamo "progresso" perché ne sviamo il senso-.

-L’ambiente, come la vita di ognuno di noi, è un giardino che diventa arido se si lascia incustodito, ma che può dare frutti copiosi se si coltiva con amore. La scelta è affidata alla nostra intelligenza e lungimiranza.
Ho amato e amo la natura, immenso e bellissimo giardino del creato che l’arte ha ripreso in tutto il suo splendore. Amo ascoltare la sua voce amica, quella che mi giunge dall’ambiente nel quale vivo e che in ogni ora del giorno mi chiede di essere conservato.
Vivo il mio rapporto con l’ambiente con la spontaneità e la leggerezza di quando ero bambina ma arricchito dalla consapevolezza della sua importanza e della mia maturità-.
-Rapita dall’armonia del cosmo, tutto mi appare fantastico mentre ad occhi chiusi viaggio come novello Icaro in una fantasmagoria di colori, in un arcobaleno di suoni e di profumi, di una natura che mi sorride, al di là del sogno, nelle vesti di Eos-.

Regione Toscana Consiglio Regionale
Anna Lanzetta  “Armonie di un giardino toscano” Racconti, arte, mito e fantasia.
Edizioni dell’Assemblea
Il volume è in distribuzione gratuita.
Il libro si può leggere o scaricare  direttamente sul sito della Regione Toscana

sabato 24 giugno 2017

Napoli. I giovani del Rione Sanità

Catacombe


La Sanità è un quartiere che, grazie ai giovani,  sta riscoprendo le proprie origini, per  allontanare da sé  una nomea  negativa  che per troppo tempo l’ha segnato. La Chiesa è diventata il cardine di questo progetto non facile ma possibile vista la volontà e la passione con cui i giovani lavorano con competenza e responsabilità. La rinascita del Rione si deve infatti alla tenacia di un sacerdote che ha saputo circondarsi di giovani, la forza migliore del territorio. Padre Loffredo, nel libro Noi del Rione Sanità, racconta la volontà dei ragazzi che lo hanno seguito, ne elogia l’impegno ed è convinto che per riuscire nel progetto bisogna allontanare i figli dai malavitosi e creare un modello socio-economico alternativo a quello fondato sull’illegalità. I giovani che si sono organizzati  in “cooperative”,  tra cui “La Paranza”, forti della propria volontà e armati di cultura, loro strumento fondamentale,  si  impegnano nella riscoperta e valorizzazione dei  tesori del proprio quartiere, per lungo tempo dimenticati. È grazie alla volontà di questi giovani e al loro impegno che il Rione  si arricchisce sempre di nuove energie, diventando  un centro di aggregazione per molti ragazzi, motivati ai diversi progetti, mirati al recupero, alla formazione, alla valorizzazione della cultura, strumenti capaci di combattere la dispersione scolastica, per un futuro diverso dal presente.

È bellissimo vedere  con quanto amore e con quanta passione i giovani lavorano, coinvolgendo con perizia  i visitatori con visite guidate a luoghi per lunghi periodi abbandonati anche per le frane di fango che li avevano interamente ricoperti. Sono così ritornati alla luce luoghi dimenticati come  le “Catacombe di San Gennaro”,  antiche sepolture dei primi cristiani napoletani e dei vescovi della città e le “Catacombe di San Gaudioso”, in cui sono visibili  rituali  macabri e misteriosi che  si dice ispirassero Totò per scrivere 'A Livella. Nei cunicoli delle catacombe è infatti collocato un affresco di Giovanni Balducci raffigurante uno scheletro, che  simboleggia la natura effimera della ricchezza che cessa di avere senso di fronte alla morte. Spazi enormi che occupano il sottosuolo delle chiese e ci riportano indietro ad una storia antica e affascinante che tra scheletri e colature, danno un’immagine palpabile di una realtà  per troppo tempo ignorata ma affascinante dove spesso si sono mescolate realtà e fantasia.

Grazie all’impegno di Padre Loffredo, dei giovani e delle associazioni di volontariato, culturali e sociali che si sono costituite in Rete,  si stanno creando le premesse per organizzare  condizioni di vita diverse con l’acquisizione del senso civico e della legalità.

Ogni luogo parla dello spirito napoletano come “Il Cimitero delle Fontanelle” -‘O camposanto de’ Funtanelle situato in via Fontanelle. Un luogo di forte attrazione che custodisce una parte di storia fatta di dedizione e semplicità. Occupa  enormi cavità  tufacee e tra il sacro e il profano, riti e credenze, descrive il sentimento di pietà che il popolo napoletano ha sempre nutrito. Ospita i resti di chi non poteva permettersi una degna sepoltura, le vittime della grande peste del 1656,  morti di altre epoche come quelli del colera del 1836 e di altre epidemie che hanno più volte colpito la città e nel tempo le ossa provenienti dalle cosiddette "terresante",  sepolture ipogee delle chiese che furono bonificate dopo l'arrivo dei francesi di Gioacchino Murat e quelle  provenienti da altri scavi. Enorme è il numero di crani e di ossa che raccoglie, risalenti a varie epoche  e le molte leggende che  vi si raccontano, danno  vita  al connubio  tra il mondo dei vivi e quello dei morti, attraverso il sogno, come l’abitudine di adottare una “capuzzella”ossia un’anima “pezzentella”, un cranio che in cambio di sistemazione  prometteva protezione. A chi si meravigliava un tempo di tali credenze,  così  si rivolgeva Matilde Serao:« Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio ».  

Un luogo dove magia e mistero si mescolano per racconti apparentemente inverosimili ma che sono  parte integrante di un popolo legato a valori ancestrali e a una religiosità palpabile testimoniata anche  dai molti tabernacoli che si trovano in vari punti del rione



La storia del quartiere si legge e si costruisce attraverso le targhe, i luoghi, i simboli  che ricordano personaggi illustri che un tempo lo popolavano: il principe della risata, Totò, nacque al  109 di via Santa Maria Antesaecula: «Sono nato nel Rione Sanità, il più famoso di Napoli.», così diceva e qui visse  fino all'età di 24 anni, quando si trasferì a Roma con la famiglia. Grande cuore il suo, legato al territorio e all’indigenza degli abitanti, di notte usava, accompagnato dal suo autista,  lasciare dei soldi sotto le porte delle famiglie più bisognose. La casa oggi appartiene a privati ma il luogo, benché spoglio,  ricordando il grande Totò (che meriterebbe ben altro), suscita  emozioni. In via Santa Teresa degli Scalzi, al 12, nacque Bernardo Celentano, pittore del XIX secolo e una lapide lo ricorda.

Il Rione Sanità  è ricordato dal cinema, dal teatro, dalla canzone. Eduardo de Filippo vi ambientò alcune delle sue commedie più famose: Il sindaco del Rione Sanità e Il cilindro. Vittorio de Sica girò qui L’oro di Napoli  e qui girò una delle scene indimenticabili di Ieri oggi e domani dove si vede una Sophia Loren col pancione che  percorre al contrario la Salita Cinesi. Salvatore di Giacomo fu ispirato dal codice d’onore che vigeva nei  vicoli del Rione, quando scrisse Lo sfregio, storia di una donna che protegge il suo protettore-fidanzato camorrista che l’ha sfregiata con il rasoio: «Ha tagliata la faccia a Peppenella/ Gennariello de la Sanità;/ che rasulata! Mo la puverella/ mo proprio è stata a farse mmedecà./ Pò ll’hanno misa ‘int’ a na carruzzella,/ è ghiuta a ll’Ispezzione a dichiarà,/ e ‘o delicato, don Ciccio Pacella,/ll’ha ditto: -Iammo! Dì la verità./ Ch’è stato, nu rasulo, nu curtiello?/ Giura primma, llà sta nu crucefisso/ (e s’ha tuccato mpont’a lu cappiello)./ Dì, nun t’ammenacciava spisso spisso?/ Chi? – rispuost’essa – Chi? Gennariello!/ No!… V’o giuro, signò! Nun è stat’isso!». Il ponte, che sovrastando il rione Sanità, consente l’accesso al centro della città è stato intitolato a Maddalena Cerasuolo detta Lenuccia, perché lo salvò dalla rovina delle mine naziste  durante le “Quattro giornate di Napoli”. Libero Bovio, autore di Reginella, abitò per un periodo di tempo in via Antonio Villari e Tina Pica in un palazzo di via Santa Teresa al numero 118.  Nella Chiesa di Santa Maria dei Vergini  fu  battezzato Alfonso Maria de’Liguori: il più santo dei napoletani e il più napoletano dei santi, e questo solo per citarne alcuni. Nel settembre 1833, Giacomo Leopardi invitato da Antonio Ranieri si trasferì a Napoli e per un breve periodo  alloggiò nella sua casa sita in vico Pero n. 2. In questa casa, ritornato dalla Villa delle Ginestre a Torre del Greco, il poeta morì il 14 giugno 1837. Oggi è visibile da via Santa Teresa una lapide che ricorda la casa in cui Leopardì visse e morì.



Ho tracciato le linee essenziali di un quartiere che sta sgomitando con forza, e che grazie ai giovani, cerca di  togliersi di dosso il pesante fardello che ha rischiato di schiacciarlo.

Come sappiamo sono sempre i giovani a intervenire, a operare, a rimboccarsi le maniche per amore del proprio paese, del proprio territorio. I giovani vanno seguiti, i loro sforzi vanno sostenuti e incoraggiati con ogni mezzo. I giovani sono nel Rione Sanità esempi di vita, di impegno e di lavoro che tutti dovremmo sostenere e specialmente chi è deputato a tale compito.

Dopo anni di abbandono, nel 2006 le Catacombe sono state affidate ai giovani  della Cooperativa “La Paranza”, grazie all'intercessione dell'Arcidiocesi di Napoli e del Parroco della Basilica di Santa Maria della Sanità e in pochi anni sono diventate una delle principali attrazioni di Napoli, come io stessa ho potuto constatare nella visita al luogo, accompagnata da guide della “Paranza” che con competenza e dovizia di particolari, indice di una preparazione ampia e accurata di chi crede nel proprio lavoro e ama il luogo, sono stata resa partecipe della storia del territorio e della sua evoluzione. Un impegno da lodare, da ammirare, da considerare strumento di lavoro per chi il lavoro non ce l’ha ma che come questi giovani, esempio per noi tutti, credono in un futuro diverso. A loro il nostro plauso e tutto il sostegno possibile perché questi progetti possano sempre più proliferare.




 Interno delle catacombe

venerdì 23 giugno 2017

Napoli. Il Rione Sanità


 Palazzo Spagnuolo
 
Visitare una città vuol dire entrare nelle sue viscere e sentirne palpitare il cuore. Sono sempre i luoghi meno noti a identificare una città e a metterne a nudo il folklore, la storia e in particolare le credenze. Se Napoli è conosciuta per le sue bellezze impareggiabili, è nei suoi luoghi  più riposti che se ne colgono le pulsioni, quelle più ancestrali, più autentiche, più vere, ed è nel Rione Sanità che si sente pulsare il cuore della città, un angolo poco visitato ma che  trasmette la propria identità con un susseguirsi di emozioni. Vivacità e confusione, degrado e abbandono  si mescolano a un passato di storia e  catturano il visitatore, ponendolo di fronte a una realtà  diversa ma non meno interessante dei luoghi più rinomati.
        

Rione Sanità

Il rione Sanità, cosìddetto perché salubre, sorse  alla fine del XVI secolo in un vallone utilizzato già all’epoca greco-romana come luogo di sepoltura. Corrisponde a un’area ubicata a nord della città,  che si estende dal Borgo dei Vergini fino alle falde della collina di Capodimonte, a pochi passi dal centro, in un luogo un tempo al di fuori delle mura che delimitavano la città, e  collegato ad esso  da Porta San Gennaro, santo ricordato  dall’affresco.
Per chi proviene da via Foria, la prima zona che si incontra prima di giungere nella Sanità vera e propria è il borgo dei Vergini, detto anche borgo barocco per lo stile predominante nelle sue architetture. I Vergini rappresentano il primo tratto del lungo vallone che scorre tra le alture della Stella, dei Miracoli, di Capodimonte e di Materdei. Il nome indicava una fratria religiosa greca dedita alla temperanza ed è legato a un racconto: Ocna innamorata del giovane  Eunosto e da questi respinta,  lo accusò di violenza provocandone la morte per mano dei fratelli ma  saputa poi la verità, la ragazza si  uccise, i fratelli  furono incarcerati e il popolo innalzò un tempio in onore del giovane.
Tutto il quartiere prende il nome dal santuario della Stella, così chiamato per un’icona che raffigura la Madonna con una stella sul capo.



 Porta San Gennaro

Oltre alla bellezza delle strutture architettoniche di un barocco acceso ma nell’insieme raffinato, il luogo coinvolge per l’intensità della vita che in esso si svolge. Il mercato all’aperto è un richiamo con la ricca e varia mercanzia. L’occhio attento e curioso si sposta alacremente per seguire voci, richiami, frastuoni e fermarsi sulle specialità succulenti che accendono il gusto mentre l’orecchio si delizia al suono del dialetto o per meglio dire della lingua che trasforma ogni espressione in musica. Famosi i soprannomi,  che si leggono o si ascoltano, l’architetto Sanfelice era detto "Lievat' 'a sott'", "Togliti da sotto" per la leggerezza dei suoi progetti; poche parole ma poste ad arte, per indicare un pensiero di senso compiuto.
Inoltrarsi nel cuore del Rione Sanità è come entrare in un altro mondo, che apparentemente nulla ha da condividere con il centro  della città ma che ne rappresenta un aspetto fondamentale perché ne richiama le origini. Il luogo è cimiteriale. Ipogei ellenistici e catacombe paleocristiane come quelle di San Gennaro e di San Gaudioso  riportano indietro nel tempo e parlano del culto dei morti., della pietà e della solidarietà dei napoletani.(segue)



mercoledì 14 giugno 2017

Tra i profumi di San Remo. La Pigna

Ecco i colori e i profumi di San Remo che in tutti i luoghi inondano e inebriano.

Un luogo magico: La Pigna di San Remo
La Pigna è la zona più vecchia di San Remo ma anche la più affascinante dove pulsa il cuore di una città millenaria che non esiste più slargatasi tra strade nuove, Casinò e Palazzi signorili tra un turbinio di fiori, di profumi e di colori. 
 

Strade, stradine, viuzze, salite, discese, chiese e palazzi, un tempo signorili, contraddistinguono un ambiente ancestrale dove il silenzio diventa eco del passato e il rumore della città è lontanissimo, una barriera con il presente a ricordarci come era una volta la città arroccata con le numerose case addossate che aprendosi formano una pigna che racchiude il fascino antico di un’epoca e pagine infinite di storia.


La Pigna non si può descrivere a parole, bisogna visitarla per respirarne l’atmosfera e lasciarsi trasportare in un altro tempo impensabile accanto al frastuono dell’Ariston.