venerdì 2 novembre 2018

A ricordo di un amico

Ad Antonio

Caro Antonio, non avrai pensato di essere solo in questo momento, non potevamo, né volevamo e come vedi  siamo tutti qui riuniti per renderti l’ultimo omaggio e suggellare un rapporto di amicizia, iniziato molti anni fa ma che durerà per sempre nel tuo ricordo. Come un tempo ti  siamo  vicini parenti e amici, quasi a sostenerci, perché  il tuo trapasso ci priva di un dialogo che ha animato molti momenti del nostro stare insieme e ha dato un senso profondo al sentimento dell’amicizia che tu hai nobilitato.  Come vedi   io, Carolina, Aldo e Gaetano  ti siamo  accanto come sempre, memori del percorso di vita trascorso insieme e che tu hai sostanziato in ogni momento.
L’amicizia è un sentimento che nessun tempo potrà  cancellare anzi mai come ora, sei presente tra noi con i ricordi dei momenti  vissuti insieme, alla luce del tuo sapere, della tua intelligenza, della tua capacità di andare oltre le cose.  Non si muore se il ricordo permane intatto nella memoria  di quanti ti hanno conosciuto, anzi  nel tempo  diventa un volto che come un dagherrotipo ritorna. Conoscerti è stato per tutti noi un piacere e un onore, oggi memori di quell’amicizia che hai saputo donarci con le tue attenzioni e le tue premure. Qualcosa manca oggi a tutti noi, la tua presenza, le tue idee e i tuoi valori con  i quali ci siamo confrontati e arricchiti. Non sarà la morte a interrompere l’amicizia che hai saputo profondere a piene mani, senza mai risparmiarti ma da oggi si salderà ancora più forte perché nessuno muore se ha ben seminato e tu lo hai sempre fatto con la sensibilità  che ti ha sempre distinto nelle parole e nei comportamenti misurati, attenti perché nessuno ne avesse a dolersi. Il ricordo che tu lasci in noi è il riflesso di quella  gioia semplice e autentica che dimostravi e che rende unica un’amicizia che si fortificherà nel valore che tu le hai saputo donare.

  Aldo e Anna Esposito
                                                                                        23 ottobre 2018



martedì 23 ottobre 2018

Contro la disumanità, il cuore

 
 
Pensavo che avessimo perso il lume dell’intelletto e che nessun  sentimento di  solidarietà potesse più toccare il nostro cuore. Siamo stati sull’orlo di perdere dignità e rispetto. Perdere l’infanzia vuol dire perdere noi stessi,  perché l’umanità, a livello universale, è un solo corpo. Troppo male facevano gli occhi di quei bambini isolati, inconsapevoli, che si guardavano intorno increduli in cerca di un perché si trovassero  soli, lontani dalla mensa, non insieme… Si guardavano, si interrogavano e non capivano una divisione che sfuggiva alla loro comprensione. La paura che qualcosa di terribile potesse ritornare e che l’ignoranza, con gravi conseguenze, potesse prendere il sopravvento sulla riflessione era sconvolgente, per il panico di essere diventati altro e per il timore che etica e morale dormissero il sogno dell’irrazionalità in un mondo che appare  sempre più diviso.  Ma quegli occhi hanno avuto il potere di penetrare il cuore. Un brusio ha cominciato a serpeggiare, la ragione a pungolare, il brusio è diventato rumore, e poi urlo contro la separazione; gli argini dell’indifferenza si sono rotti contro il pulsare incessante del cuore. Nulla si può accettare contro l’infanzia ed è  aumentato sempre più il numero di coloro che, guidati dal buon senso, non hanno accettato le regole,  pensando che a tutto c’è rimedio, e si sono uniti a difesa dell’infanzia che non può e non deve essere umiliata. Siamo nel tempio dell’educazione che basa i suoi principi sul rispetto e la dignità di tutti senza confini e senza colori. Troppo lunga, per alcuni indigenti, la strada, per raggiungere la scuola, troppo triste l’aula priva di scodelle, perché i bimbi stranieri non  possono pagare. Troppa la vergogna per un atto che avviene a scuola, l’alveo, dove si realizza il processo di educazione e di formazione, dove dominante è lo slogan “stare bene insieme”, dove un comportamento sbagliato può influire negativamente sulla crescita. A nostra difesa, il cuore ha rigettato ogni sopruso contro l’indigenza, e ha fatto da scudo ai bambini. Il donare in silenzio è stato  un atto bellissimo conforme ai principi di umanità, di solidarietà, di inclusione, ed ha dimostrato che insieme si può costruire una società migliore, che il mondo è di tutti e che la fratellanza è il principio base della convivenza. 

  




Un atto che ha commosso profondamente, a dimostrazione che i valori della nostra cultura si possono temporaneamente appannare ma non annullare e che la coscienza è sempre vigile a richiamarci alla ragione. I bambini sono il futuro della società e tutti abbiamo l’obbligo di educarli secondo i sani principi  che hanno caratterizzato da sempre la nostra cultura permeata di classicità, di epica e di storia. I bambini ci giudicano e il loro giudizio è tremendo, temibile, ogni loro possibile devianza sarà frutto di un nostro errore. Ma la generosità che ha consentito di  aprire la  mensa  a tutti i bambini, ci dice  che in ognuno di noi è vivo il ricordo di ciò che eravamo, la consapevolezza di ciò che siamo. È questa la nostra vittoria su chi vorrebbe a forza farci deviare. È la solidarietà, la strada da riprendere contro ogni tentativo lesivo dell’infanzia. A difesa, si sono unite le mamme. Hanno vinto i valori della nostra cultura, base della nostra formazione, che abbiamo l’obbligo di difendere e di trasmettere. La ragionevolezza si è fatta strada,  contro comportamenti che sanno di barbarie e di inciviltà. Si spera che la cultura illumini col sapere le menti di coloro che non la conoscono o che forse per ignoranza la temono, e che insieme si possa vedere al di là delle apparenze la verità del momento poco appagante, che risvegli le nostre menti e le indirizzi verso scelte capaci di privilegiare il bene di tutti indiscriminatamente, affinchè ogni barriera e ogni pregiudizio sia abbattuto dalla ragione e dalla conoscenza nella consapevolezza che ogni diversità è per noi ricchezza irrinunciabile. 



Intanto la prima barriera è stata abbattuta e speriamo che se ne possano demolire tante altre per poter respirare di nuovo  privi di regole malsane.  I bambini sono di nuovo insieme in un clima di convivenza dove nessuna ombra per ora offusca il loro sorriso d’innocenza.



martedì 9 ottobre 2018

Varanasi tra luci e ombre

Ceri sul Gange
Chi è stato a Varanasi, certamente non la dimentica, perché è impossibile rimuovere le immagini e il frastuono che prendono la mente, guidandola alle origini di questa città, definita una tra le più antiche del mondo. Mark Twain scriveva: Benares è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione, più della leggenda e sembra due volte più antica di tutto questo messo insieme.
Varanasi, un tempo detta Benares, la cui storia risale all'XI secolo a.C. si trova nello stato dell'Uttar Pradesh, nel Nord dell'India. Dedicata a Shiva, uno dei principali culti dell' Induismo è considerata la capitale spirituale dell'India. Un milione di pellegrini la visita ogni anno, per i bagni sacri nel Gange. Ogni induista, almeno una volta nella  vita, si reca a Varanasi, per immergersi nelle acque e fare minimo 5 ghats, semplici scalinate costruite un tempo per scendere sulle rive del fiume, per lavarsi e purificarsi, divenute poi luoghi di profonda religiosità. Si ritiene che bere l'acqua del Gange, consenta all’anima di salire al cielo, dopo l'ultimo respiro. I Ghats lungo il fiume sono le principali attrazioni, all'alba per i riti al sole nascente e al tramonto per la “puja”, la cerimonia di adorazione del Dio.


I ghat, abluzioni nel Gange
Basta alzarsi all’alba, per assistere alla nascita del sole, un sole pallido che sale piano sull’orizzonte, quasi ad elevare l’animo, e riveste il Gange di quella spiritualità di cui vive la città. L’esperienza è meravigliosa e ci si sente in equilibrio con il proprio pensiero. I tuc-tuc e i risciò sfrecciano lungo le strade a centinaia, in un traffico congestionato e per strade dissestate, con rumori assordanti per arrivare in tempo presso uno dei ghat e godere dalle barche il risveglio della vita. La città già vive nei suoi riti lungo le rive del Gange che spande intorno la sua religiosità e nel suo scorrere,  racchiude la cultura di un popolo che nella sacralità del fiume, riconosce la propria esistenza.
L’atmosfera è magica e sui ghat le persone ripetono gesti immutati nel tempo: le onde fanno fluttuare lentamente i ceri accesi, appoggiati su foglie, deposti in offerta, a cui si affida una speranza, un desiderio, che navigano simili a pensieri assorti tra fiori multicolori, quasi a scandire il tempo che sembra immobile come l’atmosfera che vi si respira e si infoltiscono fino a formare un manto luminoso. L’alba è trascorsa e si risale il ghat verso il cuore della vecchia Varanasi. Il silenzio è d’obbligo mentre ci si inoltra in un dedalo di strade non più larghe di due metri, dove si allineano le case e gli abitanti offrono un’idea di un vivere ancestrale, di una vita con tutti i suoi limiti. Non si bada ai miasmi che a volte sono soffocanti, né alla quantità di escrementi delle mucche-sacre, intoccabili tra tanta miseria, perché donatrici di latte, che a tratti quasi coprono la strada. È l’India dei contrasti, di realtà messe a confronto, dove la povertà è tangibile, specialmente nella folla di bambini che si accalcano per chiedere e ricevere qualcosa e nelle infinite tendopoli in completa disarmonia con la ricchezza. In queste strade le immagini appaiano irreali e la storia si materializza e racconta il vissuto e il presente di un popolo eterno nel suo stato. Da un piccolo riquadro di un muro sbuca all’improvviso un bambino, di poco vestito che si allontana in fretta, l’immagine sgomenta, commuove e racchiude la realtà del luogo: si vive di niente e di nulla.
L’India è il paese dalle profonde contraddizioni, difficile da comprendere. Cumuli di spazzatura convivono con animali e persone ma all’occhio tutto si annulla nell’atmosfera surreale di un paese che non va giudicato per ciò che mostra ma per ciò che conserva in termini di culture, di credenze e di riti religiosi che sebbene diversissimi convivono. La religiosità è tangibile in ogni gesto e nei moltissimi luoghi dedicati alla preghiera; tra le stradine tortuose della città si nascondono circa 2000 templi, tra cui il famoso "tempio d'oro", il Kashi Vishwanath, dedicato al dio indù Shiva.


La puja-preghiera

L’ora più coinvolgente è verso le 18, la città si prepara, tra moltitudini di pellegrini, ai riti serali, quando il fuoco e la luce vengono offerti al fiume, tra canti, cimbali, conchiglie suonate, mantra, e migliaia di corone di fiori. Le strade sono caotiche e pullulano di tuc-tuc rumorosi e di risciò, che corrono verso il Gange per assistere alla cerimonia più sacra per gli induisti: la Ganga Aarti è un rituale indù dedicato alla Dea Madre Ganga, la Dea del più sacro fiume indiano. Lo spettacolo è affascinante e richiama alla mente le cerimonie dell’antico Egitto, oggi scomparse e che qui permangono millenarie e immutabili. L’allestimento è molto scenografico e suggestivo. Sui palchi, allestiti tra suoni, canti e preghiere, giovani officianti detti pandit, perché appartenenti alla casta braminica, vestiti con abiti color zafferano, eseguono una puja, offerta che ha come elemento essenziale il fuoco. Si soffia in una conchiglia, si prosegue con lo sventolio di bastoncini di incenso con volteggi elaborati e si passa poi a grandi lampade di fuoco che creano giochi di luce e forme spettacolari. Passeggiare lungo i ghat, tra pellegrini, mendicanti, sacerdoti, astrologi, indovini che impartiscono mantra e responsi ai credenti, e Sadhu dediti alla meditazione e all’ascetismo, tra abluzioni, cremazioni, mucche e bufali che si abbeverano, venditori di varia mercanzia e di chai, un tè speziato, tenuto al caldo con un braciere legato sotto la brocca, tra mucche, capre e cani che scavano con il muso nei mucchi di immondizie accatastati qua e là, tra colombi e pappagallini che volano da un buco all’altro tra le pietre dei palazzi, ancora presenti alle spalle dei ghat, è un’esperienza indimenticabile che regala una diversa dimensione della vita. Ma sono i ghat-crematori a catturare l’occhio dove i roghi bruciano i cadaveri senza sosta. Morire a Varanasi significa liberarsi definitivamente dal Ciclo delle Rinascite e raggiungere la Mokhsa, quello che i Buddhisti chiamano Nirvana. Vita e morte convivono e la grandezza del rogo indica lo stato sociale. I catafalchi sono ricchi di addobbi per chi può e la legna abbondante brucia fino alla cenere il corpo. Diversamente, i pochi addobbi indicano una classe sociale più povera e se la legna non è sufficiente a consumare il corpo, i resti vengono gettati nel Gange, pronto ad accoglierli come un grembo materno. Si resta abbagliati dallo spettacolo delle luci, luci di vita e luci di morte e dalle ombre che l’ora proietta nel cuore in un mescolarsi di opulenza di pochi e di povertà sterminata di molti.

I ghat crematori


Varanasi lascia nel cuore segni che nessun tempo cancellerà nel ricordo dei suoi riti e della sua cultura come Tulsidas, poeta, filosofo, compositore, nonché mistico  indiano: ricordato da il Tulsi Ghat, e dal Tulsi Manas Temple, un tempio moderno in marmo bianco, dedicato al Signore Rama e dove si pensa abbia scritto il poema epico Shri Ramcharitmanas.
E come scrisse Tiziano Terzani: “Ora, seduto sulla terrazza del Ganges View hotel a Benares, a guardare l'eterno scorrere del fiume più sacro al mondo e quello, qui ugualmente ineffabile, dell'umanità più antica”.
Seduti sui ghat, l’occhio si perde sul Gange, fiume senza tempo, pregno di storia, alla ricerca di una risposta ai mille perché. Si pensa al numero infinito di popoli, di culture, di religioni che popolano il mondo e l’animo si riempie di un sentimento di pace in un abbraccio infinito di bellezza.

mercoledì 19 settembre 2018

Il male della scuola: la dispersione



Con l’inizio dell’anno scolastico si ripropongono gli annosi problemi della scuola  che la rendono sempre più instabile. L’abbandono  scolastico è uno dei  più gravi e ci obbliga ogni anno a riparlarne tra amarezze e possibili rimedi. Ogni volta che un ragazzo abbandona la scuola apre una ferita all’interno della società non rimarginabile. Accanto a problemi, quali: il precariato, la mancanza di personale, specialmente per il sostegno, l’assegnazione delle cattedre, e tanti altri,  la dispersione si pone in tutta la sua gravità e ci obbliga a riflettere su come intervenire. Interventi e progetti vengono effettuati ma risultano del tutto insufficienti visto che il problema  permane e investe essenzialmente le zone più disagiate. Quali sono i motivi che spingono i ragazzi all’abbandono?. Innanzitutto la  loro fragilità, specialmente nella fase adolescenziale, la scarsa considerazione che hanno  della scuola, non supportata  dalla  famiglia, la poca fiducia nelle proprie capacità, il guadagno apparentemente  veloce che miete costantemente vittime, a beneficio della strada. I ragazzi purtroppo, sono facili prede, e affascinati dall’apparire, sono facilmente aggirabili con false  chimere; la formazione delle baby gang e il fenomeno del bullismo lo dimostrano. Il problema diventa sempre più preoccupante dato che, nonostante l’impegno di volontari, degli insegnanti e di progetti mirati, non si riesce ad arginarlo. Perdere un ragazzo, è uno smacco per l’intera società,  un fallimento, poiché dimostra la nostra incapacità di trattenere i ragazzi nelle aule per  un adeguato processo  di educazione e di  formazione. È chiaro, che la gravità del problema richiede un impegno collettivo, attivo e costantemente partecipato. Sul piano educativo, limitare il numero degli studenti per classe, potrebbe aiutare, specialmente nel biennio. Sul piano didattico, bisogna rivedere programmi e metodologie, individuando strumenti e strategie capaci di  suscitare in ogni discente interesse e curiosità, uscire dai testi e lasciare che il pensiero navighi libero da coercizioni programmatiche; ce lo suggeriscono gli stessi ragazzi quando dicono che non sono interessati, che si annoiano. Sul piano personale bisogna che acquistino  fiducia e autostima,  fondamentali per  credere nelle proprie capacità e operare scelte critiche e consapevoli. È necessario che la scuola dia loro sicurezza  e speranza;  che li renda  artefici di se stessi nel ruolo di  protagonisti,  in cui il sapere diventi saper fare, con la  libertà di inventare, di creare e di  modellare le proprie conoscenze secondo i propri interessi;  che li  guidi al corretto utilizzo  degli strumenti della comunicazione; che usi la sinergia dei linguaggi espressivi  aprendo loro il mondo della  “bellezza”, attraverso la musica e le arti.  
Educhiamoci ad educare! Questo deve essere il nostro slogan.
Famiglie, istituzioni, l’intera società è chiamata  a rispondere delle proprie responsabilità. Il dialogo deve vincere sul silenzio e diventare un punto di convergenza per l’ascolto, per un’analisi circostanziata dei fenomeni negativi che investono i ragazzi, per confrontarsi, uscire dal proprio isolamento e operare cambiamenti e riforme, frutto dell’esperienza di  chi vive dal di dentro la vita scolastica nelle sue problematiche quotidiane,  e non calate dall’alto, col rischio che il tutto risulti fallimentare. Bisogna assolutamente  allontanare i ragazzi dalla noia e dalla solitudine, dare loro certezze e  l’affettività di cui hanno bisogno, una speranza  che li tiri fuori dal guscio che li separa dal contesto sociale, il  senso di appartenenza, di comunità in cui i valori della vita prendano forma e aprano i loro occhi ai valori planetari, senza rifiuti e distinzioni. È necessario che nella società e in particolare nelle scuole, gli adulti si interroghino sul proprio agire e retrocedano consapevolmente da comportamenti sbagliati e violenti che in prospettiva si riflettono sui ragazzi. Ognuno a scuola  deve  riprendere il proprio ruolo e dare in concreto un pieno significato alle parole “regole”,  “dignità” e  “rispetto”, sia a livello individuale che collettivo e contro ogni forma di violenza e di prevaricazione riconoscere alla cultura il suo ruolo storico e alla scuola l’alveo capace di assicurare un domani a tutti. Contro le incertezze devono prevalere: la passione all’insegnamento, l’impegno e la dedizione, realizzabili solo con tenacia e volontà  e con progetti  finalizzati al recupero, la  cui completa vittoria  non sarà la lode del primo ma  il ritorno e l’inserimento dell’ultimo. Al punto in cui siamo, il compito non si presenta né facile né immediato,  dobbiamo tuttavia agire e ai ragazzi che si allontanano dobbiamo offrire serietà, impegno e la vicinanza dell’intera società. Ma per operare in modo costruttivo e finalizzato, non bastano gli sforzi individuali e collettivi che sebbene  elogiabili, risultano insufficienti a durare nel tempo se  le  Istituzioni  non prendono in cura la scuola, restituendole l’”autorità” dovuta  e intervenendo  con un costante impegno economico e con finanziamenti a largo raggio, nella piena e convinta consapevolezza che investire in cultura è la più  grande ricchezza del nostro paese sia nel presente che in una prospettiva futura e che il valore della scuola deve essere anteposto a qualsiasi investimento in altri settori, perché la  cultura è un’arma insostituibile contro ogni forma di prevaricazione ed è l’unica e vera  base di ogni società in progress.

lunedì 3 settembre 2018

San Giovanni Theristis



Ogni luogo d’Italia affascina ed emoziona e nella Locride, terra di Calabria, definita preziosa per memoria, cultura e storia, si scoprono  perle tra le più rare. Basta avventurarsi per strade scoscese, su per i monti, ammantati di fichi d’india lussureggianti,  per imbattersi all’improvviso in tesori che  rubano il cuore per bellezza, maestosità e misticismo. Siamo nelle campagne del Comune di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, in una vallata sovrastata dalle ripide pareti del monte Consolino, denominata Vallata bizantina dello Stilaro, luogo di insediamenti ascetici, posti sulle pendici del monte e delle colline circostanti, abitati da  monaci  forniti di grande cultura e spiritualità.
Si viaggia spinti dalla curiosità di conoscere, di vedere e di godere di ogni bellezza che il territorio che si visita ci regala e nella Locride ogni pietra diventa depositaria di una storia che ad ogni passo si disvela.
Il profumo è intenso lungo la riviera dei gelsomini, il silenzio ammanta e nessun rumore lo infrange. Si raggiunge un ristretto pianoro compreso tra le fiumare dello Stilaro e dell’Assi.  La  vista è incantevole e il paesaggio ammalia ad ogni passo mentre l’occhio curioso si spinge in lontananza e si appaga di una bellezza incontaminata. Si resta rapiti e trasportati  in un altro tempo e in un luogo dove ogni ciottolo racconta una scheggia di vita.  Ed ecco apparire a un tratto, quasi come in un sogno,  un monumento dall’architettura  che richiama in alcuni elementi lo stile bizantino e in altri quello normanno,  un complesso monastico  pregevole, dedicato a San Giovanni Theristis, vissuto intorno al 1.100, l’unico in Italia fondato dai monaci del monte Athos. Si racconta  che nell’XI secolo, in questo territorio sia vissuto un giovane monaco nato a Palermo, al quale si attribuiscono vari miracoli come quello di un’improvvisa mietitura del grano a Maroni,  da cui l’appellativo di Theristis, che significa appunto “mietitore”.
Il complesso risale alla fine dell’XI secolo e fu gestito da monaci che,  scampati tra il secolo X e XI alle invasioni arabe di Sicilia, si rifugiarono in Calabria. Così ce ne parla Fulvio Calabrese:  Il crescere della potenza islamica e la sua progressiva espansione nel bacino del Mediterraneo, costrinsero monaci ed eremiti ad abbandonare nel corso del secolo VII, l’Oriente cristiano ed a trovare rifugio nella vicina Calabria, che per le caratteristiche geomorfologiche, ricordava loro le terre d’origine. Grazie alla venuta di questi asceti, moltissimi furono i monasteri e gli oratori edificati in tutto il thema, considerato un nuovo punto d’irradiazione della cristianità, e numerosi quelli costruiti nella stessa vallata dello Stilaro, dove, fra il secolo X ed il XII, vennero fondati ben 44 luoghi di culto tra laure, cenobi e monasteri. Tali insediamenti erano abitati da diversi monaci così forniti di cultura, spiritualità e ascetismo, da far definire questa zona la Terrasanta del monachesimo greco – ortodosso in Calabria.
La lettura è affascinante, le distanze si accorciano, mentre si associa al luogo, non senza emozione, il ricordo della Cappadocia.  



L’edificio, un tempo splendido per ricchezze e famoso per cultura, con la costituzione dell’Ordine Basiliano, da Basilio Magno, suo fondatore, divenne  uno dei maggiori cenobi  della congregazione religiosa greco-ortodossa “uniate” fornito di reliquie e di una vasta biblioteca con manoscritti di grande pregio. Nel XVII secolo, a causa delle scorrerie dei briganti, fu abbandonato e decadde completamente, fino a lasciare solo ruderi alle intemperie.
L’Italia meridionale è come un’ostrica che cela bellissime perle di cultura, di arte e di storia, che aspetta di essere aperta con rispetto e cautela per godere dei tesori del suo importante patrimonio. Negli anni venti del ‘900 il monastero fu scoperto, in mezzo alla folta vegetazione dell’epoca, dall’archeologo Paolo Orsi, che così ne parla: «A settentrione di Stilo una catena di modica elevazione separa le due contigue e parallele vallate dello Stilaro e dell’Assi. A cavallo del valico che collega i due bacini e che dovette essere attraversato da una mulattiera assai malagevole ma altrettanto frequentata nei tempi di mezzo, sorgono le ruine di S. Giovanni vecchio, quasi all’altezza di Stilo, emergenti in mezzo a macchie di neri elci e di verdi querce, e così segregate dal mondo per la profonda vallata che ben pochi degli Stiletani le conoscono, e nessuno studioso dell’arte le aveva visitate. In questa chiusa e quasi mistica solitudine assai prima del sec. X sorse un umile monastero basiliano….» «….a tanto assurse la sua fama, da esser proclamato «caput monasterium ordinis S. Basilii in Calabria». 
La compresenza di Arabi, Bizantini e Longobardi in questi luoghi tra il IV e il X secolo realizzò uno scambio culturale ed economico tra le popolazioni del luogo ancora oggi riscontrabili in monumenti, un tempo testimonianze di grande fervore culturale e artistico,  oggi  riportati  alla luce con accurati restauri. Il monastero di San Giovanni Thirestis è uno di questi e la sua bellezza, grazie al restauro,  lascia senza parole.  Esso vanta un passato glorioso e, ridotto nel tempo a rudere è rinato nel 1994 con il ritorno di monaci greco-ortodossi, provenienti dal monte Athos che hanno ridato vita al centro monastico che, dal 2008,  è retto dai monaci della Diocesi Romena Ortodossa d’Italia.  Il luogo è mistico e il silenzio e il  rispetto sono d’obbligo. Tutto rapisce e come un’eco che si propaga da lontano, se ne può ascoltare la storia  dagli stessi  monaci, che ne curano la vita.
Nel 1990 cominciarono i lavori di ristrutturazione e oggi il complesso si può ammirare in tutta la sua bellezza, quale esempio di architettura monastica dell’XI secolo. L'interno è pura armonia, ricco di icone, pitture, affreschi e pregevoli arredi sacri come l'iconostasi e lo splendido lampadario in oro nella navata centrale, con una grande base di dodici lati, su ognuno dei quali è raffigurato un apostolo, vero gioiello di arte eccelsa.
Il centro è diventato attivo con la celebrazione della Divina Liturgia secondo il rito ortodosso e molti sono i pellegrini dell’Europa dell’Est che vengono per  visitarlo  e ammirare le montagne ricche di grotte, di eremi e di vallate che invitano alla meditazione.
All'esterno del complesso, alcune  porzioni di intonaco  affrescate  ci  dicono  che un tempo tutto l'esterno era dipinto, a testimoniare  l’unicità della costruzione.
La Calabria ha sempre qualcosa da regalare all’attento viaggiatore che curioso, si accinge a visitarla, tanto da farsi riconoscere come scrigno di tesori inestimabili e noi godremo insieme di tali bellezze.

sabato 28 luglio 2018

Omaggio alla luna rossa. Storia del sole e della luna

Storia del sole e della luna. Illustrazione di Leonardo Vitiello




Poche volte il moto dell’universo gli concedeva di sovrapporsi e lentamente si sfioravano, si guardavano, ma null’altro. Avevano già da tempo capito che il loro destino era segnato da leggi immutabili che regolano il cosmo.
<<Perché almeno una volta non si ferma il tempo? Perchè almeno una volta non si muta l’ordine degli elementi? Perché non ci è concesso un attimo di  felicità?>>
Pensavano chiusi nel loro tormento.
Ogni sera, quando tutto in natura cambia colore e lunghe striature dipingono il cielo, l’orizzonte segna il declino di un sogno.
Il disco cala lentamente tra intensi bagliori, mentre i raggi, come braccia, si tendono per un ultimo soffio di vita e il mondo si ferma all’ascolto di quel pianto eterno.
Si ode il lamento del“sole” mentre si muta in preghiera:<< Ferma, dice tremula la voce, ferma il mio viaggio, o “Principio” del mondo. Fa’ ch’io possa toccarla per un solo istante>>.
Il singulto squarcia il cielo e le parole, sibilo flebile, svaniscono.
Affranto, si tende il suo ultimo raggio, di intenso arancio, per stringere il primo di lei, ma inesorabile il tempo incede e spezza l’attesa.
 Tremenda sventura, sentire nel cuore l’amore e vederlo chimera.
Donava al mondo vita e calore e a lui era negato l’amore.
 <<Quante storie raccontano gli uomini di cuori e di amori. Mi credono signore felice, perchè nessuno conosce il mio dolore>>.
    Ricordava….
Poche volte si erano sovrapposti, si erano guardati ma mai toccati.
Felice il ricordo ma doloroso l’epilogo.
Si tendeva tremulo il suo ultimo raggio, per stringere il primo di lei, ma il tempo troncava implacabile ogni speranza.
Piangeva il sole tra dorati riverberi e si chiedeva:<< A che serve tanto splendore se mi è negato l’amore>>?.
Il disco calava a rilento. Lentamente chiudeva gli occhi il “sole” e spariva, mentre tra le ombre che si infittivano, la “luna” iniziava malinconica la sua ascesa tra un velo di madreperla, cercando all’orizzonte qualche ultimo bagliore, qualche intesa.
Ma il sogno si infrangeva lungo il pendio del cielo punteggiato di stelle, ancelle al suo dolore.
La “luna” illuminava col suo raggio il giardino, intento ad ascoltare la storia di quell’ amore infelice, raccontata dal grillo canterino acquattato sul piccolo pesco, e nel silenzio che ammantava, s’udì il lungo sbadiglio di tre lucertole che assiepate si abbandonavano al sonno della notte.

Mentre pensavo, godevo degli ultimi bagliori, che filtrando tra le fitte foglie dell’alloro, si proiettavano sul cotto del giardino, accecanti come un amore struggente.
Il tramonto, con i suoi  colori inimitabili, è un miracolo del creato, in cui il calare lento del disco scandisce, come un plettro, il tempo della nostra vita e ci pone in attesa di un domani incerto, mentre la luna  inizia il suo cammino.
Mi è sempre piaciuto immaginare realtà sconosciute all’interno della luna, seguirne le fasi e  capirne l’ influenza sulla vita della terra e sul destino dell’uomo.
Non c’è  pennello né colore capace di ritrarre la bellezza del firmamento, quella che tinge di estasi il cuore come l’intenso luccichio della stella che illumina come faro un cielo blu-notte e la scia argentata della luna che sale  lungo il pendio.
Di fronte a tanta bellezza l’animo si perde e il pensiero vaga per indagare il disegno imperscrutabile di chi, “creatore”, disegnò l’universo così perfetto e così irripetibile.
La luna appariva in tutto il suo splendore e avanzava simile a una “dea”.
I suoi raggi, che come laser colpivano il giardino, mi suggerivano strane storie e tra sussulti e bisbigli, scrissi  questo racconto di un amore impossibile.

(Tratto da: Armonie di un giardino toscano. Racconti, arte, mito e fantasia, Regione Toscana Consiglio Regionale, Edizioni dell’Assemblea, 2017. Il testo integrale è a disposizione dei lettori nel sito della Regione Toscana - Pubblicazioni)

mercoledì 11 luglio 2018

Il cinema che emoziona:Chiamami col tuo nome



Timothée Chalamet nella parte di Elio Perlman


Un film eccellente,  il cui filo conduttore si dipana, senza mai spezzarsi  tra luoghi dove la fotografia diventa parte integrante di una bellezza a dir poco divina mentre si diventa tutt’uno con i paesaggi in cui l’arte del raccontare, espressione pura del sentimento, traccia  senza risparmio  luoghi, tempi e personaggi in una confluenza dove si entra in sintonia con l’interiorità di ogni personaggio; un gioco di psicologie che coinvolge ad ogni dialogo, ad ogni sequenza  senza mai stravolgere, con un gusto raffinato, apparentemente leggero e sofisticato, ma in realtà profondo, denso di sentimenti, di malinconie, di ricerca del proprio essere, di scoperta del proprio io, delle proprie pulsioni, dei propri desideri. Una storia pregna di stati d'animo del protagonista  che attraverso la parola e gli sguardi rivela sensazioni mai provate,  pulsioni a volte cercate, a volte indefinibili che per traslato, catturano ognuno. Ci si interroga, ma scevri da  giudizi o da contaminazioni  e si resta  presi nel groviglio dei sentimenti.
“Chiamami col tuo nome” è un film che parla della diversità, dell'amore tra Elio e Oliver, attraverso i sentimenti e pone una serie di interrogativi  sui giudizi spesso espressi, dove predomina il non senso. Un film che riconcilia l’individuo con se stesso, che supera ogni pregiudizio, che accomuna attraverso  la  bellezza sentimenti ed emozioni, un incontro generazionale dove lontano è il dramma nello scoprire qualcosa di poco consono, tranne che in qualche frase   “mio padre mi avrebbe mandato al riformatorio”. Tutto concorre a fare di questo film un capolavoro, sceneggiatura e interpretazioni, memorabile quella di Elio dove la fisionomia del volto,  interpreta, anticipa, comunica, in un susseguirsi di atti, le scene che si mutano nel pensiero stesso, una fisionomia che  si trasforma come  la sua interiorità e che permane anche nello  scorrere ultimo dei nomi. È verso la fine che si recupera l’intera trama che diventa  chiara e leggibile nell’ “addio” dei protagonisti, nel pianto e nell’infinita tristezza e solitudine di Elio, nella posizione che assumono i genitori di appoggio e di comprensione. Resta memorabile il discorso del padre al giovane Elio, su ciò che ha vissuto, che ha provato, nella scoperta del senso della vita, espresso con parole misurate senza mai travalicare, dette  con un’ apparente leggerezza, ma traslate fino a noi  attraverso la bellezza del discorso, parole che fermano, inchiodano, insegnano, destabilizzano ma che lasciano nel cuore un faro che nessun tempo potrà spegnere.