martedì 13 febbraio 2018

I ragazzi delle “baby gang”



È così bella la nostra Napoli, è come  una donna dai mille volti che ad ogni angolo ne svela uno. Città di storia, di cultura, di tradizioni, una città dal cuore grande ma che purtroppo ha anche le sue negatività. Mai come in questo periodo, stiamo assistendo ad una escalation di violenza che  investe anche i ragazzi, le così dette “baby gang”, i cui componenti  assaltano, rubano, feriscono e si rendono protagonisti di atti efferati.   
Questo  clima di violenza offusca le bellezze della città e provoca dolore e paura; dolore per ciò che siamo diventati, paura perché artefici sono essenzialmente i ragazzi. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che la violenza ci sovrasta, una violenza sia fisica che verbale che si acuisce di giorno in giorno e che sembra non avere argini. Le baby gang che infieriscono e feriscono la città, sono un duro colpo per l’intera società che non riesce a contrapporsi con strumenti adeguati. Non c’è nulla di più raccapricciante che vedere questi ragazzi avulsi dal contesto sociale e  immersi in un mondo a parte, che emergono alla cronaca quando una ferita da coltello o l’aggressione a un coetaneo ne tracciano il comportamento malsano. Atteggiamenti che mettono in luce le loro  fragilità e il bisogno di rendersi protagonisti. Pensano che la violenza sia il loro riscatto, che solo attraverso la violenza possano diventare qualcuno e imporsi all’attenzione  senza capire che sono soltanto vittime e facili prede. Tale fenomeno che sta assumendo contorni inquietanti  è indice di un disagio esistenziale che investe ragazzi e adulti nei quali appare nullo il rapporto di identità, di responsabilità, di dignità, di autostima, di rispetto verso gli altri ma essenzialmente verso se stessi. 
È mutato il clima del nostro Paese che appare sempre più diviso tra chi ha e chi non ha e Napoli paga un prezzo troppo alto con un degrado che investe le fasce più deboli. I ragazzi scelgono l’illegalità per avere tutto e in fretta e allontanandosi sempre più dalla scuola, privano se stessi degli strumenti educativi e formativi e di una prospettiva di vita sana e consapevole. La dispersione scolastica è un problema molto grave che rende questi ragazzi  prede  del guadagno facile, di false illusioni e li deruba dei tempi della propria crescita, del gioco, della creatività, del senso più sano della vita e dei suoi valori. Questi ragazzi, nella difficile fase dell’adolescenza che ne acuisce i pericoli,  sono  facili prede di gente senza scrupoli, specialmente quando  non hanno alle spalle chi li sostiene e insegni loro i valori della vita. Essi nascondono dietro la loro apparente spavalderia il desiderio di amore e di affettività  da parte degli adulti, che nei diversi settori della vita  sociale si prendano cura di loro, capaci di ascoltare, di dialogare, di capire  e di aggregare i gruppi contro la solitudine.
Le baby gang sono una sfida alla società e alla legalità.
L’attenzione e l’inserimento devono diventare deterrenti contro la  ghettizzazione e l’abbandono.
Bisogna affrontare il problema alla radice, aprendoci alle famiglie di questi ragazzi  e attraverso la comunicazione e l’informazione far capire loro che c’è  la possibilità di una prospettiva di vita diversa per sé e per i propri figli. Nessun ragazzo nasce cattivo e violento, sono le circostanze a renderlo tale. Se abbandonati nel proprio entourage, questi ragazzi conosceranno solo la devianza e mai  la possibilità  di  programmare la propria vita con regole e obiettivi.  Elogiabili tutte le iniziative e le Associazioni che operano sul territorio ma è molto importante che la scuola, la famiglia, gli  oratori, le strutture sociali operino strettamente uniti specialmente sul piano dell’inserimento. Compito non facile ma possibile se saremo animati tutti da spirito di volontà. È necessario l’apporto delle Istituzioni che devono farsi carico di tale problematica e affrontarla a largo raggio con un sostegno economico continuo. Di fronte a un problema di tale gravità dobbiamo capire che i soldi spesi per i ragazzi sono il nostro migliore investimento per definirci poi paese civile. È dovere di tutti adoprarci per sottrarre questi ragazzi ai malavitosi e incominciarne il recupero che si prospetta lento e faticoso ma non impossibile. Questi ragazzi non sono diversi dagli altri, sono soltanto nati in contesti caratterizzati da varie problematiche e da comportamenti poco consoni alla loro crescita. Eppure se ascoltati e guidati, si scopre facilmente che posseggono al pari degli altri coetanei un mondo fatto di creatività, di curiosità, di bellezza e di estro  che aspetta solo la nostra cura.
Siamo stati ciechi per molto tempo e i problemi si sono ingigantiti, ma questi ragazzi hanno diritto a  un’opportunità di vita.  Non potremo chiamarci civili  fino a quando ci saranno in molti quartieri e in molti luoghi del nostro paese: miseria, abbandono, speculazione e facili profitti di chi opera senza scrupoli; facciamo in modo  che la solidarietà agisca in sintonia col cuore.
Qualcuno ha dimostrato che con la cultura si può vincere e sconfiggere carcere e devianze. Ogni ragazzo recuperato sarà  una vittoria di tutti e una ferita in meno per il nostro paese.


venerdì 26 gennaio 2018

Il peso delle parole. Il valore della “storia”




Ogni anno, quando si avvicina il 27 gennaio, giornata della “memoria” molti interrogativi si affacciano alla mente sul  significato della ricorrenza. Tutti si mobilitano e manifestano perché tale vergogna non si ripeta, ma viste poi le recrudescenze nelle parole e nei comportamenti, un dubbio ci assale e ci si chiede se siamo tutti veramente preparati a condannare quel periodo di aberrazione morale e di completo oscurantismo. Gli avvenimenti  che si verificano nel nostro paese e altrove ci dicono  che purtroppo la mente umana non è rinsavita, il mea culpa non è completo e che coloro che  condannano tali orrendi misfatti sono granelli, che chiedono di essere ascoltati  affinché l’umanità riprenda la sua dignità. È forse solo un miraggio l’auspicato cambiamento? È così difficile ascoltare la  propria coscienza e riprendere il giusto cammino che ci rende tutti uomini meritevoli di rispetto? Purtroppo basta guardarsi intorno per capire che -Il sonno della ragione genera ancora mostri- nelle parole o nei comportamenti e l’opera di Goya ci presenta ciò che molti dicono di non essere ma che in effetti sono.  È di pochi giorni l’infelice espressione  di chi non conoscendo il valore della parole  si è espresso sul termine “razza” e sul come preservarla: Quindi, dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società deve continuare a esistere o la nostra società deve essere cancellata; è una scelta. Espressione gravissima che ci riporta a un passato oscuro che tanto orrore ha suscitato e suscita.

L’uso della  parola “razza” dimostra quanto sia importante conoscere  il significato delle parole nel contesto storico e  la ripercussione che tale parola può avere nell’animo di chi ascolta e di chi ne è stato vittima. Chi la usa, come in questo caso  dimostra di non conoscere l’importanza della parola nella comunicazione e di non essere a conoscenza delle coordinate storiche. 

Ben vengano tutte le manifestazioni per ricordare la “ Schoah” la dispersione, lo sterminio degli Ebrei ma schiaccia il cuore prendere atto che proprio ai livelli più alti  il comportamento educativo e formativo diventa negativo. Non siamo forse  abbastanza adulti e consapevoli per capire che solo se uniti contro ogni forma di violenza che si consuma sia nel nostro paese che in altri luoghi, a tutti i livelli, potremo preservare il nostro futuro da lotte e sopraffazioni che ci degradano a livello animalesco?.  L’urgenza ci impone di  riprendere in mano i testi di storia e di studiarla nella quotidianità per sapere, riflettere e  agire per il bene comune e consegnare alle future generazioni una società che rifiuti ogni forma di abominio in nome della pace, della tolleranza, della fratellanza, dell’accoglienza e seguire le orme di quei valori che fanno della storia: maestra di vita.


Chi ha detto che con la cultura non si mangia non ne conosce il valore e non sa che tutti  abbiamo bisogno di essere nutriti dalla cultura in ogni settore, a ogni livello, sotto qualsiasi forma. La storia deve diventare il nostro pane quotidiano perché le nostre menti restino sveglie per capire, combattere ogni pregiudizio ed essere  pronte ad intervenire contro ogni sopruso.  Sarà possibile un risveglio totale  o tutto resterà  “fumo” che esce dal camino dei nostri pensieri?.


giovedì 18 gennaio 2018

Lo splendore dell’arte: Ambrogio Lorenzetti


 Madonna con Bambino

L’arte è la vera ricchezza dello spirito, è respiro e palpito, è l’armonia del pensiero, il sipario che ci divide dalle brutture del mondo, uno spazio aperto verso un’infinita bellezza, dove il colore rapisce e gli elementi decorativi e rappresentativi  rubano l’attenzione e spostano l’occhio vigile e attento fino a perdere la cognizione del tempo che si sottrae a ogni tipo di collocazione.

Madonna con Bambino


L’arte  di Ambrogio Lorenzetti, nelle sale di Santa Maria della Scala, affascina e illumina  tra oro profuso e il primo azzurro e dialoga con gesti, sguardi, espressioni e fisionomie che coinvolgono il visitatore in un balenio tra l’epoca dell’artista e la modernità che vi si coglie. Non sfugge il richiamo all’arte giottesca ma al contempo è evidente l’evoluzione che caratterizza lo stile innovativo dell’artista nella scelta delle tecniche che lo renderanno unico. In un clima di intensa spiritualità emerge la modernità dei temi espressi con un realismo che definisce i personaggi e i ruoli che sono chiamati a rappresentare. Un’arte sacra in cui l’elemento religioso si coniuga perfettamente con quello terreno.  La mostra è un libro aperto sull’umanità dove simboli,  allegorie e  valori   insegnano, educano, orientano e rendono il visitatore partecipe. Ogni opera ferma il passo per essere  decodificata  in ogni elemento e coglierne poi il messaggio che va oltre il tema. I  protagonisti sono resi con un naturalismo che l’artista fa suo con la scelta del colore, con le modulazioni chiaroscurali,  con fisionomie che esprimono moti dell’animo: gioia, tristezza, dolore, disperazione, aspirazione al “divino”. Una folla di personaggi che riflettono la vita: angeli, santi, devoti, storia e leggende, un’umanità differenziata socialmente ma unita nei valori di carità, di salvezza, di ricerca spirituale,  di dedizione, in cui l’elemento sacro si carica di umanità e di affetti nella carezza,  nell’abbraccio del Bambino che diventa sostegno materno, in quel guancia a guancia, nel richiamo alle virtù: amore e carità, nella musicalità  degli angeli, nel piede del Bambino saldamente retto dalla mamma,  nel seno che amorevolmente allatta, espressione  di una maternità universale, nello scambio degli sguardi che ripetutamente si incrociano quali simboli di affetto, di salvezza, di solidarietà e di testimonianza. Un’arte attenta ai particolari e agli  elementi decorativi che tratteggiano  vesti e suppellettili, e architetture che mostrano capacità di creare poi la prospettiva. La mostra, di sala in sala  rievoca  il Trecento, l’epoca di Lorenzetti, vissuto dal 1290 al 1348,  e  ne racconta la società nei costumi, negli arredi, nelle strutture interne ed esterne con  un  gusto raffinato  che denota gradualmente l’ evoluzione dell’ artista decisamente affrancato. 





Madonna e bambino con Maria Maddalena

giovedì 28 dicembre 2017

Il presepe: un dolce ricordo


Più passano gli anni, più il presepe diventa importante per me, in attesa del Natale e poi dell’Epifania. È il simbolo di una realtà passata, un susseguirsi di ricordi che il tempo rinvigorisce.
     Ero piccola, ma ricordo con nostalgia l’affanno che spingeva ognuno di noi ad assolvere il compito che gli era stato assegnato. Poco spazio in camera, ma il presepe lo occupava quasi tutto. Fin dal mattino si iniziava a martellare e i rintocchi proseguivano fino all’ora di pranzo, una breve pausa e poi si ricominciava. <<Sono pronte le casette?>>. <<Ho terminato le montagne>>. Quest’anno le grotte si susseguono, ma quella riservata al Bambino è la più grande per fare posto alla Madonna, a San Giuseppe, al bue e all’asinello. <<E gli zampognari?>>. Chiedevo ansiosa! <<Non ti preoccupare, ci sono!>>. Esclamava a voce alta mio fratello, impegnato a completare la struttura. Le mie sorelle disponevano i personaggi: il vinaiuolo e il macellaio avevano il posto migliore e io gioivo perché erano i miei preferiti. L’aia era ricchissima e il piccolo ruscello ospitava lungo le sponde oche e anatre. I pastori pascolavano beati il gregge e guardavano meravigliati la stella splendente che gli indicava il cammino mentre lontano avanzavano sui cammelli  i Magi,  alla ricerca del Re dei Re.
      Questo era ed  è il mio presepe, specchio del mio mondo passato,  che con le sue luci multicolori mi strappa per ore al tempo quotidiano e in ogni simbolo mi incanta, mi stupisce, mi meraviglia,  nell’infanzia ritrovata.
Il presepe è gioia, è amore, è felicità per chi crede alla sua funzione di aggregare  l’intera famiglia.  È meraviglia per i bambini, è ricordo dolcissimo per chi è avanti con l’età e conosce l’importanza delle tradizioni. Il  Natale è una trade union tra passato e presente, un ricordo e un racconto, la  continuità di un sentimento di affetto verso chi non può più allietarlo, è una promessa  mantenuta a  continuare e a narrare, un invito per tutti a  unirsi  per sostenersi e per consolare, è un atto d’amore in cui i personaggi comunicano la vita di un tempo che nei valori non muta: nel bisogno di pace e di solidarietà, perché il mondo diventi migliore.
      Conosco tutti i personaggi che popolano il mio presepe e li custodisco con amore. Di  mattina presto, appena mi alzo, accendo le luci e resto per un attimo abbagliata dal loro brillio che mi riporta un passato felice in cui si mescola la realtà del presente. Nel silenzio, che mi avvolge, ripercorro i momenti più belli della mia infanzia, in cui quei personaggi mi hanno accompagnato. Sistemo un po’ d’erba fuori posto, con delicatezza, quasi una carezza come un tempo la mano lieve di mia madre. Mi commuovo… le luci fanno scudo ai miei occhi lucidi e i ricordi mi assalgono.  Controllo che tutto sia a posto, ogni elemento è una parte di me.
       Ora, di sera, lo guardiamo insieme seduti,  in due. La mia mano cerca la sua e il suo tepore mi riscalda. Pensi che lo conserveranno? Non abbiamo una risposta ma nel nostro cuore speriamo che un giorno, i personaggi possano continuare a vivere e a raccontare la memoria di coloro che lo hanno amato.
      Mentre si consuma il lungo cenone, rigorosamente tradizionale, tra fritto, anguille, zeppole e baccalà, si fa una pausa e si scartano i regali, i più piccoli sono euforici. Arrivano amici ad assaggiare e a degustare prelibatezze e dolci. Ed ecco improvviso il suono che mi riporta all’infanzia. È quasi mezzanotte… mancano pochi minuti, l’emozione mi assale, gli occhi non reggono ma mi freno, forse, penso, non capirebbero, tutti sono impegnati in altro, piano mi alzo, quasi di soppiatto, le mani mi tremano, avverto nel cuore la gioia avvolgente del passato, lo cerco…  trovo il bambino, era nascosto e come una volta, lo depongo nella mangiatoia.  
Una gioia improvvisa mi prende, nulla si è interrotto, la tradizione continua,  sul mio volto vedo i tratti di mia madre che guida come un tempo la mia piccola mano verso la grotta dove campeggia il mio angioletto azzurro… i bambini gioiscono, tutti esultano ma io devo fare un grande sforzo per contenermi, l’emozione è forte e a stento  trattengo le lacrime che ora, mentre  racconto inondano il mio viso e le sento dolcissime.

Un particolare del mio presepe

giovedì 21 dicembre 2017

Con la gioia nel cuore, Buon Natale

Natività, Lorenzo Monaco


Auguro a tutti  di vivere il Natale
come un infinito campo di fiori
profumato di essenze multicolori




sabato 16 dicembre 2017

Bellezze d'Italia: Civita di Bagnoregio

Civita di Bagnoregio 


Immergersi nel Medioevo è fantastico, tale è stato il mio incontro con questo borgo che richiama epoche passate dove il tempo si annulla.
Situato su una collina, in provincia di Viterbo, il Borgo di Civita è accessibile soltanto a piedi  per mezzo di un lungo ponte in pietra e cemento, che lo unisce a Bagnoregio, il paese dove la maggior parte degli abitanti si è trasferita per motivi di sicurezza.

È soprannominata la “città che muore” perché i residenti sono pochissimi.
Il borgo risente della costante erosione della sua roccia vulcanica nella valle sottostante. È un luogo da visitare molto affascinante e merita una visita  ora che se ne può ancora ammirare la bellezza.

domenica 3 dicembre 2017

Le bellezze d'Italia: Narni

NARNI: Abbazia di San Cassiano

Narni sotterranea. Chiesa di Santa Maria della Rupe

Narni sotterranea è un complesso di ipogei riscoperti a partire dal 1977, costituiti per la maggior parte da cisterne per l'acqua e da locali adibiti a differenti usi, sia dalla popolazione che dagli ordini monastici. Wikipedia


La Rocca di Narni

La Rocca Albornoziana di Narni è una roccaforte situata nell'omonima città, nell'Umbria meridionale. Fu costruita nel 1367 a fini difensivi per volere del cardinale Egidio Albornoz ed è posta a 332 m.s.l.m. Wikipedia


Conoscere Narni, passeggiando per i suoi angoli più riposti