giovedì 27 dicembre 2012

Dopo la lettura di "La violenza sulle donne"





Edvard Munch, L'assassino, 1910, Munch museet - Oslo


Sono tante le donne che continuano a morire e nulla cambia per la loro difesa.

Inserisco volentieri sul mio blog, le bellissime parole di Silvia e il brano di Roberto De Simone che mi ha inviato.

Mia cara Anna,
non manco mai di seguirti attraverso il tuo blog, attraverso il quale ho appreso, con gioia e commozione, della nascita del tuo primo nipotino. Un bimbo fortunato, ad averti come nonna! Così, come fortunata sono io ad averti avuta, come insegnante, un tempo e, come amica, oggi.
Per questo e in occasione della Festività dell'Immacolata Concezione, in risposta al tuo articolo "La violenza sulle donne", desidero condividere con te questo bellissimo brano di Roberto De Simone, qui interpretato e sofferto da Isa Danieli:

http://www.youtube.com/watch?v=0tZL5xhP8eE&sns=fb


DEDICA SEGRETA


Alla sconosciuta che da cinquemila anni sostiene sul suo petto il peso delle bocche di tutti gli imperi del mondo.

A lei, quando le tolsero la corona regale e la deportarono lontano lasciandole il solo nome di Ecuba o di Isabella.

A lei, quando violarono la verginità del suo utero profe-tizzante la follia degli uomini come Cassandra o una qualsiasi donna del Salento perchè posseduta dalle sue stesse catene.

E a lei, sempre negra e schiava...
come un’africana perchè bruciata dal sole dei campi dove il suo sudore ha resuscitato ogni anno il ritorno del grano.

A lei, quando le uccisero il figlio in guerra o sulla croce per soddisfare solo alla gloria del Padre.

Ancora a lei, quando fu rapita dai turchi e venne portata al Serraglio per saziare la libidine del Gran Signore.

Ugualmente a Roma o Parigi dove lo stesso luogo più civilmente era detto “bordello”.

Sempre alla stessa che, nei secoli passati tentava di guarire i suoi mali con le erbe mediche dell’incantesimo.

E allora il Santo Uffizio la bruciò viva per un milione di volte dopo averla torturata con la frattura di tutte le sue ossa.

E sempre a lei, che oggi vive a Casatori di Salerno o in un altro paese contadino, dove come bracciante agricola si leva alle cinque del mattino e si ritira alle sette di sera per il rame di una moneta bucata.

E interrogata sul perchè non si rivolge ai sindacati risponde che non può, altrimenti perde anche l’usura di quel poco metallo già così logorato.

E infine a lei che, costretta a lasciare le campagne, oggi vive a Napoli in via Petrarca o in via Manzoni.

Qui fa la cameriera guadagnando i soli cocci delle sue lunghe giornate.

Talvolta la figlia della sua signora, travestita da rivoluzionaria le dice:- Maria, puliscimi le scarpe.-

E lei ubbidisce perchè l’altra non sa che da sempre e solo lei è la Madonna.



Un abbraccio infinito,
Silvia

Un grazie di cuore,
Anna






sabato 24 novembre 2012

La violenza sulle donne





Morte di Hipazia
Hipazia d’Alessandria ( Alessandria d’Egitto, 355/370-415),
matematica, astronoma e filosofa.

La violenza sulle donne è figlia del pregiudizio.


Le donne sono vittime di una cultura arcaica per la quale in passato, sono state accusate di fatti atroci e sottoposte a violenze inaudite. Basti pensare alla storia di Hipazia d’Alessandria, filosofa e scienziata del IV-V secolo d. C., fatta a pezzi, perché troppo colta, da uomini fanatici, forse monaci detti “paraboloni”, offesi e umiliati dalla sua cultura e dal potere che esercitava sulle folle, sperando di riscattare nell’orrore il proprio onore. Molte donne nell’antichità sono state esposte a violenze per aver coltivato la passione per lo studio. Ancora oggi persiste la violenza contro le donne che fanno della cultura un’arma per l’emancipazione femminile del proprio paese. Ha solo 14 anni, Malala Yousufzai, l’attivista pakistana gravemente ferita alla testa e al collo dai Talebani per il suo impegno nel promuovere l’istruzione femminile nel suo Paese.
La violenza è indice di grettezza mentale, frutto di un pregiudizio endemico.
La donna è stata sempre e in varie forme esclusa e segregata.
Non è facile mutare il volto di una società, maschilista per antonomasia, ma la donna ha lottato e lotta per la parità.
Come definire la violenza contro le donne? Gelosia, vanità, presunzione, intolleranza, timore?. Certo è che il problema è degli uomini arroccati all’idea di possesso.
Nata da una costola di Adamo (come si dice), la donna è considerata subalterna all’uomo. Ha forse un’anima? È forse uno dei pilastri della società?. Con tutti i mezzi è stata demolita la sua immagine, dimenticando che fu il grembo di una giovane donna ad accogliere il Redentore.
La donna è stata definita: tentatrice, demonio, strega e quant’altro di negativo si possa immaginare non considerando che la società è stata matriarcale. La donna è stata ritenuta nelle società antiche ( e non solo) sottomessa all’uomo ed è prevalsa l’ immagine della donna-Penelope, simbolo di fedeltà, di onestà, di moglie, di madre e di angelo del focolare, termine che appagava il gusto maschile di segregazione, di controllo e di comodo. Ma la donna ha lottato con coraggio anche a costo della vita, pur di liberarsi di questo clichè.
L’educazione un tempo si basava sulla netta distinzione tra maschi e femmine e a scuola si insegnavano le attività domestiche separando così ruoli e funzioni. In caso di indigenza era sempre la donna a essere sacrificata. La donna sposata passava dal dominio paterno all’arbitrio del marito ed era esposta senza difesa a ogni sorta di violenza. Erano sempre gli altri a decidere della sua sorte e in caso di trasgressione era punita con la morte; Dante ce ne offre alcuni esempi.
In seguito  l’educazione della donna è mutata; è riuscita ad accedere allo studio, a ottenere il diritto di voto, a raggiungere ruoli sociali ma il pregiudizio permane ed è ancora esposta a ogni sorta di violenza, una condizione che ci induce a riflettere sul concetto di società evoluta per cui una società non può definirsi tale se non tratta tutti i suoi membri in modo paritario e se rende le donne ancora vittime.
Molte sono le iniziative a carattere socio-politico e culturale a tutela delle donne esposte a forme di violenza inaudita che si consuma essenzialmente tra le mura domestiche. Le leggi e i centri di assistenza aiutano e invogliano le donne a denunciare gli aggressori, a superare la paura della ritorsione ma la diffidenza permane ed è ancora limitato il numero delle donne che denunciano. È chiaro tuttavia che il problema è dell’uomo per il quale l’uso della violenza in tutte le sfere sociali è un sistema di difesa e di controllo. La violenza sia fisica che psicologica e verbale tende a intimorire, a sottomettere, ad annientare, a indebolire la mente e la volontà della donna fino a non avere opinioni, emozioni, possibilità di reazione.
Il problema, segno di un degrado che si acuisce chiama in causa l’intera società. Si parla di un aumento di donne violentate e uccise e se si pensa a quelle oscure ci si rende conto di quanto sia grave il problema che richiede un impegno comune. La donna non deve essere lasciata sola in questa battaglia. Gli interventi politici devono essere sempre più mirati, continui e sistematici. Per poter lottare la donna deve recuperare essenzialmente la stima verso sé stessa e l’orgoglio di essere donna.
Una società potrà evolversi, solo quando sarà l’uomo ad emanciparsi fino a riconoscere alle donne diritti paritari ma essenzialmente a rispettarle.


 

Hipazia d'Alessandria

Contro la violenza, l’educazione.


Avevamo lavorato bene con i nostri ragazzi a scuola, perchè mutasse la visione di un mondo in cui la supremazia spettasse al maschio ma la perdita di valori di questi ultimi anni ha vanificato ogni sforzo e l’immagine della donna oggetto ha preso il sopravvento, azzerando la parola rispetto. Spetta alla donna recuperare il ruolo che le compete e per il quale un tempo ha lottato. Ma per farlo ha bisogno del sostegno dell’intera società attraverso un processo di formazione didattico-educativo.
È la scuola la sede in cui bisogna affrontare il problema della violenza contro le donne fin da piccoli con l’ascolto, con la creatività, con il gioco ma essenzialmente attraverso la conoscenza di donne che hanno segnato pagine importanti della nostra storia. Non è facile scardinare i pregiudizi ma si può attraverso un insegnamento che privilegi in tutte le discipline figure femminili e maschili in modo paritario.
Manca nella scuola una cultura al femminile. Sono pochissimi i nomi di donne presenti nei percorsi didattici che hanno operato in vari campi dello scibile e che sono morte per una causa, un’ideologia o per il proprio pensiero. L’istruzione è lo strumento essenziale per conoscere, confrontarsi, educare ed educarsi; solo se si insegna agli studenti fin da piccoli che la violenza contro le donne è un comportamento da condannare, potremo affrontare il problema alla radice e tentarne una soluzione.
È la comunicazione la base dell’educazione, il mezzo più idoneo per conoscere e abbattere il pregiudizio.
La violenza contro le donne mina le fondamenta della nostra società che ama definirsi in progress. Molte sono le iniziative a livello socio-politico per combatterla, tuttavia essa è in aumento. Il problema non è né semplice né immediato nella soluzione e si deve affrontarlo associando alla scuola la famiglia, perché è in famiglia che si consumano le peggiori violenze di cui i figli sono testimoni. I bambini seguono i modelli con i quali convivono e ne ripetono i gesti: i maschi con la violenza iterata, le femmine subendola. La violenza genera violenza ed è questo l’aspetto più raccapricciante del problema. Siamo sempre noi adulti a ledere i canoni dell’educazione offrendo di noi un’immagine negativa. Il problema non riguarda solo le classi meno abbienti che vivono una condizione di precarietà ma tutti i ceti a dimostrazione di quanto la violenza sia insita nel vivere quotidiano. Accanto a forme di tutela di ordine socio-politico è necessario che la cultura svolga il suo compito e che attraverso l’uso di strumenti educativi e l’attivazione di strategie mirate insegni che il ruolo che la donna ha avuto nella società, è stato fondamentale in ogni tempo e ne riscatti la dignità. È necessario pertanto che nomi femminili siano molto presenti in tutti i linguaggi della comunicazione ed essenzialmente nei libri, in modo tale da abituare i ragazzi, fin da piccoli a conoscere, a pensare e a parlare al maschile e al femminile.
Il tempo più proficuo a scuola è quello dedicato all’educazione alla convivenza, che assicuri a tutti i membri della società, dignità e rispetto, componenti essenziali perchè una società si evolva.
La violenza sulle donne è segno di grave inciviltà che deve spingerci a riflettere affinché i nostri figli non subiscano le nostre negligenze e non ripetano i nostri errori; è questa una nostra responsabilità.
Solo l’istruzione può aprire le menti alla riflessione e abbattere l’oscurità. È tra i banchi che si educa e si legittimano principi e regole. I soldi investiti in cultura sono i più fruttuosi perché la formazione pone le basi del vivere civile.
Di fronte alla violenza, sembriamo foglie sparse su un terreno arido portate come automi lontano dalla vita al primo soffio di vento, fragili nella volontà, privi di quel pensiero, di quella volontà che ci consente di compararci e di contrapporci. Ma noi non siamo foglie, siamo realtà pensanti. Noi possiamo, noi dobbiamo agire.
La colpa di quanto sta accadendo sta in tutti noi che abbiamo perso i parametri del vivere civile in un mondo in cui la corsa all’avere è sproporzionata all’essere.
Forse incautamente abbiamo allontanato da noi la fonte di ogni conoscenza, il libro, la parola, il sentimento, deviati nelle nostre scelte da miraggi inconsistenti.
Nella lotta alla violenza sulle donne, dobbiamo riscoprire la nostra identità di persone nutrite di forza e di coraggio, capaci di dialogare e di superare lo stato di ferinità che ci attanaglia. Il cammino della donna per rivendicare il rispetto che le è dovuto di diritto è molto arduo e lo sarà fino a quando l’uomo non si emanciperà e comprenderà che la parità è un diritto di natura dato che gli esseri pur diversi fisiologicamente, hanno gli stessi diritti e meritano lo stesso rispetto.
Perché si superi questa differenza radicata è necessario applicare la pars destruens e la pars costruens dove la demolizione riguarda le differenze e i pregiudizi maturati nel tempo e la ricostruzione la nascita di un mondo in cui tutti hanno diritto di esistere con pari dignità.
Il rispetto reciproco si insegna da piccoli ed è questa semplice parola che ci rende civili perché riscatta la dignità altrui e la propria onestà.

Anna Lanzetta
Responsabile Sezione Didattica
Associazione Culturale MultiMedia91

domenica 18 novembre 2012

E una colomba volò sul tuo seno





Nel tempo infinito della vita


Improvviso sei arrivato
Profumato di utero
Con dentro il tuo battito
Il ritmo materno
Del suo cuore, del loro amore.

Suggello di unione eterna
Membrana indissolubile
Sigillo alla continuità
Dell’essere che rinnova unito
Il mistero della vita
Intrisa di latente religiosità.

Come colomba bianca vestita di purezza
Ti sei posato sul suo giovane seno
Coperto dalla mano paterna
dolce
in un silenzio immune da parole.


a Pietro il mio primo nipotino,
a Martina, a Giovanni
martedì 13 novembre 2012, h 20.15

Anna Lanzetta







mercoledì 14 novembre 2012

L’incanto dell’arte nella sacralità del Battistero di San Giovanni





Crocifisso di Filippo Brunelleschi

L’arte incornicia il Sacro nel Battistero di San Giovanni a Firenze con l’ostensione di tre crocifissi lignei quattrocenteschi di Donatello, Filippo Brunelleschi e di Michelangelo, provenienti rispettivamente dalle basiliche fiorentine di Santa Croce, Santa Maria Novella e Santo Spirito.



Crocifisso di Michelangelo

Si resta col respiro sospeso di fronte alla bellezza dei tre Crocifissi che sembrano posti come interrogativi e risposte per il visitatore, accostati insieme sotto il mosaico medievale del Battistero, raffigurante Cristo Pantocratore.



Crocifisso di Donatello

Sono i giganti dell’arte, dell’espressione portata agli estremi, della magnificenza di quel genio che tanta gloria diede a Firenze, e che a distanza di secoli appare intatta nel suo messaggio umano e cristiano. Donatello, Michelangelo e Brunelleschi sono l’espressione del momento aureo dell’arte. L’uno complementare all’altro, tre linguaggi che risuonano all’unisono e raccontano il sacrificio della Croce,  posti lì a monito dell’uomo a ricordargli realtà e verità.

L’ostensione è stata allestita dal venerdì 2 a domenica 11 novembre in occasione di Florence 2012, la Biennale Internazionale dei Beni culturali e Ambientali.

Anna Lanzetta

Responsabile della sezione didattica
Associazione Culturale MuliMedia91

sabato 3 novembre 2012


Quando l’infanzia ci chiede “Amore”




Ci eravamo illusi di essere una società in progress ma considerata la condizione che l’infanzia vive nel nostro paese, ne siamo ben lontani.
Avevamo superato un tempo lo stato animalesco, perché pensavamo di agire col cuore verso i più deboli, i più bisognosi, verso l’infanzia ma gli animali ci superano in amore.
Una società senza fondamenta basate sull’ “amore” non può dirsi civile, non è tale chi non rispetta i diritti dell’infanzia al di là delle leggi e del colore.
Non passa giorno senza che l’infanzia venga offesa nella propria dignità, segno di un degrado sociale che ormai non ha argini. I bambini sono vittime della nostra follia. Fino a quando dovranno pagare, prima che ognuno di noi si accorga del rischio che la stessa società sta correndo, inquinando le proprie radici?. Quale mondo possiamo immaginare quando la violenza si abbatte sui minori a dismisura e in qualsiasi forma?. Quale evoluzione possiamo sperare quando si nega ai bimbi di sedersi a mensa, quando vengono pubblicamente contesi, quando si impedisce ai più sfortunati di vivere l’esperienza della vita con i propri coetanei e si condannano alla segregazione?. Quale modello di società stiamo offrendo a questi bambini? E quali ripercussioni avranno sulla loro crescita e sulla società che noi stessi componiamo?.

Elena aveva solo 14 anni, quando in un’ esperienza didattica di scrittura creativa, riscrisse il racconto di Pinocchio:

Storia di un burattino che

non diventa bambino

Pinocchio era un burattino molto particolare.
Agli occhi degli altri era solo un pezzo di legno, ma in realtà era birichino e capriccioso, proprio come un bambino vero. Pinocchio era molto fiero di questo, perché il suo sogno era proprio quello di trasformarsi in un bambino in carne ed ossa a tutti gli effetti.
Fin da quando Geppetto lo aveva costruito, si era ripromesso di fare il buono, perché la Fata Turchina, suo angelo custode; gli aveva detto che se si fosse comportato bene avrebbe realizzato il suo desiderio.
Dobbiamo considerare che per il povero burattino fu molto difficoltoso mantenere la sua promessa, ma pur di riuscirci, s’impegnò moltissimo. Pensate che una volta, piuttosto che andare a divertirsi con gli amici, preferì recarsi a scuola per amor della cultura, o forse, ( ma fa lo stesso) per amore delle caramelle, dato che il giorno prima, la maestra aveva promesso ai suoi cari alunni che avrebbe dato due dolcetti per ogni compito assegnato a casa, svolto correttamente.
Purtroppo, data la sua indole, non sempre Pinocchio riuscì ad essere così giudizioso e una volta, scappò di casa per una settimana, per alloggiare nel paese dei balocchi.
Laggiù si divertì un sacco, ma una mattina gli spuntarono le orecchie d’asino, perché ormai non sapeva più né leggere né scrivere. Sconsolato incominciò a piangere a dirotto e faceva una gran pena a vederlo!
Come sempre corse in suo aiuto la Fata Turchina che lo riportò a casa e, per farlo guarire del tutto, decise di iscriverlo alle scuole serali. Che punizione! Pinocchio però, con grande meraviglia di tutti, si comportò proprio come un bravo bambino, perché voleva realizzare a tutti i costi il suo sogno, ma la sorpresa che ebbe, proprio quando stava per raggiungere la sua meta, fu sbalorditiva.
Difatti le cose non andarono bene e il burattino non divenne mai un bambino a tutti gli effetti.
Eh sì, fu proprio così! E sapete perché? La Fata Turchina non può niente contro le decisioni dell’uomo, in un mondo in cui i sogni dei bambini e i giochi di fantasia stanno sparendo a causa della sete di soldi e di potere dell’uomo; neanche un povero burattino può sorridere soddisfatto ai propri desideri!
La Fatina gli ha regalato la vita, ma la bontà innocente di un pargolo non è sufficiente a realizzare i suoi sogni.
Dalla finestra Pinocchio guarda tutto ciò che lo circonda: palazzi, case, pochissimi spazi verdi, mille e mille costruzioni in atto e per la prima volta capisce la realtà: con tristezza e rassegnazione sospira e con gli occhi rivolti al cielo, sogna mondi impossibili, mentre una piccola lacrima scorre sul suo viso inanimato. ( racconto di Elena Mancuso)

Allora il racconto mi sorprese e mi rattristò molto. Mi convinsi poi che i ragazzi vedono la verità più di noi adulti. Pinocchio sceglie di restare burattino perché vede che i bambini soffrono molto e lui ha paura della violenza e del nostro egoismo. Era implicita nelle parole di Elena la paura verso noi adulti che pensiamo solo a noi stessi. Pinocchio resta solo e piange. Egli rappresenta l’infanzia di tutto il mondo che piange per la nostra stoltezza e che tra le lacrime ci chiede un mondo migliore, ci chiede di ascoltare il nostro cuore.

Anna Lanzetta
responsabile della sezione didattica
Associazione Culturale MultiMedia91






lunedì 29 ottobre 2012

Il lavoro duro e oscuro dell’insegnante





La scuola nell’antica Roma


Non so quando si capirà nè chi avrà la lungimiranza di capire che il lavoro dell’insegnante supera e di gran lunga le 18 ore settimanali. Chi dice che devono essere aumentate non conosce affatto come è strutturato il lavoro di un insegnante, le cui 18 ore sono soltanto l’ultimo atto di un processo che lo vede prima artefice di ricerche, di aggiornamento, di approfondimento e di una lunga preparazione. E questo solo per citare una parte di quel lavoro che nessuno conosce. La vera scuola è quella che si vive prima da soli e poi nella realtà quotidiana dell'aula, dove tutti vogliono mettere mano senza rendersi conto che chi non la vive non la può gestire. Duro e oscuro è il lavoro di chi insegna con il cuore, con quel sentimento che senti nascerti dentro ogni mattina quando varchi la soglia di quella scuola dove sei stato destinato e il loro sorriso e le loro attese ti fanno dimenticare che ti pagano poco, che non hai il necessario per “nutrirli” di cultura, che sei da sempre maltrattato; consapevole però che il tuo è il lavoro più bello, perché è il supporto fondamentale di una società che purtroppo dimostra di non comprenderne il senso né di capire il perché di tanti sacrifici, di tante ore che ogni insegnante, per deontologia, dedica alla ricerca personale per individuare le metodologie idonee a raggiungere gli obiettivi prefissati: un insegnamento differenziato. Grande è il contributo che dà l'insegnante per la crescita culturale ma non si sente ripagato perchè nulla si muove in termini economici e di stabilità, perchè si guarda solo all’esteriorità del suo lavoro e non si pensa al domani di chi da troppi anni attende in un eterno precariato e non vede uno spiraglio di luce, di chi non può gestire il proprio futuro, di chi sopporta stipendi inadeguati, di chi si affanna per recuperarne quanti ne può di quei visi che lo guardano speranzosi; molti saranno selezionati perché sono molti specialmente nelle prime classi delle superiori e l’autoselezione, l’abbandono e il disagio sono già un fallimento irreparabile.

Perché non sanare prima queste problematiche annose che dimostrano il livello di scarsa considerazione in cui è tenuta la scuola? Perché non dare la dovuta dignità all’insegnante? Quando si capirà che il futuro di un paese è nella scuola?


Anna Lanzetta,
responsabile della Sezione Didattica Associazione Culturale MULTIMEDIA 91

venerdì 12 ottobre 2012

Il figlio conteso






“I bambini ci guardano”, è questo il titolo di un film in cui chiara era la condizione di disagio dell’infanzia. Quelle immagini indelebili nei nostri occhi sembravano appartenere a un altro tempo.

Purtroppo nulla è cambiato e nonostante gli sforzi per migliorarne la condizione, permane lo stato di disagio in cui vive l’infanzia vuoi per la società disattenta ai suoi bisogni, vuoi per la scuola impossibilitata a sopperire alle sue necessità, vuoi per la famiglia, che per cause varie e negligenza non dà ciò che i ragazzi chiedono: amore, affetto, rispetto.

Il caso del ragazzo conteso dai genitori in provincia di Padova, ripropone l’annoso problema dell’infanzia violata. L’aspetto più grave è che la violenza, ultimo atto della contesa tra i genitori è avvenuta in maniera plateale, basta vedere il video, senza che nessuno ne considerasse minimamente le conseguenze a livello fisico e psicologico. È raccapricciante vedere il modo in cui il ragazzo viene portato via, e ancora più grave perché il fatto avviene davanti alla scuola, alla presenza di altri bambini e ragazzi. Non vogliamo indagare, né ci compete, ma smuove il nostro sentimento la condizione vissuta dal ragazzo e ci colpisce a livello educativo, la sua età. A dieci anni l’età si evolve, inizia quel cambiamento fisico e psicologico che apre un nuovo percorso di vita, in cui l’adulto diventa il modello fondamentale. Ma quale visione della vita attende questo ragazzo che si sentirà diverso dagli altri coetanei per ciò che da anni vive, una situazione familiare nella quale è coinvolto non per altre colpe se non per esservi nato. Un ragazzo tradito e offeso nella sua dignità da quanti sono stati coinvolti nella vicenda. E l’intelligenza dei genitori? E il rispetto verso il proprio figlio?. Affidiamo quanti hanno partecipato a questa azione al tribunale della propria coscienza.

Il dissenso è unanime. L’aspetto più sconcertante della vicenda, al di là di ogni giudizio, è quello di aver considerato il ragazzo come “oggetto” a fronte di ogni sistema educativo. L’adulto è colpevole senza possibilità di appello. In una società che si stenta a rattoppare, noi adulti perseveriamo nell’egoismo. Tanti bambini maltrattati dentro e fuori del nostro territorio non ci insegnano a crescere, a cambiare, a porci di fronte alle nostre responsabilità, a capire che la violenza genera violenza, un sistema di agire molto grave in un mondo già in bilico.


 

Anna Lanzetta




lunedì 8 ottobre 2012

La scodella negata




Kathe Kollwitz (Königsberg, 1867- Moritzburg, 1945)


Già in un mio precedente articolo pubblicato sulla rivista Tellusfolio.it, meravigliata e offesa, esprimevo il mio più profondo disappunto verso una decisione che stentavo a leggere e a comprendere. Si trattava allora del sindaco di Adro che aveva vietato l’accesso alla mensa ai bambini, i cui genitori risultavano insolventi. Suppongo che il seguito sia noto a tutti e per fortuna benefattori ce ne sono a risollevare le sorti degli indigenti anche se poi ricevono atteggiamenti ostili. Allora dissi che il sole di Adro non brillava perché il sole, simbolo di vita, non può illuminare chi è privo di lungimiranza sociale e agisce contro l’infanzia che ha indifferentemente come colore: il bianco puro dell’innocenza.
Pensavo che nulla di così vergognoso si sarebbe più ripetuto ma ecco che si affaccia a turbare i nostri sogni il sindaco di Vigevano che in maniera ancora più eclatante vieta la mensa ai bambini perché i genitori , per mancanza di risorse, non hanno provveduto al pagamento.  
L’azione in questo momento di crisi di valori che investe l’Italia è ancora più grave, perché nega il principio di solidarietà.
In un’Italia, in cui la corruzione dilaga a dismisura e ci copre tutti di vergogna, c’è qualcuno che nega ai bambini di sedersi a mensa, incurante delle famiglie, degli insegnanti, preoccupato di ritagliare uno spazio per chi dovrà, e se potrà, mangiare un panino, col pericolo che se la porta di accesso alla mensa sarà semiaperta guarderà chi mangerà un pasto diverso dal suo e vedrà un paese diviso irrimediabilmente tra chi ha e chi non ha. Certamente sfuggono a chi opera in tal senso i principi dell’istruzione e dell’educazione alla convivenza.

Tutto questo a scuola, tempio della formazione!.

Con tali premesse, quale domani possiamo sperare perché la società sia più equa e più giusta? Quale rinascita per il nostro paese affidato un giorno alle nuove generazioni? Quale coscienza del vivere civile? A quale morale appellarci?.
Spero che forte si levi il grido di disappunto e che forte risuoni il “NO” di tutti noi indistintamente.
Se in un’Italia del più bieco consumismo, gestita da scialacquatori senza scrupoli, qualcuno pensa di salvaguardare i conti  in questo modo, abbiamo toccato veramente il fondo di una società dove a pagare sono sempre i più deboli e specialmente i bambini.
Nessuna giustificazione è accettabile perché ci sono sempre rimedi alternativi,  se c’è la volontà di cercarli e di applicarli.

Queste azioni, indice di negligenza e di irrazionalità, prive di quel senso di umanità e di rispetto, che tanto si declama ma che non tutti applicano non aiutano la risalita di un paese profondamente in crisi. Esse risultano degradanti per chi le mette in atto e per chi le subisce, e invitano tutti noi a dire “NO” per la difesa della dignità di ogni individuo e dell’infanzia in particolare.


Per l'articolo menzionato, vedi: TellusFolio > Scuola > Notizie e commenti
Anna Lanzetta. Il “sole” è vita, ma non il “sole di Adro”
14 Ottobre 2010

domenica 30 settembre 2012

L’Italia della truffa e della menzogna





George Grosz, I pilastri della società, 1926, Neue Nationalgalerie, Berlino


Tanti anni di diseducazione sia al rispetto proprio che a quello degli altri stanno dando frutti generosi di ruberie. La lista aumenta a dismisura e sono tanti coloro che credono alla liceità di rubare, di rubare tanto, per soddisfare la propria ingordigia all’avere dimentichi ormai del proprio essere.
In un momento di grande malessere e di profondo disagio socio-politico ed economico, saltano all’occhio gaudenti coloro che, gozzovigliando a nostre spese, vivono un menefreghismo che ancora una volta danneggia il paese perché lo fregia in toto di immoralità.
Spendi, spandi, prendi, dividi e chi può gode in un’Italia che arranca tra catastrofi immani, tagli e perdita di lavoro a dismisura.
Ma dove erano i papabili al controllo? Come è stato possibile arrivare a un degrado che offende, lacera e divide il paese tra chi ha troppo e chi non ha nulla? Quale ideologia possiamo ancora difendere di fronte a un tradimento che coinvolge tutti senza alcuna distinzione?.
Abbiamo inaugurato il nuovo anno scolastico con tante promesse ma anche con mille problemi. Risulta improprio parlare ai ragazzi di “legalità” e di “onestà” quando dilaga il malaffare e gli approfittatori godono a fronte di una realtà scolastica dove manca l’essenziale.
Il numero sparuto di coloro che si salvano è insufficiente a riaccendere la speranza di un rinnovamento.
A memoria non c’è stato un periodo di ruberie peggiore di quello che in questo momento copre il paese di vergogna e crea risentimento. Dove hanno sepolto la propria coscienza, questi “esseri” che gozzovigliano, indifferenti ai bisogni del paese che arranca nella risalita, mentre si chiedono sacrifici, si moltiplicano i gesti esasperati di chi non ce la fa e aumentano le proteste di chi chiede solo lavoro e dignità?. Dove è finita la loro coscienza rosa da topi che ne rifiutano persino il lezzo?.
Dove sono coloro che dovevano vigilare e che dicono di non sapere?. Cosa dobbiamo ancora aspettarci da “individui” senza scrupoli che frodano in mille modi, non sazi dei loro già lauti guadagni? La frode riguarda cifre ingenti che da sole basterebbero a risollevare situazioni di precarietà e di grave indigenza.
Non può proclamarsi vergine chi opera nel malaffare né aspettarsi il nostro consenso. È necessario spazzare via ( e senza possibilità di ritorno) tutti coloro che si sono mostrati indegni del proprio ruolo, di qualsiasi appartenenza essi siano.
Il Paese ha bisogno di essere governato da uomini integri, meritevoli della nostra fiducia e di leggi adeguate per porre fine a questi scandali, specchio di un malcostume che ha annebbiato intelligenza e ragione.

Il Paese ha bisogno di respirare!.
È tempo di provvedere a un cambiamento capace di coniugare il passato carico di memoria storica con un presente fervido e propositivo. Una convivenza capace di rieducare al vivere civile e morale e al senso del “rispetto”; di riaccendere gli entusiasmi e di creare un rapporto corale tra individuo e politica in cui il confronto sia elemento di crescita per il  Paese e di credibilità.
È tempo di superare con volontà questo periodo di stasi e di confusione, chiudendo fuori l’ arroganza e di riappropriarci della nostra identità per non doverci mai più vergognare di questi tempi bui.
Dobbiamo agire in fretta, in nome della responsabilità che abbiamo verso noi stessi, verso i nostri giovani troppo e troppe volte esclusi da un sistema nel quale chiedono di essere attivi e partecipi, verso i nostri ragazzi che attendono la nostra serietà per la propria dignità. E ancora una volta affidiamo il compito all’educazione e alla formazione.



sabato 29 settembre 2012

Tesori in Ciociaria: l’Abbazia di Fossanova




L’ abbazia di Fossanova, si trova a due Km dal comune di Priverno, in provincia di Latina.


Nata da un convento benedettino del VI sec., divenne cistercense nel 1135.
Archetipo dello stile gotico cistercense in Italia, secondo alcuni studiosi sarebbe la prima costruzione italiana in stile cistercense. Andrè Chastel precisava: “…queste forme borgognone, di una estrema semplicità che mette in rilievo la struttura e la geometria delle masse, erano per l’Italia una grande novità…”.
La costruzione della chiesa, che è dedicata alla Vergine e a S. Stefano, fu iniziata nel 1187 e l’altare fu consacrato   nel 1208  da Innocenzo III.
Ebbe subito una grande importanza e in essa visse e morì nel 1274  San Tommaso d’Aquino.  



Sull’architrave si può ammirare un mosaico in stile cosmatesco.




L’interno della chiesa è nudo per consentire il raccoglimento dei fedeli e la luce del sole filtra attraverso le vetrate monocrome e non figurative. Bellissimi i capitelli.
.


Sono tuttavia visibili tracce di affreschi del Trecento.



Sala Capitolare, luogo di dispute teologiche e dove i monaci si riunivano per eleggere l’Abate.



Cuore dell’ Abbazia è il chiostro, costruito in stile gotico e romanico tra il 1280 e il 1300.



Particolare del chiostro, bellissimo con la varietà delle colonnine e dei capitelli. 
Vedere per credere

Foto  di Ale



sabato 22 settembre 2012

Tesori d'Abruzzo





Abbazia di San Giovanni in Venere-Fossacesia (Ch), gioiello d’arte romanica.


Il nucleo originale dell’abbazia risale probabilmente al VI secolo, con la costruzione di un oratorio dedicato a San Giovanni Battista.
L’esterno dell’abbazia risale nel complesso a circa un secolo dopo rispetto agli ambienti interni.





Il portale che si apre sulla facciata principale, voluto dall’abate Rainaldo tra il 1225 e il 1230, è decorato con bassorilievi che raffigurano alcuni episodi della vita di San Giovanni.




Il Portale, detto della luna, raffigura nella lunetta Gesù seduto tra la Vergine e San Giovanni Battista.





Ai lati del portale sono raffigurate scene tratte dai testi sacri: sul lato sinistro del portale gli ebrei chiedono a Giovanni chi sia ed egli risponde “una voce che grida nel deserto”, sotto è rappresentata la visita di Maria ad Elisabetta e più giù Daniele all’interno della fossa dei leoni.





Sul lato destro del portale è raffigurata la circoncisione di San Giovanni, l’angelo che  predice a Zaccaria la nascita di un figlio che chiamerà Giovanni e di nuovo Daniele nella fossa dei leoni.



Cristo in trono tra Santi

Lateralmente al presbiterio, due scale conducono agli ambienti della cripta che custodiscono splendidi affreschi attribuiti a Luca Pollastro da Lanciano.




Il chiostro risale ai tempi di Oderisio. Dopo numerosi rimaneggiamenti, delle antiche colonne, restano solo otto esemplari.

Per godere di tanta bellezza e più, bisogna visitare l'intero complesso

Anna Lanzetta

martedì 18 settembre 2012

Viaggiando in Italia: la costa dei trabocchi in terra d’Abruzzo





In provincia di Chieti, il tratto di costa che si estende da Ortona a San Salvo premde il nome di “Costa dei Trabocchi”, da trabocco, antica e tipica costruzione marinara.


 


I trabocchi sono macchine da pesca, issate su palafitte e sorrette da cavi e sassi.  Ciò che stupisce è il complesso gioco di fili, corde e pali che si intrecciano tra loro, simili a “ragni colossali” come li definì Gabriele D’Annunzio.

I trabocchi sorgono quasi sempre lungo le sporgenze della costa. I traboccanti usano per pescare ampie reti che vengono calate a mare con un argano girevole fissato nel centro della piattaforma.


Si dice che la costruzione dei trabocchi risalga all’VIII sec. d. C. quando i contadini e i pastori pensarono di poter integrare con la pesca il loro magro raccolto.



 


I trabocchi sono parte del patrimonio culturale e ambientale dell’Abruzzo, vere opere d’arte da trasmettere ai posteri come memoria storica.


Anna Lanzetta

Foto di Ale



lunedì 3 settembre 2012

Parlando di Archeologia: Il guerriero di Capestrano



Di ritorno dalle vacanze, vorrei proporre le immagini più belle che ho portato via con me dai luoghi che ho visitato e invito tutti i lettori  ad aggiungerne altre e specialmente i ragazzi, perché conoscere significa amare.





Alto 2,09 m, possente e maestoso, il “guerriero di Capestrano”, il più antico ritrovamento in Abruzzo, conservato a Chieti, nel Museo archeologico nazionale d’Abruzzo, domina lo spazio in cui è inserito e trasmette al visitatore stupore e meraviglia.


La scultura in pietra e marmo del VI secolo a. C. rinvenuta nel 1934 in una necropoli dell’antica città di Aufinum (Ofena), località a nord-est di Capestrano (AQ), raffigura un guerriero dell’antico popolo italico dei Piceni, divenuto per la sua bellezza, il simbolo più rappresentativo della Regione Abruzzo.

 


Molta cura è stata posta dall’artista nel raffigurare i dettagli e in particolare le armi, forse per evidenziare l’importanza e il rango sociale di appartenenza del personaggio, la cui identità non è del tutto definita. L’ampio cappello, simile a un sombrero, la maschera che gli copre il volto e un’incisione epigrafica tuttora oscura lo circondano di un mistero che affascina archeologi, storici dell’arte e linguisti. L’iscrizione è attribuita a una lingua di tipo osco-umbro arcaico, “MA KUPRI KORAM OPSUT ANANIS RAKI NEVII”, il cui significato potrebbe essere, secondo Fulvio Giustizia: “ ME BELLA IMMAGINE FECE ANINIS PER IL RE NEVIO POMPULEDIO”.

Il torso è protetto da dischi metallici retti da corregge e il ventre da un riparo, in cuoio o in lamina metallica, sorretto da un cinturone. Le gambe recano degli schinieri e i piedi calzano dei sandali. Il guerriero porta appesi davanti al petto una spada, con elsa e fodero decorati e un pugnale. Nella destra regge forse un'insegna di comando o una piccola ascia. Gli ornamenti sono costituiti da una collana rigida con pendaglio e da bracciali sugli avambracci. Forse si tratta di un esponente dell’aristocrazia del suo tempo. Tracce di colore rosso lasciano intuire la sua originaria tipologia, completata dal colore.


 


"Nel settembre del 1934, ancora una volta il caso rese alla scienza archeologica un segnalato servigio: una statua virile, grande al vero, in pietra calcarea di cava locale, appariva allo scasso, che un misero proprietario di meno che mezzo migliaio di metri quadrati di terreno andava facendo per metterlo a vigna nella valle del Tirino, fra le tre portentose sorgenti di questo nell'altopiano di Capestrano in provincia dell'Aquila sul versante adriatico del Gran Sasso".

Così l’archeologo Giuseppe Moretti, della soprintendenza delle antichità di Roma, inizia la relazione dello scavo di una parte della necropoli subito dopo il ritrovamento della statua del Guerriero di Capestrano, e così finisce "Non si tratta di quella figura generica di guerriero Italico ripetuta all'infinito ma di una figura che come ha il carattere eroico è quasi soprannaturale, nella sua nudità, così ha accolto ed espresse tutte le reali qualità di un guerriero di razza e non di un Guerriero Italico ma in sublimata immagine" IL GUERRIERO ITALICO". La statua fu rinvenuta da Michele Castagna in località "Cinericcio,", da cenere quasi ad indicare un luogo di sepoltura.

Foto di Ale

Anna Lanzetta

domenica 5 agosto 2012




Una camelia dal mio terrazzo


Auguro un’estate serena e tranquilla a chi è in vacanza o al mare o in montagna o in città a ritagliarsi un angolo di "arte"o di "natura", a chi è rimasto a casa a godersi un buon libro o a soffermarsi sul mio blog.



Un tenero abbraccio a tutti, insieme in compagnia, come amici che la parola lega.


Anna

Foto di Ale



giovedì 12 luglio 2012





Rossana ci regala  le sue creazioni che riempiono di luce e di colore questa torrida estate e donano a queste pagine una nota di bellezza e di gentilezza.

A Rossana il nostro augurio di diventare sempre più brava e di stupirci ancora.

 


Grazie per le foto

Anna Lanzetta

mercoledì 11 luglio 2012





 
Cara Rossana, nella tua arte sei già bravissima, continua e diventerai una vera professionista della forma e del colore.
 
Grazie per la foto, aspetto la prossima.
 
Anna

 


martedì 26 giugno 2012

Viaggiando in Italia con artisti e letterati: Abruzzo 2





A pochi chilometri dal lago di Scanno, arroccato su uno sperone di montagna sorge un antico borgo medievale in pietra. È Scanno, cosìdetto dalla forma di uno sgabello, una delle principali attrazioni turistiche d’Abruzzo, situato in provincia dell’Aquila, nell’alta Valle del Sagittario tra i Monti Marsicani e i confini del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il fiume Sagittario denominato nell’antichità Flaturnum e Frigidum è citato da D’Annunzio nella tragedia La Fiaccola sotto il moggio ambientata ad Anversa degli Abruzzi.

Il panorama che si gode dal borgo è suggestivo. Cocuzzoli, castelli e cime altissime conferiscono al territorio un aspetto fiabesco.

Molti viaggiatori, visitando il territorio ne sono rimasti affascinati. Interessante è la descrizione che ne fa l’inglese Richard Keppel-Craven (1779-1851), nel volume II, capitolo IX delle Excursions in the Abruzzi and Northern Provinces of Naples (1837): La Valle o piuttosto il borro offre un aspetto singolarmente selvaggio, stupendamente ornato da ciuffi di rampicanti e da fiori che crescono nelle spaccature della roccia.






Basta immergersi tra i vicoli e le strade di questo borgo, annoverato tra i più belli d’Italia, tra archi e portali per goderne appieno l’atmosfera e ammirare gli scorci che catturano ogni scatto fotografico.







La monumentale fontana Saracco (sec. XVI e XVIII ) è composta di due archi. Quello a sinistra (1549) serviva come abbeveratoio per gli aimali; l’altro, di epoca  posteriore,  con i  quattro mascheroni chiamati:  Re,  Regina,  Zoccolante e  Cappuccino ha un piano d’appoggio molto alto per permettere alle donne di collocarsi sul capo più agevolmente le conche, dopo d’averle riempite.





I negozi degli orafi e della manifattura a tombolo fermano il passo di ogni visitatore per le loro preziosità e i palazzi più antichi tracciano del borgo importanti momenti di storia.
Ogni portoncino denota nel decoro un gusto raffinato e qualche donna in abito d’epoca , riporta a un tempo passato mentre l’intestazione delle strade come pure le lapidi ricordano i personaggi illustri come quella posta a memoria di Vincenzo Tanturri (Scanno 1835-1885), il cui apporto nel campo medico fu notevole.




 


La “presentosa” è un gioiello in oro o in metallo placcato oro a forma di stella con intarsi in filigrana, indossato dalle donne nelle occasioni di festa. Al gioiello si è ispirato Gabriele Ciutti per un suo racconto.

 


La chiesa medievale di Santa Maria della Valle o dell’Assunta (XIII sec.) è in stile romanico abruzzese (con pietra locale). L’interno è stato riadattato tra il 1563 e 1567.

Il portone centrale, intagliato, mostra un altorilievo di due teschi per anta, in monito del “memento mori” ai fedeli entranti da queste porte. È di scuola borgognona (XII-XIII secolo) con strombatura ad arco a tutto sesto.

Usciamo da Scanno per incontrare altri luoghi e continuare il racconto.

Anna Lanzetta

 



 

domenica 17 giugno 2012

Viaggiando in Italia con artisti e letterati: Abruzzo 1




La Maiella

Mi è sempre più difficile esprimere con parole le emozioni che improvvise mi nascono dentro e mi fermano il respiro di fronte alla scoperta delle nostre regioni, tale è stato per me il viaggio che ho compiuto in Abruzzo, in quel territorio tra i monti e il mare tra Chieti e Pescara. In questo tratto l’Abruzzo mi si è rivelato come un grande museo all’aperto i cui pezzi più belli sono i paesaggi e le architetture. Nulla in esso passa inosservato. Ogni elemento è storia, è attrazione, è bellezza che ferma il passo per una foto, un ricordo.

L’Abruzzo è un territorio che al riparo dei propri monti, ha conservato intatto il proprio patrimonio fatto di paesaggi incantevoli, monumenti, tradizioni, ambienti naturali e umani; millenni di storia che stupiscono ogni visitatore.

Ignazio Silone scrive: “ Il destino degli uomini nella regione che da circa otto secoli viene chiamata Abruzzo è stato deciso principalmente dalle montagne…gli abruzzesi sono rimasti stretti in una comunità di destino assai singolare, caratterizzata da una tenace fedeltà alle loro forme economiche e sociali anche oltre ogni pratica utilità, il che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto che il fattore costante della loro esistenza è appunto il più primitivo e stabile degli elementi: la natura”.


 

Ignazio Silone

Ed è la Maiella, misteriosa con i suoi eremi  e che ora ammiro da lontano, solcata da  tralci di neve che egli descrive  nella prima parte del libro L’avventura di un povero cristiano: « La Maiella è il Libano di noi abruzzesi. I suoi contrafforti, le sue grotte, i suoi valichi sono carichi di memorie. Negli stessi luoghi dove un tempo, come in una Tebaide, vissero innumerevoli eremiti, in epoca più recente sono stati nascosti centinaia e centinaia di fuorilegge, di prigionieri di guerra evasi, di partigiani, assistiti da gran parte della popolazione »

Ogni territorio appartiene ai suoi figli più illustri e Ignazio Silone è uno di questi. Peudonimo di Secondo Tranquilli, egli nasce a Pescina nel 1900.  Oggi i suoi scritti correlati ai nostri tempi rivelano tutta la loro modernità nella denuncia di problematiche legate all’oppressione e all’ingiustizia sociale o nei riferimenti a scrittori, giganti nel loro pensiero. Su Polikuška di Tolstoj infatti egli scrive: “Sapevo che Tolstoj era celebrato come un grande scrittore, ma non avevo mai letto niente di lui. Cominciato a leggere, andai avanti dimenticando il tempo e l'appetito. Ero turbato e commosso. Mi colpì soprattutto la storia di Polikusc'ka, quel tragico destino di un servo deriso e disprezzato da tutti [...]. Come doveva essere stato buono e coraggioso lo scrittore che aveva saputo ritrarre con tanta sincerità la sofferenza d'un servo. Quella triste lentezza del raccontare mi rivelava una compassione superiore all'ordinaria pietà dell'uomo che si commuove alle disgrazie del prossimo e ne distoglie lo sguardo per non soffrire. Di questa specie, pensavo, dev'essere la compassione divina, la compassione che non sottrae la creatura al dolore, ma non l'abbandona e l'assiste fino alla fine, anche senza mostrarsi. Mi pareva incomprensibile, anzi assurdo, di essere arrivato a conoscenza di una storia come quella soltanto per caso. Perché non veniva letta e commentata nelle scuole?”

Resto affascinata da queste parole e ripenso all’importanza della lettura, della scrittura in un processo educativo, dove i valori sono intesi come cardine della formazione.

Mi era bastato spingere lo sguardo con Silone verso la Marsica, perché leggessi in queste parole quell’Abruzzo fiero e dignitoso che tanto mi affascinava, accanto al lago di Scanno che mi invitava con le sue acque cristalline, davanti a un ragù di agnello indimenticabile.
Un giorno ritornerò per potermi abbeverare ancora alla storia di questa terra.





Il Gran Sasso

 Dirà ancora Silone “Tutto quello che m'è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all'estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui. È una contrada, come il resto d’Abruzzo, povera di storia civile, e di formazione quasi interamente cristiana e medievale. Non ha monumenti degni di nota che chiese e conventi. Per molti secoli non ha avuto altri figli illustri che santi e scalpellini. La condizione dell'esistenza umana vi è sempre stata particolarmente penosa; il dolore vi è sempre stato considerato come la prima delle fatalità naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme più accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l'anarchia. Presso i più sofferenti, sotto la cenere dello scetticismo, non s'è mai spenta l'antica speranza del Regno, l'antica attesa della carità che sostituisca la legge, l'antico sogno di Gioacchino da Fiore, degli Spirituali, dei Celestini.

Sono senza parole mentre leggo!. Era questo il Cristianesimo di Silone, delle genti di Abruzzo. Queste parole segnano l’identità tra storia, letteratura e territorio.

Leggo: Il 13 gennaio del 1915, la Marsica è messa in ginocchio dallo spaventoso terremoto di Avezzano che provoca moltissime vittime e muoiono sotto le macerie numerosi familiari dello scrittore, tra cui la madre.

Ammutolisco e penso!. Nulla cambia col tempo e le catastrofi si ripetono sempre più atroci. Ho reso onore ai morti dell’Aquila. La città transennata mi è apparsa lontana nel tempo, l’ombra di ciò che fu e che forse non ritornerà. Poche sono le speranze degli Aquilani e non solo… piangeva il giovane cameriere-diplomato che mentre mi serviva un ottimo piatto di pesce, pensava di andare al Nord e aveva negli occhi la sua Aquila.



Il lago di Scanno


Scrive Silone al fratello, alcuni mesi dopo il sisma, di ritorno dal seminario di Chieti (dove studiava) al paese natale distrutto: « Ahimè! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le macerie; sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso, età e condizione la gente povera. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre, cerea, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi pare uscisse una voce. Forse l'ombra di nostra madre ora abita quelle macerie inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno. Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto... »

Silone muore a Ginevra nel 1978 e due giorni dopo le sue ceneri vengono trasportate a Pescina per essere poste nella tomba di famiglia e adempiere alla sua richiesta: « Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino, in lontananza. »





Il mio viaggio continua e mentre la bellezza delle Cattedrali appaga ogni mio desiderio di vedere, di sapere, di estasiarmi e di perdermi nella spazialità di San Giovanni in Venere, mi sento emotivamente vicina a quanti hanno conosciuto le disfatte del terremoto, e mi ritrovo, con mia meraviglia a pregare, perché per volontà umana o per cataclisma non si debbano contare mai più tanti morti.

A tutti i ragazzi

A tutti coloro che amano conoscere

Anna Lanzetta

Responsabile Sezione didattica

Associazione Multimedia91

Foto di Ale