lunedì 31 gennaio 2011

Poesia e Pittura, specchio della realtà



Émile Deroy (1820-1846), Ritratto di Charles Baudelaire

La poesia di Baudelaire,  fotografa  col suo climax lo stato di ansia in cui vive un  paese che non può più respirare:
Spleen

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio
Sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni,
E versa abbracciando l'intero giro dell'orizzonte
Una luce diurna più triste della notte;

Quando la terra è trasformata in umida prigione,
Dove come un pipistrello la Speranza
Batte contro i muri con la sua timida ala
Picchiando la testa sui soffitti marcescenti;

Quando la pioggia distendendo le sue immense strisce
Imita le sbarre di un grande carcere
Ed un popolo muto di infami ragni
Tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,

Improvvisamente delle campane sbattono con furia
E lanciano verso il cielo un urlo orrendo
Simili a spiriti vaganti senza patria
Che si mettono a gemere ostinati

E lunghi trasporti funebri senza tamburi, senza bande
Sfilano lentamente nella mia anima vinta; la Speranza
Piange e l'atroce angoscia dispotica
Pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.



Johann Heinrich Füssli, 1741-1825  Le Parche 

Le Parche  di Füssli  rappresentano un possibile  rimedio per dipanare l’ansia e liberare  il respiro.

Le Parche nella mitologia romana presiedono al destino dell’uomo: Cloto fila il tessuto della vita, Lachesi dispensa i destini e ne segna anche la durata e Atropo  taglia il filo della vita al momento stabilito dal Fato.
Interessante è il lavoro coscienzioso di Atropo che al di là della mitologia, potrebbe essere provvidenziale in ogni situazione per alleggerirne la morsa.
Provvidenza pagana, direbbero alcuni ma alla maniera manzoniana, ci piace aggiungere.

Anna Lanzetta




giovedì 27 gennaio 2011

Con Primo Levi, perché nulla si dimentichi



Felix Nussbaum, Autoportrait

La tregua
                            
Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Finchè suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
<>;
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio,
abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
<>;
                    
   11 gennaio 1946


 

Primo Levi

[…] Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: perché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità.
Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione, Auschwitz: un nome privo di significato, allora per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra.
Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia, vedemmo sfilare le alte rupi pallide della val d’Adige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse parola. Mi stava nel cuore il pensiero del ritorno, e crudelmente mi rappresentavo quale avrebbe potuto essere la inumana gioia di quell’altro paesaggio, a portiere aperte, chè nessuno avrebbe desiderato fuggire, e i primi nomi italiani…e mi guardai intorno, e pensai quanti, fra quella povera polvere umana, sarebbero stati toccati dal destino.
Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato.
Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri, coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l’insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine. […]
Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stata per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo l’uno dell’altra.
Ci dicemmo allora, nell’ora della decisione, cose che non si dicono fra i vivi. Ci salutammo, e fu breve, ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura.[…]
Sappiamo anche che non sempre questo pur tenue principio di discriminazione in abili e inabili fu seguito, e che successivamente fu adottato spesso il sistema più semplice di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri.
Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi d Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte.
Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. […]
(da Primo Levi, Il viaggio)



Per non dimenticare

Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
                                                    Primo Levi

Primo Levi (1919-1987) è nato a Torino da famiglia israelitica. Internato nel lager di Auschwitz, riuscì a sopravvivere e rievocò quell’esperienza e il fortunoso ritorno a casa nei suoi libri: Se questo è un uomo (1947) e La Tregua (1963). È morto suicida nel 1987.

Non si possono leggere questi versi, queste parole, queste pagine, senza sentirsi smarrire, senza sentire il bisogno di coprirsi il viso per l’orrore di ciò che è stato e di ciò che potrebbe ripetersi, perché Auschwitz  è ancora in agguato.
La lettura, depositaria della nostra memoria, è un filtro pausativo per sapere, ricordare, confrontarsi  e operare per impedire che simili mostruosità ritornino, perché “il sonno della ragione può ancora generare mostri”. (A. L.)

Anna Lanzetta

mercoledì 26 gennaio 2011

Perché nulla sia dimenticato…c’è un paio di scarpette rosse



C’è un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse
Numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Shulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la Domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.
  
Joyce Salvadori Lussu

Joyce Salvadori (Gioconda Salvadori), più nota con il nome da sposata di Joyce Lussu (Firenze, 8 maggio 1912 – Roma, 4 novembre 1998) è stata una scrittrice, traduttrice e partigiana italiana, medaglia d'argento al valor militare.
-La patria è dove si sta bene, diceva: dove si vive in armonia con i vicini, dove si ritorna volentieri come a casa, ritrovando gli amici. Ma esistere significa anche passare le frontiere e conoscere gli altri, diversi ma simili a noi. "Si ride e si piange tutti nella stessa maniera", soleva dire. L'odio e la violenza nascono dallo sfruttamento, dalla coercizione, dalla rapina del necessario vitale: il cibo, il riposo, l'affettività, il pensiero, la libertà, ugualmente necessari all'uomo e alla donna.
Raccontare era il suo modo di porgere il suo pensiero, perché all'origine di ogni persona e di ogni cosa c'è sempre un racconto.
E noi, continuando il suo pensiero, raccontiamo:



    
Felix Nussbaum (1904-1944).
L'immagine si commenta da sola (A. L.)

Piove e piove.
Sotto la pioggia che cade obliqua, io siedo.
Tamburella sulla mia testa nuda,
cola sulle sopracciglia bruciate,
scorre dentro la bocca che sanguina.
Pioggia sulle spalle ferite,
pioggia dentro il cuore lacerato.
Pioggia, pioggia, pioggia.
A che serve vivere ancora?

Questi versi sono stati scritti da un sopravvissuto di Hiroshima, Kazuo, ma queste parole travalicando ogni frontiera, accomunano tutti i popoli e suonano monito di riflessione per l’intera umanità.



Vorrei andare sola
Dove c’è un’altra gente migliore,
in qualche posto sconosciuto
dove nessuno più uccide.
Ma forse ci andremo in tanti
Verso questo sogno,
in mille forse
e perché non subito?
Nella cittadina di Terezìn, a poca distanza da Praga, vennero deportati tra il 1942 e il 1944 quindicimila bambini.
Le parole suriportate sono di Alena Synkovà, una di loro.
Riflettiamo insieme in un silenzio religioso.

Anna Lanzetta

martedì 25 gennaio 2011

Per riemergere dalla deriva: rispettiamo l'adolescenza




Eduard Munch (1863-1944),  Ragazza in lacrime


I problemi più gravi che oggi vive la nostra società sono legati al mondo giovanile e ne investono la fascia più fragile: l'adolescenza
In tema di solitudine, gli adolescenti sono le vittime più frequenti, dato che spesso manca loro un interlocutore  pronto ad ascoltarli.
Sempre più diffuso è lo stato di depressione che investe  molti ragazzi con conseguente disistima verso se stessi e con gesti estremi.
La mancanza di un dialogo, strumento di confronto e di sfogo alle loro ansie  e alle loro insicurezze crea quello stato di incomunicabità che porta all’isolamento.
Gli adolescenti vivono un momento della crescita molto particolare perché fragile e facilmente plasmabile per  cui risulta basilare  la guida dell’adulto. Ma la società di oggi pone troppo spesso ai margini adolescenti e giovani e ne accentua le fragilità con  modelli i cui protagonisti sono soltanto miraggi vincenti.
Il culto dell’immagine e dell' apparire, complici essenzialmente i media, con strumenti differenziati, ha sottratto all’essere la sostanza, dando la prevalenza all’avere.
Disagio e malessere investono sempre più i nostri ragazzi, vanificandone scelte consapevoli e corrette e orientandoli verso l’uso della droga, dell’alcool e del  fumo, quali miraggi alla loro inquitudine 
Il loro disagio e il loro malessere riflettono però il nostro fallimento e ci inducono a una revisione dei nostri comportamenti troppo dissociati dalle loro esigenze e a un rapporto  di formazione biunivoca adulto-adolescente.


Eduard Munch, Pubertà

-Crescere ed essere grande vuol dire maturare in consapevolezza di ciò che ero, di ciò che sono, di ciò che voglio o vorrei essere- Un pensiero questo non riscontrabile nei nostri ragazzi  per mancanza di una responsabilità fecondata.
Molto grave è negli adolescenti e nei giovani la perdita del rapporto con il proprio corpo,  posto alla mercè di chi  ne approfitta con persuasioni, con miraggi, con grave  irresponsabilità.
La dissociazione fra sè e il proprio  il corpo deriva da molti fattori e tra questi: il desiderio di dimostrare di essere grandi e di avere denaro e tutto ciò che  la società offre con  esempi negativi resi plateali dai media.
Il culto dell’immagine diventa sempre più  una  piovra da cui è difficile salvarsi.
Nulla può competere con questa realtà effimera che ci bombarda e ruba ai ragazzi sogni e fantasie, svestendoli della loro identità e della loro personalità.
Lo stato di insoddisfazione di cui sono vittime gli adolescenti è un implacabile atto di accusa verso gli adulti che li ripagano con violenza fisica e psicologica: marchio infamante della nostra società.
Il rispetto di se stessi è il primo canone di una società sana. Il corpo è la ricchezza di ognuno, è la propria anima, la propria coscienza, il proprio cuore; cederlo è  svendere se stessi.
Il corpo vive in sintonia con  la mente e la ragione e con essi caratterizza il nostro modo di essere; cedere il corpo è cedere noi stessi, violare un corpo è violare se stessi.

È tempo che gli adulti si rieduchino al rapporto di convivenza, di rispetto e di responsabilità. Famiglia, scuola, istituzioni e ogni settore di vita sociale si devono consorziare e rivedere i propri comportamenti, per porre freno alla deriva, per rieducarsi e per educare.
Non è retorica, non è utopia ma un invito a riaprire gli occhi che da troppo tempo abbiamo chiuso.
Impossibile? NO!  Se ognuno rivedendo attentamente la situazione o nell’atto di compiere un’azione turpe si chiedesse: e se fosse mio figlio o mia figlia? Forse si fermerebbe la mano di Caino e i corvi sparirebbero dal nostro orizzonte.


Vincent Van Gogh (1853-1890), Campo di grano con volo di corvi


Anna Lanzetta

domenica 23 gennaio 2011

Il nostro naufragio



Caspar David Friedrich (1774-1840) Il naufragio della “Speranza” , 1824

Il naufragio della Speranza o Il mare di ghiaccio sono titoli che riflettono  perfettamente la situazione che il nostro paese sta vivendo e l'arte ne diventa lo specchio fedele.

Mai come in questo momento, ogni nostra speranza  di rinascita sta naufragando.

La nave a pezzi, è il simbolo analogico del nostro paese: frantumato,  vilipeso,  offeso e umiliato.

“Mare di ghiaccio” è  metafora  dell’indifferenza in cui  è ridotto  il paese, attanagliato dal morso gelido dell’ irresponsabilità di chi nella strenua difesa, non riesce o non vuole  vedere  il baratro.

Su ogni volto cala lentamente una maschera grottesca, per celare l’imbarazzo e per celebrare, muti, il carnevale del nostro triste naufragio.



James Ensor (1860-1949) L'ironie, 1911

Anna Lanzetta

giovedì 20 gennaio 2011

La nostra condizione.



L'urlo

L’urlo  di Eduard Munch, esprime perfettamente la  condizione del nostro paese: disagio, malessere, disperazione, rifiuto.
Ogni commento sarebbe superfluo.



Eduard Munch, (1863-1944) Autoritratto con sigaretta 1895

sabato 15 gennaio 2011

Siamo ancora il “Bel Paese”?


G. Grosz, Berlino 1915

Grosz rende  l’idea del caos , ma l’arte travalica il tempo, e l’opera riflette bene anche il nostro stato.

La realtà quotidiana ci obbliga ad aprire gli occhi per chiederci se siamo ancora il “Bel Paese”, un tempo ammirato per le sue bellezze naturali e artistiche, per il senso di libertà che vi si respirava all’alito di un’identità comune, al respiro di un processo storico che non immune da lotte e  sacrifici ci aveva dato l’ “Unità”.

È innegabile che in pochi anni tutto è cambiato, basta guardarsi intorno per rendersene conto.
Oggi l’Italia è il paese di pochi ed è preda di un degrado incalzante a tutti i livelli

Quando i giovani gridano la propria  rabbia per la  mancanza di una giusta collocazione sociale e per un futuro che appare incerto e precario; quando i lavoratori chiedono di non essere solo merce ma uomini; quando i nostri monumenti cadono a pezzi e crolla con essi la nostra storia e la nostra identità; quando all’essere si preferisce l’avere; quando alla sostanza si preferisce il piacere; quando gli interessi di uno solo sopravanzano e di gran lunga il bene del paese; quando territori e persone, colpiti da cataclismi, vengono abbandonati; quando la cultura non è più coltivata; quando il paese raccoglie per strada la morte dei più deboli e il lezzo dell’abbandono, appare chiaro che questo è il paese dell’apparenza che ha fatto dell’immagine e delle false promesse, la propria sostanza.

Alla luce di quanto sta avvenendo, il “Bel Paese” oggi è solo un’utopia velata di malinconia.



E. Munch, Disperazione, Malinconia, Solitudine

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera."
(S.  Quasimodo, 1901-1968)

Un paese, che non sa più ascoltare l’indigenza e che non nutre più il senso di appartenenza a quella storia che un giorno ci regalò l’Unità d’Italia, quali figli e fratelli, è un paese che ha perso i propri valori, un’Italia oggi difficile da festeggiare.

La ricorrenza dei centocinquant’anni dovrebbe obbligarci a riaprire i testi di storia, da troppo tempo chiusi per farci riprendere coscienza di ciò che siamo stati.


Remigio Legat, La battaglia di Calatafimi

A monito, risuonano  chiare e perentorie le parole di Alessandro Manzoni nell’ode politica “Marzo 1821”:

Chi potrà della gemina Dora,
ella Bormida al Tanaro sposa,
del Ticino e dell’Orba selvosa
scerner l’onde confuse nel Po;
chi stornargli del rapido Mella
                    e dell’Oglio le miste correnti,                  
chi ritorgliergli i mille torrenti
che la foce dell’Adda versò,

                  quello ancora una gente risorta                       
potrà scindere in volghi spregiati,
e a ritroso degli anni e dei fati,
risospingerla ai prischi dolor;
una gente che libera tutta
o fia serva tra l’Alpe ed il mare;
una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
(vv. 17-32)

Non senza commozione guardiamo a quel passato che ci appartiene e dal quale veniamo; un passato sul quale mai come oggi, la ricorrenza dei centocinquant’anni ci invita a riflettere in nome del tricolore, in memoria della nostra “UNITĂ”.
Forse questa ricorrenza ci farà riflettere e sarà questo il suo aspetto più bello, invitarci a ritrovare una nuova intesa che al di là di nuovi simboli e di nuove prerogative ci dia il senso di ciò che siamo stati e di ciò che vogliamo essere, ponendo alla porta i cumuli di immondizia che con aspetti diversi oggi ci soffocano.

L’Italia è fatta; adesso bisogna fare gli italiani. Questa frase di  Massimo D’Azeglio ci fa pensare che già allora si era consapevoli che bisognava formare la coscienza degli Italiani, che nulla è immune da lotte e da sacrifici, che bisogna consolidare sempre e preservare da ogni insidia la nostra Unità, sacra nel ricordo, irrinunciabile nel presente, che è cura dei governanti realizzare ciò che è ancora in sospeso e che ci fa apparire menomato il progetto risorgimentale.

Questo è anche il senso del libro Addio mia bella addio…La storia del Risorgimento tra parole, immagini e musica. Un omaggio alle Arti e alla cultura in genere  che tanto contribuirono alla storia della nostra Unità.

Il libro, edito da Morgana Edizioni, sarà in distribuzione nelle migliori librerie da gennaio 2011.
Per informazioni: annalanzetta@libero.it
Si può ordinare, scrivendo un fax allo 055 244739 o una mail a morgana.ed@tin.it
Il costo del libro è di 10 euro.
George Grosz (1893-1959)
Eduard Munch (1863-1944)
Anna Lanzetta
 

lunedì 10 gennaio 2011

Il senso del Risorgimento


La trasteverina uccisa da una bomba


La trasteverina uccisa da una bomba, di Gerolamo Induno mostra una bambina del quartiere Trastevere di Roma morta durante i combattimenti del 1849.

I  pittori partecipavano nel Risorgimento alle lotte e  fotografavano scene di vita reale. Questa immagine non ci può lasciare indifferenti. Gerolamo Induno fotografa con la pittura un momento fortemente drammatico: una bomba sfonda una parete e colpisce una bambina che cade a terra senza vita.

Il quadro è la rappresentazione di un momento molto tragico, in cui il pittore, attraverso forme, colori, ambientazione e il volto delle bimba esamine ci invita a riflettere sul sacrificio su cui è stata costruita l’Unità d’Italia e che noi oggi non dobbiamo e non possiamo tradire.

La nostra Unità è cara a tutti coloro che sentono la Storia come appartenenza, che hanno a cuore il prezzo pagato per ottenerla; un prezzo che rende assolutamente ingiustificabile e  insopportabile il tentativo subdolo di chi oggi non ne riconosce nè la valenza nè il valore storico, che non si sente partecipe di quel movimento che  fu il Risorgimento inteso come sentimento patrio, come  rinascita di un’era nuova in cui tutti diventassimo figli e fratelli.


La trasteverina uccisa da una bomba, part.

Gerolamo Induno (Milano, 1825-1890), La trasteverina uccisa da una bomba


Anna Lanzetta

venerdì 7 gennaio 2011

Per celebrare i centocinquant'anni dell'Italia Unita: Addio mia bella addio...La storia del Risorgimento tra parole, immagini e musica


La prima bandiera italiana portata a Firenze nel 1859

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha aperto ufficialmente a Reggio Emilia le celebrazioni per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia.

Il libro che vi proponiamo Addio mia bella addio…La storia del Risorgimento tra parole, immagini e musica,   si inserisce in questo contesto e pone l’attenzione sul ruolo che le Arti e la Cultura in genere ricoprirono nel Risorgimento.

Un’attenta lettura del libro, che sta già riscuotendo molto successo nelle scuole, per la sua finalità anche didattica, ci consentirà di riflettere insieme su una delle pagine più belle ed emozionanti della nostra storia.


L’addio del coscritto

Il libro, edito da Morgana Edizioni, sarà in distribuzione da gennaio 2011 nelle migliori librerie.
Per informazioni: annalanzetta@libero.it
Si può ordinare, scrivendo un fax allo 055 244739 o una mail a morgana.ed@tin.it
Il costo del libro è di 10 euro.


Retro copertina: Saverio Altamura (1826-1897), La prima bandiera italiana portata a Firenze nel 1859
In copertina: Gerolamo Induno (1825-1890), L’addio del coscritto

giovedì 6 gennaio 2011

La notte dei desideri




È la notte dei Magi, la notte della grande attesa.
Cosa ci sarà nel mio involucro, in quella calza che regala o ruba sogni?

Non è più il tempo dei regali. Non più il tempo dei sogni. Non più oro, incenso e mirra, in questa notte di attesa, chiedo un mondo nuovo, rigenerato alla luce dell’umiltà, della pace e della fratellanza, in cui i Magi rechino rispetto,  modestia,  semplicità, etica, onestà e  morale; valori irrinunciabili  ma  da troppo tempo dimenticati.

Il dono più grande, che chiedo a questa notte di mistero, ne compendia molti: non  più urla di dolore per il soldato ammazzato, per il diverso picchiato, per la violenza perpetrata, per la bimba rapita, per la donna umiliata, per la miseria lacerante, per la cultura tagliata, per le bugie reiterate, per le falsità ripetute, per la storia  misconosciuta, per la legalità violata, per i voltafaccia indegni e indecorosi, per la mercificazione dell’uomo, per la perdita della dignità, per l’adorazione del denaro, per la follia delle guerre, per l'espressione imbavagliata, per l’immagine che non è mai sostanza, per le città imbrattate, per la troppa ricchezza di chi ha, per la cessione dell’essere all’avere, per la perdita della speranza di chi non ha, per il figlio che naviga nel buio, per un futuro spezzato, per la perdita di lavoro, per lo straniero che non ha una terra, per le tante urla e ferite che lacerano ogni istante, ogni momento il nostro vivere.
Voglio in dono un mondo pulito. Voglio una notte stellata. 




Ma il dono più bello in questa notte che sogno piena di stelle è che si riaccenda in tutti noi l’amore per l’Italia e che la sua Unità resti integra così come l’abbiamo avuta in eredità e che nessun cattivo pensiero o azione  possa mai macchiarla o ferirla.

Il Presepe di Cuciniello, particolare: La Natività e l'adorazione dei Magi. Museo Nazionale di San Martino, Napoli. Photo © Archivio dell'Arte - Luciano Pedicini, fotografo.

Van Gogh, Notte stellata sul Rodano

Anna Lanzetta

lunedì 3 gennaio 2011

Addio mia bella addio…La storia del Risorgimento tra parole, immagini e musica





Cari lettori, se amate la Storia d’Italia, se amate il Risorgimento che ci regalò l’Italia unita, vi invitiamo a leggere il libro:  

Addio mia bella addio…La storia del Risorgimento tra parole, immagini e musica

scritto per la ricorrenza dei centocinquant’anni dell’ “Unità d'Italia”.

La letteratura, la storia, l'arte e la musica vi guideranno in questa lettura inusuale, a dimostrazione che le Arti furono lo spirito del Risorgimento.
Per saperne di più, vi suggeriamo di scorrere le pagine di questo blog e di soffermarvi al 10 dicembre 2010.

Il libro, edito da Morgana Edizioni, sarà in distribuzione nelle migliori librerie da gennaio 2011.
Per informazioni: annalanzetta@libero.it

Si può ordinare, scrivendo un fax allo 055 244739 o una mail a morgana.ed@tin.it
Il costo del libro è di 10 euro.

In copertina: Gerolamo Induno, L’addio del coscritto

 

domenica 2 gennaio 2011

Dopo la lettura di "Cantar d'amore"



  
  Cara Anna,
cantava e canta Pino Daniele: “Napule è tutto nu suonno e 'a sape tutt''o munno. Ma nun sanne 'a verità.”
Neppure io la conosco, la verità. Neppure io la conosco, veramente, questa città.
Ma i suoi suoni, i suoi colori, i suoi odori, quelli, sì. Li porto dentro di me. Talvolta si assopiscono, ma basta un piccolo e, apparentemente, insignificante dettaglio per risvegliarne la piacevole e prepotente presenza. Altre volte, invece, ne avverto forte la mancanza e allora mi basta frugare nei ricordi e ritrovarmi avvolta dal loro tenero e confortante abbraccio.
Mi rivedo bambina, seduta sulla lavastoviglie della cucina, rapita dal “pippiare” del ragù, la cui cottura alimentava la casa di odori magici e intensi, sin dalle prime ore del mattino. Rivedo zia Titina posare la zuppiera fumante di ziti appena conditi, i cui avanzi, ripassati in padella ("arruscati"), avrebbero avuto un ruolo anche nel pasto della sera; la tavola infinita e sempre troppo rumorosa e, poi, il silenzio “religioso” al passaggio dei piatti, da un commensale all’altro; le grandi fette di pane dalla mollica profumata e dalla crosta scura e croccante, di cui zia non mancava mai di rifornirci, insieme di quel salame, per me, sempre troppo pepato e alle grandi olive verdi di cui andavo matta.
Mi rivedo adolescente, prima, giovane donna, poi, recitare con mio nonno una vecchia canzone/poesia che ho sempre creduto intitolarsi ‘a vierno ‘o freddo. Risento il confortante calore della sua voce, il “colore” di certe espressioni, mai usate nella quotidianità, ma esaltate nella lettura e nel raccontarsi. 
Mi ritrovo donna, talvolta nostalgica di tutto ciò, talvolta desiderosa di recuperare un po’ di me e della mia storia, a rovistare tra vecchie canzoni, poesie, testi, risvegliando così suoni, colori e odori.

Un abbraccio,
Silvia

Cara Silvia,
gustiamoci questo ragù, il solo profumo ci inebria. Tutti lo preferiscono con gli ziti, a me piacciono le candele, grandi e lunghe di cui c’è l’addetto per spezzarle ma anche questi fusilli non sono da meno.




Si racconta che la notte prima delle nozze la suocera consegnasse alla nuora la ricetta del ragù ma con qualche ingrediente in meno, in modo che il marito mangiandolo dicesse ma quello di mia madre era un’altra cosa.
  Noi ora, cara Silvia e gentili lettori ce lo gustiamo insieme con Eduardo:




'O 'rraù

'O rraù ca me piace a me
m' 'o ffaceva sulo mammà.
A che m'aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel' 'a miezo st'uso

Sì,va buono:cumme vuò tu.
Mò ce avéssem' appiccecà?
Tu che dice?Chest' 'è rraù?
E io m' 'o  mmagno pè m' 'o mangià...
M' ' a faja dicere na parola?...
Chesta è carne c' ' a pummarola

Eduardo de Filippo, da Sabato, domenica e lunedì

Ma come si fa il ragù? Ogni ricetta ha il suo segreto ma noi proponiamo questa, tratta da Favorite! Presentato e illustrato da Renato Rutigliano Edizioni Marotta.

Ingredienti:
1 kg. Di carne di primo taglio di manzo o girello o primo taglio di maiale (se si vuole un ragù più saporito si possono usare tracchiolelle e gallinelle di maiale)
300 gr. di cipolla
50 gr. di sugna
30 gr. di lardo
60 gr. di pancetta salata
50 gr. di prosciutto
1 spicchio d’aglio
1 bicchiere e mezzo di vino rosso secco
280 gr. di concentrato di pomodoro o 150 gr. di concentrato più 70 gr. di conserva di pomodoro
prezzemolo, sale, pepe, mezzo misurino d’olio.

Servitelo con abbondante parmigiano grattugiato; vi assicuro che questo ragù riconcilia con il mondo.



Pulecenella

Anna Lanzetta