mercoledì 27 aprile 2011

Firenze si veste di colori: Il giardino dell’Iris



L’ iris simboleggia  la fede e la speranza

A Firenze, sul versante orientale della collina di Piazzale Michelangelo si trova un angolo di paradiso, dove la natura, dal 25 aprile al 20 maggio, esplode in tutta la sua bellezza con una fantasmagoria di colori e di forme.


È il giardino dell’Iris (detto comunemente giaggiolo); il fiore  che dal 1251 è il simbolo di Firenze.
Quando il giardino è alla massima fioritura vi si possono  ammirare più di 1500 varietà, provenienti da ogni parte del mondo.


Corrado Govoni, in una sua poesia definì l’iris, orchidea dei poveri: I celesti giuggioli sono i fiori più belli della terra, vere orchidee dei poveri.

 

Secondo una leggenda, Luigi VII, tornando da una battaglia vittoriosa, scorse un campo di iris fioriti e decise, per la loro bellezza di farne l’emblema del suo regno.
Il fiore dell'iris è così chiamato, perché la molteplicità dei suoi colori ricorda quelli dell'arcobaleno. Iris, messaggera degli dei, appariva sulla terra sotto forma di arcobaleno e attraversava in volo l’arco, per portare agli uomini un messaggio degli dei. 



Si dice che Venere si incipriasse il naso con la polvere ricavata dai rizomi macinati dell’Iris e Plinio il Vecchio riferisce che le matrone romane l’apprezzavano perché donava candore al viso.



L’Iris gialla significa ardore e passione.

 Una leggenda racconta che una un giovane si innamorò di una donna fiorentina ma che lei gli chiese di disegnare un fiore e  che aggiunse che se quel fiore fosse stato così bello e così vero da attirare una farfalla, gli avrebbe donato il suo cuore.
Il fiore fu bellissimo, la farfalla vi si posò e la donna ricambiò l’amore.


Nessun obiettivo può resistere a tanta bellezza e queste mie foto lo dimostrano.
Anna Lanzetta


 

 

lunedì 25 aprile 2011

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana ed europea



Aligi Sassu (Milano, 1912-Pollenca, 2000)
I martiri di Piazzale Loreto, 1944


Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana ed europea.

Il messaggio in quelle lettere di condannati a morte è scolpito nel mio cuore come nei cuori di tutti quelli che considerano queste lettere come testimonianze d’amore, di cosciente determinazione e responsabilità verso la vita e come esempio di spirito di sacrifcio e di resistenza al nazismo, questo mostro dell’irrazionalità, che tentò d’annientare la ragione. (Luigi Nono)
La Resistenza è l’insieme dei movimenti sorti durante la II guerra mondiale nei vari paesi europei, contro gli occupanti tedeschi e le forze fasciste ad essi alleate.
Dal 1933 al 1945 furono i Nazionalsocialisti a decidere delle sorti dell'Europa. Molti giovani lasciarono la vita in Grecia, Polonia, Italia, Russia, Francia, Spagna, Germania in nome della libertà... Nove anni più tardi, nel 1954, Thomas Mann scriveva:
«Dobbiamo sempre ripensare e nel farlo ci si stringe il cuore a cosa ne sia stato della “vittoria del futuro”, della Fede e della Speranza di questa gioventù e chiederci in che mondo viviamo. In un mondo di regressione maligna, in cui un odio fatto di pregiudizio e di mania persecutiva si accoppia ad un' ansia panica - Invano sarebbero dunque state La fede, la Speranza, la Capacità di sacrificio della gioventù Europea, che porta il bel nome di Resistenza internazionale, avanguardia in lotta per un mondo migliore ? Privo di senso i suoi ideali? Ed anche la morte sarebbe stata per nulla? No, non può essere». Dalla prefazione di Thomas Mann a Lettere di condannati a morte della resistenza europea, uscito in Italia nella Edizione Einaudi e tradotto in seguito anche in Germania e Svizzera.
La Resistenza in Italia e in Europa, vide impegnati uomini, donne, giovani e ragazzi che combatterono con coraggio nello spirito di libertà che ci accomuna ed è con questo spirito che apriamo la lettura dei testi scelti con la lettera di Chaìm:
Chaìm era un ragazzo di 14 anni. Rinchiuso nel campo di sterminio di Pustkòw fu ucciso nel 1944.
Dal campo dove era rinchiuso, Chaìm lanciò una lettera, scritta in Yiddish, oltre il filo spinato di recinzione. La lettera fu fortunatamente raccolta e conservata fino alla liberazione.
Miei cari genitori,
se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe. Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra - ci hanno portato via anche i nostri mantelli.
Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno, e il mio corpo è nero di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato. Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui.
Dico addio a tutti e piango.
Chaìm. (Virginia Niri)
La lettera di Chaìm (in ebraico, il nome Chaìm significa “vita”), è stata messa in musica nel 1965 dal cantautore Ivan Della Mea: Se il cielo fosse bianco di carta (espressione derivante dal Talmud):
Se il cielo fosse bianco di carta
e tutti i mari neri d'inchiostro
non saprei dire a voi, miei cari,
quanta tristezza ho in fondo al cuore,
qual è il pianto, qual è il dolore
intorno a me.
Si sveglia l'alba nel livore
di noi sparsi per la foresta,
a tagliar legna seminudi,
coi piedi torti e sanguinanti;
ci hanno preso scarpe e mantelli,
dormiamo in terra.
Quasi ogni notte, come un rito,
ci danno la sveglia a bastonate;
Franz ride e lancia una carota
e noi, come larve affamate,
ci si contende unghie e denti
l'ultima foglia.
Due ragazzi sono fuggiti:
ci han raccolti in un quadrato,
uno su cinque han fucilato,
ma anche se io non ero un quinto
non ha domani questo campo...
ed io non vivo,
Questo è l'addio
a tutti voi, genitori cari,
fratelli e amici,
vi saluto e piango.
Chaìm.

Renato Guttuso ( Bagheria, 1911- Roma, 1987)
La fucilazione in campagna, 1939 

Le lettere che seguono, fanno parte della raccolta che mi fornì in cassetta-audio, il mio amico Giovanni Frediani, durante il nostro sodalizio letterario, perché le facessi ascoltare ai miei studenti. Le inserisco nel mio blog, in occasione del 25 aprile, ricorrenza della Liberazione,  a ricordo di un amico e affinché continui il messaggio educativo che egli mi affidò di divulgazione. (A. L.)

Adorno Borgianni: Di anni 19, contadino, celibe. Nato il 1 aprile 1924 a Chiusdino (Siena) e residente a Monticano (Siena). Il 12 maggio 1943 si arruolò nella 34ª Divisione Artiglieria da cui si allontanò l’11 settembre. Unitosi a un distaccamento della Divisione d’Assalto Garibaldi “Spartaco Lavagnini”, fu catturato l’11 marzo 1944 in seguito ad un rastrellamento in località Monte Cuoio nel Comune di Monticiano, ad opera di agenti dell’Ufficio Politico della Federazione dei Fasci di Siena. Condannato a morte, fu fucilato il13 Marzo 1944, ore 18, Caserma Lamarmora, Siena. (E.Cavina)
Carissima famiglia mia,
Io mi trovo condannato con la mia pena di morte ormai il destino è questo fatevi tanto e tanto coraggio ormai è così vi saluto tutti i miei genitori e mio fratello e sorella e parenti di farvi tanto e tanto coraggio
Vostro figlio Adorno
Aggiungo il mio termine che ho fatto una santa comunione
Vostro figlio Adorno
E vorrei la grazia di essere portato al mio paese seppellito con un bellissimo trasporto.
Vostro figlio Adorno Borgianni.

Mario Brusa Romagnoli: Di anni 18. Nato il 12 maggio 1926 a Guardiaregia (Campobasso). Di professione Meccanico aggiustatore. Giovanissimo, si trasferì con i familiari a Torino. Dopo l’armistizio entrò nel movimento di liberazione, aggregandosi, con il nome di battaglia “Nando”, alle Bande Pugnetto, operanti nelle montagne del Genovese. Dopo varie azioni, fu preso e imprigionato a Livorno Ferraris (Vercelli); immediatamente processato fu condannato a morte. La mattina del 30 marzo insieme ad altri prigionieri fu condotto in Piazza Vittorio Emanuele II (oggi Piazza Galileo Ferraris) e fucilato da un plotone d’esecuzione composto da militi del RAU. (I. Pizzirusso)
Papà e Mamma,
È finita per il vostro figlio Mario, la vita è una piccolezza, il maledetto nemico mi fucila; raccogliete la mia salma e ponetela vicino a mio fratello Filippo. Un bacio a te Mamma cara, Papà, Melania, Annamaria e zia, a Celso un bacio dal suo caro fratello Mario che dal cielo guiderà il loro destino in salvo da questa vita tremenda.
Addio. W l’Italia.
Mario-Nando
Mi sono perduto alle ore 12 e alle 12 e 5 non ci sarò più per salutare la Vittoria

Walter Fillak: Di anni 24, studente, nato a Torino il 10 giugno 1920. Espulso dal Liceo Scientifico di Genova per professione di idee antifasciste e costretto a studiare privatamente alla facoltà di chimica industriale dell'Università di Genova fondò, nell'inverno 1940-41, una cellula comunista studentesca in collegamento con le cellule di Torino, Casale, Livorno e Roma e stabilì i primi contatti con gli operai di Sampierdarena. Catturato la notte fra il 29 ed il 30 gennaio 1945 in località Lace (Ivrea), fu processato il 4 febbraio 1945 dal Comando Militare tedesco di Cuorgnè (Torino) e impiccato alle ore 5 del 5 febbraio 1945 lungo la strada di Alpette nei pressi di Cuorgnè .
Mio caro papà, per disgraziate circostanze sono caduto prigioniero dei tedeschi. Quasi sicuramente sarò fucilato. Sono tranquillo e sereno perché pienamente consapevole d'aver fatto tutto il mio dovere d'italiano e di comunista. Ho amato sopra tutto i miei ideali, pienamente cosciente che avrei dovuto tutto dare, anche la vita; e questa mia decisa volontà fa sì che io affronti la morte con la calma dei forti. Non so altro che dire. Il mio ultimo abbraccio, Walter.Il mio ultimo saluto a tutti quelli che mi vollero bene.
Mia cara mamma, è la mia ultima lettera. Molto presto sarò fucilato. Ho combattuto per la liberazione del mio Paese e per affermare il diritto dei comunisti alla riconoscenza ed al rispetto di tutti gli Italiani. Muoio tranquillo perché non temo la morte. Il mio abbraccio a te e Liliana, saluta la mia fidanzata Ines. Addio...Walter
Mia carissima Ines, sono caduto prigioniero e sarò fucilato. Non mi pento di quanto ho fatto per la Causa: e non cambierei la mia vita anche se mi fosse possibile tornare indietro. Spero che la brevità della nostra conoscenza diminuirà il tuo dolore e ti auguro di aver presto, molto presto dalla vita quella felicità che avrei voluto darti io. Il mio ultimo bacio... Walter (ANPI Sezione V.G. Arzani-Genova-Marassi)

Duccio Galimberti: organizzatore della Resistenza cuneese e comandante delle formazioni partigiane piemontesi di Giustizia d Libertà. Nasce in Piemonte, a Cuneo, nel 1906, dal deputato liberal-radicale Tancredi e dalla poetessa Alice Schanzer.
Dopo aver conseguito la laurea in legge a Torino, esercita l’attività di avvocato e compie studi inerenti a problemi giuridici.
Indipendente durante il fascismo, aderisce al Partito d’Azione poco dopo la sua fondazione e ne diventa il più assiduo organizzatore nella provincia di Cuneo. Dopo l’8 settembre fu tra gli organizzatori della guerra partigiana dando vita al gruppo di “Italia libera”, da cui nacquero la prima e la seconda divisione partigiana Giustizia e Libertà. Fu arrestato a Torino dai fascisti e venne fucilato a Centallo dai repubblichini. Un ordine del Cln piemontese cita Duccio Galimberti come un eroe nazionale. Ebbe la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, la prima concessa ad un partigiano.
Ho agito a fin di bene e per un’idea. Per questo sono sereno e dovete esserlo anche voi.
Duccio

Guglielmo Jervis: Di famiglia valdese, si laureò nel 1926 in ingegneria a Milano. Dopo l’8 settembre 1943 entrò nelle file della Resistenza. Ricercato dalla polizia nazista e da quella fascista, Guglielmo Jervis decise di trasferirsi in Val Pellice e qui, grazie anche ai contatti che aveva avuto in Svizzera con i servizi segreti alleati, organizzò sopra Angrogna il campo che ricevette il primo lancio d’armi per i partigiani effettuato dagli Alleati nelle Alpi occidentali. Willy, con questo nome avrebbe militato per non molto tempo nella Resistenza, era intanto entrato a far parte del primo Comitato militare del Partito d’Azione che lo nominò commissario politico regionale delle formazioni “Giustizia e Libertà” operanti in Piemonte. Durante una missione in Val Germanasca, Willy finì nelle mani dei tedeschi. Aveva con sé documenti militari compromettenti e i nazisti capirono di aver pescato un pesce grosso. Sottoposero per giorni e giorni Willy ad atroci torture, ma l’ingegner Jervis non si lasciò sfuggire la minima informazione. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto Willy ed altri quattro partigiani furono trasportati sulla piazza di Villar Pellice e fucilati. All’ingegnere fu riservato un trattamento particolare: il suo cadavere fu lasciato appeso, per ludibrio, ad un albero. Qualche tempo dopo, proprio al di là del muro contro il quale i partigiani erano stati messi a morte, fu trovata una piccola Bibbia che Guglielmo Jervis portava sempre con sé; sulla copertina del volumetto si trovarono, incise con uno spillo, queste parole: «Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea». (A.N.P.I.)

Aldo Picco, 18 anni meccanico, classe 1926 Venaria (Torino), fucilato a Savona il 21/08/1944:
Chi va a Venaria vada dalla mia mamma
Carissima mamma,
Mi devi scusare se non ti posso più vedere, ma perché il mio Dio mi ha data la pena di morte, ma spero che tu mamma pregherai sempre per me. Queste sono le poche righe che ti posso ancora scrivere che mi resta il tempo di essere vivo, e mamma cara, tu non pensare a me che Dio vi ha data la mia pena di non più vedermi e perché era il mio destino, e se ti resta sempre un po’ di tempo, di non pensare sempre a me perché tu mamma cara verrai ammalata, e dille a papà che vi faccia coraggio e dille che Aldo lo ricorderà sempre. Sì lo so che sarà un po’ duro per voi che è un figlio di meno, ma non fa niente mamma cara, ma Dio lo saprà la sua sorte che li aspetta, quando sarà giunta la sua ora, perché solo Dio può condannare a morte e saprà quello che ci aspetta e sarà in Cielo che pagheranno le sue pene che hanno fatto, e tutto il suo male, e sarà il Dio che gli potrà dire " tu hai fatto del male."Credo che tu mamma cara non avrai più potuto venire a trovarmi che avevo tante cose da dirti, e speravo di poterti vedere, è giunta l’ora di morire, ma spero che Dio potrà pagare tutti e tu mamma cara non piangere, se non puoi più vedermi, ma il mio destino è di non poter più vederti e non mi resta che dirvi di vederci a quando il Dio vero verrà a dirmi: ecco la tua mamma, il tuo papà, la tua sorella, ecco il tuo fratello, e l’altra sorella, e adesso non mi resta che darvi tanti baci e saluti a voi tutti, e voi cari genitori non pensate più a me ma pensate a Dio che vi vuol bene e non mi restano che poche ore da vivere e ricordate anche ai miei amici che non mi sono dimenticato di loro, li ho ricordati sempre. Ora non mi resta che dirvi di non pensare a me, mamma cara non pensare, mamma, mamma devi scusarmi, è tardi, devo andare, ti lascio il mio ultimo addio.
Aldo
Viva i Patrioti.

G. Battista Vighenzi, 36 anni. 27 aprile 1945: Lettera alla moglie:
Liana amatissima,
c’è un gran sole nel mio cuore in questo momento e una grande serenità. Non ti rivedrò più, Liana. Mi hanno preso, mi fucileranno. Scrivo queste parole sereno d’animo e col cuore spezzato nello stesso tempo per il dolore che proverai. Ti ho detto stasera prima di partire: Liana, ho tanta voglia di riposare vicino a te - io riposerò vicino a te ogni notte per tutta l’eternità. Cara, tanto cara. Ho mille scuse da chiederti per le gentilezze che non ho avuto per te che ne meriti tante.Pino è stato pure preso e fucilato appena prima di me. Prega per noi due amici: uniti anche nella morte. È morto con dignità e mi ha salutato con uno sguardo in cui c’era tutta la sua vita. Spero di morire anch’io, di fare il gran viaggio serenamente. La mia ultima parola sarà il tuo nome: il nome che è inciso sulla fede che ti mando. Tu parlerai alla mia mamma, tu la consolerai se sarà possibile, povera vecchia, povera cara mamma. E la zia e mio fratello Luigino. A Marietta dirai che il mio affetto di fratello si ingigantisce in questo momento. Consolatevi: la vita ha di queste improvvise rotture. I tuoi di Modena, la mamma, il babbo, la Cesara in modo particolare. Cesara Tonino e Margherita, mi sono tutti presenti. […]
Tu, Liana, torna dai tuoi non appena ti sarà possibile e vivi con loro. Sei libera nel tuo domani. Vieni soltanto di tanto in tanto sulla mia tomba e portavi uno di quei mazzettini di fiori di campo che tu sapevi così bene combinare.
Addio, debbo salutarti cara e tanto amata. Non mi importa di perdere la vita perché ho avuto il tuo prezioso amore per quasi tre anni ed è stato un gran dono. Muoio contento di essermi sacrificato per una idea di libertà che ho sempre tanto auspicato.
Sotto la mia firma e sulla fede metto i miei ultimi baci.
Tuo per sempre.
Battista

Sabato Martelli Castaldi, Carceri di Via Tasso, Roma. Lettera:
Quando il tuo corpo non sarà più, il tuo spirito sarà ancora più vivo nel ricordo di chi resta. Fa che possa essere sempre di esempio

 Giordano Cavestro, Parma 1944, fucilato. Lettera ai Compagni di lotta:
Cari compagni,
ora tocca a noi, andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi camerati, caduti per la gloria e la salvezza dell’Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande, bella. Siamo alla fine di tutti i mali questi ultimi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime che sia possibile.
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone,le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che serviremo da esempio.
Sui nostri corpi si formerà il grande –Faro- della Libertà.
Giordano Cavestro

Golda Bancic, 32 anni, madre romena, decapitata, 9 maggio 1944.
Cara Signora,
Vi prego di far avere questa lettera, dopo la guerra, alla mia bambina Dolores Jacob. È l’ultimo desiderio di una madre alla quale non restano che 12 ore di vita.
Stoccarda, 9 maggio 1944,
Bambina mia, amore mio caro, la tua mamma ti scrive l’ultima lettera, mia cara piccina. Domani 10 maggio, alle 6, non sarò più.
Amore mio non piangere, anche la tua mam­ma non piange. Muoio con la coscienza tranquilla e la certezza che domani avrai una vita e un avvenire più felice, più tranquillo di quanto non abbia avuto tua madre. Non dovrai più soffrire. Sii fiera di tua madre, amoruccio mio, io ho la tua immagine sempre davanti agli occhi. Voglio credere che rivedrai tuo padre, spero che egli abbia un altro destino. Digli che ho sempre pensato a lui come ho pensato a te.
Vi ho voluto bene con tutto il cuore.
Mi siete entrambi tanto cari. Figlia mia, tuo padre sarà anche madre per te, egli ti vuole tanto bene.
Non sentirai la mancanza della mamma.
Figlia mia, termino questa lettera con la spe­ranza che sarai felice per tutta la vita con tuo padre e con tutti.
Vi abbraccio con tutto il cuore, molto molto.
Addio, amore mio, tua madre
Bancic Golda


Ljuba Scevtsova: Membro del gruppo giovanile Molodaja Gvardija (“Giovane Guardia“), fu imprigionata dai tedeschi e torturata. Il 7 febbraio 1943, una settimana prima della liberazione di Krasnodon, fu uccisa dalle SS.
Addio mamma, tua figlia Ljubka se ne va nell’umida terra.

Anton Popov [Aнтон Попов]: 26 anni, insegnante e giornalista, poeta e scrittore. Proveniente da una famiglia di perseguitati politici, pubblicò racconti e poesie. Fucilato il 23 luglio 1943 a Sofia.
Cara mamma, caro fratello, cara sorella,
io muoio per un mondo che splenderà con luce tanto forte, con tale bellezza che il mio stesso sacrificio è nulla.
Confortatevi pensando che per esso sono morti milioni di uomini in migliaia di lotte sulle barricate e sui fronti di guerra. Consolatevi pensando che muoio per la giustizia. Consolatevi pensando che le nostre idee vinceranno.
Anton

 Andreas Likourinos [Αντρέας Λικουρίνος]: 14 anni, nato a Kallithea (Atene). Fucilato senza processo il 5 settembre 1943 a Kessariani.
Papà,
mi portano a Kessariani per l’esecuzione insieme ad altri sette detenuti. Ti prego di informare le loro famiglie di quanto accade. Non ti rattristare.
Andreas

 Elefthèrios Kiossès [Eλευθέριος Kιωσσής]: 19 anni, studente di lettere e filosofia. Fucilato come ostaggio il 5 giugno 1942 a Kessariani.
Cara mammina, papà e sorelline,
oggi 5 giugno '42 ci fucileranno. Moriamo da uomini per la patria. Non soffro affatto e così non voglio che voi soffriate. Non voglio pianti né lacrime. Abbiate pazienza. Vi auguro di essere felici e non addoloratevi per me. Saluti di tutto cuore a tutti. Siamo degni dei nostri avi e della Grecia. Non tremo affatto, e vi scrivo dritto in piedi. Respiro per l’ultima volta la profumata aria ellenica sotto l’Imetto. È una mattina meravigliosa. Abbiamo fatto la comunione e ci siamo anche spruzzati con acqua di colonia che un tale aveva in tasca.
Addio Ellade, madre di eroi
Lefteris

 Konstantinos Sirbas [Kωνσταντίνος Σίρμπας]: 22 anni, barbiere. Impiccato, presente suo padre, sulla piazza principale di Trikala il 18 aprile 1943.
Venerato mio padre,
fra due ore mi impiccheranno nella piazza perché sono patriota. Non c’è nulla da fare. Non ti amareggiare, padre; così era scritto per me. Si muore in compagnia. Addio. Arrivederci all’altro mondo, vi aspetterò, e il giorno che giungerete sarà festa. La mia roba la prenderai dalla Polizia. Il mio portafoglio non aveva dentro niente. Però e nuovo. Prendilo tu, papà. Ricordati che tuo figlio se ne va amareggiato perché non sentirà le campane della libertà.
Kostas
- Era scritto, che io morissi in aprile.

 Eusebio Giamone: 40 anni, tipografo, nato nel Monferrato (Asti). Assieme a Gramsci e Parodi partecipò all’occupazione di alcune fabbriche. Nel 1923 fu costretto a rifugiarsi in Francia, dove agì nella resistenza dopo l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi. Espulso dalla Francia, ritornò a Torino dove si unì alla Resistenza. Il 5 aprile 1944 fu fucilato da un plotone di repubblichini al campo di tiro nazionale di Martinetto, a Torino.
Fra poche ore io certamente non sarò più, ma sta' pur certa che sarò calmo e tranquillo di fronte al plotone di esecuzione come lo sono attualmente, come lo fui durante quei due giorni di simulacro di processo, come lo fui alla lettura della sentenze, perché sapevo già all’inizio di questo processo che la conclusione sarebbe stata la condanna a morte.
Sono così tranquilli coloro che ci hanno condannati? Certamente no!

 Irina Malozon [Ирина Maлозон]: Fece parte dell’organizzazione giovanile Komsomol, distribuendo del materiale che lo zio (lo stesso cui è indirizzata la lettera) aveva composto per lei. Svolse attività di collegamento per la Resistenza. Catturata dai tedeschi e giustiziata.
Caro zio,
non ho paura della morte, mi dispiace soltanto di aver vissuto poco, di aver fatto poco per il mio paese. Zio, ormai mi sono abituata al carcere, non sono sola, siamo in molti. Zio, però non ho paura della morte. Dite alla mamma che non pianga. Tanto non sarei egualmente vissuta per molto tempo con lei. Io avevo la mia strada. Che la mamma nasconda il grano, sennò i tedeschi se lo pigliano.
Vostra nipote.

Esther Srul: Nel settembre 1942, coloro che dei 10000 abitanti di Kowel, in Volinia (Polonia), ancora non erano stati uccisi, furono rinchiusi nella sinagoga. I prigionieri furono fatti uscire a gruppi e abbattuti. Una donna sopravvisse, ma impazzì. Nei tamburi della sinagoga furono rinvenuti messaggi in lingua yiddish.
Le porte si aprono. Eccoli, i nostri assassini. Vestiti di nero. Sulle loro mani sporche portano guanti bianchi. A due a due ci cacciano dalla sinagoga. Care sorelle e fratelli, come è duro dire addio per sempre alla vita così bella. E, quelli che restano in vita, non dimenticate mai la nostra innocente piccola via ebraica. Sorelle e fratelli, vendicatevi sui nostri assassini.
Esther Srul (uccisa il 15 settembre 1942)

Elli Voigt: 32 anni, operaia berlinese. Entrò in contatto con il movimento clandestino di resistenza. Nessuna prova fu addotta per il suo incarceramento e per il processo. Decapitata l’8 dicembre 1944.
Mio caro compagno,
mi è dato di potermi ancora congedare da te, cosa che ai più non è purtroppo concessa. Lo so, se tu ne avessi la possibiltà, ti prenderesti il peggio in vece mia; ma ognuno, di ciò che fa, deve rispondere di persona. Il mio amore per te mi rende tutto più facile di quanto non avrei creduto. Non occore assicurarti ancora che ti amerò fino alla tomba. Per i bambini sii sempre quello che sei stato per me, un compagno! Sperando nella vita, mi avvio alla morte. Vado con la fede in una vita migliore per voi.


Luigi Nono lesse le Lettere di condannati a morte della Resistenza e dal libro ne scelse dieci, per un testo d'un suo lavoro corale, scritto per la Radio tedesco occidentale nel 1956: Il Canto sospeso. Dall'ultima riga di una lettera scritta da una tedesca a suo marito, l'ultima:... «vado con la fede in una vita migliore per voi».
Dice Claudio Abbado: So, dal mio lavoro a contatto con molti musicisti, quanto sia importante ed anche bello che persone di diversa cultura, religione ed estrazione si incontrino senza remore per completarsi a vicenda nel lavoro come nella vita. Ed è proprio questo spirito di tolleranza e di umanità a costituire il fulcro de Il Canto sospeso.

Note aggiuntive
In Italia le formazioni partigiane si costituirono dopo l’8 settembre, per iniziativa di antifascisti e di militari del dissolto regio esercito; più tardi incrementate da una vasta partecipazione di operai e contadini, e dei giovani renitenti alla leva della Repubblica di Salò. Le formazioni partigiane si distinguevano per orientamento politico: vi erano le brigate “Garibaldi”, comuniste, “Matteotti”, socialiste, “Giustizia e Libertà” del Partito d’Azione, formazioni cattoliche, liberali e autonome.
L’azione della Resistenza fu coordinata dai Comitati di Liberazione Nazionale (C.L.N.); nei C.L.N. erano rappresentati i partiti sorti o ricostituitisi durante il 1943: Partito comunista (Pci), Partito socialista (Psiup: Partito socialista di unità proletaria), Partito d’Azione (Pda: erede del movimento di Giustizia e Libertà di C. Rosselli)), Democrazia cristiana (Dc: erede del Partito popolare di Don Sturzo), Partito liberale, Democrazia del lavoro (fondata da Ivanoe Bonomi).
Nell’aprile del 1944 si formò al Sud il primo governo di unità nazionale, comprendente i rappresentanti dei partiti dei C.L.N. e presieduto da Badoglio.
Nell’Italia settentrionale si costituiva il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia). Feroci furono le rappresaglie tedesche (Fosse Ardeatine, marzo 1944; strage di Marzabotto, 29 settembre-1ottobre 1944). (Storia contemporanea. Dal Congresso di Vienna ai giorni nostri. Una nuova proposta di studio, F. Gavino Olivieri, Nuove edizioni del giglio)
In Italia, la Resistenza, diede un’efficace contributo alla liberazione del paese. Tra le azioni militari di maggior rilievo: l’insurrezione di Napoli (settembre-ottobre 1943), la liberazione di Firenze (agosto, 1944), le battaglie di Montefiorino (luglio-agosto, 1944) e di val d’Ossola (ottobre '44); l’insurrezione di Genova (21 aprile '45), Torino (23 aprile), Milano (25 aprile). I caduti ammontarono complessivamente a 35.828; i civili uccisi per rappresaglie conseguenti alla lotta partigiana a 9980; i resistenti caduti all’estero a 32.000; a 33.000 i morti nei campi di concentramento tedeschi; a 8000 i deportati politici uccisi dai nazisti. Il Corpo Nazionale di Liberazione, organizzato dal governo Badoglio dopo la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre ’43) e operante a fianco degli alleati, ebbe 10.000 caduti. (Enciclopedia Garzanti universale)
Le voci della cassetta-audio sono di Arnoldo Foà e Anna Proclemer.
Le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli. Ristampata da Einaudi editore nel 2003.
AA.VV., Lettere di condannati a morte della resistenza europea. A cura di P. Malvezzi e G. Pirelli. Pref. di Thomas Mann. Einaudi, Torino 1954.

Anna Lanzetta

25 aprile: Festa della Liberazione. Lettera di Giaime Pintor al fratello




LETTERA DI GIAIME PINTOR AL FRATELLO

28 novembre 1943
  
Carissimo,
parto in questi giorni per un’impresa di esito incerto: raggiungere gruppi di rifugiati nei dintorni di Roma, portare loro le armi e le istruzioni. Ti lascio questa lettera per salutarti nel caso che non dovessi tornare e per spiegarti lo stato d’animo in cui affronto questa missione. I casi particolari che l’hanno preceduta sono di un certo interesse biografico, ma sono troppo complicati da riferire: qualcuno degli amici che è da questa parte vi potrà raccontare come nella mia fuga da Roma sia arrivato nei territori controllati da Badoglio, come abbia passato a Brindisi dieci pessimi giorni presso il Comando Supremo e come, dopo essermi convinto che nulla era cambiato fra i militari, sia riuscito con una nuova fuga a raggiungere Napoli. Qui mi è stato facile tra gli amici politici e i reduci dalla emigrazione trovare un ambiente congeniale e ho contribuito a costituire un Centro Italiano di Propaganda che potrebbe avere una funzione utile e che mi ha riportato provvisoriamente alle mie attività normali e a un ritmo di vita pacifico. Ma in tutto questo periodo è rimasta in sospeso la necessità di partecipare più da vicino a un ordine di cose che non giustifica i comodi metodi della guerra psicologica; e l’attuale irrigidirsi della situazione militare, la prospettiva che la miseria in cui vive la maggior parte degli italiani debba ancor peggiorare hanno reso più urgente la decisione. Così dopo il fallimento, per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, di altri progetti più ambiziosi ma non irragionevoli, ho accettato di organizzare una spedizione con un gruppo di amici. È la conclusione naturale di quest’ultima avventura, ma soprattutto il punto d’arrivo di un’esperienza che coinvolge tutta la nostra giovinezza.
In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c'è possibilità di salvezza nella neutralità e nell'isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la «generazione perduta » che ha visto infrante le proprie «carriere»; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell'ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell'uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l'incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c'era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d'indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.
Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l'ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un'unica esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva «disponibile», che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell'utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento.
Questo vale soprattutto per l'Italia. Parlo dell'Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell'America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim'ordine: filosofi e operai che sono all'avanguardia d'Europa. L'Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all'Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d'emergenza.
Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent'anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l'impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l'idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.
Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza e che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che morti seppelliscano i morti. Anche per questo ho scritto a te e ho parlato di cose che forse ti sembrano ora meno evidenti ma che in definitiva contano più delle altre. Mi sarebbe stato difficile rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la loro presenza sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un’altra grande ragione di felicità è stata l'amicizia, la possibilità di vincere la solitudine istituendo sinceri rapporti fra gli uomini.
Gli amici che mi sono stati più vicini, Kamenetzki, Balbo, qualcuna delle ragazze che ho amato, dividono con voi questi sereni pensieri e mi assicurano di non avere trascorso inutilmente questi anni di giovinezza.

Giaime

 La lettera venne scritta alcuni giorni prima della morte avvenuta a Castelnuovo al Volturno mentre tentava di attraversare il fronte e recarsi nel Lazio per organizzare l’attività partigiana.
(da G. Pintor, II sangue d'Europa, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1950).
(A. Desideri, Storia e storiografia vol. 3 dalla prima guerra mondiale alle soglie del Duemila, Casa editrice G. D’Anna, Messina-Firenze)

Nota biografica
Giaime Pintor, nato a Roma il 30 ottobre 1919, caduto a Castelnuovo al Volturno (Campobasso) il 1° dicembre 1943, è stato letterato, giornalista, patriota e scrittore. Laureatosi in giurisprudenza, si dedicò presto a studi di letteratura (soprattutto tedesca). Durante la II guerra mondiale fece parte della commissione di armistizio con la Francia e poi della missione militare presso il governo di Vichy. Dopo il 25 luglio, partecipò alla difesa di Roma contro i nazisti. Si recò a Napoli per raccogliere volontari per la lotta. Tornato nel Lazio per unirsi al movimento di Resistenza, nel tentativo di attraversare le linee, fu ucciso da una mina.
Ha lasciato numerose traduzioni e vari saggi, i più significativi dei quali sono stati raccolti nel volume Il sangue d’Europa (1950). (Grande Enciclopedia Istituto Geografico De Agostini Novara)

Questa lettera dimostra che in ogni epoca i giovani hanno partecipato con passione, coraggio e consapevolezza alla vita del proprio paese. I giovani sono portatori di idee e di energie che aspettano soltanto di essere realizzate e non c’è campo migliore della società stessa, il cui compito è quello di educarli attraverso una formazione in cui la Storia sia luogo di memoria, di identità e di appartenenza. Lo stesso Risorgimento insegna che per partecipare consapevolmente  e capire ciò che vogliamo, dobbiamo  sapere ciò che siamo stati e ciò che siamo. (A. L.)





venerdì 22 aprile 2011

Il Venerdì Santo a Sarno: Le “Croci” e i canti della Passione



Le Processioni dei paputi che, dalle prime luci dell'alba fino alla tarda mattinata del Venerdì Santo, percorrono le vie di Sarno, secondo rituali e itinerari stabiliti, per la visita ai Sepolcri, affondano le loro origini nel 1200, quando si costituirono le Confraternite religiose prima in numero di 3 e poi di 9, numeri sacri che richiamano la Trinità.


Le Processioni sono seguite da fedeli di varia età ed estrazione sociale, che  intonano suggestive lamentazioni sulla passione e morte del Cristo, a carattere popolare, tramandate oralmente.
Vere ed antichissime forme di religiosità

O Crux, o Crux, ave,
spes unica, ave!
Hoc Passionis tempore,
piis audace gratiam

O Croce, o Croce, ti saluto,
unica speranza, ti saluto!
In questo tempo di Passione, accresci la grazia ai pii,
cancella le colpe ai rei.

Il rito dell’inchino tra  due croci è molto suggestivo. La voce più forte, quella  che aiza , che alza sovrasta, rende omaggio:
Ecco la bella Croce,
ecco di pace il segno:
questo è quel sacro legno,
dove Gesù morì…

risponde all’omaggio ‘a vocia fina, struggente voce di giovanissima:
Teco vorrei, Signore,
oggi portar la Croce,
nella tua doglia atroce
io ti vorrei seguir…

Davanti a ogni sepolcro intonano il proprio canto della Passione, dopo mesi e mesi di preparazione, e seguono i comandi  del Gran Cerimoniere, la cosiddetta ‘a mazza ‘e cerimonia che dà il segnale per fermarsi o procedere. 

Quella madre è la dolce Maria!
Volge al cielo pietosa lo sguardo,
guarda il Monte e ricalca la via,
sanguinosa la Croce sol ve’.

Le parole restano incomprensibili, quasi a  mantenerne il segreto.

Fac me tecum pie flere,
Crucifixo condolere,
Donec ego vixero…

Miserere mei, Deus.
Secundum magnam misericordiam tuam.

Amplius lava me ab iniquitate mea
Et a peccato meo munda me.



La liturgia del venerdì santo celebra la Passione del Signore.
I Paputi che sono incappucciati e portano sulle spalle una croce lignea,  ricordano che l’uomo per rinascere deve abbandonare la via del male.
La croce  è il simbolo del Cristo morente e del Cristo risorto e per analogia del credente-paputo che muore e risorge a nuova vita.
Il dramma delle Croci può essere inteso come  simbolo della precarietà esistenziale di una comunità che partecipa al sacro rito della rigenerazione.
I “Paputi”, termine  che dal latino significa “vecchio”  sfilano per le strade con i simboli distintivi della Congregazione della Chiesa di appartenenza.

 


I confratelli indossano cappe bianche e si differenziano tra loro dal cordone che ne sostiene la veste.
Il colore prevalente è il celeste, il colore del cielo che indica la profondità dell’infinito in cui l’uomo si perde e poi si ritrova.

Il viola, presente nella Croce dei Morti, indica la temperanza e dunque l’equilibrio tra il Cielo e la Terra.

Solo i paputi della Confraternita di S. Matteo hanno il cappuccio e la veste rossa, che rimanda alla sofferenza del sangue.

La croce di San Francesco indossa il saio monacale simbolo di Francesco ed è l’unica croce in cui sono visibili i volti dei Paputi.

Il cammino delle Croci è il viaggio dell’uomo, vecchio nello spirito, che ritorna a nuova vita, attraverso il Sacro.
I fedeli accompagnano Cristo verso il Calvario in attesa della Resurrezione, oggi di una rigenerazione.

Vedo sul duro tronco
Disteso il mio diletto
E il primo colpo aspetta
Dell’empia crudeltà…


giovedì 21 aprile 2011

Il Giovedì Santo a Sarno: La magia dei Sepolcri




I riti della Settimana Santa a Sarno sono un forte richiamo per una moltitudine  di persone che convergono da ogni parte.
Il Giovedì Santo  è magico per l’atmosfera che vi si respira di sera, verso l’imbrunire, quando ogni tabernacolo per le strade, nei vicoli, nelle chiese viene addobbato con un sepolcro preparato con magnifici arredi, panneggi, drappi, piante di grano e fiori, e simboli dove  i soldati,  l’ultima cena, la Croce di pane rievocano la sacralità del momento. 




La visita ai Sepolcri è un rituale che si ripete ogni anno in un silenzio surreale. È il cosìddetto "struscio" che riempie le strade del paese di sciami di persone che sostano per omaggio davanti a ogni sepolcro che nell'avanzare delle luci che si accendono si caricano di suggestione e diventano  anche  punti  di incontri, di memorie, di saluti appena bisbigliati.




Non potevo ripartire senza portare via con me il ricordo di quanto ho rivissuto e ripreso con le foto che vi propongo in immagini, per trasmettere visivamente quanto da me rievocato; memoria di tradizioni che nella diversità di riti, permeano la vita di ogni paese, della  vita di ognuno di noi, dei angoli più suggestivi di Sarno in questo Giovedì Santo 2010.




A Sarno, il mio paese

Anna Lanzetta 











mercoledì 20 aprile 2011

La “scuola pubblica”: luogo di vita e di formazione



Domenico di Michelino (Firenze, 1417- 1491),
La Divina Commedia illumina Firenze, 1465

Perché ogni volta che mi accingo a presentare il libro Addio mia bella addio…La storia del Risorgimento tra parole, immagini e musica, una forte commozione mi prende e devo fare forza su me stessa e premere le unghie nel palmo della mano, per trattenere questa emozione che mi assale sempre più forte e che non sempre riesco a contenere?. La risposta è insita nell’operato. Perché tra immagini, parole e letture, le nostre radici riaffiorano in modo pregnante e rimbomba l’eco della storia. Perché il richiamo alla nostra appartenenza rinverdisce quel sentimento patrio, a torto e da molti creduto sopito. Perché ripercorrendo la storia del Risorgimento si rende visibile  il sacrificio di quanti ne hanno segnato il percorso verso l’Unità, fermi nel proprio Credo. Perchè  la  lettura dei nostri padri, di Mazzini in particolare e del suo fermo proposito arriva al cuore.

È il sacrificio di tanti giovani che mi fa brillare gli occhi in modo irrefrenabile a fronte di tanti giovani che mi ascoltano: Goffredo Mameli, Jacopo Ruffini, i Fratelli Bandiera e tanti poeti, musicisti e pittori.
È la consapevolezza tangibile che malgrado le forti distorsioni e le incongruenze del presente, sono vivi nei giovani valori e verità.
È  l’emozione di ritornare a scuola, nelle aule di quella “scuola pubblica”dove sono cresciuta,  dove sono stata istruita, dove vive la vita con le sue problematiche; in quella“scuola pubblica” dove si insegna e si impara vicendevolmente con i propri studenti, dove si apprende che la cultura è il respiro di un popolo, che senza cultura il popolo muore, che chi taglia la cultura non ne conosce la ricchezza.
È  il ricordo delle aule in cui ho trascorso gran parte della mia vita da discente e poi da docente che mi fa gridare con forza,  additando chi osa screditare la “scuola pubblica”, di tacere, perché rischia di mostrare soltanto la propria negligenza.
È  tutto questo e altro ciò che mi commuove per tenerezza, che mi fa piangere per risentimento, che mi fa sperare che un nuovo giorno rischiari questa buia notte dell’ignoranza, che un risveglio totale illumini le menti, che la “scuola pubblica” innalzi sempre più in alto il  vessillo dell’educazione e della formazione, forte di chi in essa svolge  il nobile mestiere di insegnante.

La riflessione di uno studente, a presentazione ultimata:<< Mi vergogno di essere Italiano>> mi ha raggelata e d’impulso avrei risposto:<< Mi vergogno di essere rappresentata>>. Ma la deontologia professionale è prevalsa in me come da sempre avviene nel sistema educativo della “scuola pubblica, dove nessun colore prende il sopravvento e ho taciuto come si conviene a chi riconosce alle parole il giusto peso, per non correre il rischio di mescolarsi a chi non ne conosce minimamente il senso.

Anna Lanzetta

martedì 12 aprile 2011

C'è un uomo inchiodato sulla Croce




Salvador Dalì (1904-1989), Crocifissione 1954

Drammatica è la posizione dell’uomo-Gesù, che dalla Croce grida al mondo la sua sofferenza per i chiodi che  lacerano la sua carne, simboli della sua condizione di tradito, di esule, di emarginato, di ramingo, di rifiutato.

Riporto in analogia il commento a una poesia di Fulton Y. Sheen che per caso ho trovato in un vecchio quaderno, intitolata C’è un uomo inchiodato sulla Croce:  

Nelle ore del giorno e della notte, quando intorno a me tutto è silenzio, mi colpisce un pianto che scende dalla Croce e che mi fa trasalire.

La prima volta che l’udii, uscii dalla mia casa e cercando trovai un uomo inchiodato sulla Croce.

Cercai di togliere i chiodi dai suoi polsi.

Ma Egli mi disse di lasciarli dove erano perchè sarebbe sceso soltanto  quando tutti gli uomini si sarebbero uniti.

Gli chiesi cosa potessi fare per lui.

Ed Egli mi rispose di andare per tutto il mondo e di dire a tutti: C’è un uomo inchiodato sulla Croce



Salvador Dalì, Cristo di San Giovanni della Croce 1951


Il suo grido è un richiamo alla benevolenza e all'amore, un monito, un invito a rileggere la storia dell’uomo, perché nulla si ripeta degli  errori del passato, perchè  prevalga in tutti il sentimento di fraternità, atto a  schiodare Cristo dalla Croce.

I morti di ieri, i morti di oggi, i morti di ogni paese, vittime dell’irrazionalità umana, sono ombre che nessun tempo potrà mai cancellare ma che possono indurci a riflettere per deporre  il fardello dell'indifferenza.

Il senso dell’uomo è nell’ospitalità del suo essere.

Anna Lanzetta





 





giovedì 7 aprile 2011

Tra gesti e parole, il Paese muore



Il Parlamento

Sono tutti bravi a dettare regole e a stabilire comportamenti, specialmente quando questi riguardano gli studenti, i nostri ragazzi.
E con che rigore si interviene, perché i nostri ragazzi siano educati e rispettosi!.
Si interviene sul voto di condotta e sugli interventi punitivi a scuola, perché (dicono) c’è necessità di riordinare i rapporti.
Ma su quali modelli? Ci  chiediamo sgomenti!.
Attenti a scrivere queste norme, perché in quell' “aula”, nostra  per antonomasia, sacra per compiti e  funzioni, succede di tutto e di più.
Risse, violenze, offese verbali e gesti sconci sono diventati merce di scambio e coloriscono ogni giornata che dovrebbe essere deputata a ben altri impegni, perché quell’ “aula” non è luogo di mercato ma la casa di noi Italiani.

Simili comportamenti, da parte di chi è stato eletto per una funzione che di per sé esige moralità, etica e rispetto verso il proprio ministero, verso se stesso e verso il popolo, non sono esempi di virtù e specialmente per i giovani.
Quindi , bando alla tracotanza; educhiamo noi stessi  a diventare esempi, prima di inutili dettami.

In un’aula scolastica, da sempre, un solo gesto o una sola espressione verbale irrispettosa, verrebbero  adeguatamente considerati  in nome dell’ "educazione", parola questa che purtroppo è inesistente nella nostra “aula” di rappresentanza dove i gesti e le parole offendono non solo e in primis l’individuo che ne è artefice ma essenzialmente noi Italiani che, come  da una platea, assistiamo ogni giorno a farse da palcoscenico, che provocano il nostro più profondo disgusto.

Anna Lanzetta


martedì 5 aprile 2011

Convergenze 1. Quando la scultura coniuga la poesia: Canova e Neruda





Antonio Canova, Amore e Psiche, 1787-1793, Parigi, Louvre

La favola di Amore e Psiche è un riflesso di vita che insegna a vivere.
« Vi erano in una città un re e una regina. Questi avevano tre bellissime figliole. Ma le due più grandi, quantunque di aspetto leggiadrissimo, pure era possibile celebrarle degnamente con parole umane; mentre la splendida bellezza della minore non si poteva descrivere, e non esistevano parole per lodarla adeguatamente ». Apuleio, Le metamorfosi, IV

Venere gelosa della fanciulla le invia il figlio Cupido-Eros, perché le ispiri una passione disonorevole, ma Cupido se ne invaghisce. La conduce con sé in un meraviglioso castello e le ordina di non scoprire mai il suo viso.
Psiche, il cui nome vuol dire Anima, spinta dalle sorelle gelose  e  dalla sua curiosità, trasgredisce, e una notte illumina il volto di Cupido che, colpito da una goccia d’olio della sua lampada, si sveglia e fugge lontano.
Psiche, perdutamente innamorata, lo insegue ma deve superare prove durissime che Venere le impone.
Presa ancora una volta dalla curiosità, apre il vasetto, che nella sua discesa agli Inferi le aveva consegnato Proserpina  da portare a Venere, e si addormenta in un sonno mortale.
Ma come in ogni favola l’Amore vince. Cupido corre in suo aiuto, Psiche sarà perdonata e condotta in cielo l’"Anima" diventerà immortale.
Canova  traduce in modo sublime il risveglio della fanciulla, in un’atmosfera  metafisica, atemporale e aspaziale.
Il marmo acquista vitalità che l'artista gli infonde con la levigatezza dei corpi,  col dinamismo dei movimenti, con la purezza delle espressioni, col dialogo muto che li rende  tutt’uno e che diventa poesia: 

Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, strade di mela,
nuda sei sottile come il grano nudo.
Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,
hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l'estate in una chiesa d'oro.



Le forme anatomiche, perfette del rigore adolescenziale, rendono in simbiosi il principio di bellezza assoluta che l’artista infonde alla materia e la poesia continua come in un sussurro:

 Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t'addentri nel sotterraneo del mondo
come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:
la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.
 
 



 Pablo Neruda (Neftali Ricardo Reyes Basoalto, Parral, 1904-Santiago, 1973)
Nuda sei semplice, (da Cento sonetti d’amore, XXVII) 


Antonio Canova (Possagno, 1757-Venezia, 1822) Autoritratto, 1792