mercoledì 24 agosto 2011

Soli, come un gabbiano, in una grigia giornata di luglio




Il tempo non promette nulla di buono ma il cielo e il mare in abito di madreperla sono incantevoli.
La spiaggia è vuota e gli ombrelloni chiusi ma lo spettacolo intorno non si può perdere.
Il vociare di un folto gruppo di giovani rompe il silenzio. 

Hanno dai vent’anni in su e le loro voci si intrecciano gioiose, forti, tristi, risentite. Fare il bagno è impossibile e il dialogo prende vita.

Ho bisogno di un armadio.
Vorrei almeno un posto letto.
Sto bene in famiglia ma vorrei la mia autonomia

Ho studiato, ho acquisito competenze mmiaa ancora nulla; per alcuni però le Forche Caudine si alzano velocemente.Ma chi credi di essere, il figlio del padrone? La voce è ironica ma il riferimento è chiaro.
Canta che ti passa la voglia di lavorare.
Caterina vuole un bambino! Anzi lo vogliamo! Aggiunge Andrea.

In famiglia si stringe la cinghia, si intromette Armando. Cercano di aiutarmi col poco che si ha ma alla loro età i miei genitori avrebbero diritto a ben altro.
Gli stipendi non alleggeriscono il carico e tanto meno le pensioni, e c’è anche la nonna. Certo che la situazione degli anziani peggiora sempre di più.
A pensare come tutto è più facile per chi ha stipendi e pensioni altissime.
Alberto, incalza Manuela, che ci faresti con uno di quegli stipendi? Tanto, ma per ora desidero solo una maggiore equità. Dicono che noi giovani siamo il futuro del paese. Ma quale futuro se sono precario a vita?
Cosa farai da grande? Il Parlamentare rispondono in coro, gioiosi della loro età ma tristi della propria realtà.

Non provo invidia, dice una voce più lontana ma non capisco questo mondo sempre più diviso in due.
Non capisco chi aiuta a far leggi e leggine nell’interesse di pochi o addirittura di uno solo.
Mi sono convinto che tutto ormai si traduce in interesse, in privilegi, in gradini dove si comanda, in quella casta tanto agognata.
Provo risentimento e compassione per chi manifesta chiaramente la mancanza di ideali, di valori di cui tanto abbiamo parlato a scuola ma tempo fa, ora tutto è piatto, tutto è assuefazione e il concetto stesso di valori è ormai inesistente.
Perché quelli che hanno un seggio agiscono senza vergogna e senza pudore? La paura di perderlo? Il timore di scendere nel gradino dove tutto è diventato difficile?
Virtù e valori sono passati ormai nelle più oscure utopie?

Dobbiamo sanare l’economia? È giusto ma iniziamo dall’alto. Perché non si taglia di netto lo spreco della politica? Quanti soldi si potrebbero risparmiare a beneficio degli indigenti e dei nuovi poveri che la Caritas nutre ogni giorno?

Questa è Libertà? Questa è Democrazia? Allora non abbiamo capito nulla, siamo diventati tutti ignoranti e purtroppo siamo su questa scia visto come hanno ridotto la scuola, l’università e come langue la ricerca.

E io che volevo fare il ricercatore!.




Un paese diviso in due non cresce specialmente se la fascia intermedia è condannata all’estinzione e quella più bassa è sempre più logorata da silenziose sanguisughe.
Un paese dove chi ha, accumula senza la minima lungimiranza, si nutre solo di cecità per il suo futuro.
Un paese senza sviluppo è un paese che muore e noi giovani siamo senza lavoro. Non ci sono prospettive per migliorare, specialmente in alcune regioni come la Campania dove la disoccupazione ha raggiunto livelli altissimi e si è più facile preda dei senza scrupoli.

È difficile dice Daniela mettere su casa. Il lavoro oggi è un privilegio di pochi e se c’è, con seicento euro al mese non paghiamo nemmeno l’affitto.
È una fortuna avere una famiglia alle spalle che ti sostiene.
Ma quando non ci sarà più nessuno a sostenerci, quale sarà il nostro destino e quello delle nuove generazioni? Oggi fare un bambino fa paura!
Nascono pochi bambini per mancanza di lavoro, di strutture adeguate, di sostegno economico, per paura di perdere il posto di lavoro. Le donne pagano sempre il prezzo più alto, con paghe più basse e col rischio di essere licenziata se resti incinta per non parlare di altro. Così commenta Rosanna.
Oggi, tranne in casi privilegiati, tutto è precario e il precariato sta divorando il paese.
I licenziamenti incombono e la povertà aumenta.
L’Italia è un paese di vecchi e così procedendo, non ci sarà un riciclo adeguato.
Bisogna intervenire, dicono dall’alto, per la nostra economia, bisogna sanare, ma chi paga il prezzo più alto in questa ennesima stangata siamo noi, il ceto medio-basso, i veri tartassati.
Tutto rincara, tutto ci viene sottratto, tutto viene tassato e ieri i miei genitori si guardavano sgomenti per i conti dei loro pochi risparmi.
E le cure per la nostra salute? Arriva da alcune Regioni qualche segnale di umanità, ma sarà sufficiente?
Perché non si parla di una più equa distribuzione delle  rendite?
Perché non si taglia in alto?
Ma come può capire il senso di un ideale chi non ne possiede uno?

Come può capire l’indigenza chi ha mirato il proprio obiettivo ad ottenere un posto nei seggi istituzionali che gli assicura un lauto stipendio, una pensione immediata e vantaggi su tutto?.
Chi è sazio di tutto guarda in tralice chi non ha e col timore di perdere introiti e privilegi.
Perché per un giorno non provano loro a vivere con una pensione minima e a recarsi alla mensa pubblica per una scodella? Forse allora capirebbero!.
Possibile che siamo diventati tutti ciechi, una cecità che ci libera apparentemente delle nostre colpe e non ci fa vedere la miseria del nostro paese, dei nuovi poveri, indicatori dello stato di degrado in cui siamo scesi?
Si pensa al processo breve, al processo lungo, si passa da uno scandalo a un altro e non si parla dei problemi reali del paese che si avvia senza rimedio a una completa bancarotta.
A pensare che si perde tanto tempo e denaro per legiferare su questi processi a beneficio di pochi, ma forse è meglio dire e con grande vergogna e compassione per chi vi opera, per uno solo.




Vorrei fare il ricercatore, ma non c’è posto e la ricerca langue.

Vorrei girare un cortometraggio su quelle realtà di cui nessuno parla, un teatro impegnato, un cinema sociale ma dove trovare le risorse? Abbiamo tanta voglia di operare, di realizzare le nostre aspirazioni, ma ci mancano i mezzi e i continui tagli in tutti i settori non aiutano.
Vorrei andarmene da quest’Italia in cui ormai nulla si può realizzare dice Vanni ma io amo il mo territorio.
E la scuola? Ormai è al macero. E se sopravvive non è certo merito delle leggi inique ma di quegli insegnanti legati alla deontologia professionale.
Come parlare di diritti e di doveri?
Come insegnare il significato di etica e di morale, quando si vuole un’Italia divisa e smembrata priva del senso storico di appartenenza, di comunanza e di solidarietà?.

Ascolto e gli dò ragione. Ho comprato sulla bancarella a poca distanza da me “Il satyricon di Petronio” e lo apro alla cena di Trimalchione, mi sembra la fotografia di un’Italia dove il capo mangia a ufo e lascia le briciole ai servitori.
E le altre voci depositarie delle nostre speranze? Dove sono finite? Qualche spiraglio si apre con ricambi innovativi. Ci sarà un cambiamento, un respiro di aria pulita, un ascolto a chi chiede aiuto prima che il tanfo nauseabondo invada tutto il nord e seppellisca prepotenze e tracotanze?
I giovani reclamano i loro diritti e i paesi sono in subbuglio.
Le violenze di questi giorni palesano un malessere che presto sfocerà in altro se i giovani non saranno ascoltati, vedi Parigi e Londra. La voglia e il bisogno di cambiare hanno spinto i popoli a ribellarsi e a chiedere ragione del proprio stato a quei desposti che noi avevamo accolto.
Vorrebbero progettare la loro vita e non possono.
Perché siamo, anzi sono ciechi e sordi alle loro richieste?
Perché non vogliamo, anzi non vogliono capire che sono loro il nostro futuro?

Un gabbiano che attira la mia attenzione, esprime il senso della loro solitudine.
L’azzurro che si dimena per aprirsi un varco, esprime la loro difficoltà di vita.



Anna Lanzetta
da Castiglione della Pescaia
in un giornata grigia

Foto di Espo




martedì 23 agosto 2011

Doloso o accidentale?





Ogni anno lo spettacolo si ripete più spettrale e terrificante.

Le montagne bruciano senza difesa e perdono una parte di vita.
È la notte di San Lorenzo, sono a Sarno e tutti dai balconi guardiamo il cielo in attesa di una stella cadente, ma nulla di così bello avviene.



Il cielo si illumina ma per le lingue di fuoco altissime, che alimentate dal vento divorano la cima del monte.

Il fuoco divampa imperioso e avvolge e travolge tutto.
Le fiamme si spandono velocemente, avvolgendo gli alberi che davano vita al territorio e tra i bagliori la natura appare nuda e indifesa.

Ormai più nessuno pensa alla notte dei desideri e aumenta il timore che il fuoco possa lambire le case.

Focolai si accendono in più punti.
Qualcuno dice che brucia anche un lato del Vesuvio e qualcun altro aggiunge che anche la Costiera è interessata.
Le sirene dei pompieri irrompono nella notte e cercano di circoscrivere le fiamme.

O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Così Leopardi in A Silvia.

E sembra riecheggiare forte  il monito della natura all’uomo perché astenga la sua mano dal ferirla.


 
Lo spettacolo del giorno dopo

Spero vivamente che la mano dell’uomo ne sia questa volta immune e che tutto sia opera del caldo africano.

Come si potrebbe spiegare altrimenti una tale follia?

Anna Lanzetta

Foto di Espo

 

domenica 21 agosto 2011

Ritornando dal Sud




Ritornando a Firenze da Sarno, dove ogni anno mi riportano la nostalgia e gli affetti, porto via con me i suoni delle feste, i sapori delle sagre, i colori del mare e dei tramonti.

Porto con me l’anima del Sud che mai mi abbandona con la sua cultura, la sua musica, con la tristezza di chi suo malgrado è costretto a svuotare paesi ormai fantasmi.

Porto con me il volto della storia e della poesia del Sud, l’amicizia che non si dimentica, l’immagine di un paese oggi stravolta, la ricchezza della sua terra, le ceste contadine ricche di profumi.

Più la conosci e più la ami così varia e così bella, la nostra terra.
Da Nord a Sud è un susseguirsi di storie, di miti, di leggende, di storia.

Mi perdo tra le onde del Cilento, tra l’intenso profumo degli agrumeti, lungo le scalinate che dalle cime portano al mare, tra anfratti, porti e calette, tra i colori della costa amalfitana con la meravigliosa Atrani.

Ritorno a casa più ricca di un respiro che mi inonda, di una cultura secolare, di luci, di strade affollate, di amici ritrovati, del ricordo di chi ci ha lasciato.

Porto nel cuore l’anima del Sud che sento gioioso ma  malinconico per ciò che vorrebbe essere e che non è.

Guardo l’orizzonte tra il mare spumeggiante e il Vesuvio, sfoglio le pagine di Salvatore Quasimodo e leggo:

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d'acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
(da Lamento per il Sud)

Buone vacanze a chi è partito, a chi ritorna, a chi le vive tra le mura della propria casa.

Da Firenze a Sarno e ritorno
è bello  ritrovarsi insieme
Anna Lanzetta

Foto di Espo


martedì 26 luglio 2011

Quando l’opera d’arte emoziona e ferma il passo




Mirò, Pittura-poema (Musica, Senna, Michel, Bataille et me), 1927, Volkart Foundation, Svizzera

Con molte curiosità sono entrata in Palazzo Strozzi per visitare la mostra dal titolo: Picasso Mirò Dalì. Giovani e arrabbiati: La nascita della modernità.
Amo il contatto diretto con i quadri e amo vivere l’emozione dell’opera che alla vista, mi ferma il passo.
E Musique ha fermato i miei passi.
La massa rossa che tondeggia su figure dai contorni incerti mi ha incuriosito. Forse è il sole, ho pensato, che segna il mutare delle stagioni dell’uomo nel cammino della vita?.
Mi fermo e leggo: Musique e poi Seine e poi Michel, Bataille et moi.
La pittura di Mirò mi insidia.
Il suo linguaggio simbolico e surreale mi trasporta in un mondo fiabesco dove rapporto ogni elemento a una forma, a una realtà intima, profonda, pura, sussurrata.
Mi catturano i suoi silenzi che proiettano altrove la mia fantasia.

Mi intriga l’opera d’arte che si sottrae a una lettura immediata, l’opera che non mi si rivela al primo impatto e che mi sollecita un’indagine tra significato e significante; tale era per me Musique.

Nel silenzio metafisico di una realtà quasi monocroma, l’associazione di punti, posti ad arte, indica vari personaggi e tra questi, tre, che la parola identifica e che camminano di notte sui Lungosenna parigini. Non solo pittura dunque ma poesia; non solo poesia ma musica come si legge. E resto a lungo affascinata dalla sincronia dei linguaggi e dalla massa rossa da me non del tutto identificata.
Una pittura onirico-fantastica, i cui connotati fermano il mio passo per ciò che sono e per ciò che rappresentano: una realtà mutevole come la nostra vista e il nostro pensiero commisurato.
Ritorno più volte a rimirare l’opera e scopro sempre nuovi elementi che cambiano la mia lettura come nel gioco di Pirandello.

Molti passano davanti al quadro e lo degnano solo di uno sguardo fugace. Mi chiedo perché mi sono fermata e non nuova a queste esperienze, mi convinco che il rapporto con l’opera d’arte è qualcosa di intimo e di suggestivo.
L’arte vive dentro di noi.



Friedrich,  Monaco in riva al mare, 1808-1810, Berlino, Alte Nationalgalerie

Ricordo perfettamente il quadro che scatenò in me un pianto incontrollabile. Accadde a l’“Alte Nationalgalerie” di Berlino quando all’improvviso mi trovai di fronte al quadro di Friedrich Monaco in riva al mare. Mi sentii sgomenta e al contempo felice di perdermi in quell’immensità che mi avvolgeva e in quella figura che, sola, respirava quell’immensità (mio desiderio). Piangevo di gioia, di commozione; un pianto irrefrenabile, ancora oggi per me indecifrabile.
L’arte per me è emozione.

Lascio Mirò con Georges Bataille e Michel Leiris sul Lungosenna e procedo tra le altre opere di Picasso e Dalì, ma nessun’altra opera ferma il mio passo.

Joan Miró (Barcellona, 1893-Palma di Maiorca, 1893)
Caspar David Friedrich (Greifswald, 1774-Dresda,1840)


Anna Lanzetta

mercoledì 20 luglio 2011

Sono stata bocciata a sei anni



Léon Augustin Lhermitte (1844-1925), La leçon de lecture

 Insegnare è come  ridare la vita

La notizia che una bimba di sei anni sia stata bocciata in prima elementare, lascia senza fiato, inorriditi da quanto sta accadendo nella  nostra scuola.
Questa bocciatura è l’ennesimo specchio di un’Italia che va in frantumi.

Sono bastate poche leggi per chiudere la porta in faccia a chi non ce la fa, a chi da solo non sta in piedi; a lavarsi le mani dei più deboli come Ponzio Pilato.

Questa non è scuola e mai potrà chiamarsi tale.
Questa è l’involuzione netta di una Pedagogia che vedeva nel bambino un fiore che si schiudeva in ogni primavera con i suoi tempi. Un piccolo passo avanti era già una grande conquista, quando il sapere non si misurava con lo scarto di un voto ma con la capacità del bambino di guardarsi intorno, di incuriosirsi, di creare, di giocare con la fantasia e di emergere pian piano dalle proprie difficoltà con aiuti adeguati.

Abbiamo lavorato tanto perché si superasse una scuola selettiva e si rispettassero i tempi di apprendimeno.

La scuola che subisce tagli indiscriminati e seleziona è il riflesso di una società che non riconosce più il bisogno e le necessità di chi in silenzio ci chiede aiuto.
Capirà mai questa bambina il senso della scuola? Cosa vuol dire essere respinti? E la famiglia? E noi educatori? Ma essenzialmente se ne rende conto chi opera in modo inconsulto a tutti i livelli e specialmente in quelli altissimi? Questa è una responsabilità gravissima per la quale non può invocarsi nessuna difesa.
È la  triste condizione di una scuola che ha perso i valori della sua identità, che si copre e ci copre tutti di vergogna.
Si assiste in silenzio e senza voler giudicare ma constatare con profonda amarezza ciò che siamo diventati noi un tempo educatori e formatori che agivano essenzialmente col cuore.
In silenzio si spera, una preghiera muta perché si rinsavisca da tali storture.


 


Pinocchio piange, come si legge nel mio scritto precedente ed è terribile l’immagine di burattini che rifiutano la metamorfosi in bambini, perché non si sentono amati; ma ancora più triste  è questa  figura di Pierrot che incrocia le mani, quasi a chiedere perdono per colpe che non ha.


Anna Lanzetta 

venerdì 15 luglio 2011

Pinocchio, un bambino senza sorriso




Quando Elena, rivisitando il racconto di Collodi, disse che Pinocchio si rifiutava di diventare bambino perché aveva paura degli adulti, rimasi molto perplessa a una rilettura fatta da un’adolescente che suonava come un atto di accusa agli adulti.

Ma la visione di Elena del burattino, espansa nei vari segmenti storici, racchiudeva la verità.

La condizione dell’infanzia nel mondo è dai suoi albori esposta senza difesa a ogni sorta di violenza e i fatti, che ogni giorno si susseguono, ne danno conferma.




Sono  frequenti le  notizie e le immagini di bambini violentati, uccisi e seviziati e quando il carnefice è la propria madre il racconto diventa horror.

Quale crudele verità si cela dietro un tale atto? Dove cercare la risposta se non dentro di noi, componenti dell’intera società che troppo spessa viola i diritti di chi andrebbe tutelato?.
Pinocchio ha rappresentato, per generazioni di bambini, un percorso educativo. Ce l’ha messa tutta per diventare il modello che gli adulti volevano che fosse, ma la realtà ne ha deluso le aspettative.

Pinocchio nasconde dietro il suo lungo naso una tristezza infinita e ha sul volto l’interrogativo di mille perché.
Egli si sforza di soddisfare i desideri degli adulti e di seguirne i consigli. Assume pian piano consapevolezza del suo ruolo sociale, aiuta Geppetto nel ventre del Pescecane fino alla libertà, ed è felice, ma poi scopre che nel ventre della balena il piccolo Jona vivrà il triste gioco della vita così come tanti bambini in famiglia, a scuola, nella società.

Pinocchio-bambino non è felice, perché si sente tradito dalla stessa società che lo ha spinto al cambiamento. Ci guarda da anni con commiserazione, guarda al passato di tanti bimbi, guarda al presente e la sua, è una condanna senza appello.

Pinocchio è per tutti noi il “Grillo parlante” che ci invita a riflettere senza inquisire, per rispondere ai suoi quesiti e alle nostre colpe.

Pinocchio-bambino ci chiede di vivere la sua età con l’emozione dei sogni e la fantasia del gioco.

L'infanzia  aspetta nel mondo il tempo della nostra ragione, e già adulta, guarda con compassione noi bambini  non ancora cresciuti  e ci chiede il diritto di  vivere, senza insidie, il gioco della propria vita.


 

Käthe Schmidt Kollwitz (Königsberg, 1867-Moritzburg, 1945), scultrice e pittrice tedesca.
Autoritratto

Anna Lanzetta

Il racconto di Elena dal titolo “Storia di un burattino che non diventa bambino” è inserito nel libro “Sapere per creare” a cura di Anna Lanzetta   Morgana Edizioni
Costo 15 euro
Inf. annalanzetta@libero.it

venerdì 8 luglio 2011

Quando il cinema racconta la realtà: “Umberto D”



Carlo Battisti: Umberto Domenico Ferrari
Protagonista del film

Delicato, lirico, poetico, “Umberto D” (1952), film di Vittorio de Sica e Cesare Zavattini è una pagina per riflettere ieri come oggi, sul nostro stato sociale.

Due grandi, per creare un film denso di significati, generoso per penetrare il dramma dell’uomo all’interno di una società dominata dall’indifferenza.

Un film, non subito capito e accettato perché scomodo, dato che in ogni tempo attualizza la realtà.

Il protagonista è l'espressione di un’umanità divisa in chi ha e in chi non ha, messo  in disparte e abbandonato anche se ha dato tanto.




Umberto D è l’esemplificazione dell’indigenza in cui è costretto a vivere un ceto sociale con la magra pensione che gli regala solo stenti, umiliazioni e privazioni e al contempo di quell'amore e rispetto  con cui cura  anche nell'estrema povertà, il suo cagnolino Flaik, amico e coprotagonista.

Un film a tratti lirico, poetico ma amaro, che graffia nel profondo e che ci obbliga al confronto col presente e a ripensare alla sorte degli anziani, dei pensionati e di chi non può permettersi nemmeno un cane, una sorte che nel tempo cambia ma solo in peggio.

"Umberto D", visto a distanza di anni, è per tutti una grande verità  e fa molto pensare, perchè fotografa la stasi di una società che non si evolve e che nulla impara dalla storia dei nostri costumi e comportamenti passati.


Il cinema è storia, è espressione del sociale, è una macchina che mette a nudo l’uomo e la sua psicologia, ieri come oggi.




Vittorio De Sica e Cesare Zavattini

“Umberto D” esprime la passione di due grandi artisti nel rappresentare le vicissitudini del vivere quotidiano e le strategie per affrontarle, i sentimenti, le emozioni che a iosa il personaggio ci regala in ogni sequenza ed è un invito a tutti noi, troppo distratti, a coglierne l’essenza.





Il film inizia con un corteo non autorizzato di pensionati che reggono cartelli con su scritto "Aumentate le pensioni. Abbiamo lavorato tutta una vita". Una frase che ci fa pensare al nostro domani dove forse nemmeno questo cartello avrà più un senso.




Umberto Domenico Ferrari, era stato per trent’anni funzionario al Ministero dei Lavori Pubblici, e si ritrova pensionato con 18.000 lire al mese…ed è così che inizia la storia di questo personaggio che sembra uscito dalla penna  di Pirandello come tutti noi dopotutto.

Anna Lanzetta