domenica 10 ottobre 2010

Quel piccolo pesco, color fucsia



Quel piccolo pesco, color fucsia

Per me era il saluto alla primavera che di lì a poco avrebbe inondato di colori e di profumi il mio giardino. Ma già quell’anno aveva reso  poco, poco e male. Pochi fiori per la Primavera che s’inoltrava e nessun frutto. Le pesche erano un dono di natura e le sue braccine se ne caricavano quasi a mostrare la sua bravura. Era un pesco nano che faceva mostra di sé accanto alla rosa che lo sovrastava e che quasi lo copriva coi suoi grappoli  bianchi.
Ogni cosa in natura segna il passaggio del Tempo in una trade union tra la vita e la morte, pensai, non senza malinconia. Ma nulla muore nel pensiero; si può solo affievolire nel ricordo, ma basta un nonnulla perché riaffiori e riprenda la sua vitalità. Mi piaceva tanto il racconto di Proust,  della  “madeleinette” che inzuppandola in una tazza di tè, gli trascrive nella mente il suo passato.
Ci sono “pagine” che trovano in noi una tale affinità da diventare nostre, quella riguardante la “madeleinette” è una di queste, per me.
Pensavo a Proust, mentre guardavo quello spazio, un tempo rosa fucsia, e rivedevo coloro che cresciuti sono andati via, quelli che non ci sono più, gli amici di un tempo, qualche ruga,  qualche capello bianco.
Pagine di vita che ritornano!
Ora lo spazio è occupato da un altro pesco che darà altri fiori e altri frutti ma non più i primi.
È la legge della natura nell’inarrestabile fluire del tempo!.
È mutato il mio giardino e con esso il tempo della mia vita.
Il chiasso dei bimbi ha ceduto il passo al silenzio degli adulti.  
Tutto passa ma nulla muore se il pensiero diventa alcova di ricordi.
Il giardino vive dentro di me con i suoi mutamenti, e i suoi sussurri alimentano, di giorno in giorno, i miei racconti.

sabato 9 ottobre 2010

Invito a cena con ingrediente scuola


Fiore di rododendro

Raccontiamoci un po’ di pettegolezzi e Vincenza ha iniziato, mentre sorseggiavamo, dopo d’aver brindato al nostro incontro, il  prosecco, chi dolce, chi secco.
Vincenza ha conservato la sua esuberanza e ci ha trascinato nelle sue scorribande di lavoro, di interessi, di balli. Faccio il corso di ballo cubano e a forza avrebbe voluto trascinare gli altri tra balli e discoteche. Ma lo sguardo è diventato triste sul personale, sulla fine di ciò che aveva considerato premessa di vita.
La timidezza di Mary ha fatto da contrappunto. Il lavoro in banca la soddisfa e la porta anche in altri luoghi ma l’interesse per lo studio non è sopito e specialmente per le lingue, il francese è la sua passione, la laurea in lingue l’attende. Non si lascia andare a molte confidenze ma si vede che è appagata. Il suo progetto di vita è iniziato con una casa tutta per sé dove l’attende la sua dolce metà.
È poi il mio turno. Vuole che la chiamiamo prof o Anna? Anna naturalmente e il cuore mi si allarga. Ora sono una di loro, mi sento coinvolta nella loro età. Sono passati otto anni da quando ho lasciato la scuola ma loro sono state presenti nelle mie iniziative e le ho sentite vicine e confortanti. La loro esuberanza mi contagia. Ho raccontato  i momenti essenziali della mia vita. Ho parlato dei miei interessi, dei miei libri, della responsabilità che ci deve coinvolgere tutti nella difesa dell’Unità d’Italia, del Tricolore, dei valori, di Roma capitale. Ritornerò nelle scuole a parlare di questo e così concludo.
Elena studia ingegneria, si dedica al teatro, scrive e dice quanto gli è servito il lavoro fatto insieme; parla dell’emozione che ha provato quando al Louvre si è trovata davanti al quadro “La zattera della medusa” di Gericault. Ora scrivo mi dice, ho iniziato una specie di epistolario con un  amico immaginario, mi piacerebbe farglielo leggere. Io sento che sto lievitando sulla sedia. La scrittura ci ha contagiato, me compresa. Tra poco parto per Londra aggiunge Elena; quale museo devo visitare? Mi dia indicazioni. Le indico al momento  la National Gallery  e la  Tate  per la pittura di Turner che aveva ispirato tanti dei suoi racconti. Se ha bisogno di me, mi contatti pure, aggiunge,  e sento che c’è affetto nelle sue parole. Ora è una donna che ha già sulle spalle qualche delusione ma che mi dice felicemente superata con un nuovo amore.
Ambra ascolta e asserisce. Laura dice era impegnata, Andrea è fuori per l’Erasmus, altri non sono presenti per impegni. Lei lavora da quando si è diplomata. Seria e assennata, è una collaboratrice perfetta. Frequenta la facoltà di Scienze dell’educazione e riporta nel parlare ciò che ha studiato. Ho appena fatto l’ultimo esame e ho preso trenta e lode e come poteva essere altrimenti? Assennata e giudiziosa, ha già trovato la sua dimensione di vita che divide con colui che le sta accanto.
Parlano dei problemi del quotidiano, delle difficoltà di trovare lavoro, del mutuo per la casa. Mary che lavora in banca dà consigli. È bello ritrovare le fanciulle di una volta ora donne con valori, principi, interessi e scrittura, con l’amore per la cultura e per le arti.
Sono sempre i giovani il futuro della società; bisogna solo ascoltarli e saperli ascoltare; io ne sono compiaciuta.
Sorseggiamo con gioia, ma la pizza non ci ha soddisfatto. I consigli si susseguono, dove trovarla migliore e questa volta rivesto i panni e do lezione. È questione di pasta non di ingredienti. La vera pizza napoletana è alta con un bel bordo ed è raro trovarla e aggiungo che mi piace la pizza fritta, quella che a Napoli puoi ancora acquistare per strada, piegata in quattro e avvolta nella carta gialla dei macellai.
La cura della linea impedirebbe il dolce ma  alla fine conveniamo di prenderlo e di dividerlo. Panna cotta, torta al cioccolato e torta con i frutti di bosco. Io assaggio e poi mangio i frutti di bosco con Elena, l’abbiamo scelta insieme. Mi sottraggono abilmente il foglio del conto e io apro la scatola dei cioccolatini che mi hanno regalato, li mangiamo e  sono buonissimi.



Tulipano screziato

Decidiamo di uscire dal locale. L’aria è piacevolmente fresca e   ci diciamo le ultime cose. Rivediamoci! È stato bello! Sì! Ci incontreremo a casa. Qualcuna indossa il casco e parte in motorino, altre mi fanno compagnia.
Questa è la scuola che ti lascia dentro qualcosa che il tempo non scalfisce.
È questa la scuola che forma, che educa, che crea amicizie indistruttibili.
Mi chiedono della scuola di oggi e di ciò che sta avvenendo; la “rabbia” mi rode dentro. Dal mio silenzio già capiscono, ma poi aggiungo: non condivido nulla di ciò che stanno cambiando e penso con rammarico a chi è costretto a subirne i cambiamenti insensati. I movimenti in atto, le manifestazioni con una folta moltitudine di partecipanti dimostrano lo scontento generale. Ci chiediamo perché, perché si è così chiusi di mente a non voler vedere, a non rendersi conto del danno che stanno provocando. Le rassicuro sull’impegno degli insegnanti: lavorano bene e curano, a dispetto di tutti e di tutto, i valori educativi.
Anna, c’è la carta igienica nei bagni? Misurata, perché non si spreghi, si paga di tasca propria. E grottescamente  ridiamo sulla negligenza di chi nel riformare distrugge.

Cosa offrire in cambio di una serata così speciale? I fiori del mio giardino, splendidi, come la primavera della loro età.

Qualche imperfezione può essere perdonata? Ogni foto che trovate e che troverete tra queste pagine è il riflesso immediato di uno stato d'animo.

                                                                             Anna Lanzetta
                                                                        annalanzetta@libero.it 

venerdì 8 ottobre 2010

Insegnare con l'arte: La guerra? No, grazie



Prof, l’elmo dice tutto. È la guerra! E mi viene in mente Ungaretti, e la sua poesia “Veglia” torna perfettamente…è la grande guerra.
Cosa vi colpisce ? Le figure contorte nell’abbandono, nello spasimo della morte, della morte sopravvenuta.
Mi colpisce la figura in primo piano…l’uomo è mezzo nudo come se la guerra gli avesse portato via anche l’anima.
Io guardo i colori, è come se fossero aggrovigliati, indistinti, è il colore che crea la forma e con essa un sovrapporsi di realtà indistinte.
Sembra una scena infernale ma non distinguo bene quella figura che sembra sorreggere i morti.
Certo che la guerra è spietata e a pensare che se ne combattono ancora tante e che i nostri connazionali  muoiono! Che tristezza ci trasmette tutto ciò.
Ho paura di questa follia. Ci penso spesso! E sogno un mondo in cui al posto di queste figure ci siano fiori, tanti fiori profumati. Li immagino gialli e azzurri, rispose il ragazzo che sedeva in fondo, sono i miei colori preferiti.
Se ci fermassimo un po’ più spesso a osservare e a meditare, diventeremmo tutti più buoni.
Un’intera lezione trascorsa davanti a quell’opera che avevamo trasformato in tante pagine: la lettera dal fronte che qualcuno rammentava nel racconto, la recente notizia di giovani morti in un’esplosione e commemorati, quella pagina di Rigoni Stern e la poesia di Ungaretti “Veglia” che commentavamo con quel quadro:

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Siamo ragazzi. Alla nostra età non dovremmo pensare alla morte e ci sentiamo sopraffatti da questa follia. Vorremmo sentire notizie di vita e ci sentiamo sovrastati dall’insicurezza del vivere quotidiano. Attentati, morti e rivendicazioni stanno diventando la norma e ciò che fino a poco tempo fa ci terrorizzava ora sembra prassi.
La vista del Presidente della Repubblica che pone le sue mani sulle bare appena arrivate da lontano, una volta sconvolgeva, ora quasi passa sottosilenzio e con essa il dolore delle madri, delle mogli, dei figli.
E noi che pensavamo che nulla di tutto ciò si sarebbe ripetuto.
Che tristezza è la vita! A volte pensiamo! Una tristezza che ci viene da qualcosa che purtroppo noi non comprendiamo e  rifiutiamo con tutto il nostro vigore.

Pietro Dodero, 1882-1967

                                                                           Anna Lanzetta
                                                                      annalanzetta@libero.it

giovedì 7 ottobre 2010

Insegnare con l’arte: la condizione femminile


Kathe Kollwitz,The Widow (c. 1922)

Una volta un mio studente mi disse che a lui piaceva la pittura perché riusciva a fotografare con immediatezza la realtà.
Gli avevo fatto appena vedere questa immagine ed eravamo lì a guardarla, a scrutare, a interrogare, a interrogarci.
Mi resi conto del potere che ha l’arte sull’animo umano. Obbliga a capire, a scoprire, a indagare e ognuno di noi indagò sui tratti espressivi, sulla forma, sul colore, su quelle grandi mani avvolgenti, protettive, su quel volto emaciato, sofferente, dormiente, distaccato.
Il colore nero dominava e lasciava poco spazio al bianco che non riusciva in nessun elemento a emergere chiaro e distinto, quasi il nero volesse sopraffarlo.
Il linguaggio dell’arte ha la prerogativa di indurre a un’indagine per penetrare oltre il visibile e cercare di capire ciò che l’artista ha voluto dire, il messaggio muto che ci offre.
In questo caso i connotati ci guidano: è una donna abbandonata, una donna violentata, una donna venduta, una donna comprata, una donna condannata, una donna pronta al martirio, una donna sacrificata, una donna segregata, una donna gravida, una donna accovacciata, una donna  indifesa…una donna!
L’immagine ci aveva colpito profondamente e la sua forza espressiva non ci aveva lasciati indifferenti; ognuno aveva formulato un’identità,  e i tratti ci avevano accomunati a una realtà,  di ogni tempo e di ogni luogo, all’oggi  in cui la violenza sulla donna non è superata, anzi ingigantita con brutalità: violenza familiare, sedia elettrica, lapidazione, impiccagione, segregazione, punizioni e morte.
Morte! Come se il mondo intero volesse costringere al silenzio la “donna”, all’ubbidienza.
Forse  perché ne teme il dominio? Il tutto farebbe presagire! Forse! Chissà!
Infiniti nomi di donne offese, umiliate e uccise, furono pronunciati e non solo donne di fama.

                                                          La prigione del castello Estense

Avevamo visitato da pochi giorni le segrete del castello Estense a Ferrara e avevamo ascoltato la tragica storia della "Parisina".
Aveva solo tredici anni, Paola Malatesta, quando il matrimonio fu combinato con  Niccolò III, marchese di Ferrara, molto più vecchio di lei; uomo viziato e malconcio, che aveva già disseminato molti figli.
Giovane, bella, colta e intelligente, il caso volle che Paola si innamorasse in seguito del giovane figlio del marchese, da lui prediletto: Ugo d’Este.
Intrighi, gelosie e tradimenti fecero sì che Niccolò scoprisse questo amore.
Li fece segregare nelle carceri in celle separate (come si dice) o insieme e decapitare entrambi; era il 21 maggio 1425.
Avevano  vent’anni, lei solo un anno di più e pagarono con la morte il loro amore,  che agli occhi degli altri era solo  una colpa da punire.

Insieme continuammo a citare casi di donne che portavano in sé tragedie e morte.
Nulla è mutato nei confronti delle donne se le ultime notizie parlano di ragazze violentate, di donne brutalmente uccise in casa, di condanne eseguite, di donne che appese a un filo di vita, attendono la loro sorte.

                                                                              Anna Lanzetta
                                                                          annalanzetta@libero.it

martedì 5 ottobre 2010

La mia vita? Un battello ebbro


J. M. W Turner, Londra, 1775-Chelsea,1851
Le bateau négrier

Sono nata a S. Leucio del Sannio, un paese in provincia di Benevento, negli anni del dopoguerra e ho vissuto da piccola le angustie del tempo, crescendo poi tra migliori agi, sogni e attese.
Non  conservo ricordi di questo luogo, tranne le poche notizie attinte dai racconti di mia madre.
Avevo sette mesi quando fui portata a Sarno, un paese in provincia di Salerno, dove ho trascorso la mia fanciullezza e parte della giovinezza; il paese dove, ritornando, ritrovo in ogni angolo i miei ricordi lieti e tristi.    
Ho conseguito la laurea in  Materie Letterarie presso l’università degli studi di Salerno e  mi sono dedicata poi agli studi pedagogici e alla ricerca metodologica.
Sono felicemente  sposata e madre di tre figli.
Dopo varie esperienze di insegnamento nella Scuola Media di I° grado nella provincia di Salerno, mi sono trasferita a Firenze, dove ho insegnato Lettere negli istituti Tecnici e Professionali, iniziando però la mia esperienza sui monti di  Firenzuola e poi a  Greve in Chianti.
Con l’insegnamento, passione non ancora esaurita, ho trascorso la mia vita tra  i banchi di scuola, in compagnia di adolescenti e di  giovani, attingendo e trasmettendo conoscenze.
Ho prediletto l’“arte” in tutte le sue espressioni e ho cercato  di uscire dall’usuale, dall’ordinario e dal consueto, con un insegnamento basato sull’interazione tra letteratura, arte, storia e musica.
In conformità, ho realizzato progetti e moduli didattici sia curriculari che extracurriculari, aperti anche agli adulti.
La fantasia, l’immaginazione, la creatività e l’estro, hanno guidato me e sono stati punti essenziali per gli studenti, perché si valorizzasse appieno la loro espressività e la loro libera soggettività.
Queste pagine ne riporteranno un’esemplificazione come già nei file di collegamento.
Convinta che il sapere non ha limiti né di tempo né di spazio, ho ascoltato e trasmesso ciò che ho appreso. Ho bevuto con voluttà alle fonti della conoscenza e ne ho diffuso ogni elemento.
La curiosità mi ha  guidato e ancora mi guida.
La “parola” mi è amica, nelle sue  infinite combinazioni di suoni, di detti, di pensieri.
Mi considero un vascello che naviga tra le mille cose del mondo e che non ha ancora  trovato un punto d’approdo. In questa scelta la voce di Rimbaud è stata maestra.

Spiegare? No! Grazie
Un mio studente mi disse un giorno, mentre io mi accaloravo a spiegare, che la poesia non si spiega. D’apprima, colta di sorpresa, rimasi stupita, poi capii e tacqui.
Nel  silenzio  che avvolgeva l’aula, ognuno lesse in silenzio la poesia.
Non una parola, non un sibilo…ognuno scelse i propri versi, ognuno sottolineò le parole a sé più consoni e in esse si rispecchiò.
Ancora silenzio! Spazio per la riflessione.
Ci guardammo negli occhi e ognuno aveva in essi una luce diversa.
Avevo capito!
Ci sono poesie che non si devono spiegare, perché nel silenzio si mutua il rapporto stretto e diretto tra il poeta e il lettore.
Anch’io avevo scelto i miei versi e in silenzio me ne gustavo il senso che ritrovavo in me. 



                                       

IL BATTELLO EBBRO

Appena presi a scendere lungo i Fiumi impassibili,
Mi accorsi che i bardotti non mi guidavan più:
Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
I Pellirosse striduli li avevan bersagliati.

Non mi curavo più di avere un equipaggio,
Col mio grano fiammingo, col mio cotone inglese.
Quando assieme ai bardotti si spensero i clamori,
I Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L'altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
Che eternamente spingono i corpi delle vittime.
Dieci notti, e irridevo l'occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa,
L'acqua verde filtrò nel mio scafo di abete
E dalle macchie rosse di vomito e di vino
Mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l'acqua turchese, dentro cui, fluttuando,
Scende estatico un morto pensoso e illividito;

Dove, tingendo a un tratto l'azzurrità, deliri
E ritmi prolungati nel giorno rutilante,
Più stordenti dell'alcol, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell'amore!

Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe,
Le correnti e i riflussi: io so la sera, e l'Alba
Che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
E qualche volta ho visto quel che l'uomo ha sognato!

Ho visto il sole basso, fosco di orrori mistici,
Che illuminava lunghi coaguli violacei,
Somiglianti ad attori di antichi drammi, i flutti
Che fluivano al tremito di persiane, lontano!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate,
Bacio che sale lento agli occhi degli Oceani,
E la circolazione delle linfe inaudite,
E, giallo e blu, il destarsi dei fosfori canori!

Ho seguito, per mesi, i marosi che assaltano
Gli scogli, come mandrie di isterici bovini,
Stupito che i lucenti piedi delle Marie
Potessero forzare i musi degli Oceani!

Ho cozzato in Floride incredibili: fiori
Sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli
D'uomo! In arcobaleni come redini tesi
A glauche mandrie soto l'orizzonte dei mari!

Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse
Dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano!
Frane d'acqua scuotevano le immobili bonacce,
Cateratte lontane crollavano nei baratri!

Ghiacciaci, soli d'argento, flutti madreperlacei,
Cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni
Dove immensi serpenti mangiati dalle cimici
Cadon, da piante torte, con oscuri profumi!

Ai bimbi avrei voluto mostrare le dorate
Dell'onda cupa e azzurra, o quei pesci canori.
- Schiune di fiori, mentre salpavo, m'han cullato,
E talvolta ineffabili venti m'han dato l'ali.

Martire affaticato dai poli e dalle zone,
Il mare che piangendo mi addolciva il rullio
Faceva salir fiori d'ombra, gialle ventose,
Ed io restavo, simile a una donna in ginocchio,

Quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi
E lo sterco di uccelli dagli occhi bioni, e urlanti.
Vogavo ed attraverso i miei legami fragili
Gli affogati a ritroso scendevano a dormire!

Io, battello perduto nei crini delle cale,
Spinto dall'uragano nell'etra senza uccelli,
Né i velieri anseatici, né i Monitori avrebbero
Ripescato il mio scafo ubriacato d'acqua;

Libero, fumigante, di brume viole carico,
Io che foravo il cielo rossastro come un muro
Che porti, leccornie per i buoni poeti,
Dei licheni di sole e dei mocci d'azzurro;

Io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche,
Folle trave, scortato dagli ippocampi neri,
Quando il luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini dai vortici infuocati;

Io che tremavo udendo gemere a cento leghe
I Behemot in foia e i densi Maèlstrom,
Filando eternamente sulle acque azzurre e immobili,
Io rimpiango l'Europa dai parapetti antichi!

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
- È in queste notti immense che tu dormi e t'esili
Stuolo d'uccelli d'oro, o Vigore futuro?

Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:
L'acre amore mi gonfia di stordenti torpori.
Oh, la mia chiglia scoppi! Ch'io vada in fondo al mare!

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
Nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.

Non posso più, bagnato da quei languori, onde,
Filare nella scia di chi porta cotone,
Né fendere l'orgoglio dei pavesi e dei labari,
Né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni.
da Poesie, 1871

Jean Nicolas Arthur Rimbaud, Charleville-Mézières, 1854-Marsiglia,1891



lunedì 4 ottobre 2010

A ricordo di Francesco: 4 ottobre 2010


Il sogno delle armi

Signore, fammi strumento di tua pace.
Dove c'è odio fa che io porti l'amor,
Dov'è offesa, perdono,
Dov'è dubbio, fede,
Dov'è disperazione, speranza,
Dov'è buio, luce,
Dov'è tristezza, gioia.
 

Estasi

O Maestro Divino concedimi che io non cerchi
tanto di essere consolato quanto consolare,
non tanto di essere compreso,ma di comprendere,
non tanto di essere amato,quanto d'amare;
perchè è nel dare che riceviamo
è nel perdonare che siamo perdonati,
è nel morire che ci svegliamo a vita eterna.

Rinuncia ai beni terreni

Dov'è c'è carità e sapienza, non c'è né paura né ignoranza.
Dov'è c'è pazienza ed umiltà, non c'è né collera né oppressione.
Dov'è c'è povertà e gioia, non c'è né avidità né avarizia.
Dov'è c'è pace e meditazione, non c'è né ansietà né dubbio.

San Francesco d'Assisi, nato Francesco Giovanni di Pietro Bernardone ( Assisi, 1182-1226)

Giotto di Bondone, (Vespignano, 1267-Firenze, 1337)

Affreschi della Basilica superiore di Assisi, 1290-1295

                                                                      Anna Lanzetta
                                                                annalanzetta@libero.it

sabato 2 ottobre 2010

Pagine di storia: Roma, 2 ottobre 1870


Roma capitale


È  vivo e presente in tutti noi che amiamo l’Italia, il ricordo del XX settembre 1870, perché in quel giorno, dopo lunghe e sofferte traversie, Roma diventava “capitale d’Italia”.
Altrettanto memorabile è il 2 ottobre 1870, giorno  in cui i romani furono chiamati a scegliere da che parte stare e il coro fu quasi unanime di voler far parte del Regno d’Italia. I “no” furono pochissimi e l’emozione toccò ogni cuore in cui il nome di Roma si rivestiva di sacralità.
Il plebiscito sanzionò l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia.
Il governo del Regno aveva proclamato il diritto dei romani a scegliersi il governo che desideravano e così come era stato fatto per gli altri territori, anche a Roma fu indetto il referendum per sancire la riunificazione della città con il Regno d’Italia.
I risultati videro la schiacciante vittoria dei , 40.785, a fronte dei no che furono solo 46.
Il risultato complessivo nella provincia di Roma fu di 77.520 contro 857 no.
In tutto il territorio annesso i risultati furono 133.681 contro 1507 no.
Il voto fu solennemente  proclamato alle ore 17 del 6 ottobre nella sala maggiore del Campidoglio.
Queste date fanno parte della storia d'Italia e di tutti noi Italiani. Esse devono essere ricordate con amore e umiltà affinché non venga mai meno la nostra  memoria storica.
L’invito,  è di parlarne ovunque, ma specialmente tra i banchi di scuola, affinché mai si dimentichi la lotta, il sacrificio, il fervore e l’eroismo di quanti  ci hanno preceduto e  ci hanno regalato l’Italia unita.
Esempi di valori e di ideali, essi  ci insegnano che l’Italia è una dalle Alpi alla Sicilia, che una è la capitale e si chiama Roma, uno il nostro “tricolore”, uno il nostro “inno”, un invito perentorio a sentirci tutti “Fratelli d’Italia”.

                                                                      Anna Lanzetta
                                                                annalanzetta@libero.it