domenica 7 luglio 2019

Il tesoro di Stilo: La Cattolica

La Cattolica di Stilo

Il territorio della Locride è costellato da paesi  arroccati sui monti,  spesso costruiti da profughi per sfuggire alle incursioni turche, con case poste l’una sull’altra tra viuzze e sottopassaggi, detti gafi, come quelli di Grotteria. Tra questi  è Stilo, una delle località più interessanti per storia e arte che vanti la Calabria. La città di Tommaso Campanella e di quel gioiello d’arte bizantina, che è la Cattolica, capolavoro della Calabria meridionale:“Finalmente, alle nove del mattino, entrammo in una delle città più straordinarie d’Italia, protetta da nord a sud, baciata dal riverbero dei raggi del sole, circondata da tutti i lati da masse di rocce nude, appollaiata all’altezza dei nidi delle aquile, inesauribile miniera di ricchezza e di ricordi…”. Così scriveva di Stilo il 27 giugno del 1812 lo scrittore francese Astolphe de Custine nel corso del suo viaggio in Calabria. La Cattolica, tesoro di Stilo, è divisa all’interno  in nove spazi uguali da quattro colonne, lo spazio quadrato centrale e quelli angolari sono coperti da cupole su dei cilindri di diametro uguale, la cupola mediana è leggermente più alta ed ha un diametro maggiore.  La costruzione è a croce greca inserita in una base quadrata, con tre absidi rivolte a oriente ( quella centrale, il bema, conteneva l'altare vero e proprio, quella a nord, il prothesis, accoglieva il rito preparatorio del pane e del vino,  quella a sud, il diakonikon custodiva gli arredi sacri e serviva per la vestizione dei sacerdoti prima della liturgia) e sovrastata da 5 cupolette cilindriche (tipo di costruzione frequente in Georgia, Anatolia e Peloponneso). Sopra l'abside di sinistra è posta una campana (di manifattura locale) del 1577, risalente all'epoca in cui la chiesa fu convertita al rito latino, che raffigura a rilievo una Madonna con Bambino e, limitata da croci, un'iscrizione: « Verbum Caro Factum Est Anno Domini MCLXXVII Mater Misericordiæ ». La Cattolica fu adibita probabilmente anche a oratorio musulmano dato che vi si trovano alcune iscrizioni in lingua araba che lodano Dio: una corrisponde alla shahada, ovvero alla professione di fede: «La Ila ha Illa Alla h wahdahu" ovvero: "Non c'è Dio all'infuori di Dio solo", che presumibilmente vuol dire: "Non vi è Dio all'infuori del Dio unico», mentre un'altra recita: «Lilla hi al Hamdu", ovvero: "A Dio la lode».



La Cattolica, interno, affreschi, dormitio virginis,1410 ca.

Marcello Serra, poeta e scrittore, ricorda in un suo volume il valore simbolico della costruzione: Questo tempio bizantino continua a trasmetterci il messaggio di quella seconda stagione in cui la Calabria accolse nuovamente i Greci, non più guidati dall’oracolo di Delfo, né sostenuti da una volontà di conquista e di potenza, ma dalla fede ascetica degli eremiti e dei monaci basiliani, che avrebbero lasciato con la loro presenza ed il loro esempio una durevole tradizione spirituale in questo popolo assetato di Dio e di giustizia”(Sud Italia chiama Europa,  p.289).
Bastano queste espressioni per capire la bellezza e la portata storica di questo tempietto che, abbarbicato al monte Consolino, domina dall’alto l’abitato di Stilo.
La Cattolica  fu costruita nella terra santa del Basilianismo e del Bizantinismo. 



La Cattolica, capitello rovesciato di spoglio, II-III secolo


Durante il VII secolo, a causa dei continui  attacchi arabi, e per sfuggire alle persecuzioni messe in atto a seguito dell’editto del 726 dall’imperatore bizantino Leone III Isaurico, con il quale si ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell'Impero, i monaci della Cappadocia, in particolare, emigrarono, e seguendo la rotta dei Bizantini diretti in Italia, giunsero, attraverso il canale di Otranto, sulle coste pugliesi, lucane e calabresi e trovarono rifugio nelle  foreste e sulle pendici delle colline, nelle grotte,  che divennero luoghi di preghiera.
Fiorirono laure, eremi, cenobi e monasteri, ricamente istoriati, che come ha precisato Emilio Barillaro, …saranno altrettante fucine di studio e di sapere, e fecondi focolari d’arte, popolati di amanuensi, calligrafi e miniatori, i quali genereranno i primi germi del risveglio artistico, facendo della Calabria la legittima depositaria della tradizione classica in Occidente, l’intermediaria tra il mondo ellenico e la fervida età in cui gli umanisti avrebbero riscoperto e restaurato quella civiltà classica che dalle rive dell’Ilisso si era irradiata a quelle del Tevere. (Terra di Calabria, Annuario di vita regionale, Vol. V, 1968, Pellegrini, Cosenza, p. 30).

lunedì 17 giugno 2019

Il “Gioco della civetta” restaurato grazie ai bambini di Friends of Florence


 Gioco della Civetta

È stata presentata nel Giardino di Boboli la statua in marmo bianco raffigurante “Gioco della Civetta” di Giovanni Battista Capezzoli, restaurata grazie al contributo di Friends of Florence. L’intervento è stato eseguito sotto la direzione di Alessandra Griffo dalla restauratrice Miriam Ricci ed è stato reso possibile grazie al dono dei bambini del Florence Chapter della Fondazione.
“Inaugurare questo restauro è per noi motivo di grande orgoglio, perché questo è il primo progetto sostenuto dai piccoli Friends of Florence – sottolinea la Presidente Simonetta Brandolini d’Adda - Esso rappresenta il futuro non solo della nostra Fondazione, ma anche l’opportunità di proseguire nella nostra missione ossia di conservare per le future generazioni l’importante patrimonio artistico di Firenze e della Toscana”.
“Gli interventi sulle sculture del giardino sono molto importanti - aggiunge il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt – perché insieme al meraviglioso patrimonio arboreo e floreale di Boboli costituiscono l’anima di questo unico parco mediceo”.



L’opera
Commissionata intorno al 1775 dal Granduca Pietro Leopoldo, l’opera doveva sostituire un originale in pietra che all’epoca versava in pessimo stato conservativo. L’opera è collocata tra il “Prato delle Colonne” e l’ingresso di Porta Romana all’interno del Giardino di Boboli davanti al gruppo dei Caramogi di Tomolo Ferrucci del Tadda. In origine la statua prevedeva tre figure, ma oggi sono presenti solo due sculture in marmo bianco.



L’intervento di restauro
Quando fu deciso il restauro, l’opera presentava sulle sue superfici alghe, muschi e licheni, macchie nere di origine biologica, fenomeni di decoesione della struttura cristallina e erosioni di alcune zone in aggetto, dovute alla particolare esposizione agli agenti atmosferici all’interno del giardino (pioggia battente, umidità, caldo e gelo). Dopo un’accurata verifica della resistenza superficiale e della solidità strutturale, l’intervento di restauro, condotto da Miriam Ricci, è stato realizzato rimuovendo le polveri a secco con aspirazione meccanica e mediante pennelli morbidi. Si è poi  proceduto a una pulitura con acqua demineralizzata utile per asportare le patine biologiche presenti in superficie. Una volta eseguita questa fase, sono stati effettuati cicli di applicazioni di benzalconio cloruro con successivi risciacqui e spazzolature per la totale asportazione di alghe muschi e licheni ed è stato effettuato poi un trattamento per prevenire la formazione ulteriore e futura di tali strati. Sono inoltre state rimosse le vecchie integrazioni in stucco dei perni e sono state sostituite da nuove stuccature più idonee alla superficie originale.

Comunicato stampa

domenica 2 giugno 2019

I tesori di Gerace

Cattedrale, cripta greco-bizantina


Viaggiando nella Locride si entra nel cuore della Magna Grecia. Ogni angolo  è storia, arte e cultura. Reperti archeologici, necropoli bizantine, chiese e monumenti ne indicano gli stili artistici e architettonici e ci riportano a un passato, importante crocevia di culture. Uno dei centri più importanti della Locride è Gerace, città d’arte e città santa perché i suoi monumenti sono espressione di stili e di spiritualità: Gotico, Bizantino, Normanno e Romanico, riti latini e riti ortodossi.  Gerace, in provincia di RC, sorge su una rupe a circa 500 m.l.s., limitata da ogni lato da pareti rocciose e scoscesi erbosi. Storicamente il territorio, come dimostrano le tracce in esso rinvenute,  era già frequentato in  epoche antichissime, ma il nucleo abitativo iniziò a svilupparsi intorno al VII sec. d.C. quando la vicina Locri Epizephiri,  iniziò a spopolarsi a causa delle incursioni saracene. L’abitato presenta un tessuto urbanistico medievale, diviso in Borgo (parte bassa), Borghetto (parte intermedia) e Centro (parte alta). Il castello normanno, i balconi artistici, i pregevoli portali e le chiese indicano un passato importante. L’ inglese Edward Lear, viaggiatore, scrittore e illustratore nel 1847 visitò Gerace e molti centri del reggino e nel suo diario descrisse Gerace: « Piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia [...] Meravigliati da tanti panorami che si presentano da ogni lato; ogni roccia, Santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti... » ( Diario di un viaggio a piedi,1847). L’arte della tessitura e la lavorazione dell’argilla e della ceramica richiamano l’antico artigianato greco.  La Cattedrale, costruita dai Normanni tra il 1080 e il 1120 in stile romanico-normanno è orientata, secondo lo stile bizantino, con le absidi a oriente e l’ingresso a occidente. È dedicata a Maria Assunta, ed è il più grande tempio antico della Calabria.  Ogni elemento della costruzione stupisce, notevoli sono  i capitelli in stile corinzio-asiatico. L’ altare, consacrato dal Vescovo GianCarlo Maria Brigantini e dal metropolita Grecoortodosso Mons. Spiridione il 9 luglio 1995 in occasione del 950° anniversario della prima consacrazione della Cattedrale,  è molto interessante e cattura l’attenzione, perché  è il primo altare dopo la separazione delle due Chiese avvenuta nel 1054, ad essere consacrato da due Vescovi con riti diversi. L’altare è dedicato all’unità della Chiesa, come si può rilevare dalle due scritte, in greco e in latino “INA OSIN EN-UT UNUM SINT”. La parte più antica della Chiesa è rappresentata dalla Cripta greco-bizantina, ricavata in parte nella roccia e costruita probabilmente su un antico oratorio bizantino. Le colonne di varia natura e origine sorreggono volte a crociera del IX  e X sec.  Il tesoro della Cattedrale  conserva oggetti liturgici molto preziosi e tra questi una Croce reliquiario del XII sec. in filigrana con zaffiri e smeraldi. Secondo la tradizione fu il Vescovo Atanasio Calceopylo a portarla da Costantinopoli nel XV sec. Secondo altri studiosi probabilmente dono di Ruggero II alla Cattedrale, proveniente da una bottega orafa di Gerusalemme.
Gerace. La chiesetta bizantina di San Giovannello  


La chiesa di San Francesco d’Assisi, costruita intorno alla metà del XIII secolo, da San Daniele, compagno di San Francesco, è tra i maggiori esempi di stile gotico della Calabria. Sulla facciata si apre un bel portale gotico acuto a triplice archivolto intagliato, ricamato con delicati fregi e motivi geometrici di stile arabo-normanno. La facciata è arricchita da una modanatura, da diversi capitelli e da una svastica raffigurante il sole che, nella simbologia orientale, rappresenta l'eternità.
Il fastoso altare maggiore seicentesco della Chiesa di San Francesco, in marmi policromi intarsiati, costituisce una delle più alte espressioni  del barocco calabrese.
Sulla stessa piazza, detta delle tre chiese, si erge la Chiesa di San Giovanni Crisostomo (o di San Giovannello), un piccolo edificio costruito nel secolo XI  che mantiene ancora oggi la funzione di chiesa con rito greco-ortodosso. L’atmosfera che vi si respira è di profonda spiritualità. Dal 1993, la Chiesa è stata affidata al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e nel 1997 è stata elevata a Santuario ortodosso panitalico.

Cattedrale di Gerace


Provenendo dalla marina si entra a Gerace dove ai fianchi della strada si possono vedere le botteghe artigiane scavate nel tufo; proseguendo si attraversano le monumentali: Porta del Borghetto, Porta delle Bombarde, Porta dei Vescovi e si arriva al Baglio e al castello normanno del XII sec.  Passeggiando per le strade semideserte se ne respira la storia, c’è molto silenzio come se il tempo passato avvolgesse col suo manto  il presente e si ha la sensazione  che tutto preferisca vivere nella memoria trascorsa di un tempo arabo, normanno o bizantino, ma solo una sensazione. Gerace, come altri luoghi della Locride, è un posto magico che emoziona e stupisce con la  sua storia. Il paesaggio che si gode dall’alto è stupendo quasi a voler celarne l’abbandono ma al contempo un invito a riportare questi luoghi all’antico splendore. Forse la forza e la volontà dei giovani ci riusciranno ma l’intervento economico richiede uno sforzo che al Sud non si può più negare, perché la Locride conserva tesori inestimabili che chiedono aiuto per ritornare a vivere. Intanto la natura ammanta con profumi e colori che ammaliano ogni visitatore e il gelato, enorme,  è buonissimo. L’invito a ritornare è palpabile e  sempre più pressante, e varcando la porta verso l’uscita, lo sguardo ritorna indietro e si porta con sé oltre ai magnifici scatti, la voce di scrittori e poeti, di miti, la dolce atmosfera di un territorio capace di dare emozione ad ogni angolo per ciò che è stato, per ciò che è, per ciò che chiede di essere  ancora.

martedì 21 maggio 2019

L’Annunciazione di Frà Angelico ritorna all’antico splendore



Dettaglio dellAngelo dopo il restauro 
Il Museo del Prado presenta l’Annunciazione di Frà Angelico restaurata con il dono di Friends of Florence e degli American Friends of the Prado Museum



Andrea Úbeda, Vicedirettore per le Collezioni e la ricerca del Museo del Prado; Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence e Christina Simmons direttore esecutivo degli American Friends of the Prado Museum, hanno presentato  l’Annunciazione del Beato Angelico dopo il restauro.

Grazie alla generosa collaborazione di Friends of Florence e degli American Friends of the Prado Museum, sono state raccolte donazioni per 150.000 euro in totale, con le quali grazie alla disponibilità del Museo del Prado è stato realizzato il restauro dell’Annunciazione di Frà Angelico e di altre opere conservate in Italia.

Questi capolavori saranno inclusi nella mostra che aprirà il prossimo 28 maggio dal titolo “Frà Angelico e l’origine del Rinascimento fiorentino”.

L’ampia esposizione con quasi ottanta pezzi è curata da Carl Brandon Strehlke curatore emerito del Philadelphia Museum of Art.

L’Annunciazione, che sarà il fulcro della mostra, fu dipinta da Beato Angelico nella metà del 1420 ed è considerata la prima pala d’altare fiorentina in stile rinascimentale.

L’Artista utilizzò la prospettiva per organizzare lo spazio, abbandonando gli archi gotici in favore di forme più rettangolari, in linea con l’estetica implementata dall’architetto Brunelleschi nel suo approccio innovativo nelle chiese di San Lorenzo e Santo Spirito a Firenze.

Lo scopo principale del restauro, condotto da Almudena Sánchez MartÍn nel laboratorio presso il Museo del Prado, è stato quello di recuperare il ricco e brillante colorito e la luce intensa che avvolge la scena, entrambi elementi caratteristici di questo capolavoro e del lavoro dell’artista in generale. Strati di polvere e inquinamento che oscurano la superficie sono stati rimossi e sono stati eliminati gli strati di vernice oleosa che furono applicati durante restauri precedenti.

I restauratori si sono concentrati sulle giunture di due dei quattro pannelli sui quali è dipinta l’opera.

In passato, il supporto di legno ha sviluppato problemi strutturali quando due dei suoi pannelli si sono separati, aprendo una fessura coincidente con la figura dell’angelo centrale e dividendosi in due. L’instabilità che questo ha causato allo strato pittorico ha creato la perdita della vernice originale lungo il bordo dei due pannelli.

In passato diversi sono stati i tentativi di riparare il danno e preservare l'opera, solo gli sforzi più recenti realizzati al Museo del Prado da JerÓnimo Seisdeodos tra il 1943 e il 1944 sono però documentati.



Beato Angelico, Annuncazione dopo il restauro Museo del Prado Madrid

Lo scopo di questi restauri precedenti era quello di riparare il danno e assicurare la conservazione del dipinto. Tuttavia, alcuni degli interventi più antichi, oltre a riparare le perdite che si erano verificate in entrambi i lati della giuntura, hanno provocato la ridipintura di vaste aree dell’opera

originale, in corrispondenza delle figure dell’angelo e dei lapislazzuli del mantello della Vergine. Nel corso degli anni queste ridipinture si sono fortemente deteriorate, rovinando l’immagine e la leggibilità complessiva della composizione originale.

Queste ridipinture sono state applicate sulla giuntura instabile del pannello che copriva completamente alcuni elementi compositivi.

Nella parte superiore esse nascondevano una porzione importante dell’architettura e, nella figura dell’angelo, esse cambiavano la forma dell’ala, il braccio e la tunica rosa e continuavano fino al bordo inferiore.

I vecchi interventi hanno inoltre modificato l’ala anteriore dell’angelo nascondendo la sua forma originale, trasformandola radicalmente, lasciando un’evidente asimmetria con l’altra. Mentre l’ala posteriore era curva, quella in primo piano appariva dritta e sinuosa seguendo la verticale in cui la foglia d’oro era stata persa a causa della frattura della tavola.

Una volta rimossa la ridipintura sull’ala, sono stati scoperti elementi originali in oro permettendo di acquisire quelle informazioni necessarie a restituire l’area allo stato originale. Dapprima apparve un particolare in oro che segnò l’inizio della base dell’ala, poi mentre la rimozione della ridipintura procedeva, l’incisione originale in oro divenne evidente per mostrare esattamente la curvatura dell’ala dipinta da Frà Angelico. La scoperta e il recupero del disegno originale dell’ala dell’Arcangelo Gabriele rappresenta uno dei momenti più importanti dell’intero processo di restauro dovuto all’importanza delle figure nella scena e della loro collocazione al centro della composizione.

Grazie alla pulitura, il lavoro di Fra Angelico, ha recuperato la sua originale luminosità, praticamente sconosciuta fino a ora. Sono emerse sfumature di luci e ombre che hanno ridefinito il volume del modellato di ogni elemento della composizione. Una luce quasi soprannaturale pervade il portico e brilla senza creare ombre, in contrasto con la stanza sullo sfondo illuminata con una luce naturale che entra attraverso la finestra e si riflette sul muro. La rimozione del velo grigio che copriva il dipinto ha rivelato la tecnica del grande maestro e i colori meravigliosi resi utilizzando lapislazzuli, lacche rosse e malachite.

L’Annunciazione, in mostra, sarà  accompagnata da altri due capolavori di Fra’ Angelico recentemente acquisiti dalla collezione: I funerali di Sant’Antonio Abbott e la Vergine del Melograno, entrambi provenienti dalla collezione del Duca d’Alba, il primo donato e quest’ultimo acquistato.

Insieme a questo capolavoro, altri lavori fiorentini che saranno esposti in mostra sono stati restaurati in Italia grazie al supporto di Friends of Florence e degli American Friends of the Prado Museum, includono la Vergine e il Bambino di Michele da Firenze, attualmente conservata nel Museo Nazionale del Bargello; la Vergine e il Bambino in terracotta di Donatello, anch’essa con due angeli e due profeti di proprietà del Museo di Palazzo Pretorio; e la Trinità di Gherardo Starnina dalla collezione Chiaramente Bordonaro.

La mostra: Frà Angelico e l’origine del Rinascimento Fiorentino

Museo del Prado, dal 28 maggio al 15 settembre 2019





Dal Comunicato stampa



domenica 19 maggio 2019

Un dolce sorriso: Silvia


Incontri speciali, di quelli che ti rigenerano nel profondo... grazie Anna. 
Riabbracciarti è sempre una gioia! 
Grazie  Silvia, i tuoi fiori sono splendidi e profumati come il tuo cuore.



 Ed ecco il  sorriso di Silvia, radioso e dolce 
come quando sedeva in aula. 


Cosa donare in cambio di fiori così splendidi? 
Il mio ultimo libro che si è arricchito in armonia

martedì 23 aprile 2019

25 aprile. Festa della Liberazione

Renato Guttuso, Grecia, 1952




25 aprile 2019: festa della Liberazione. Un giorno importante per la storia del nostro Paese perché simbolo della lotta sostenuta dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista. 
<<Arrendersi o perire!>> fu la parola d’ordine dei partigiani.

La Resistenza è l’insieme dei movimenti sorti durante la II guerra mondiale nei vari paesi europei, contro gli occupanti tedeschi e le forze fasciste ad essi alleate.

Dal 1933 al 1945 furono i Nazionalsocialisti a decidere le sorti dell'Europa. Molti giovani morirono in Grecia, Polonia, Italia, Russia, Francia, Spagna, Germania in nome della libertà. Nel 1954, Thomas Mann nella prefazione a Lettere di condannati a morte della resistenza europea scriveva: «Dobbiamo sempre ripensare e nel farlo ci si stringe il cuore a cosa ne sia stato della “vittoria del futuro”, della Fede e della Speranza di questa gioventù e chiederci in che mondo viviamo. In un mondo di regressione maligna, in cui un odio fatto di pregiudizio e di mania persecutiva si accoppia ad un'ansia panica - Invano sarebbero dunque state La fede, la Speranza, la Capacità di sacrificio della gioventù Europea, che porta il bel nome di Resistenza internazionale, avanguardia in lotta per un mondo migliore? Privo di senso i suoi ideali? Ed anche la morte sarebbe stata per nulla? No, non può essere».

La Resistenza in Italia e in Europa, vide impegnati uomini, donne, giovani e ragazzi che combatterono con coraggio nello spirito di libertà e che per essa sacrificarono la propria vita:

Compagni fratelli Cervi (Gianni Rodari, 1955)

Sette fratelli come sette olmi,/alti robusti come una piantata./I poeti non sanno i loro nomi,/si sono chiusi a doppia mandata :/sul loro cuore si ammucchia la polvere/ e ci vanno i pulcini a razzolare.I I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco/brucerebbero le paginette/dove dormono imbalsamate/le vecchie tavolette/approvate dal ministero.
Ma tu mio popolo, tu che la polvere/ti scuoti di dosso/per camminare leggero, tu che nel cuore lasci entrare il vento/e non temi che sbattano le imposte, piantali nel tuo cuore/i loro nomi come sette olmi:Gelindo, Antenore, Aldo, Ovidio, Ferdinando, Agostino, Ettore ? /Nessuno avrà un più bel libro di storia,/il tuo sangue sarà il loro poeta/dalle vive parole,/con te crescerà/la loro leggenda/come cresce una vigna d'Emilia/aggrappata ai suoi olmi/con i grappoli colmi/di sole.
    La Resistenza ci accomuna e la lettera di Chaìm tocca tutti i cuori, un ragazzo di 14 anni, rinchiuso nel campo di sterminio di Pustkòw  e ucciso nel 1944. Dal campo dove era rinchiuso, Chaìm lanciò una lettera, scritta in yiddish, oltre il filo spinato di recinzione. La lettera fu fortunatamente raccolta e conservata fino alla liberazione.

Miei cari genitori,

se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe. Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra-ci hanno portato via anche i nostri mantelli.

Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno, e il mio corpo è nero di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato. Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui.

Dico addio a tutti e piango.

Chaìm. (Virginia Niri)

Il messaggio in quelle lettere di condannati a morte è scolpito nel mio cuore come nei cuori di tutti quelli che considerano queste lettere come testimonianze d’amore, di cosciente determinazione e responsabilità verso la vita e come esempio di spirito di sacrifcio e di resistenza al nazismo, questo mostro dell’irrazionalità, che tentò d’annientare la ragione”. Così si esprime Luigi Nono,  compositore, politico e scrittore. Egli utilizzò spesso testi politici nei suoi lavori: Il canto sospeso (1955) è basato su frammenti di lettere di condannati a morte della Resistenza europea.

Dice Claudio Abbado: “So, dal mio lavoro a contatto con molti musicisti, quanto sia importante ed anche bello che persone di diversa cultura, religione ed estrazione si incontrino senza remore per completarsi a vicenda nel lavoro come nella vita. Ed è proprio questo spirito di tolleranza e di umanità a costituire il fulcro de Il Canto sospeso”.

   “Questi innumerevoli morti, questi torturati, questi massacrati, questi offesi sono affare nostro. Chi parlerebbe di loro se non ne parlassimo noi? I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà”. Così  si espresse Vladimir Jankélévitch, filosofo, esperto di musica e pianista che partecipò attivamente alla Resistenza.

Io penso che chi nega la Resistenza non conosce la storia. Penso e con tristezza che chi nega la storia  non ha memoria e non vive. Il modo migliore per ricordare è partecipare, ascoltare e leggere. La Resistenza riguarda tutti con l’impegno di mantenerne viva la memoria contro ogni atteggiamento malsano.  Riprendiamo allora i libri di coloro che hanno suggellato con i propri scritti  personaggi, momenti e situazioni, tasselli di storia cari alla memoria: Uomini e no, di Elio Vittorini (1945), Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio (1968), La casa in collina, di Cesare Pavese (1949), Ultimo viene il corvo, di Italo Calvino (1949), La ragazza di Bube, di Carlo Cassola (1960), Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi (1945), Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani (1962), L’Agnese va a morire, di Renata Viganò (1949), La storia (Einaudi, 1974) di Elsa MoranteTre amici (Mondadori, 1988) di Mario Tobino; delle poesie di Franco Fortini, Giorgio Bassani, Giuseppe Ungaretti, Gianni Rodari, Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Davide Lajolo "Ulisse", Primo Levi, Corrado Govoni, Elena Bono e anche alcune delle  epigrafi dettate da Piero Calamandrei. Epigrafi che poi furono riportate sui monumenti e sulle lapidi.

Il cinema, il teatro e ogni forma di comunicazione renda vivi per noi chi non c’è più, risvegli le coscienze spesso intorpidite  e renda tangibile in ogni momento la storia del nostro passato,  che ha consacrato i nostri eroi, inscindibile dal presente.


mercoledì 10 aprile 2019

“Orizzonti d’acqua tra Pittura e Arti Decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento”


 Galileo Chini La vita 1919

È un’immersione nell’arte, la mostra “Orizzonti d’acqua tra Pittura e Arti Decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento” con la quale  Pontedera celebra  l'artista fino al 28 aprile.
L’armonia della bellezza invade di opera in opera, svelando un artista eclettico, multiforme che dona senza risparmio il proprio genio in un susseguirsi di emozioni tra pittura, affresco e ceramica dove il filo conduttore è l’acqua che suona come refrigerio allo spirito nell’incanto di paesaggi  ora sulle sponde dell’Arno ora  su  sfondi  marini, dove il sole accecante si abbatte su onde placide o altamente fluttuanti, che inondano o tattili o impalpabili e lasciano dentro un profondo sapore dell’arte ampiamente vissuta, assaporata e regalata con il vero gusto di compiacersi e di compiacere. Dall’Arno al fiume di Bangkok, da Venezia ai centri balneari e termali di Viareggio, Montecatini e Salsomaggiore è tutto un refrigerio di gusto e di bellezza.  L’artista, una delle figure di maggior rilievo del Modernismo internazionale e alcuni artisti che hanno condiviso con lui le esperienze del periodo, dal Simbolismo al Liberty, dalla Secessione viennese alle suggestioni dell’Orientalismo, presenti in mostra quali: Plinio Nomellini, Giorgio Kienerk, Leonardo Bistolfi, Duilio Cambellotti, Aroldo Bonzagni, Moses Levy, Lorenzo Viani e Salvino Tafanari, ci regalano un’armonia di bellezza in una molteplicità di forme, di linee, di colori e di spazi.


Galileo Chini,  Cache-pot con pesci, 1919-1925

Galileo Chini copre con la sua arte un arco di tempo del Novecento, dove sperimenta ogni  movimento innovativo che sembra da tempo preparato ad accogliere. L’attività di ceramista è strabiliante e il Liberty e l’Art Déco ammaliano per la ricerca e la preziosità degli elementi raffigurati, ove il naturalismo dell’acqua, soggetto ricorrente,  ospita una fauna marina  dai colori luminosi, smaglianti, plastici al tatto. Artista poliedrico, Galileo Chini  si è distinto anche come illustratore, scenografo, pittore e decoratore; la decorazione del nuovo Palazzo del Trono a Bangkok ne è un esempio. L’incontro con l’Oriente, gli procurò l’attribuzione da parte di Puccini dell’allestimento scenico della Turandot. Le arti sorelle si conglobano nel suo stile e regalano riflessioni e pensieri di calma, di gioia, di vita  fino a stabilire, con il ritratto, un contatto con il visitatore che se ne sente parte integrante.  Non si può non citare in mostra la presenza di un gesso di Auguste Rodin La Danaide oggetto di scambio tra lo scultore e Galileo Chini.



Una mostra da non perdere per  godere di quell’emozione che solo l’arte sa donare e in questo caso per le meraviglie di Galileo Chini, degli artisti riportati  e  di un video eccellente.


Studio preparatorio per il dipinto della 
Primavera nel salone delle Terme Berzieri, 1919


PALP Palazzo Pretorio Pontedera
Piazza Curtatone e Montanara, Pontedera (PI)
Orario: da martedì a venerdì 10-19, sabato, domenica e festivi 10-20, lunedì chiuso