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Una mostra da non perdere
per godere di quell’emozione che solo
l’arte sa donare e in questo caso per le meraviglie di Galileo Chini, degli
artisti riportati e di un video eccellente.
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mercoledì 10 aprile 2019
“Orizzonti d’acqua tra Pittura e Arti Decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento”
mercoledì 20 marzo 2019
Il mio compleanno
martedì 19 marzo 2019
18 marzo 2019, il mio compleanno
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| Il mio compleanno ricco di presenze, di fiori e di innumerevoli pensieri di amici, parenti e conoscenti. |
Parte del bouquet che mi hanno regalato Giovanni, Martina, Pietro ed Elia,
Alessio, Rossana e Penelope, Alfredo e Valentina.
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| Il meraviglioso augurio di Pietro |
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| Fiore di rododendro di Aldo |
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| Rose e tulipani del bouquet dei ragazzi |
Grazie a quanti avranno la bontà di condividere con me questa mia speciale ricorrenza
martedì 5 marzo 2019
A spasso tra le tradizioni:“ALESIO”, la maschera di Sarno
| ALESIO |
Ogni città con una cultura, una
tradizione e un Carnevale
che si rispetti possiede una maschera che la rappresenta e anche Sarno ha la sua maschera. Alesio ha
il volto dipinto con due colori, l’azzurro e il giallo:
il primo indica l’infinito e la vita, perché è il colore del cielo;
il secondo, invece, indica i territori sotterranei e la morte,
perché nell’antichità i morti venivano dipinti di giallo. Quindi, le due tonalità
indicano l’eterna sfida
tra la vita e la morte. Alcuni invece ritengono che il volto rappresenti il
sole e la luna che ha comunque la medesima simbologia dualistica tra la luce e
l’oscurità. Caratteristico era il suo
incedere tra la folla con un fischio sibilante, piegandosi ritmicamente sulle
ginocchia, preceduto e seguito da giovani che lo imitavano.
Anticamente il carnevale a Sarno si chiudeva con
la “Morte del Carnevale” che nel martedì grasso, alla fine
della festa veniva processato e condannato ad ardere in piazza, utilizzando
il suo fantoccio, ma Alesio, prima di essere bruciato, implorava di
avere ancora un’ora di tempo per fare testamento. Qui di seguito viene
riportato il testamento, allora letto da un narratore, dove si possono evincere
tutte le caratteristiche e le località del paese:
- A mio padre, re del lardo e della cotica, lascio i trenta maiali del porcile di Castagnitiello.
- A mia madre regina delle scrofe, lascio il moggio di ulivi al Cantariello.
- A mia sorella regina delle pacchiane, che si è sposata senza che io potessi vederla, lascio la sottana di mia nonna che non ha mai usato.
- Voglio che le mie budelle siano cosi divise: lascio i peli duri come setole al calzolaio di via Laudisio.
- Ai litigiosi di Piazza Municipio lascio i miei testicoli.
- A Michele il sordo lascio le mie orecchie.
- Lascio la mia lingua a coloro che parlano sempre della gente di Sarno, e fanno continuamente cause.
- Al macellaio di cappella vecchia lascio il mio intestino perché ne faccia salsicce.
- Ai contadini di Episcopio i femori, perché si facciano il brodo durante la pioggia.
- Alle donne di Sarno lascio i miei lombi per le notti insonni.
- Ai bambini la vescica per fare palloncini, alle ragazze la coda, ai finocchi i muscoli.
- Lascio i talloni ai corridori e ai cacciatori, ai ladri lascio le unghie e a colui che sta leggendo il mio testamento lascio la corda che porto sempre con me, perché ci si leghi il collo per impiccarsi.”
Oggi la tradizione della “Morte del Carnevale”
non
è più attiva. Al suo posto, da qualche anno viene proposto il carro allegorico
dedicato alla maschera Sarnese. Oltre a valorizzare l’immagine del personaggio
tipico, i figuranti a seguito formati da cantanti, ballerini e attori
ripropongono la storia della maschera e la storia del paese. Un vero spettacolo
emozionante ricco di cultura, tradizione e sapori della terra nostra. Infatti
il Presidente Buonaiuto dell’Associazione Carnevale
Sarnese ha dichiarato: “Che sarebbe il Carnevale Sarnese senza la
nostra amatissima Maschera di Alesio? Probabilmente una manifestazione
carnevalesca come tante altre delle città vicine: incolore e insapore. Invece
con Alesio è tutto diverso, è il simbolo stesso della nostra millenaria
comunità, come un sigillo di antica nobiltà posto sul Carnevale, perché sono
poche le città che possono vantare una propria maschera, e Sarno è una di
queste poche.”
Grazie per le informazioni da cui ho attinto.
La ricchezza di un paese è nella sua memoria e
ringrazio quanti a Sarno si prodigano per mantenerla viva nelle nuove
generazioni.
lunedì 11 febbraio 2019
Firenze. Il ritorno della tavola di Sant'Antonio Abate nella Basilica di san Lorenzo
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| Sant'Antonio Abate restaurato |
Dopo un restauro, durato quasi un anno, condotto da
Lucia Biondi, torna a risplendere con colori brillanti e nuova luce, nella
Basilica di San Lorenzo, una tra le chiese più antiche di Firenze, la tavola
quattrocentesca raffigurante Sant’Antonio Abate in trono tra due santi medicei,
San Leonardo, abate francese nelle sembianze di un giovane diacono che regge le
tenaglie per liberare i prigionieri che avrebbe ritenuto innocenti e San Giuliano Ospitaliere, in veste di
cavaliere con la spada, che secondo la leggenda, avendo ucciso per errore i
suoi genitori espiò la sua pena traghettando viandanti e pellegrini sul fiume
Potenza in Italia, temi riportati con
Sant’Antonio che sfugge alla tentazione, nella predella, che a corredo merita,
con l’intera opera, una visita. per eleganza e raffinatezza. L’opera è stata
restaurata dai
Friends of Florence, la cui Presidente,
Simonetta Brandolini d’Adda, così
si esprime: “Un’altra opera
restaurata dai Friends of Florence ritorna nella splendida basilica di San
Lorenzo, siamo molto felici di aver contribuito a un recupero conservativo che
ha consentito di aggiungere nuove informazioni utili a una maggiore conoscenza
del manufatto e dell’artista. Il compito della nostra fondazione è proprio
collaborare con le istituzioni e i professionisti per consentire alle
generazioni presenti e future di fruire di questo patrimonio e crescere nei
valori della cultura occidentale. Ringrazio la donatrice Prof.ssa Sarah Wiggins, Monsignor Marco Viola priore
della Basilica di San Lorenzo, l’Opera Medicea Laurenziana, la Dott.ssa Monica Bietti per
la Soprintendenza,
la restauratrice Lucia Biondi che ha
eseguito l’intervento insieme al suo staff e la Dott.ssa Nicoletta Pons che ha approfondito lo studio
storico artistico dell’opera ampliandone la conoscenza.” La tavola,
attribuita al “Maestro del Tondo Borghese”, un minore, attivo fra Quattro e
Cinquecento, a Firenze e forse in Romagna, dopo il restauro, è stata collocata nella
cappella Da Fortuna, mentre venne dipinta per quella dei Taddei (dei quali è
visibile lo stemma), quinta della navata sinistra della basilica. L’opera, presentata nel corso della conferenza stampa
del 6 febbraio, nella cappella della Basilica di San Lorenzo con dovizia di
particolari da tutte le maestranze, dal restauro che è stato piuttosto lungo come ha spiegato Lucia Biondi:- i problemi principali erano soprattutto un' infestazione da insetti
del legno molto aggressiva e una fragilità del colore molto estesa-, alla
conservazione, dovuta alle future
generazioni, come viene sottolineato, dalle ricerche storico-artistiche agli
approfondimenti, ha evidenziato in ogni aspetto il lungo e complesso lavoro per
ridare vita a un’opera, di cui il logorio del tempo ci avrebbe privato, ma
l’emozione più forte ci è stata comunicata dal fervore con cui le maestranze si
sono profuse nel raccontare le fasi di un lavoro corale da cui è riemersa
l’opera, un lavoro derivante dall’amore per l’arte, per la cultura, per la
bellezza di ciò che ci circonda e che chiede a tutti noi protezione e conservazione,
specialmente in questo nostro tempo quando troppo spesso i valori e la
ricchezza dell’arte vengono elusi. E all’improvviso, di fronte a tali
testimonianze, è come se la
Basilica si fosse illuminata di una nuova luce in un incrocio
tra l’opera e l’emozione da essa derivante.
domenica 13 gennaio 2019
Il nuovo allestimento di gemme al Museo Archeologico di Firenze
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Ifigenia in Tauride con Oreste e Pilade
età giulio-claudia
(rilavorato in epoca moderna?) XVI sec.
(montatura) / sardonica, oro, smalti
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Il 14 dicembre 2018 è stata inaugurata al Museo
Archeologico Nazionale di Firenze la nuova sezione museale dedicata alla
“Collezione di gemme antiche dei Medici e dei Lorena” grazie alla donazione di
Friends of Florence. Il riallestimento, in conferenza stampa, è stato
presentato da Stefano Casciu, Direttore
del Polo museale della Toscana, Mario Iozzo, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Simonetta Brandolini d’Adda, Presidente della Fondazione Friends of
Florence e Riccardo Gennaioli, Funzionario
dell’Opificio delle Pietre Dure, che hanno
illustrato l’intero iter del lavoro per
la selezione delle gemme in cui sono rappresentate tutte le classi collezionate
dalle due dinastie: antichi sigilli, cammei, intagli, paste vitree,
gemme magiche, anelli, con la montatura originale di epoca romana o per la
maggior parte rinascimentale, realizzati in calcedonio, sardonica, corniole,
zaffiri e granati, le più pregiate
pietre preziose dell’Antichità.
Dopo due anni di studio e di preparazione, selezionate tra 2300 esemplari, tornano a risplendere 432 gemme: babilonesi, greche, etrusche, romane e post-classiche, dall’epoca Carolingia al Rinascimento, per un arco cronologico che va dal 2300 a.C. circa fino agli inizi del Settecento. Nelle teche collocate lungo il Corridoio di Maria Maddalena de’ Medici sono esposte gemme, racchiuse in pregiate cornici di oro, smalti e altre pietre preziose, in alcune delle quali si vuole riconoscere la mano di Benvenuto Cellini e della sua bottega. Le didascalie offrono approfondimenti sulle materie prime, sulle iconografie, sulla storia e la formazione della collezione e sui loro antichi possessori. Ogni gemma è armonia di bellezza, di eleganza e di raffinatezza. Le tecniche dell’incastro e dell’intaglio dimostrano la bravura degli artisti del tempo, la loro creatività ed esemplificano il gusto dell’epoca e il fascino del collezionismo: diaspro rosso, plasma oro, cristallo di rocca, ametista, oro, smalti, diamanti e zaffiri. Raccolte inedite di gemme, cammei, intagli di età repubblicana e imperiale. Agata, calcedonio, onice, corniola e acquamarine incantano.
Dopo due anni di studio e di preparazione, selezionate tra 2300 esemplari, tornano a risplendere 432 gemme: babilonesi, greche, etrusche, romane e post-classiche, dall’epoca Carolingia al Rinascimento, per un arco cronologico che va dal 2300 a.C. circa fino agli inizi del Settecento. Nelle teche collocate lungo il Corridoio di Maria Maddalena de’ Medici sono esposte gemme, racchiuse in pregiate cornici di oro, smalti e altre pietre preziose, in alcune delle quali si vuole riconoscere la mano di Benvenuto Cellini e della sua bottega. Le didascalie offrono approfondimenti sulle materie prime, sulle iconografie, sulla storia e la formazione della collezione e sui loro antichi possessori. Ogni gemma è armonia di bellezza, di eleganza e di raffinatezza. Le tecniche dell’incastro e dell’intaglio dimostrano la bravura degli artisti del tempo, la loro creatività ed esemplificano il gusto dell’epoca e il fascino del collezionismo: diaspro rosso, plasma oro, cristallo di rocca, ametista, oro, smalti, diamanti e zaffiri. Raccolte inedite di gemme, cammei, intagli di età repubblicana e imperiale. Agata, calcedonio, onice, corniola e acquamarine incantano.
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Busto di Baccante o di Dioniso
prima
metà del I sec. a.C. (cammeo) /XVII sec. (montatura) / sardonica, oro
Intagli
greci di età classica ed ellenistica catturano. 104 metri di esposizione
con 34 vetrine dove l’occhio non si
riposa ma scatta fulmineo per scegliere la gemma più bella ma senza riuscirvi, tale è la magnificenza di
tutte. E tra le tante, fermano il
passo le gemme magiche e astrologiche:
ematite, diaspro, lapislazzuli, pasta vitrea, che ci riportano ad un tempo antico
di credenze. Di teca in teca, si giunge alla fine del
percorso del corridoio realizzato fra il 1619 e il 1620 dall’architetto
Giulio Parigi su commissione di Cosimo II de’ Medici, come prolungamento del
Palazzo della Crocetta verso la
Basilica della SS. Annunziata, con un affaccio riservato, il
cosiddetto Coretto, dal quale la
Principessa poteva assistere, protetta da una grata, alla S.
Messa. Il luogo non è visitabile perché troppo angusto ma un video,
touch-screen, pannelli luminosi e filmati raccontano la storia della
Principessa e mostrano la struttura del Coretto, rimasto inalterato dal 1620 e
gli interni della Chiesa della SS. Annunziata di cui si possono ammirare tutti
i particolari.
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Ercole che trattiene per la veste una figura femminile
I sec. a.C.(?), seconda metà del XVII sec. calcedonio, argento,
smalti, diamanti, rubini (o granati)
In
questo luogo, ogni elemento si veste di
fascino, è come entrare in un mondo non del tutto rivelato e il pensiero va a
quanti tesori non sono ancora visibili.
L’allestimento provoca emozioni, considerando la capacità che ha
avuto l’uomo, in ogni tempo di creare bellezza, ricchezza e ornamento destinati allora a un ceto elevato e che oggi
tutti possiamo ammirare (evoluzione
dei tempi), grazie all’interesse di chi ha saputo conservare come memoria. Il percorso e l’allestimento, a partire
da Lorenzo il Magnifico, che aveva acquistato alcuni esemplari dalla pregevole
raccolta del cardinale veneziano Pietro Barbo, poi Papa Paolo II
(1464-1471), ripercorre la formazione
della prestigiosa raccolta fino a Gian
Gastone de’ Medici e a Pietro Leopoldo Asburgo-Lorena, passando per il Duca
Cosimo I, la moglie Eleonora di Toledo,
il Cardinale Leopoldo de’ Medici (il “principe dei collezionisti”) e
l’Elettrice Palatina, Anna Maria Luisa
de’ Medici. L’intero allestimento coinvolge per la passione che traspare da chi ha condotto il lavoro e
lo ha presentato con molta premura, compresa la fotografia, che arricchirà il
catalogo, una serie di azioni, uno
studio accurato per mostrarci le gemme nei particolari che all’occhio nudo sfuggirebbero.
lunedì 7 gennaio 2019
Firenze, l'albero di Piazza Santa Maria Novella
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