sabato 24 novembre 2012

La violenza sulle donne





Morte di Hipazia
Hipazia d’Alessandria ( Alessandria d’Egitto, 355/370-415),
matematica, astronoma e filosofa.

La violenza sulle donne è figlia del pregiudizio.


Le donne sono vittime di una cultura arcaica per la quale in passato, sono state accusate di fatti atroci e sottoposte a violenze inaudite. Basti pensare alla storia di Hipazia d’Alessandria, filosofa e scienziata del IV-V secolo d. C., fatta a pezzi, perché troppo colta, da uomini fanatici, forse monaci detti “paraboloni”, offesi e umiliati dalla sua cultura e dal potere che esercitava sulle folle, sperando di riscattare nell’orrore il proprio onore. Molte donne nell’antichità sono state esposte a violenze per aver coltivato la passione per lo studio. Ancora oggi persiste la violenza contro le donne che fanno della cultura un’arma per l’emancipazione femminile del proprio paese. Ha solo 14 anni, Malala Yousufzai, l’attivista pakistana gravemente ferita alla testa e al collo dai Talebani per il suo impegno nel promuovere l’istruzione femminile nel suo Paese.
La violenza è indice di grettezza mentale, frutto di un pregiudizio endemico.
La donna è stata sempre e in varie forme esclusa e segregata.
Non è facile mutare il volto di una società, maschilista per antonomasia, ma la donna ha lottato e lotta per la parità.
Come definire la violenza contro le donne? Gelosia, vanità, presunzione, intolleranza, timore?. Certo è che il problema è degli uomini arroccati all’idea di possesso.
Nata da una costola di Adamo (come si dice), la donna è considerata subalterna all’uomo. Ha forse un’anima? È forse uno dei pilastri della società?. Con tutti i mezzi è stata demolita la sua immagine, dimenticando che fu il grembo di una giovane donna ad accogliere il Redentore.
La donna è stata definita: tentatrice, demonio, strega e quant’altro di negativo si possa immaginare non considerando che la società è stata matriarcale. La donna è stata ritenuta nelle società antiche ( e non solo) sottomessa all’uomo ed è prevalsa l’ immagine della donna-Penelope, simbolo di fedeltà, di onestà, di moglie, di madre e di angelo del focolare, termine che appagava il gusto maschile di segregazione, di controllo e di comodo. Ma la donna ha lottato con coraggio anche a costo della vita, pur di liberarsi di questo clichè.
L’educazione un tempo si basava sulla netta distinzione tra maschi e femmine e a scuola si insegnavano le attività domestiche separando così ruoli e funzioni. In caso di indigenza era sempre la donna a essere sacrificata. La donna sposata passava dal dominio paterno all’arbitrio del marito ed era esposta senza difesa a ogni sorta di violenza. Erano sempre gli altri a decidere della sua sorte e in caso di trasgressione era punita con la morte; Dante ce ne offre alcuni esempi.
In seguito  l’educazione della donna è mutata; è riuscita ad accedere allo studio, a ottenere il diritto di voto, a raggiungere ruoli sociali ma il pregiudizio permane ed è ancora esposta a ogni sorta di violenza, una condizione che ci induce a riflettere sul concetto di società evoluta per cui una società non può definirsi tale se non tratta tutti i suoi membri in modo paritario e se rende le donne ancora vittime.
Molte sono le iniziative a carattere socio-politico e culturale a tutela delle donne esposte a forme di violenza inaudita che si consuma essenzialmente tra le mura domestiche. Le leggi e i centri di assistenza aiutano e invogliano le donne a denunciare gli aggressori, a superare la paura della ritorsione ma la diffidenza permane ed è ancora limitato il numero delle donne che denunciano. È chiaro tuttavia che il problema è dell’uomo per il quale l’uso della violenza in tutte le sfere sociali è un sistema di difesa e di controllo. La violenza sia fisica che psicologica e verbale tende a intimorire, a sottomettere, ad annientare, a indebolire la mente e la volontà della donna fino a non avere opinioni, emozioni, possibilità di reazione.
Il problema, segno di un degrado che si acuisce chiama in causa l’intera società. Si parla di un aumento di donne violentate e uccise e se si pensa a quelle oscure ci si rende conto di quanto sia grave il problema che richiede un impegno comune. La donna non deve essere lasciata sola in questa battaglia. Gli interventi politici devono essere sempre più mirati, continui e sistematici. Per poter lottare la donna deve recuperare essenzialmente la stima verso sé stessa e l’orgoglio di essere donna.
Una società potrà evolversi, solo quando sarà l’uomo ad emanciparsi fino a riconoscere alle donne diritti paritari ma essenzialmente a rispettarle.


 

Hipazia d'Alessandria

Contro la violenza, l’educazione.


Avevamo lavorato bene con i nostri ragazzi a scuola, perchè mutasse la visione di un mondo in cui la supremazia spettasse al maschio ma la perdita di valori di questi ultimi anni ha vanificato ogni sforzo e l’immagine della donna oggetto ha preso il sopravvento, azzerando la parola rispetto. Spetta alla donna recuperare il ruolo che le compete e per il quale un tempo ha lottato. Ma per farlo ha bisogno del sostegno dell’intera società attraverso un processo di formazione didattico-educativo.
È la scuola la sede in cui bisogna affrontare il problema della violenza contro le donne fin da piccoli con l’ascolto, con la creatività, con il gioco ma essenzialmente attraverso la conoscenza di donne che hanno segnato pagine importanti della nostra storia. Non è facile scardinare i pregiudizi ma si può attraverso un insegnamento che privilegi in tutte le discipline figure femminili e maschili in modo paritario.
Manca nella scuola una cultura al femminile. Sono pochissimi i nomi di donne presenti nei percorsi didattici che hanno operato in vari campi dello scibile e che sono morte per una causa, un’ideologia o per il proprio pensiero. L’istruzione è lo strumento essenziale per conoscere, confrontarsi, educare ed educarsi; solo se si insegna agli studenti fin da piccoli che la violenza contro le donne è un comportamento da condannare, potremo affrontare il problema alla radice e tentarne una soluzione.
È la comunicazione la base dell’educazione, il mezzo più idoneo per conoscere e abbattere il pregiudizio.
La violenza contro le donne mina le fondamenta della nostra società che ama definirsi in progress. Molte sono le iniziative a livello socio-politico per combatterla, tuttavia essa è in aumento. Il problema non è né semplice né immediato nella soluzione e si deve affrontarlo associando alla scuola la famiglia, perché è in famiglia che si consumano le peggiori violenze di cui i figli sono testimoni. I bambini seguono i modelli con i quali convivono e ne ripetono i gesti: i maschi con la violenza iterata, le femmine subendola. La violenza genera violenza ed è questo l’aspetto più raccapricciante del problema. Siamo sempre noi adulti a ledere i canoni dell’educazione offrendo di noi un’immagine negativa. Il problema non riguarda solo le classi meno abbienti che vivono una condizione di precarietà ma tutti i ceti a dimostrazione di quanto la violenza sia insita nel vivere quotidiano. Accanto a forme di tutela di ordine socio-politico è necessario che la cultura svolga il suo compito e che attraverso l’uso di strumenti educativi e l’attivazione di strategie mirate insegni che il ruolo che la donna ha avuto nella società, è stato fondamentale in ogni tempo e ne riscatti la dignità. È necessario pertanto che nomi femminili siano molto presenti in tutti i linguaggi della comunicazione ed essenzialmente nei libri, in modo tale da abituare i ragazzi, fin da piccoli a conoscere, a pensare e a parlare al maschile e al femminile.
Il tempo più proficuo a scuola è quello dedicato all’educazione alla convivenza, che assicuri a tutti i membri della società, dignità e rispetto, componenti essenziali perchè una società si evolva.
La violenza sulle donne è segno di grave inciviltà che deve spingerci a riflettere affinché i nostri figli non subiscano le nostre negligenze e non ripetano i nostri errori; è questa una nostra responsabilità.
Solo l’istruzione può aprire le menti alla riflessione e abbattere l’oscurità. È tra i banchi che si educa e si legittimano principi e regole. I soldi investiti in cultura sono i più fruttuosi perché la formazione pone le basi del vivere civile.
Di fronte alla violenza, sembriamo foglie sparse su un terreno arido portate come automi lontano dalla vita al primo soffio di vento, fragili nella volontà, privi di quel pensiero, di quella volontà che ci consente di compararci e di contrapporci. Ma noi non siamo foglie, siamo realtà pensanti. Noi possiamo, noi dobbiamo agire.
La colpa di quanto sta accadendo sta in tutti noi che abbiamo perso i parametri del vivere civile in un mondo in cui la corsa all’avere è sproporzionata all’essere.
Forse incautamente abbiamo allontanato da noi la fonte di ogni conoscenza, il libro, la parola, il sentimento, deviati nelle nostre scelte da miraggi inconsistenti.
Nella lotta alla violenza sulle donne, dobbiamo riscoprire la nostra identità di persone nutrite di forza e di coraggio, capaci di dialogare e di superare lo stato di ferinità che ci attanaglia. Il cammino della donna per rivendicare il rispetto che le è dovuto di diritto è molto arduo e lo sarà fino a quando l’uomo non si emanciperà e comprenderà che la parità è un diritto di natura dato che gli esseri pur diversi fisiologicamente, hanno gli stessi diritti e meritano lo stesso rispetto.
Perché si superi questa differenza radicata è necessario applicare la pars destruens e la pars costruens dove la demolizione riguarda le differenze e i pregiudizi maturati nel tempo e la ricostruzione la nascita di un mondo in cui tutti hanno diritto di esistere con pari dignità.
Il rispetto reciproco si insegna da piccoli ed è questa semplice parola che ci rende civili perché riscatta la dignità altrui e la propria onestà.

Anna Lanzetta
Responsabile Sezione Didattica
Associazione Culturale MultiMedia91

domenica 18 novembre 2012

E una colomba volò sul tuo seno





Nel tempo infinito della vita


Improvviso sei arrivato
Profumato di utero
Con dentro il tuo battito
Il ritmo materno
Del suo cuore, del loro amore.

Suggello di unione eterna
Membrana indissolubile
Sigillo alla continuità
Dell’essere che rinnova unito
Il mistero della vita
Intrisa di latente religiosità.

Come colomba bianca vestita di purezza
Ti sei posato sul suo giovane seno
Coperto dalla mano paterna
dolce
in un silenzio immune da parole.


a Pietro il mio primo nipotino,
a Martina, a Giovanni
martedì 13 novembre 2012, h 20.15

Anna Lanzetta







mercoledì 14 novembre 2012

L’incanto dell’arte nella sacralità del Battistero di San Giovanni





Crocifisso di Filippo Brunelleschi

L’arte incornicia il Sacro nel Battistero di San Giovanni a Firenze con l’ostensione di tre crocifissi lignei quattrocenteschi di Donatello, Filippo Brunelleschi e di Michelangelo, provenienti rispettivamente dalle basiliche fiorentine di Santa Croce, Santa Maria Novella e Santo Spirito.



Crocifisso di Michelangelo

Si resta col respiro sospeso di fronte alla bellezza dei tre Crocifissi che sembrano posti come interrogativi e risposte per il visitatore, accostati insieme sotto il mosaico medievale del Battistero, raffigurante Cristo Pantocratore.



Crocifisso di Donatello

Sono i giganti dell’arte, dell’espressione portata agli estremi, della magnificenza di quel genio che tanta gloria diede a Firenze, e che a distanza di secoli appare intatta nel suo messaggio umano e cristiano. Donatello, Michelangelo e Brunelleschi sono l’espressione del momento aureo dell’arte. L’uno complementare all’altro, tre linguaggi che risuonano all’unisono e raccontano il sacrificio della Croce,  posti lì a monito dell’uomo a ricordargli realtà e verità.

L’ostensione è stata allestita dal venerdì 2 a domenica 11 novembre in occasione di Florence 2012, la Biennale Internazionale dei Beni culturali e Ambientali.

Anna Lanzetta

Responsabile della sezione didattica
Associazione Culturale MuliMedia91

sabato 3 novembre 2012


Quando l’infanzia ci chiede “Amore”




Ci eravamo illusi di essere una società in progress ma considerata la condizione che l’infanzia vive nel nostro paese, ne siamo ben lontani.
Avevamo superato un tempo lo stato animalesco, perché pensavamo di agire col cuore verso i più deboli, i più bisognosi, verso l’infanzia ma gli animali ci superano in amore.
Una società senza fondamenta basate sull’ “amore” non può dirsi civile, non è tale chi non rispetta i diritti dell’infanzia al di là delle leggi e del colore.
Non passa giorno senza che l’infanzia venga offesa nella propria dignità, segno di un degrado sociale che ormai non ha argini. I bambini sono vittime della nostra follia. Fino a quando dovranno pagare, prima che ognuno di noi si accorga del rischio che la stessa società sta correndo, inquinando le proprie radici?. Quale mondo possiamo immaginare quando la violenza si abbatte sui minori a dismisura e in qualsiasi forma?. Quale evoluzione possiamo sperare quando si nega ai bimbi di sedersi a mensa, quando vengono pubblicamente contesi, quando si impedisce ai più sfortunati di vivere l’esperienza della vita con i propri coetanei e si condannano alla segregazione?. Quale modello di società stiamo offrendo a questi bambini? E quali ripercussioni avranno sulla loro crescita e sulla società che noi stessi componiamo?.

Elena aveva solo 14 anni, quando in un’ esperienza didattica di scrittura creativa, riscrisse il racconto di Pinocchio:

Storia di un burattino che

non diventa bambino

Pinocchio era un burattino molto particolare.
Agli occhi degli altri era solo un pezzo di legno, ma in realtà era birichino e capriccioso, proprio come un bambino vero. Pinocchio era molto fiero di questo, perché il suo sogno era proprio quello di trasformarsi in un bambino in carne ed ossa a tutti gli effetti.
Fin da quando Geppetto lo aveva costruito, si era ripromesso di fare il buono, perché la Fata Turchina, suo angelo custode; gli aveva detto che se si fosse comportato bene avrebbe realizzato il suo desiderio.
Dobbiamo considerare che per il povero burattino fu molto difficoltoso mantenere la sua promessa, ma pur di riuscirci, s’impegnò moltissimo. Pensate che una volta, piuttosto che andare a divertirsi con gli amici, preferì recarsi a scuola per amor della cultura, o forse, ( ma fa lo stesso) per amore delle caramelle, dato che il giorno prima, la maestra aveva promesso ai suoi cari alunni che avrebbe dato due dolcetti per ogni compito assegnato a casa, svolto correttamente.
Purtroppo, data la sua indole, non sempre Pinocchio riuscì ad essere così giudizioso e una volta, scappò di casa per una settimana, per alloggiare nel paese dei balocchi.
Laggiù si divertì un sacco, ma una mattina gli spuntarono le orecchie d’asino, perché ormai non sapeva più né leggere né scrivere. Sconsolato incominciò a piangere a dirotto e faceva una gran pena a vederlo!
Come sempre corse in suo aiuto la Fata Turchina che lo riportò a casa e, per farlo guarire del tutto, decise di iscriverlo alle scuole serali. Che punizione! Pinocchio però, con grande meraviglia di tutti, si comportò proprio come un bravo bambino, perché voleva realizzare a tutti i costi il suo sogno, ma la sorpresa che ebbe, proprio quando stava per raggiungere la sua meta, fu sbalorditiva.
Difatti le cose non andarono bene e il burattino non divenne mai un bambino a tutti gli effetti.
Eh sì, fu proprio così! E sapete perché? La Fata Turchina non può niente contro le decisioni dell’uomo, in un mondo in cui i sogni dei bambini e i giochi di fantasia stanno sparendo a causa della sete di soldi e di potere dell’uomo; neanche un povero burattino può sorridere soddisfatto ai propri desideri!
La Fatina gli ha regalato la vita, ma la bontà innocente di un pargolo non è sufficiente a realizzare i suoi sogni.
Dalla finestra Pinocchio guarda tutto ciò che lo circonda: palazzi, case, pochissimi spazi verdi, mille e mille costruzioni in atto e per la prima volta capisce la realtà: con tristezza e rassegnazione sospira e con gli occhi rivolti al cielo, sogna mondi impossibili, mentre una piccola lacrima scorre sul suo viso inanimato. ( racconto di Elena Mancuso)

Allora il racconto mi sorprese e mi rattristò molto. Mi convinsi poi che i ragazzi vedono la verità più di noi adulti. Pinocchio sceglie di restare burattino perché vede che i bambini soffrono molto e lui ha paura della violenza e del nostro egoismo. Era implicita nelle parole di Elena la paura verso noi adulti che pensiamo solo a noi stessi. Pinocchio resta solo e piange. Egli rappresenta l’infanzia di tutto il mondo che piange per la nostra stoltezza e che tra le lacrime ci chiede un mondo migliore, ci chiede di ascoltare il nostro cuore.

Anna Lanzetta
responsabile della sezione didattica
Associazione Culturale MultiMedia91






lunedì 29 ottobre 2012

Il lavoro duro e oscuro dell’insegnante





La scuola nell’antica Roma


Non so quando si capirà nè chi avrà la lungimiranza di capire che il lavoro dell’insegnante supera e di gran lunga le 18 ore settimanali. Chi dice che devono essere aumentate non conosce affatto come è strutturato il lavoro di un insegnante, le cui 18 ore sono soltanto l’ultimo atto di un processo che lo vede prima artefice di ricerche, di aggiornamento, di approfondimento e di una lunga preparazione. E questo solo per citare una parte di quel lavoro che nessuno conosce. La vera scuola è quella che si vive prima da soli e poi nella realtà quotidiana dell'aula, dove tutti vogliono mettere mano senza rendersi conto che chi non la vive non la può gestire. Duro e oscuro è il lavoro di chi insegna con il cuore, con quel sentimento che senti nascerti dentro ogni mattina quando varchi la soglia di quella scuola dove sei stato destinato e il loro sorriso e le loro attese ti fanno dimenticare che ti pagano poco, che non hai il necessario per “nutrirli” di cultura, che sei da sempre maltrattato; consapevole però che il tuo è il lavoro più bello, perché è il supporto fondamentale di una società che purtroppo dimostra di non comprenderne il senso né di capire il perché di tanti sacrifici, di tante ore che ogni insegnante, per deontologia, dedica alla ricerca personale per individuare le metodologie idonee a raggiungere gli obiettivi prefissati: un insegnamento differenziato. Grande è il contributo che dà l'insegnante per la crescita culturale ma non si sente ripagato perchè nulla si muove in termini economici e di stabilità, perchè si guarda solo all’esteriorità del suo lavoro e non si pensa al domani di chi da troppi anni attende in un eterno precariato e non vede uno spiraglio di luce, di chi non può gestire il proprio futuro, di chi sopporta stipendi inadeguati, di chi si affanna per recuperarne quanti ne può di quei visi che lo guardano speranzosi; molti saranno selezionati perché sono molti specialmente nelle prime classi delle superiori e l’autoselezione, l’abbandono e il disagio sono già un fallimento irreparabile.

Perché non sanare prima queste problematiche annose che dimostrano il livello di scarsa considerazione in cui è tenuta la scuola? Perché non dare la dovuta dignità all’insegnante? Quando si capirà che il futuro di un paese è nella scuola?


Anna Lanzetta,
responsabile della Sezione Didattica Associazione Culturale MULTIMEDIA 91

venerdì 12 ottobre 2012

Il figlio conteso






“I bambini ci guardano”, è questo il titolo di un film in cui chiara era la condizione di disagio dell’infanzia. Quelle immagini indelebili nei nostri occhi sembravano appartenere a un altro tempo.

Purtroppo nulla è cambiato e nonostante gli sforzi per migliorarne la condizione, permane lo stato di disagio in cui vive l’infanzia vuoi per la società disattenta ai suoi bisogni, vuoi per la scuola impossibilitata a sopperire alle sue necessità, vuoi per la famiglia, che per cause varie e negligenza non dà ciò che i ragazzi chiedono: amore, affetto, rispetto.

Il caso del ragazzo conteso dai genitori in provincia di Padova, ripropone l’annoso problema dell’infanzia violata. L’aspetto più grave è che la violenza, ultimo atto della contesa tra i genitori è avvenuta in maniera plateale, basta vedere il video, senza che nessuno ne considerasse minimamente le conseguenze a livello fisico e psicologico. È raccapricciante vedere il modo in cui il ragazzo viene portato via, e ancora più grave perché il fatto avviene davanti alla scuola, alla presenza di altri bambini e ragazzi. Non vogliamo indagare, né ci compete, ma smuove il nostro sentimento la condizione vissuta dal ragazzo e ci colpisce a livello educativo, la sua età. A dieci anni l’età si evolve, inizia quel cambiamento fisico e psicologico che apre un nuovo percorso di vita, in cui l’adulto diventa il modello fondamentale. Ma quale visione della vita attende questo ragazzo che si sentirà diverso dagli altri coetanei per ciò che da anni vive, una situazione familiare nella quale è coinvolto non per altre colpe se non per esservi nato. Un ragazzo tradito e offeso nella sua dignità da quanti sono stati coinvolti nella vicenda. E l’intelligenza dei genitori? E il rispetto verso il proprio figlio?. Affidiamo quanti hanno partecipato a questa azione al tribunale della propria coscienza.

Il dissenso è unanime. L’aspetto più sconcertante della vicenda, al di là di ogni giudizio, è quello di aver considerato il ragazzo come “oggetto” a fronte di ogni sistema educativo. L’adulto è colpevole senza possibilità di appello. In una società che si stenta a rattoppare, noi adulti perseveriamo nell’egoismo. Tanti bambini maltrattati dentro e fuori del nostro territorio non ci insegnano a crescere, a cambiare, a porci di fronte alle nostre responsabilità, a capire che la violenza genera violenza, un sistema di agire molto grave in un mondo già in bilico.


 

Anna Lanzetta




lunedì 8 ottobre 2012

La scodella negata




Kathe Kollwitz (Königsberg, 1867- Moritzburg, 1945)


Già in un mio precedente articolo pubblicato sulla rivista Tellusfolio.it, meravigliata e offesa, esprimevo il mio più profondo disappunto verso una decisione che stentavo a leggere e a comprendere. Si trattava allora del sindaco di Adro che aveva vietato l’accesso alla mensa ai bambini, i cui genitori risultavano insolventi. Suppongo che il seguito sia noto a tutti e per fortuna benefattori ce ne sono a risollevare le sorti degli indigenti anche se poi ricevono atteggiamenti ostili. Allora dissi che il sole di Adro non brillava perché il sole, simbolo di vita, non può illuminare chi è privo di lungimiranza sociale e agisce contro l’infanzia che ha indifferentemente come colore: il bianco puro dell’innocenza.
Pensavo che nulla di così vergognoso si sarebbe più ripetuto ma ecco che si affaccia a turbare i nostri sogni il sindaco di Vigevano che in maniera ancora più eclatante vieta la mensa ai bambini perché i genitori , per mancanza di risorse, non hanno provveduto al pagamento.  
L’azione in questo momento di crisi di valori che investe l’Italia è ancora più grave, perché nega il principio di solidarietà.
In un’Italia, in cui la corruzione dilaga a dismisura e ci copre tutti di vergogna, c’è qualcuno che nega ai bambini di sedersi a mensa, incurante delle famiglie, degli insegnanti, preoccupato di ritagliare uno spazio per chi dovrà, e se potrà, mangiare un panino, col pericolo che se la porta di accesso alla mensa sarà semiaperta guarderà chi mangerà un pasto diverso dal suo e vedrà un paese diviso irrimediabilmente tra chi ha e chi non ha. Certamente sfuggono a chi opera in tal senso i principi dell’istruzione e dell’educazione alla convivenza.

Tutto questo a scuola, tempio della formazione!.

Con tali premesse, quale domani possiamo sperare perché la società sia più equa e più giusta? Quale rinascita per il nostro paese affidato un giorno alle nuove generazioni? Quale coscienza del vivere civile? A quale morale appellarci?.
Spero che forte si levi il grido di disappunto e che forte risuoni il “NO” di tutti noi indistintamente.
Se in un’Italia del più bieco consumismo, gestita da scialacquatori senza scrupoli, qualcuno pensa di salvaguardare i conti  in questo modo, abbiamo toccato veramente il fondo di una società dove a pagare sono sempre i più deboli e specialmente i bambini.
Nessuna giustificazione è accettabile perché ci sono sempre rimedi alternativi,  se c’è la volontà di cercarli e di applicarli.

Queste azioni, indice di negligenza e di irrazionalità, prive di quel senso di umanità e di rispetto, che tanto si declama ma che non tutti applicano non aiutano la risalita di un paese profondamente in crisi. Esse risultano degradanti per chi le mette in atto e per chi le subisce, e invitano tutti noi a dire “NO” per la difesa della dignità di ogni individuo e dell’infanzia in particolare.


Per l'articolo menzionato, vedi: TellusFolio > Scuola > Notizie e commenti
Anna Lanzetta. Il “sole” è vita, ma non il “sole di Adro”
14 Ottobre 2010