mercoledì 18 dicembre 2019
lunedì 9 dicembre 2019
Pietro Leopoldo per le scuole
mercoledì 20 novembre 2019
Cantar d'amore
mercoledì 9 ottobre 2019
Cantar d’amore
![]() |
Umberto Mastroianni, Farfalla notturna (1970) |
Napoli è un’armonia di colori e di profumi; è storia, è cultura, è arte in ogni strada e in
ogni vicolo. Napoli, felice e armoniosa, custode di tesori e di misteri è melodia
di suoni, di rumori e di schiamazzi. Napoli è il silenzio che si ascolta nelle
poesie in musica dove il suono sposa l’arte nella creazione di quadri in cui è
presente il tocco sognante dell’amore:
Palomma ‘e notte
La canzone “Palomma e notte” nacque da una poesia
di Salvatore Di Giacomo dedicata alla
donna da lui amata: Elisa Avignano. “Quando si conobbero (nel
1905) Salvatore ed Elisa, lui era un uomo di quarantacinque anni, lei una
ragazza di 26. Salvatore era un bell’uomo, un vero napoletano dagli occhi
sognanti, un poeta già celebre, riconosciuto, i suoi versi erano cantati
dovunque, e tutto questo creava intorno alla sua persona un’aura romantica, un
fascino che poteva fare innamorare qualsiasi ragazza, soprattutto una ragazza
come Elisa. Elisa era «’ na giovane vestuta / cu ‘ na vesta granata, auta e
brunetta». Così dice Carlo Fedele, riportando un intervento di Raffaele La
Capria sul Corriere della Sera di qualche anno fa. Elisa era
per quei tempi una ragazza emancipata se ebbe l’ardire di scrivere al poeta una
lettera << Mio buono e caro signor Di Giacomo… se non fossimo
stati in mezzo alla gente ve lo avrei detto ieri stesso quanto sto per dirvi
ora. Io vi amo: ecco la verità, e lo so e lo sapevo da un pezzo, e non volevo
confessarlo né a voi né a me. Io vi amo, e ora ve lo dico così com’ è. È bene,
è male dirvelo? Che cosa ne penserete? Io non so… Sappiatela tutt’ intera
questa verità, sappiatela così rudemente, così bruscamente com’ è sempre
l’impeto dell’anima mia: sappiatela e fate quel che volete…».
Il loro amore
travolgente e passionale fu spesso ostacolato dalla madre di lui, alla
quale il poeta era molto legato. Si sposarono nel 1916 ma il matrimonio fu
spesso travagliato da accuse e litigi,
alcuni provacati dalla stessa madre. Quando
Di Giacomo morì il 5 aprile del 1934,
Elisa impazzì dal dolore e distrusse tutte le lettere e le poesie che il marito
le aveva scritto, ma per fortuna si
dimenticò di un cassetto dove c’erano gli scritti che andavano dal 1906 al
1911. Grazie a quel cassetto e alle lettere in esso ritrovate, è stato
possibile ricostruire la storia del loro amore e trovare questa poesia dai toni
lievi, dolci e profondamente sentimentali che è diventata un classico della canzone napoletana. Il
testo venne musicato nel 1907 da Francesco Buongiovanni.
Tiene mente 'sta palomma,/
comme gira, comm'avota, / comme torna n'ata vota / sta ceròggena a tentá! /
Palummè' chist'è nu lume, / nun è rosa o giesummino... / e tu, a forza, ccá
vicino / te vuó' mettere a vulá!...
/ Vatténn''a lloco! / Vatténne,
pazzarella! / va', palummella e torna, / e torna a st'aria / accussí fresca e
bella!... /'O bbi' ca i' pure / mm'abbaglio chianu chiano, / e che mm'abbrucio
'a mano / pe' te ne vulé cacciá?..
Carulí', pe' nu capriccio,
/ tu vuó' fá scuntento a n'ato... / e po' quanno ll'hê lassato, / tu, addu
n'ato vuó' vulá... / Troppi core staje strignenno / cu sti mmane piccerelle; /
ma fernisce ca sti scelle / pure tu te puó' abbruciá! / Vatténn''a lloco!
Torna, va', palomma 'e notte, / dint'a ll'ombra addó' si' nata... torna a st'aria 'mbarzamata / ca te sape cunzulá... / Dint''o scuro e pe' me sulo / 'sta cannela arde e se struje... / ma ch'ardesse a / tutt'e duje, / nun 'o ppòzzo suppurtá! / Vatténn''a lloco! ( Di Giacomo – Buongiovanni )
Torna, va', palomma 'e notte, / dint'a ll'ombra addó' si' nata... torna a st'aria 'mbarzamata / ca te sape cunzulá... / Dint''o scuro e pe' me sulo / 'sta cannela arde e se struje... / ma ch'ardesse a / tutt'e duje, / nun 'o ppòzzo suppurtá! / Vatténn''a lloco! ( Di Giacomo – Buongiovanni )
Protagonista del testo è una farfalla che
rischia di bruciarsi poiché si avvicina
troppo al lume. Le analogie sono evidenti: anche il poeta resta abbagliato
dalla fiamma della bellezza e per allontanare la farfalla-Elisa, proteggendola,
finisce per bruciarsi.
La lettura diventa musica e la melodia si
muta in espressione viva, nella ricerca di parole ad effetto dove l’arte entra
a rappresentare magnificamente il tutto.
Salvatore Di Giacomo, Napoli, 1860.1934,
poeta, drammaturgo e saggista. Autore di poesie in lingua napoletana, molte delle quali musicate.
Insieme ad Ernesto Murolo, libero Bovio e E.
A. Mario è stato un notevole rappresentante dell’ “epoca d’oro” della canzone napoletana.
Umberto
Mastroianni, Farfalla notturna,
(1970)
Incisione e tecnica mista su piombo
cm. 25x35
cm. 25x35
mercoledì 25 settembre 2019
Il tesoro di Pazzano: Santa Maria delle Grazie
Eremo di Monte Stella |
Tra gli speroni rocciosi dei
monti “Stella” e “Consolino” è incastonato Pazzano, un paese con case accatastate, stretti vicoli
detti “magnani” e ripide scale esterne. Con i suoi 529 abitanti
è il paese più piccolo della Vallata dello Stilaro, « ... questo è Pazzano: paese di pietra e paese
di ferro. Sta nell'aria e si respira il ferro: sgorga e si rovescia dalla bocca
delle miniere, rossastro, sottilissimo, dilagante in flutti di polvere. »
(Matilde Serao, agosto 1883). Giuseppe Coniglio nella poesia Pazzanu dice:« Pazzanu è ncassaratu nta
ddu timpi / a menza costa tra a muntagna e u mari / duva na vota nc'eranu i
minieri i carcaruoti e l'armacatari...>>. Nel periodo borbonico, Pazzano
fu importante per essere il principale centro minerario di estrazione del ferro
di tutto il Mezzogiorno. Le vallate dello Stilaro e dell’Allaro, avvolte da
ripide montagne, coperte da boschi impenetrabili, ricche di sorgenti e di
grotte, costituirono il rifugio più adeguato per gli asceti. A partire dal
settimo secolo, si popolarono di eremi, laure e cenobi, divenendo la culla
della cultura bizantina in Calabria. Nel
territorio di Pazzano, a 650 m di altezza, sul
versante orientale del monte Cocumella, oggi monte Stella, un luogo
aspro e selvaggio, le cui rocce sono
costituite da calcari del Giurassico, si apre una grotta naturale al cui interno si
trova la Madonna della Stella, una
statua di marmo bianco del 1562 di probabile fattura gaginesca. È questo il tesoro
di Pazzano: il Monastero di Monte Stella. La discesa, per accedervi, lungo i 62
scalini scavati nella pietra, è una descensio ad inferos, un’immersione nelle viscere della terra, attraverso “u rimitiedu”, un
anfratto lungo e stretto, privo di luce, dove regna una persistente penombra. Sin
dall'inizio alla statua furono attribuiti poteri taumaturgici. All’interno della
grotta, oltre alla statua di Santa Maria della Stella, si possono osservare sulle
pareti frammenti di antichi affreschi bizantini: la Trinità, l’arcangelo
Michele, l’adorazione dei pastori, la
Pietà; di particolare interesse è il frammento di un affresco
di arte bizantina (IX-XI sec.) raffigurante Santa Maria Egiziaca che riceve
l'eucarestia dal monaco Zosimo. Si ritiene
che sia il più antico affresco bizantino dell’Italia
meridionale e può essere considerato come indizio di una possibile esperienza
di eremitismo femminile. Un poeta anonimo dell'Ottocento, citato in Mario
Squillace, L'Eremo di S. Maria della
Stella, così dice: «Saldo t'innanzi e come
sempre care / mi sono le tue falde e le tue cime / non ti posso mirare senza
sognare / non ti posso mirar senza far rime». E un canto popolare, citato
in Giovanni Musolino, Santi eremiti italogreci: grotte e chiese rupestri in
Calabria così recita: <<Accui nci cerca grazzia nci nda duna /
cu avi u cori offisu nci lu sana / E io, Madonna mia nda ciercu una / nchianati
‘n paradisu st’arma sana>>. Da eremo della Chiesa bizantina diventò
col passare degli anni santuario della Chiesa cattolica; le vecchie icone
bizantine furono abbandonate, e non sono state mai più ritrovate. Vari miti e
leggende sono sorti intorno alla statua della Madonna come quello che racconta
che un tempo il monte fosse un vulcano, che in esso vivesse il diavolo,
successivamente scacciato dalla Madonna.
![]() |
Santa Maria Egiziaca |
Giuseppe Coniglio, conosciuto
come “U poeta” ( Pazzano,1922-
Catanzaro, 2006), autore di diverse opere in dialetto pazzanito ha scritto di
Pazzano. Nel 1973 ha
pubblicato la sua prima raccolta di poesie “Calabria contadina”, nel 1984 la
seconda “Quattru chjacchjari e dui arrisi”, e l’ultima nel 1996 “A terra mia”
in cui è compresa la poesia “A stida” : <<Lu forestieru ca
Pazzanu pungia / e guarda all'intrasattu supa u munti / vida na Cruci chi nci
vena nfrunti, / para co cielu cu da terra jungia. / E sempa dà i vrazza
spalancati / cuomu c'abbrazza ntuornu nzo chi vida / de virdi munti a di tierri
bruscjati: / chida esta a Santa Cruci
della Stida… E dà, nta fundità della caverna / regna la paci santa e l'armonia:
/ a du luci tremanti e na lanterna / vigila e prega a Vergini Maria!>>. E
ancora Luigi Consolo: <<sopra il monte scese rilucente / l'astro di
fiamma nella notte chiara / di un immortale tremito di stelle. / Quando tra i
cerri e i frassini del monte / la solitaria porpora del sole / tinse le rocce
pendule dell'antro, / s'effuse un inno di commosso amore / che lungo i freschi
rivolti correnti / discese a valle, dilagò da monte / a monte, diventò battito
insonne / da mare amre: sul dolore umano / ora la dolce Vergine Maria / nella quiete
del profondo speco / le bianchi mani alla preghiera giunge / soavemente: e
l'odono i mortali, / curvi nell'ombra della fosca sera>>. Il 15 agosto di
ogni anno si effettua un pellegrinaggio alla grotta santuario della Madonna
della stella. La festa celebra l'Assunzione della Madonna che ricorda la Dormitio Virginis bizantina. Scoprire la Locride, terra
antichissima di suoni, di profumi e di miti è un’esperienza che non si
dimentica tra mille emozioni. Passo dopo
passo, tra suggestioni e scoperte se ne apprezza l’origine millenaria che si
perde in un tempo infinito ma viva e presente con il suo carico di bellezza
ancestrale. Viaggiando, si ritorna sulle orme della storia dove ognuno può
leggere in ogni roccia un passato che commuove, che pone interrogativi e che diventa
a ogni passo una meravigliosa scoperta.
venerdì 13 settembre 2019
A passi di danza. Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e Avanguardia
![]() |
Isadora Duncan e l’arte della danza |
Eleganza, raffinatezza, armonia di
forme e di colori si intrecciano nella mostra
“A passi di danza. Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra
Ottocento e Avanguardia”.
Isadora Duncan viene celebrata in
tutta la sua magnificenza come donna e come artista, unitamente agli artisti
che la conobbero e la celebrarono. Plauso ai curatori: Maria Flora Giubilei e Carlo Sisi. ![]() |
Isadora Duncan |
![]() |
Plinio Nomellini La donna dei fiori 1910 ca acquar su carta coll. priv. Firenze |
Non solo mostra ma una panoramica
sull’arte ad ampio respiro dove l’occhio vive l’imbarazzo della scelta e il
cuore si inebria palpitante di bellezza.
Firenze, Villa Bardini e Museo Bardini
13 aprile 22 settembre 2019
Firenze, Villa Bardini e Museo Bardini
13 aprile 22 settembre 2019
martedì 3 settembre 2019
Uno straordinario reperto: La Sfinge di Vulci
La Sfinge di Vulci |
Il Museo Archeologico Giovannangelo Camporeale di Massa Marittima (Gr)
offre in visione al pubblico un reperto archeologico fantastico, degno, per
raffinatezza, di ammirazione. Un unico reperto, una sfinge etrusca risalente al
VI secolo a. C, ritrovata nel 2012, durante
una campagna di scavo, proveniente dalla necropoli dell’Osteria a Vulci
(Vt), uno dei più importanti centri dell’Etruria. La Sfinge era collocata
nella tomba 14, detta “Tomba della
Sfinge”. Il dromos, un lungo
corridoio di 28 metri,
che conduceva all’ingresso del monumentale ipogeo funerario, da cui si accedeva
al vestibolo e alle camere funerarie, databili in un arco di tempo compreso tra
la metà del VI e l'inizio del V sec. a.
C, testimoniava con la sua
grandezza, l’appartenenza della tomba a
una nobile famiglia che l’aveva destinata alla sepoltura dei suoi membri. A
vederla, la Sfinge,
animale mitologico, si ammanta di mistero e di curiosità, che affascinano il visitatore ed è bellissima
nella perfetta fattura dove l’umano e il fantastico si incrociano in una
perfezione che si acuisce
nell’acconciatura. Si solleva la tenda che la cela e si viene introdotti in un mondo antico e leggendario. La Sfinge di Vulci, statua funeraria, scolpita nel nenfro, roccia tufacea di
origine vulcanica, ha testa di donna,
corpo di leone, coda di serpente e ali d’aquila. Un tempo teneva lontani dai
morti gli spiriti maligni ma poi ha assunto il ruolo di “guardiana” per proteggere i defunti e
accompagnarli nell’Aldilà. L’esposizione è accompagnata da pannelli grafici e
informativi in cui è raccontato il
contesto del ritrovamento, il rituale funebre e approfondimenti sull’origine e
il significato della Sfinge."In seguito ad un'attenta opera di pulitura
delle superfici, sono state evidenziate tracce di pigmento di colore ocra
rossa, ad occhio nudo non sempre percettibili ed in contrasto con il colore
grigio della ruvida pietra vulcanica in cui è stata scolpita l'immagine
- racconta l'archeologo della società Mastarna Carlo Casi - Le
tracce di pigmento sono riconoscibili in corrispondenza del collo, sotto il
mento e accanto all'occhio destro. La prosecuzione dello studio consentirà di
stabilire la relazione con la pratica, assai frequente nel mondo antico, di
ricoprire le superfici delle sculture e degli apparati decorativi
architettonici con colori a forti tinte, oggi in gran parte scomparsi". «Questa
è una raffinata testimonianza – spiega ancora il direttore scientifico di
Fondazione Vulci, Carlo Casi - di quella che fu una tradizione propria della
produzione artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe
vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti, centauri e mostri marini,
vigili guardiani della quiete eterna dei morti. Ma già intorno al 520 a.C. la produzione di
queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle
ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune».Tutto il Museo è degno di una
visita, perché ogni reperto parla di un
passato che reca le orme della storia che un accurato lavoro rende tangibili.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 31 agosto tutti i giorni dalle ore 11 alle ore 13 e dalle 15 alle 18. Dal 1 settembre al 3 novembre con gli stessi orari ma chiusa il lunedì. L’accesso è compreso nel prezzo del biglietto del Museo Archeologico Etrusco Giovannangelo Camporeale. Info: 0566906366,
email: museimassam@coopzoe.it.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 31 agosto tutti i giorni dalle ore 11 alle ore 13 e dalle 15 alle 18. Dal 1 settembre al 3 novembre con gli stessi orari ma chiusa il lunedì. L’accesso è compreso nel prezzo del biglietto del Museo Archeologico Etrusco Giovannangelo Camporeale. Info: 0566906366,
email: museimassam@coopzoe.it.
Iscriviti a:
Post (Atom)