mercoledì 27 gennaio 2016

Shoah, il giorno del ricordo




Shoah, il giorno del ricordo, per non dimenticare


Il 27 gennaio dedichiamolo, insieme, al ricordo delle vittime che indifese furono costrette a subire la fine dei propri sogni, della propria vita. Ripensiamo insieme e ricordiamo con uno sguardo al presente il genocidio degli ebrei, il 27 lo ricorda e la scelta della data non è casuale, dato che il 27 gennaio 1945 il mondo conobbe gli orrori del campo di sterminio di Auschwitz, dove trovarono la morte uomini, donne e bambini a causa dell’ideologia nazista in nome della razza pura.
Ricordiamo questo giorno in comune silenzio, stretti l’un l’altro a formare una catena contro il negazionismo e l’antisemitismo, affinché non si ripeta ciò che degradò l’uomo allo stato animalesco.
Dobbiamo essere tutti attenti e vigili, pronti a informare e a diffondere, a educare, a recepire le testimonianze, i ricordi e i racconti dei sopravvissuti, affinché i giovani sappiano e si educhino ai valori etici in nome del rispetto, della dignità, dell’eguaglianza contro ogni recrudescenza di violenza, frutto dell’ignoranza.
Che il 27 ci trovi tutti accomunati nel ricordo tragico e doloroso di quella follia che annebbiò le menti e che sconvolse i cardini stessi dell’umanità.
Uniamoci contro ogni forma di brutalità e che la “storia” sia per tutti ancora maestra e madre perché si superi con un afflato quello stato di miseria umana e si alimentino le radici di un bene comune.
Riflettiamo, perché solo il pensiero veicolato può mutare tali orrori in una promessa, in una speranza che non si ripeta una simile “notte”, la più triste, la più buia, quella che sottrasse alla mente il nome “fratello”. 




domenica 17 gennaio 2016

Il sentimento della scuola tra docente e discente



Anton Müller (1853 Wien - 1897 Wien) Die Kunststudentin



È stata la lettura del testo di Giulia  su Facebook del 13 dicembre a riportarmi di nuovo in aula, tra i banchi, alla mia funzione di  insegnante. Ho letto il testo con cura  e ho colto in esso  l’identità di una scuola che fa discutere ma nel contempo mi sono compiaciuta del rapporto che resta  inalterato tra docente e discente.

Scrive Giulia:
Entrava in classe sempre con il sorriso. Ancora mi chiedo con quali forze riuscisse a racimolare un po’ di serenità.
Fino a ieri è stata la mia professoressa di inglese, prima che alla metà della prima ora di lezione entrasse in classe per comunicarci che era stata sollevata dall’incarico; per le stesse dinamiche era accaduto due giorni prima al mio professore di italiano. Ma badate, non è accaduto così in fretta come può sembrare.
La verità è che la mia professoressa è precaria, e per precaria intendo dire che vive alla giornata. Languida quella precarietà strisciava tra i banchi durante le lezioni. È sempre stato così, dal primo giorno di lezione, per tre mesi. L’ultimo mese, poi, è stato un susseguirsi di convocazioni che puntualmente non davano risultati. Momenti d’allarme, di sospensione, ci si salutava senza sapere se il giorno dopo ci si sarebbe rivisti o meno. Ma badate, non è stato poi così agonizzante come può sembrare.
La verità è che la mia professoressa sorrideva di continuo, e questo ci faceva dimenticare quell’assurda situazione di sospensione. E mi ricordo che un giorno scoprimmo che il sorriso aiuta nell’apprendimento, gli scienziati dicono che stimola il cervello alla memoria. Non saprei quanto possa essere vero, quello che so è che ho ben memoria di quei sorrisi. Ed ecco, è proprio all’ombra di questi ricordi che mi interrogo su come nella riforma della scuola non si sia dato troppo peso alla continuità didattica. Ma qui si aprirebbe una lunga digressione.
Tornando alla mia piccola realtà, posso dire che entrava in classe sempre con il sorriso. E si, ancora mi chiedo con quali forze riuscisse a racimolare un po’ di serenità. Forse perché ci si concentra su ogni istante, quando si è così assurdamente sospesi, senza guardare troppo più avanti. O forse perché non è così che si riesce a schiacciare l’entusiasmo, la passione di chi ha scelto l’insegnamento con la consapevolezza che sarebbe stato rischioso, ma senza badarci troppo, scommettendo su questa istituzione che forma il cittadino, la Scuola, e su noi, futuri cittadini del mondo.
Domani si torna in classe. Si ricomincia. Nuovo professore, nuovo metodo, nuova lezione. Ma stesso desiderio di studiare, di vederci un po’ più chiaro. E io sorrido.




E io rispondo:

Non c’è ricordo più bello di quello espresso dai propri studenti, gratificazione impagabile.
Bellissima l’immagine della professoressa che entrava in classe con il sorriso sulle labbra, un gesto di complicità con il proprio mestiere, di affetto per i ragazzi, di sollecitazione all’ascolto.
Poi è andata via come succede ad altri insegnanti e non per propria volontà ma per quello stato di instabilità che si chiama precariato, una sorta di attesa, di speranza per il docente e per il discente affinché non si incorra nel ricambio continuo, che spezza l’intesa,  la fiducia, il rapporto instaurato, base di un insegnamento che vede nella continuità la forza di una didattica che progetta, che sceglie le strategie più giuste, che  finalizza i propri obiettivi.
Il testo di Giulia si sofferma su uno dei punti cardini dell’insegnamento -la continuità didattica- importante non solo per progettare il lavoro scolastico e le annesse attività scegliendo le metodologie più adatte ma fondamentale per conoscersi, intendersi, capirsi, scoprire le affinità, gli interessi e adeguare percorsi tematici in un’interazione costante tra le varie discipline. È questa la fase più delicata ma anche più proficua di un insegnamento mirato ad informare e a formare, facendo i conti ogni giorno con molteplici realtà  e problematiche diverse.
Un processo di conoscenza che richiede tempo, molto tempo che diventa poi  prezioso collant tra insegnante e studente per l’impostazione del programma, per la necessità di andare oltre le mura scolastiche, per guadagnarsi la fiducia di chi ascolta e modellare un percorso che coniughi un sapere capace di dare vigore alla fantasia, vitalità per la formazione della propria personalità, creatività che  rende ogni ragazzo protagonista del proprio sapere, maturità per acquisire il senso di responsabilità, di rispetto, di amicizia, di solidarietà,  il fascino dello studio e il significato della vita come dono da difendere e da custodire, funzioni e stimoli che solo la cultura può trasmettere e consolidare.

Il mestiere dell’insegnante è bellissimo  perché si basa su un rapporto biunivoco di  dare e di avere reversibile, sebbene sia convinta che per un insegnante ciò che dà ai suoi ragazzi non è mai pari a ciò che ne riceve e che contribuisce al suo aggiornamento e alla sua formazione.
Toccante la conclusione del testo di Giulia che denota consapevolezza, serietà e giudizio critico nel cogliere il senso della scuola che diventa riflesso concreto di vita: “Domani si torna in classe. Si ricomincia. Nuovo professore, nuovo metodo, nuova lezione. Ma stesso desiderio di studiare, di vederci un po’ più chiaro. E io sorrido”.
E io sorrido nel leggere perché solo i ragazzi sanno mostrare la propria maturità nell’adeguarsi. I giovani riescono a darci sempre una lezione: quella di non fermarsi malgrado le delusioni di una scuola che ancora una volta si dimostra inadeguata.

Risponde Giulia: Saluto sentitamente la prof.ssa Lanzetta. La ringrazio per aver condiviso con me il suo punto di vista e il suo sentimento, che tendo a considerare la voce di ogni maestro e maestra. Questo scritto è per me grande fonte di arricchimento.

Grazie Giulia per per questa ventata di freschezza che rinvigorisce la scuola.
 


giovedì 7 gennaio 2016

Quando le luci si spengono



Il presepe di Arturo Martini.
 

Mostra: "Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana". Palazzo Strozzi. Firenze


Ho spento le luci del presepe, le luci multicolori dell’albero e quelle che adornavano il giardino e una nota di tristezza si è impadronita del mio cuore.

Nella notte della Befana, come una volta ho posto nella capanna i re Magi  e sono ritornata all’improvviso indietro nel tempo mentre ho sentito una mano sfiorare lievemente la mia.

È durante le feste che anche nella gioia si materializzano le presenze del passato, la mano di mia madre non mi abbandona e la notte della Befana non mi è facile addormentarmi, mentre tornano alla mia mente dolci i ricordi e guardo teneramente la mia bambola Titty che conta ormai sessantacinque anni nel candore di un tempo che sembra essersi fermato nei suoi occhi che ancora mi incantano.

giovedì 24 dicembre 2015

Con il Natale nel cuore



BUON NATALE e FELICE ANNO NUOVO
a tutto il mondo
con speranza e amore




Lo sfavillio di luci che inonda i personaggi e che si insinua tra le fronde  illumina la mia casa e mi riporta l’età che fu, intrisa di dolci ricordi;

una miriade di luci in cui traspaiano i volti di un tempo cari, dolcemente  sopiti nel cuore.

domenica 13 dicembre 2015

Meraviglia dell'arte:gli affreschi di Benozzo Gozzoli a Montefalco



Benozzo Gozzoli, Storie della vita di San Francesco, Chiesa di San Fortunato in Montefalco (1450-52)

Montefalco conserva all'interno del Museo della ex Chiesa di San Francesco, ora Pinacoteca Comunale uno dei più grandi gioielli dell’arte italiana e dell’Umbria in particolare: l'abside centrale affrescata da Benozzo Gozzoli nel 1452. Essa narra la  vita di San Francesco con forti richiami all’opera di Giotto ad Assisi. La narrazione procede dal basso verso l'alto e culmina nella volta con la gloria di San Francesco. Tutto il ciclo si legge pagina dopo pagina come un libro.
Ogni riquadro o veletta ha, dipinta nella base, una iscrizione esplicativa di quanto raffigurato.
 


Benozzo Gozzoli, Storie della vita di San Francesco, La Nascita di san Francesco, la Profezia del pellegrino e l'Omaggio dell’uomo semplice (Scena 1)

 

L’ Italia è tappezzata da magnifici borghi che le conferiscono bellezza e ricchezza di valori artistici, uno di questi  è Montefalco. Il borgo domina un’ampia vallata che da Perugia si estende sino a Spoleto e per la sua incantevole posizione è chiamata “Ringhiera dell’Umbria”.
Montefalco conserva integra la struttura  medioevale con le mura cittadine, stupendamente conservate e le  quattro porte d'ingresso. L’urbanistica  riporta indietro nel tempo e con palazzi e chiese ne ripercorre la storia costellata dalla presenza di personaggi importanti tra i quali la mistica agostiniana S. Chiara della Croce (1268-1308) e il pittore Francesco Melanzio  (1460-1519) allievo del Perugino. Il borgo ebbe momenti di storia molto importanti, accolse i pontefici Nicolò V e Giulio III e ospitò i due imperatori svevi, Federico Barbarossa e Federico II che nel 1249 le impose il nome di Montefalco. 



Benozzo Gozzoli, Storie della vita di San Francesco, La Rinuncia degli averi  (Scena 3).


Nel Rinascimento, Montefalco divenne culla di artisti di chiara fama che hanno lasciato preziose testimonianze.



Benozzo Gozzoli, La Morte e l’Assunzione in cielo di Francesco (Scena 12).  



Ma come per ogni forma d’arte, l’opera e  il luogo vanno visitati direttamente, perché ogni espressione sarebbe inadatta a descriverli e bisogna ammirarli  muniti di amore per l’arte e vestiti di umiltà perché gli affreschi tolgono il respiro e se ne può pregustare la bellezza dai riquadri qui inseriti.

giovedì 3 dicembre 2015

Mostra Fotografica : Ritratti della Memoria. La memoria e l'esilio del popolo Saharawi



Tra i tanti mezzi per raccontare la storia e specialmente la vita di popoli alla ricerca del proprio destino, la fotografia è uno dei più efficaci, perché coglie l’attimo di un  volto, di uno sguardo, di un movimento, di un atteggiamento, espressioni che esemplificano un messaggio. Tale è la mostra “Ritratti di Memoria”,  scatti che catturano il visitatore per la verità che rappresentano, la situazione in cui vive  il popolo Saharawi e il messaggio che traspare dai suoi membri. Gli scatti delineano con linee, forme, colori, espressioni fisionomiche lo stato di indigenza in cui versa questo popolo segregato, privo di identità, i pochi oggetti che mostrano tra le mani sono tutta le loro ricchezza e da essi emana la richiesta di aiuto che il popolo Saharawi ci chiede.
Toccante è il volto del padre che la giovane mostra  sorridente, il vestitino della figlia, i datteri, risorsa del territorio e il baule “antico”, unica ricchezza, custodito con amore, che raccoglie insieme lacrime, sorrisi, futuro e speranze.
Bravissimi i curatori-autori degli scatti nell’aver saputo mutare ogni espressione in un racconto che travalica la contingenza stessa degli elementi.



“Spesso una foto racconta più di quanto possano fare le parole. In silenzio ci mostra la realtà e permette alle nostre emozioni di parlare, di farci immedesimare e, se siamo fortunati, di comprendere un pezzo di mondo”.
Questo, come dicono i curatori  è il messaggio della mostra “Ritratti della memoria  inaugurata a Firenze nella sede della fondazione “Robert F. Kennedy Human Rights Europe”, tra le più importanti organizzazioni per la difesa dei diritti umani. 
La mostra racconta l’esilio del popolo Saharawi, un popolo che reclama la propria identità. Dodici scatti che fermano la realtà e suscitano nel visitatore forti emozioni. -Fatima, Islem  sono tra i rifugiati del popolo Saharawi, da quarant’anni esiliato dalla propria terra, il Sahara Occidentale tra il Marocco, la Mauritania e l’Algeria.

La locandina



Alessandro Lanzetta e Celia Varela Dueñas, gli autori degli scatti, hanno lavorato tra il 2012 e il 2013 nei campi di rifugiati Saharawi nel sud Algeria per conto di organizzazioni umanitarie europee. "In questo periodo - spiegano gli autori - abbiamo pensato ad un progetto fotografico capace di raccontare sia la vita in un campo di rifugiati sia la storia di un popolo che da 40 anni vive una quotidianità fuori dalla propria terra. Abbiamo voluto farlo attraverso degli oggetti che per ognuna delle persone fotografate avessero un forte valore simbolico".

La mostra “Ritratti della Memoria” arriva a Bologna dopo l'inaugurazione a Firenze. Potrete visitarla gratuitamente, ospiti degli autori, a partire dalle 17 fino alle 21 in via Castiglione 26. 
Dalle 21 la mostra si trasformerà in evento: gli autori racconteranno il progetto e la realtà storico-culturale in cui vive il popolo Saharawi. Verranno inoltre proiettati alcuni video e verrà approfondito l'argomento anche con la partecipazione di Claudio Cantù, Coordinatore del progetto “Campi profughi Saharawi, Tifariti (territori liberi del Sahara Occidentale)” - Cooperazione Internazionale decentrata, area Saharawi.

Ad organizzare l'evento è l'associazione culturale La Comunicazione Diffusa. 
La mostra sarà itinerante. Invito tutti a visitarla.
Per info:
segreteria@lacomunicazionediffusa.it , pagine facebook EPS Factory e La Comunicazione Diffusa o al numero 0514842456.


venerdì 13 novembre 2015

“Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana”. Un filtro per riflettere.



Vincent van Gogh, Pietà , 1890, Musei Vaticani




Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana”, a livello didattico-educativo, è un filtro efficace  per aprire un dialogo  interculturale. Se letta e guidata attentamente, la mostra  può diventare  un ottimo strumento per riflessioni sul senso dell’arte nelle diverse culture comparate, anche in relazione a quelle presenti nelle nostre scuole; un insegnamento utilissimo specialmente nell’infanzia quando  il  campo di apprendimento, scevro da ogni convenzione, è fertile.  I bambini sono pronti a recepire qualsiasi messaggio basti che l’educatore adotti le strategie adeguate, affinché sia preservata la loro sfera sensibile ed emotiva.
Bellezza divina” non è solo una mostra ma un’opportunità per gli studenti di ogni ordine e grado, per una riflessione sul mistero dell’esistenza e sui mali che affliggono l’umanità.

L’arte, in qualsiasi forma si manifesti non può essere altro che ricchezza, una ricchezza per lo spirito, tale è Bellezza divina”, un libro aperto che di pagina in pagina rivela attraverso forme, linee e colori, il senso puro della bellezza in una visione storico-temporale.
Il senso del sacro che colpisce come primo elemento viene immediatamente assorbito da altri valori e da altre valenze  in una prospettiva globale.
L’arte  può essere indice di turbamento quando, e in positivo,  scuote le coscienze ma  è uno dei mezzi più efficaci per coinvolgere l’individuo e indurlo a pensare, e nel caso della mostra, alla realtà sociale e alle varie problematiche  che sconvolgono il mondo.
La mostra è un percorso in cui ogni artista, con un linguaggio diverso ci comunica  attraverso  l’elemento sacro un proprio  messaggio che ci invita  a riflettere sulla condizione dell’uomo al di là di ogni credo religioso. Leviganti sono le opere dalle quali spira la purezza dei sentimenti: Maria dà luce ai pargoli cristiani di Adolf Wild, la delicatezza dei pensieri: Madonna col Bambino di Libero Andreotti, l’eleganza espressiva: Annunciazione di Vittorio Colcos, la  semplicità degli elementi: il Presepio di Arturo Martini, la poesia nella Natività di Pietro Bugiani, Il grido di dolore, la passione e il dramma della morte riconducibili  all’intera umanità  toccano profondamente, come: Ecce Homo di Georges Rouault, una rappresentazione pungente della sofferenza prodotta dall’ingiustizia e dalla violenza, Cristo e la Veronica di Otto Dix nel cui espressionismo  è palese il suo dissenso dalla guerra e dal regime nazista; temi, figure e personaggi, ognuno portatore di  verità  e di  bellezza nel linguaggio più  raffinato dell’arte.  
Poche opere ho citato in modo esemplificativo, ma la bellezza dell’intera mostra si può godere soltanto visitandola.
 





Jean François Millet, L’Angelus, 1857-1859, Musée d’Orsay



L’esposizione ha la prerogativa di renderci complici degli artisti e di coglierne con un intimo rapporto emozionale gli aspetti più peculiari che caratterizzano il cambiamento epocale dell’arte.

Le opere  suscitano emozioni, sensazioni, afflati per il senso di “bellezza” che vi si coglie e invitano a una pausa per essere decodificate nei messaggi che intendono comunicare.

L’arte infatti è comunicazione e trasmissione di suggestioni, di pensieri, un traslato per guardare in noi stessi, una pausa  per volgere lo sguardo al mondo.

Il rapporto tra arte e sacro è l’elemento che appare subito leggibile nel percorso della mostra, ma nel complesso le opere sono espressione del cammino dell’umanità e della complessità dell’esistenza in un rapporto stretto con la storia.



Ogni opera cattura e invita a riflettere ma una in particolare ha fermato il mio passo, un’opera non grande nelle dimensioni ma immensa nel significato: L’Angelus di Millet.

Un quadro che mi trasporta nell’atmosfera della mia infanzia, alla serenità della vita campestre, alla semplicità degli affetti, a una spiritualità legata alle cose semplici della vita, due figure che nell’umiltà del gesto  trasmettono nella più pura intimità  pace e amore al mio cuore. L’Angelus si muta  in una speranza, nell’Annunciazione di un nuovo giorno di pace per l’intera umanità che superi ogni diversità e annulli  ogni disumana violenza che mai come in questi giorni tocca così profondamente il mondo.