giovedì 8 aprile 2021

Dante e la storia di Firenze

                               Domenico di Michelino  (1465) La Commedia illumina Firenze
 
 

Una delle zone più interessanti di Firenze per capire i cambiamenti che la città ha subito dalle origini a oggi, è  l’area che comprende Piazza del Duomo e Piazza San Giovanni.

Verso la fine del Duecento, per allestire il cantiere per la costruzione della Cattedrale, fu richiesto dalla Repubblica l’abbattimento di molte case in cambio di un congruo indennizzo, ma non tutti furono solleciti a cedere le loro proprietà. I Bischeri, ad esempio, una delle famiglie più ricche e in vista della città, che possedevano numerose proprietà tra l’attuale Piazza del Duomo e via dell’Oriuolo, non accettarono subito, sperando così di elevare l’offerta, ma forse per cattiva sorte, accadde che una notte, a causa di un incendio, la casa bruciasse e perdessero ogni avere. C’è chi dice invece che furono forzosamente costretti a cedere la proprietà per una cifra inferiore a quella dei vicini, ma come si sa “chi troppo vuole, nulla stringe” e dalle tristi vicende dei Bischeri, derivò l’espressione beffarda O Bischero! per dire di persona poco assennata. Sulle antiche case dei Bischeri, al n. 10, in piazza del Duomo, fu costruito il Palazzo Strozzi di Mantova o Guadagni-Sacrati, sede della Presidenza della  Regione Toscana. La targa del Canto de’ Bischeri posta all’inizio di via dell’Oriuolo, ne ricorda la vicenda. Un tempo questo tratto di strada si chiamava via Buia, dato che  il sole non vi penetrava a causa di tettoie sporgenti  e strutture di copertura.

Stiamo  raccontando  aneddoti e storielle che, anche se conosciuti da molti, tra realtà e fantasia, rendono frizzante e accattivante la storia di Firenze.

Molte strade convergono in Piazza del Duomo e alcune hanno una storia  curiosa: “Via della Canonica” che si snoda tra via dello Studio e via del Campanile, esisteva già fin dal 724 ed era costituita da un complesso di case che, avanzando verso la piazza, lasciavano uno spazio ristretto lungo il fianco della Cattedrale, dove era situato il cimitero, da cui forse il precedente nome di “via dello Scheletro”. Le case, con i tipici sporti medievali in legno, servivano da abitazione per il clero e per gli uffici ecclesiastici. Il quartiere della Canonica godeva di alcuni privilegi; dal 1425 al 1754 godette dell’immunità, per cui chiunque vi si fosse rifugiato, sarebbe stato immune dall’arresto, anche se colpevole di  reato, e le autorità cittadine non potevano entrare in questa zona senza l’autorizzazione del Capitolo.

Vicino all’Arciconfraternita della Misericordia, nello spazio compreso tra piazza del Duomo e via delle Oche, si trova via del Campanile”.  Questa strada aveva anticamente il nome di “via della Morta” e poi di “via della Morte” per una strana storiella. Una certa Ginevra degli Amieri, moglie di Francesco Agolanti, si era innamorata di Antonio Rondinelli. Durante la peste del 1400, creduta morta, fu seppellita in tutta fretta nel camposanto del Duomo, ma dato che la sua era solo una morte  apparente, durante la notte  si risvegliò, uscì dal sepolcro e  si recò a casa dal marito, che abitava  in via de’ Calzaiuoli. Questi, credendo che fosse un fantasma, la cacciò via, e lo stesso successe con familiari e conoscenti, fino a quando bussò alla casa di Antonio Rondinelli che l’accolse con amore e, dato che creduta morta, non era stata soccorsa, la chiesa la ritenne libera e lei convolò a nozze con l’uomo che amava.

Vicino a piazza del Duomo, da via Bonizzi a via de’ Maccheroni si trova Piazza delle Pallottole. Gli Otto di Balìa avevano vietato in molti luoghi il gioco delle pallottole, una specie di gioco di bocce, ma specialmente vicino ai luoghi religiosi, tuttavia lo consentivano in Piazza delle Pallottole. Fra piazza delle Pallottole e via dello Studio, si trova una lapide ottocentesca con la scritta “Sasso di Dante”; forse lì si sedeva Dante, come si racconta, per osservare i lavori della costruzione della Cattedrale. Un giorno, mentre egli era seduto su quel sasso, un passante gli chiese: «Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?». «L’ovo», rispose il Poeta. L’anno dopo, la stessa persona ripassò di lì e lo ritrovò ancora seduto sul suo sasso, sempre assorto e pensieroso e gli chiese: «Co’ icchè?» e Dante: «Co i’ sale!».

In piazza San Giovanni, davanti alla porta nord del Battistero, si trova la colonna di San Zanobi alla quale è legata un’altra storia. Il 26 gennaio del 429, durante il passaggio delle reliquie di San Zanobi dalla Cattedrale di San Lorenzo a Santa Reparata, un olmo secco, a contatto col sarcofago rinverdì, come si racconta, e la cosa stupì molto, perché era inverno. Dall’albero fu scolpito un crocifisso, conservato nella chiesa di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo. Il “miracolo dell’olmo fiorito” si trova in un libro corale del Duomo (XV sec.), ora conservato nella Biblioteca Laurenziana.

Una lastra rotonda di marmo bianco, posta dietro il Duomo, indica il punto in cui, il 17 febbraio del 1600, a causa di un fulmine, cadde la grossa palla di rame dorato, fusa dal Verrocchio, del peso di 4.368 libbre (circa 1.980 chilogrammi) che era stata posta sulla lanterna del cupolone nel 1468. La palla, rotolando dalla sommità della cupola lungo i costoloni, cadde esattamente nel punto ricordato dalla lapide. Due anni dopo, per ordine di Ferdinando I, la sfera fu ricollocata al suo posto e protetta da un parafulmine.

In Piazza del Duomo sono collocate molte targhe che testimoniano i suoi cambiamenti e conservano la memoria dei personaggi illustri che in vari periodi hanno in essa vissuto e operato.

Al numero 8 si legge:

                      IN QUESTE CASE DELL’OPERA CHE LO EBBE ARCHIVISTA E STORICO

E CHE OGGI PONE QUESTA MEMORIA ABITÒ CESARE GUASTI

DAL MDCCCLIII ALL’ANNO DELLA MORTE MDCCCLXXXIX

E QUI ALL’OMBRA DEL MIRABILE TEMPIO MEDITÒ QUELLI SCRITTI

PE’ QUALI IL SUO NOME È CARO ALL’ITALIA

MDCCCLXXXXVII

 Nella prima metà dell'Ottocento furono compiuti interventi urbanistici nell'area a sud del Duomo per ampliare la piazza. Dal 1826 al 1830 gli interventi dell'architetto Gaetano Baccani portarono all’abbattimento di antiche costruzioni e all’edificazione di tre grandi edifici al numero 14 a, destinati alle abitazioni dei Canonici. Il palazzo centrale venne arricchito da una balconata sorretta da quattro colonne, che incorniciano due nicchie con le statue di Filippo Brunelleschi (1377-1446) e Arnolfo di Cambio (1240-1310), eseguite da Luigi Pampaloni (1791-1847). A ricordo si leggono su ogni monumento epigrafi che ne esaltano la magnificenza.

Al numero 29 rosso si legge:

 

IL CIRCOLO FIORENTINO DEGLI ARTISTI CELEBRANDO

IL QUINTO CENTENARIO DELLA NASCITA DI DONATELLO

QUI NELLE CASE GIA’ DEI TEDARINI

DOVE FURONO LE BOTTEGHE DEL SOMMO SCULTORE

QUESTA MEMORIA PONEVA IL XXVII IN DICEMBRE MDCCCLXXXVI

 Al numero 18:

D.O.M. PETRUS LEOPOLDUS ARCHIDUX AUSTRIAE M.E.D.

FRANCISCI I MED. DONUM MAGNIFICENTIORI

EXTRUCTO OPERE COMULAVIT A.D. MDCCLXXXI

E al numero 18 si celebra “Il Paradiso Dantesco”:

       Vergine madre figlia del tuo figlio

Umile ed alta più che creatura

Termine fisso d’eterno consiglio

 

Tu se’ colei che l’umana natura

Nobilitasti sí che il suo fattore

Non disdegnò di farsi sua fattura

 

Nel ventre tuo si raccese l’amore

Per lo cui caldo nell’eterna pace

Cosí è germinato questo fiore

(Paradiso, XXXIII, 1-9)

 

Entrando nel Duomo, nella navata sinistra, accanto a uno degli ingressi laterali, si può ammirare un dipinto di Domenico di Michelino  (1465) La Commedia illumina Firenze che raffigura Dante che regge la Divina Commedia.  La lettura di questo dipinto è molto interessante, poiché presenta la concezione del cosmo nel Medioevo. A sinistra di chi guarda è l’Inferno, sullo sfondo la montagna del Purgatorio, circondata dalle acque e sulla destra Gerusalemme, raffigurata come era Firenze nel 1465. La terra è rappresentata al centro del cosmo e intorno ad essa ruotano le sfere celesti, corrispondenti, secondo la concezione aristotelica alle sedi dei pianeti allora conosciuti, mentre l’ultima sfera è quella delle stelle fisse. È curioso notare come il numero dei cieli non corrisponda a quello proposto da Dante, in numero di dieci, bensì a quello della cosmologia medievale, una concezione dell’universo che verrà messa in discussione dal sistema copernicano e dalle scoperte astronomiche di Galileo

 Questa è Firenze: una lettura visiva di ciò che la città è stata nel passato, di ciò che è oggi, orgogliosa dei suoi illustri figli che trasmettono a noi lo spirito della creatività e dell’ingegno.

 La nostra passeggiata per ricordare Dante e leggere la storia di Firenze attraverso le targhe continua e avremo molto da raccontare.

 Dal mio libro “Firenze nel cuore” Visitare la Firenze medievale per scoprire la Firenze di oggi. Il Centro storico  Morgana Edizioni, 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 25 marzo 2021

Per ricordare Dante. La storia di Firenze nei suoi versi.

Fu grazie alle Arti e alla pratica del commercio che Firenze s’ingrandì. Ma nella Firenze ricca, diventavano sempre più frequenti gli scontri tra le fazioni politiche dei Guelfi (filopapali) e dei Ghibellini (filoimperiali) e dopo la cacciata di questi ultimi, tra la fazione dei Bianchi e quella dei Neri. Lotte che purtroppo segnarono il declino di Firenze.

Firenze fu teatro di lotte tra le famiglie più in vista. Cruenti furono gli scontri tra gli Amidei, antica e nobile famiglia ghibellina di primo cerchio e i Buondelmonti, di parte guelfa che portarono all’abbattimento di ben 36 case-torri. La nobile famiglia dei Buondelmonti, originaria del contado fiorentino, si era trasferita in città, in Borgo Santi Apostoli, che sarebbe stato più quieto se di novi vicin fosser digiunu…,  dirà Dante (Pd. XVI, 135), quando Firenze nel 1135 ne distrusse il castello in località Montebuoni.  Buondelmonte era allora fidanzato con una fanciulla di casa Amidi ma istigato da Gualdrada Donati (moglie di Forese Donati il Vecchio), l’abbandonò, per sposare Beatrice Donati. L’affronto fu  gravissimo e nacquero in città molte discordie che portarono alla nascita delle due fazioni avverse dei Guelfi e dei Ghibellini. Gli Amidei offesi, decisero di vendicarsi, e fu in quell’occasione che Mosca dei Lamberti, importante famiglia ghibellina, loro consigliere, pronunciò la celebre frase “Cosa fatta capo ha”, personaggio che Dante cita nella Commedia, perché seminatore di discordie:

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

levando i moncherin per l’aura fosca,

sì che ‘l sangue facea la faccia sozza,

gridò: Ricordera ‘ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, “capo ha cosa fatta”,

che fu mal seme per la gente tosca.

(Inferno, XXVIII, 103-108)

 Il giorno di Pasqua del 1216, gli Amidei, con alcuni alleati, attesero il passaggio di Buondelmonte in piazza del Duomo (c’è chi dice in Piazza della Signoria, chi sul Ponte Vecchio), lo assalirono e lo uccisero a colpi di mazza e pugnale. Poiché il governo cittadino, che avrebbe dovuto punire gli autori dell’atroce delitto, era fedele all’imperatore Ottone IV, e quindi, di “Parte guelfa”, gli Amidei e le famiglie, loro alleate, per sottrarsi alle sanzioni, si inserirono nella lotta politica, mettendosi dalla parte della casa di Svevia con il nome di “Parte ghibellina”. Dante, a ragione, gli rimprovera questa scelta, dicendo …quanto mal fuggisti / le nozze sue per li altrui conforti!  (Pd. XVI, 140-141).

L’uccisione di Buondelmonte fece molto scalpore. Matteo Bandello lo ricorda nella sua novella: Buondelmonte de’ Buondelmonti si marita con una e poi la lascia per prenderne un'altra, e fu ammazzato. I cronisti, Dino Compagni e Giovanni Villani nelle Cronache fiorentine scrivono: La mattina di Pasqua Buondelmonte che veniva in centro dal quartiere d’Oltrarno, vestito nobilmente di nuovo, di roba tutta bianca e in su uno palafreno bianco giunto ai piedi del palazzo Vecchio fu assalito da Schiatta degli Uberti, Mosca dei Lamberti e Lambertuccio Amidei, quindi colpito a morte. Il pittore Saverio Altamura (1826-1897), nel 1860, ne raffigurò i funerali in una tela che gli era stata commissionata dal collezionista napoletano Giovanni Vonwiller.

Questi fatti sono a tutt’oggi testimoniati dalla presenza in via delle Terme dalla Torre dei Buondelmonti e a due passi da Piazza della Signoria, in via Por Santa Maria, dalla Torre degli Amidei sotto il cui stemma, riportati in un’incisione sul marmo, si leggono i seguenti versi:

La casa di che nacque il vostro fleto.

Per lo giusto disdegno che v’ha morti

e puose fine al vostro viver lieto.

era onorata essa e i suoi consorti.

(Paradiso, XVI, 136-139)

Ma come erano nate le fazioni avverse dei Bianchi e dei Neri? Scrive Dino Compagni: Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquero d’una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città.  

Lungo via de’ Calzaiuoli, ogni elemento  pone in parallelo il passato e il presente e la Commedia di Dante, ci guida, richiamando alla memoria: personaggi, situazioni, storia e politica.

Via de’ Calzaiuoli ha subito negli anni molte trasformazioni. Edifici e negozi sono scomparsi per far posto ad altre costruzioni e dare un’impronta più moderna alla strada. Intorno al 1835, il Comune realizzò molte opere di ristrutturazione urbana e di abbellimenti. Merita menzione un’iniziativa privata, il “Bazar Buonajuti”, primo vero bazar di Firenze, una meraviglia per l’epoca e uno dei primi edifici di quel genere in Italia. Le botteghe di vari articoli e il caffè, dove si riuniva una clientela sceltissima, ne fecero un elegante luogo di ritrovo. La struttura fu realizzata come un’enorme piazza al coperto su due piani, nei locali attualmente occupati dalla catena Coin e dove dal 1907 fino al 1988 era presente “Duilio 48”. La strada stessa è un segno tangibile del mutamento urbano della città; per ottenere i 14 metri di larghezza attuali, furono demoliti e ridimensionati un gran numero di edifici e tra questi una torre ben conservata, proprio all'angolo con piazza del Duomo.

Sui muri che costeggiano la strada, sono affisse sia a destra che a sinistra alcune targhe, le cui scritte ci rimandano alla Firenze medievale e ai suoi cambiamenti urbani. Sulla targa al numero 10 si legge:

CHE DA MEZZOGIORNO A PONENTE

QUI VOLGESSE IL PRIMO CERCHIO DELLE MURA DI FIRENZE

LE FONDAMENTA RITROVATE CONFERMANO.

 La targa si riferisce al ritrovamento delle fondamenta delle mura della cerchia romana. Proprio accanto, al numero 11 r si trova palazzo dei Cavalcanti, e la scritta della targa affissa su di esso ci riporta al sommo poeta:

…se per questo cieco

carcere vai per altezza d’ingegno

mio figlio ov’è? e perché non è teco?

ed io a lui: da me stesso non vegno:

colui che attende là per qui mi mena

forse cui guido vostro ebbe a disdegno.

(Inferno, X, 58 - 63)

 

A parlare è Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, poeta del Dolce Stil Novo. Dante lo pone nel X canto dell’Inferno dove si trovano gli eretici e gli epicurei e tra questi, Farinata degli Uberti. Cavalcante apparteneva a una nobile casata di parte guelfa, coinvolta e travolta dalla sconfitta di Montaperti. Farinata degli Uberti era di famiglia ghibellina. Era in uso a quel tempo combinare matrimoni tra famiglie avverse per riconciliarsi, ecco perché Guido Cavalcanti sposò Bice Uberti. Dante considerava Guido, amico e maestro, ma il 24 giugno del 1300, in qualità di priore di Firenze, fu costretto a mandarlo in esilio, con i capi delle fazioni avverse dei bianchi e dei neri, a causa di nuovi scontri. La stessa sorte toccò a Dante che morì esule a Ravenna nel 1321.

E riprendiamo la passeggiata con i versi del sonetto di Dante “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento, / e messi in un vasel ch’ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio, / sì che fortuna od altro tempo rio / non ci potesse dare impedimento, / anzi, vivendo sempre in un talento, / di stare insieme crescesse ’l disio. / E monna Vanna e monna Lagia poi / con quella ch’è sul numer de le trenta / con noi ponesse il buono incantatore: / e quivi ragionar sempre d’amore, / e ciascuna di lor fosse contenta, /sì come i’ credo che saremmo noi.

 Dal mio libro “Firenze nel cuore” Visitare la Firenze medievale per scoprire la Firenze di oggi. Il Centro storico  Morgana Edizioni, 2012


 

lunedì 8 marzo 2021


 

In relazione al libro “Parole e pensieri di Bona Bianchi, Donna di Piombino”, questa breve recensione  è solo un assaggio che preannuncia ciò che contiene il libro: biografia, testi autografi, foto, articoli pubblicati su riviste varie. Bona Bianchi (1910 - 1973) nacque a Piombino da Zeffira Milanesi e Edmondo Bianchi, cresciuta poi dai nonni Zaira e Pietro, quando la mamma morì e per il dolore, il padre fuggì lontano. Quando  fece ritorno a Piombino costruì una villa per la figlia (che aveva 10 anni), affacciata sul golfo di Salivoli, una splendida costruzione che chiamò Villa Bona. Bona era  alta un metro e sessantacinque, capelli neri, occhi castani, amava il mare, soprattutto le scogliere ma anche  la campagna, sempre aperta a ogni cambiamento e alla moda. Diplomata maestra a Firenze, laureata in Belle Arti, coltivò la passione per  la musica, divenne concertista di pianoforte e  da mezzosoprano cantò la parte di Liù in Turandot di Puccini. Studiò le lingue e frequentò i corsi per il restauro degli arazzi fino a riprodurne uno: La Madonna del cardellino che la figlia Anna Maria custodisce nella propria casa. Visse durante il fascismo la sua giovinezza e in giovanissima età scrisse il suo primo e unico romanzo L’incantesimo. Amava la famiglia,  il marito Sante Rossi, i figli Piereduardo e Anna Maria e la nipotina Francesca che le riempivano le giornate di gioia. Nel ’34 si sposò e seguì il marito prima  a Milano, (dove nacque il figlio Pieredoardo) e poi   in Libia dove  a  Bengasi nacque la figlia Anna Maria; infine ritornò a Piombino. Villa Bona fu la sede del suo soggiorno piombinese, fino alla morte del marito che mancò a soli 44 anni, a causa di un incidente sul lavoro. Il dolore era incolmabile e  la salvarono gli affetti e la scrittura.  Girò molto in Italia, visse anche a Lecce e con il tempo si accorse di possedere doti da medium, aiutando i medici a scoprire malattie e prevedendo persino la morte di Stalin. Chi era Bona Bianchi? La risposta è nel commento di un’amica che ne ricorda la personalità e il carattere: una persona d’eccezione, unica, rarissima…l’ho cercata nella memoria…perché lei sapeva dare agli amici e alle persone care, quel gesto, quella risata, quel suggerimento saggio e sereno, che solo un’anima grande e ricca, sa dare nella maniera giusta. La sua scrittura, meticolosa, precisa nelle descrizioni, riflette la sua personalità: evoluta, solare e schietta e la sua sensibilità di sognatrice. La scrittura le è stata amica sotto molteplici forme: racconti, fiabe,  traduzioni e ha tracciato con la scrittura il mondo nel quale è vissuta, la sua vita, le sue gioie, le sue vicissitudini. È stata un’artista  poliedrica. La lettura dei suoi scritti aiuta a capire la sua personalità, a stabilire un rapporto dialogico con il suo carattere, i suoi pensieri, le sue aspirazioni di donna ricca di estro e di fantasia, ma essenzialmente  di donna libera e moderna. Ha amato vivere tra gli agi. La permanenza al mare ha allietato molti periodi della sua vita. Circondarsi di cose belle le ha donato momenti di intensa felicità. Ha contribuito, con il suo modello di vita a dare più valore alla donna, rendendola partecipe diretta del proprio tempo. Ha  abbellito la sua vita con gusto e interesse per le arti e la moda, affascinata dalle correnti artistiche che si andavano affermando ma senza lasciarsene travolgere. Conoscere, informarsi e coltivare la cultura le  dava quella libertà di pensiero e di agire che non era di tutti né facile da conquistare. Ma  nella sua vita non ci furono soltanto bellezza e leggerezza, al contrario tante le vicissitudini negative e i momenti di smarrimento che potete leggere nel libro  in analogia con le  eroine dei suoi racconti. È  stata molto creativa, ha amato il sogno e l’incantesimo,  ma si è arresa a molte realtà tristi che ha trasfuso nei suoi scritti. Lunga e varia è stata la sua attività di giornalista. Alcuni dei suoi scritti, raccolti in vari quaderni, messi insieme a mo’ di libro, furono  pubblicati in varie riviste e periodici ai quali collaborò. Non visse a lungo Bona Bianchi, un triste giorno del 1973 Aulo Taddei, Ivio Barlettani e Alfio Callai la salutarono dalle colonne di Costa Etrusca come la gentile e cordiale scrittrice di brani antologici sulla sua Piombino, una donna d’altri tempi, che aveva vissuto a fondo la sua epoca (gli anni Trenta) e la sua terra, per raccontare il passato con uno stile raffinato ed elegante. 

 Il libro è reperibile a Piombino presso libreria Coop, Corso Italia, 12

mercoledì 9 dicembre 2020

Il sentimento del dolore. Affinità tra Pascoli e Munch.

                                                                            Malinconia

Quante riflessioni ci possono suggerire un quadro o una poesia e in convergenza farci immedesimare, rendendo unico il dolore di ogni tempo!.

È bellissimo rileggere e interpretare  la realtà attraverso la voce di poeti e di artisti e cogliervi il sentimento del dolore che mai come in questo momento ci accomuna. Un ritornare indietro, verso un tempo felice, quando tutto è attesa e nulla lascia presagire sventure. La poesia di Pascoli è  disvelamento di ciò che è nelle cose, anche in quelle più semplici della vita di ogni giorno, gioiose o tragiche. In  convergenza  è l’arte di Munch, un mezzo per l’artista, per gridare al mondo il  proprio sentire. Le loro opere, fortemente  connotate, sono la lettura della realtà  vissuta, nel preciso contesto in cui maturano, del loro dramma, provati fin da piccoli da numerosi lutti familiari. La poesia La voce è la rappresentazione visiva della condizione esistenziale di Pascoli. È per il poeta un viaggio a ritroso nella propria vita, un vaglio delle circostanze avverse, un bisogno di ritrovare persone, affetti e luoghi, la rincorsa di un sogno impossibile, espresso con parole che fotografano il suo stato d’animo. È  eco di voci del passato, spinte propulsive al ricordo e alla riflessione in un presente spesso drammatico. Sembra un colloquio quello del poeta con la voce che lo riporta bambino, alla sua infanzia felice, ma il dialogo si muta in  soliloquio e poi in un  monologo,  in cui emerge  struggente la rievocazione di un tempo lontano e di una voce salvifica:  C’è  una voce nella mia vita,/che avverto nel punto che muore; /voce stanca, voce smarrita, col tremito del batticuore://voce d’una accorsa anelante, /che al povero petto s’afferra/ per dir tante cose e poi tante,/ ma piena ha la bocca di terra://tante tante cose che vuole /ch’io sappia, ricordi, sì…sì…/ ma di tante tante parole /non sento che un soffio…Zvanì…//Quando avevo tanto bisogno/ Di pane e di compassione,/ che mangiavo solo nel sogno,/svegliandomi al primo boccone;//una notte, su la spalletta/ del Reno, coperta di neve,/ dritto e solo (passava in fretta l’acqua brontolando, Si beve?);//dritto e solo, con un gran pianto/ d’avere a finire così,/ mi sentii d’un tratto d’accanto quel soffio di voce… Zvanì …// Oh! La terra, com’è cattiva!/ La terra, che amari bocconi!/ Ma voleva dirmi, io capiva:/ -No…no… Di’ le devozioni!// Le dicevi con me pian piano,/ con sempre la voce più bassa:/ la tua mano nella mia mano:/ ridille! Vedrai che ti passa.// Non far piangere piangere/ (ancora!) chi tanto soffrì!/ Il tuo pane, prega il tuo angelo/ Che te lo porti… Zvanì…// Una notte dalle lunghe ore/ (nel carcere), che all’improvviso/ dissi- Avresti molto dolore,/ tu, se non t’avessero ucciso,// ora, o babbo!- che il mio pensiero,/ dal carcere, con un lamento,/ vide il babbo nel cimitero,/ le pie sorelline in convento://e che agli uomini, la mia vita,/ volevo lasciargliela lì…/ risentii la voce smarrita/ che disse in un soffio… Zvanì…// Oh! La terra come è cattiva!/ Non lascia discorrere, poi!/ Ma voleva dirmi, io capiva:/-Piuttosto di’ un requie per noi!// Non possiamo nel camposanto/ Più prendere sonno un minuto,/ chè sentiamo struggersi in pianto/ le bimbe che l’hanno saputo!//Oh! La vita mia che ti diedi /Per loro, lasciarla vuoi qui? /Qui, mio figlio? Dove non vedi/Chi uccise tuo padre… Zvanì?...-// Quante volte sei rinvenuta/ Nei cupi abbandoni del cuore,/ voce stanca, voce perduta,/ col tremito del batticuore:// voce d’una accorsa anelante/ che ai poveri labbri si tocca/ per dir tante cose e poi tante;/ ma piena di terra ha la bocca:// la tua bocca! Con i tuoi baci,/ già tanto accorati a quei dì!/ a quei dì beati e fugaci/ che aveva i tuoi baci… Zvanì …// che m’addormentavano gravi/ campane col placido canto,/ e sul capo biondo che amavi,/ sentivo un tepore di pianto!// che ti lessi  negli occhi, ch’erano/ pieni di pianto, che sono/ pieni di terra, la preghiera/ di vivere e d’essere buono!// Ed allora, quasi un comando,/ no, quasi un compianto, t’uscì/ la parola che a quando a quando/ mi dici anche adesso… Zvanì …(La voce, da Canti di Castelvecchio)

La voce è dunque il racconto della condizione esistenziale del poeta, drammaticamente vissuta, che trova l’unica ancora di salvezza in quel diminutivo, Zvanì, appena percettibile che lo mette al riparo dalla tragedia. C’è nei versi una capacità di andare ben oltre le cose e di scoprire le fragilità umane e l’indifferenza della società. Le parole esprimono il bisogno malcelato di ritornare al mondo perduto del nido, di rifiutare la violenza e l’ingiustizia di cui è stato vittima innocente il padre, di desiderare il ritorno all’infanzia felice per dare corpo a quella voce che ora è solo un soffio.  La poesia è intessuta di elementi lessicali che si ripetono: voce, bocca, soffio, terra, pianto; di anafore “tante tante cose”, “tante tante parole, “Non far piangere piangere piangere”, di antitesi “occhi, ch’erano/ pieni di pianto, che sono/ pieni di terra”, un gioco espressivo per sottolineare sentimenti, pensieri, stati d’animo, che vengono articolati  dal poeta ma che si tramutano in un silenzio profondo dove non è percepibile nessun suono. Lo stato esistenziale del poeta emerge nei toni drammatici che  esprimono il suo dolore per ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, il senso di solitudine che lo investe da piccolo, quando la vita gli nega gli affetti, il peso della violenza che avverte piombargli addosso e che nelle scelte insane degli uomini sente che lo travolgerà. La poesia, in espansione, diventa riflesso inconsolabile di un’umanità che prende coscienza della propria condizione. Anche il poeta ne è consapevole. Composta nei primi mesi  del 1902, come attesta la lettera al Caselli del 14 marzo, in cui si dice tra l’altro: "questa poesia, non la leggere prima: ti farebbe male a leggerla, come a me, a scriverla", fu pubblicata nella prima edizione dei Canti (aprile 1903). Sulla reazione emotiva indotta in lui dalla propria poesia il Pascoli ritorna in un’altra occasione, scrivendo a Maria il 4 luglio 1903: “Stamane ho rimandate al Marchi le pagine che avevo dei Canti.  Avevo una grande malinconia solitaria. Ho guardato quei fogli…che  singulti alla Voce! Ma chi ha fatta quella poesia?”.

 

                                                                              L'urlo

In convergenza anche  in Munch, incombe l’idea della morte. La morte del padre è per  Munch (come per Pascoli) un colpo da cui non si riprenderà come egli stesso scrive: “ E io vivo coi morti; mia madre, mia sorella, mio padre, lui soprattutto. Tutti i ricordi, le minime cose mi ritornano a frotte. Lo rivedo così come lo vidi, per l'ultima volta quattro mesi fa quando mi ha detto addio sulla banchina; eravamo un po' timidi nei confronti l'uno dell'altro, non volevamo tradire la pena che la separazione ci causava. Quanto ci amavamo malgrado tutto, quando si tormentava la notte per me, per la mia vita, perché non potevo condividere la sua fede”. Una visione tragica della vita che mai lo abbandonerà e che egli renderà protagonista della sua arte."L'urlo" è il   simbolo dell'angoscia e dello smarrimento dell’intera umanità. Una situazione che nasce da un’esperienza di vita vissuta: l’artista si trovava a passeggiare con degli amici su un ponte della città di Nordstrand (oggi quartiere di Oslo), quando venne pervaso dal terrore come egli stesso scrive: « Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura... e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. ». Quell’urlo colpisce chi guarda l’opera e vi legge una condizione di vita reale: l’indifferenza e l’alienazione. Le  due figure che appena s’intravedono lungo il ponte, non comprendono lo stato d’animo dell’amico, anzi ne sono estranee  e si allontanano. La bocca spalancata sembra emettere dei suoni che sconvolgono il paesaggio, con le linee curve e i colori forti, espressioni dell’interiorità stessa dell’uomo, il tutto accentuato dal volto deformato come un teschio e dal corpo apparentemente privo di colonna vertebrale. La funzione comunicativa è fortemente espressiva. La forma, le linee, i colori, tutto risponde a precise connotazioni simboliche;  l'uso della luce dà immediatezza alla scena rappresentata e dà l’impressione di una fotografia che coglie l’evento nel momento più drammatico. Ambedue, da piccoli, furono colpiti da numerosi lutti familiari; un dramma che Munch esprime mediante l'uso di colori violenti e irreali, linee sinuose e continue, immagini deformate e Pascoli con l'uso di una scelta lessicale inusuale. Il rapporto di Pascoli con Munch si coglie nella capacità di rappresentare in sincronia con la parola e i colori l’esistenza cupa  dell’uomo che grida  al mondo la sua angoscia. Quel grido diventa in entrambi voce, singulto, lamento, pianto, disperazione… Pennellate infinite, colori pastosi, strade senza meta; una solitudine che si spegne nel grido di dolore informe. I colori sono per Munch ciò che la parola, l’iterazione dei termini, l’uso costante dell’aggettivo sono per Pascoli. Una pittura e una poesia di forte impatto emotivo, capaci di indurci a un’indagine speculare su di noi, sull’uomo e sulla realtà che ci circonda.

 

 

mercoledì 25 novembre 2020

Contro la violenza: dignità e amore


 

Le donne non chiedono di essere festeggiate ma  rispettate ogni giorno e ogni momento della propria vita.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. / Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. / Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono / le coincidenze, le prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue. (Eugenio Montale, Satura)

 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio”, dice Montale alla sua Drusilla, dopo la sua  morte, nell’iter di una vita in cui il poeta riconosce che solo gli occhi dell’amata, sebbene offuscati, hanno saputo cogliere la realtà e lo hanno guidato. Scendere le scale, dandosi il braccio è simbolo di una vita vissuta a due  e del sostegno reciproco che due persone si scambiano con rispetto e amore.  

Poche parole, pochi versi fanno della poesia lo strumento migliore per esprimere il sentimento dell’“amore” che ogni uomo dovrebbe sentire nei confronti della donna, madre di vita dal primo all’ultimo respiro di cui l’uomo è debitore.

Dolcezza, amore e tenerezza si fondono nei versi dove la perdita della propria metà sconvolge la vita stessa del poeta, ma chiara è la loro concretezza vissuta in vita e lo scendere insieme i gradini  si veste di quel desiderio di cui ogni donna vorrebbe sentirsi ammantata  in vita,  ma che viene troppo spesso soffocato da una crudeltà che non trova né logica, né giustificazione nè parole ma solo orrore per l’uomo che, privo di razionalità, si definisce tale.

 

sabato 7 novembre 2020

Il valore della parola e della cultura

 

 Sandro Botticelli, Giovane introdotto tra le Arti Liberali, Musée du Louvre, Parigi

 

Quante cose s’imparano ascoltando i ragazzi!  Dalle loro espressioni si comprende  che  la scuola è il luogo dove si semina e nel tempo si raccoglie, perché  i ragazzi sanno recepire e poi donare.

È a scuola che si formano le coscienze, che si impara a ragionare con consapevolezza, che si apre lo sguardo sul mondo, che si analizzano e si comparano le diversità che diventano fonte di ricchezza. È a scuola che i ragazzi   acquisiscono  il significato di cultura,  ne comprendono il senso in un contesto ampio e diversificato e  la  definiscono, utilizzando la parola che combinata, diventa riflesso del loro pensiero. È a scuola che si impara a rispettare la parola, a coltivarla, ad averne cura come preziosità, a nutrirla di verità.

A scuola si respira cultura.

Quante cose avevamo imparato insieme con il progetto “Interazioni”! Ed è stato gratificante, a conclusione del lavoro, leggere le seguenti espressioni che denotano uno studio attento e consapevole.

La scuola, maestra  di esperienze, dona il  respiro della vita.

Il progetto aveva  donato ai ragazzi, nell’età dell’adolescenza, feconda  di curiosità,  la capacità di fare della cultura, lo strumento per una crescita individuale e collettiva (base essenziale per l’evoluzione della società), e la capacità di spingersi oltre nelle loro espressioni: Un paese senza cultura è come una notte senza luna. Un uomo senza cultura è come un manichino senza volto. La cultura  è l’elemento fondante di una nazione. La cultura è il respiro e l’anima di un popolo. Ogni manifestazione del pensiero è cultura. La cultura è l’identità di un popolo. La cultura è ricchezza. La cultura produce ricchezza. Lo Stato che investe in cultura è lungimirante. Lo Stato che taglia la cultura è retrogrado. Senza cultura non c’è storia. Senza ricerca non c’è progresso. La cultura, sia a livello individuale che collettivo è il  mezzo di difesa più efficace ed è per questo l’arma che fa più paura ai governanti. Lo Stato che privilegia la cultura, manifesta il suo affetto per il popolo ed è definito progressista. Lo Stato che non pone la cultura al primo posto nella sua crescita è poco attento, poco lungimirante, poco consapevole, indifferente all’evoluzione del proprio paese. La cultura è lo strumento per insegnare, istruire, formare, denunciare, condannare, esortare,  unire e tramandare. (Espressioni  dei ragazzi nell’ambito del   progetto “Interazioni”).


 

 
Gentile da Fabriano e bottega. Raffigurazione della Grammatica

Espressioni che elevano il senso della cultura e l’importanza della scuola, come centro di vita sociale dove tutti diamo ma essenzialmente impariamo.

 

 

giovedì 22 ottobre 2020

Studiare con l’arte: Giovanni Pascoli (seconda parte)

                                                                   Il seminatore di Van Gogh

Dalla sofferenza privata al dolore universale: la natura come simbolo

In età ormai matura, il poeta tenta di ricostruire il nido familiare. La campagna intorno al nuovo nido di Castelvecchio di Barga, che diventa la sua nuova patria (Maria, dolce sorella: c’è stato un tempo che noi non eravamo qui?), gli fornisce nuova materia poetica, collegandosi idealmente con la campagna intorno a S. Mauro di Romagna. La scelta del tema campestre o paesistico non avviene indipendentemente dal trauma che condiziona tutta la sua vita, sia perché al paesaggio campestre sono legati i ricordi della sua adolescenza felice sia  perché da quel paesaggio egli ora si sente definitivamente escluso. La frattura definitiva tra passato e presente implica la frantumazione delle rievocazioni in una serie di impressioni apparentemente slegate,  le immagini diventano il segno della felicità perduta e si caricano di un valore simbolico. La natura prende vita nelle forme verbali che la identificano e comunica con vario cromatismo realtà e stati d’animo, per cui il frinire delle cavallette diventa il suono di “finissimi sistri d’argento” e rievoca un’immagine di morte. Un aratro senza buoi in un campo allude alla solitudine: Nel campo mezzo grigio e mezzo nero / resta un aratro senza buoi, che pare / dimenticato, tra il vapor leggiero. / E cadenzato dalla gora viene / lo sciabordare delle lavandaie / con tonfi spessi e lunghe cantilene (Lavandare) e richiama  Il ponte levatoio in Arles con un gruppo di lavandaie di  Van Gogh. La parola poetica alterna le sensazioni di silenzio, solitudine, abbandono della prima strofa ai rumori, canti, voci della seconda, per riflettere specularmente nella terza, attraverso il madrigale (quando partisti, come son rimasta! / come l’aratro in mezzo alla maggese) l’immagine dell’aratro in quella della donna abbandonata. Se il -nido- si associa al tema della casa come culla, protezione, sicurezza, la -siepe- diventa il baluardo del nido, disegna il confine tra il dentro,  percepito come rassicurante, e il fuori, che rappresenta il pericolo, l’insidia, la violenza. Non limite visivo che suscita la meditazione sugli interminati / spazi… e sovrumani / silenzi, e profondissima quïete di leopardiana memoria, ma siepe che al campo sei come l’anello al dito…/ …che il passo chiudi co’ tuoi rami / irsuti al ladro…./ verde muraglia della mia città…/ immobile al confine…. / fuori, dici un divieto acuto come spine / dentro, un assenso bello come fiori (La siepe). Anzi, la siepe / dell’orto disegna una barriera difensiva contro la realtà di sofferenza (Nebbia) e dialoga con la siepe del camposanto dov’è sepolta la madre del pellegrino, da cui egli taglia il bordone che lo accompagna tutta la vita (Il bordone) in relazione a L’orto di A. Sisley.

 La novità del linguaggio e la percezione del mistero: Pascoli utilizza il linguaggio fonosimbolico dell’onomatopea: chiù dell’assiuolo, gre gre di renelle, don don di campane …, e i linguaggi tecnici, speciali: il critico G. Contini individua in queste scelte il sintomo di «un rapporto critico» fra «l’io e il mondo». Pascoli proclamò il fallimento della scienza positiva, che non era riuscita a squarciare il mistero e a sconfiggere la morte. Sempre Contini afferma: «Quando si usa un linguaggio normale, vuol dire che dell’universo si ha un’idea sicura e precisa, che si crede in un mondo certo…in un mondo gerarchizzato dove i rapporti stessi… tra l’ uomo e il cosmo sono determinati, hanno dei limiti esatti». Ma Pascoli ha rotto la frontiera tra determinato e indeterminato: la precisione del tessuto linguistico rappresenta la rete entro cui imbrigliare una realtà che sfugge, che diventa incomprensibile e che solo il poeta-fanciullo può cogliere nelle sue valenze più nascoste, disvelandone gli aspetti illusori. Così il «pianto di stelle» nella notte di San Lorenzo sancisce la distanza tra il «Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale» e la terra, l’esperienza concreta degli uomini, «quest’atomo opaco del Male»: la sofferenza individuale si rispecchia nella tragedia dell’esistenza umana a cui la natura resta indifferente, immagine che richiama Notte stellata di V.Van Gogh. Il quadro è per l’artista ciò che la poesia è per Pascoli: un pretesto per stabilire il proprio rapporto con la realtà e le cose. L’opera fu composta dopo una profonda crisi esistenziale: il turbinio vorticoso delle pennellate testimonia l’angoscia dell’artista e la profondità con cui egli apprezza la bellezza del mondo «Sarebbe così bello / questo mondo odorato di mistero» (Colloquio)  «Ma bello è questo poco di giorno / che mi traluce come da un velo» (L’ora di Barga). La nostalgia per un’adesione positiva al reale, nonostante la sua sostanziale inconoscibilità (confronta la «fronte / bianca di sfinge» in Paese notturno), simbolo del mistero della vita, rimane una tensione presente nell’animo del poeta e prevale la sensazione di inquietudine e mistero nella rappresentazione della realtà:Venivano soffi di lampi / da un nero di nubi laggiù; / veniva una voce dai campi: / chiù…(L’assiuolo). La prepotente sinestesia (soffi di lampi) e l’oggettivazione della qualità cromatica (nero di nubi) ben sintetizzano il pericolo imminente, a cui fa eco la voce dell’ assiuolo, che si trasforma  prima in un singulto e poi in un pianto di morte.

Ancor più in Scalpitio il risuonare di un galoppo da remote lontananze, induce un moto di sgomento. L’annuncio del temporale (nell’omonima poesia), un bubbolio lontano, fa presentire qualcosa di tragico che sta maturando misteriosamente nel grembo della natura; all’effetto fonosimbolico anche in questo caso si unisce il forte contrasto cromatico, quasi espressionistico: rosseggia, affocato, nero di pece, stracci di nubi chiare, tra il nero, un casolare, un’ala di gabbiano. La situazione drammatica si accentua nella poesia Il lampo, in cui la natura acquista i connotati tragici della sofferenza umana: la terra ansante, livida, in sussulto; / il cielo ingombro, tragico, disfatto. E la tragicità è accentuata dal pauroso silenzio in cui l’azione avviene, il tacito tumulto, contrastato però dalla violenza delle allitterazioni di suono duro che percorrono tutto il testo. L’apparizione della casa, rapida come suggerisce l’asindeto (apparì sparì) viene associata all’occhio che riesce per un attimo a guardare nel mistero che ci circonda, rivelando una realtà tragica (la notte nera). La nebbia costituisce il simbolo della visione velata del mistero profondo che nasconde la realtà: E guardai nella valle: era sparito / tutto! sommerso! Era un gran mare piano, / grigio, senz’onde, senza lidi, unito. / E ancora: …Vidi,  e più non vidi, nello stesso istante. (Nella nebbia). Anzi, la nebbia diventa sinonimo di difesa contro la consapevolezza del dolore del vivere: Nascondi  le cose lontane, / nascondimi quello ch’e morto! / le cose son ebbre di pianto! (Nebbia), nebbia che cela come Nebbia di Cecconi. Per il critico G. Contini, Nebbia è una poesia «che può essere perfettamente citata come  allegoria generale del mondo pascoliano». In realtà, Pascoli giunge a indicare, attraverso la parola poetica, una via d’ uscita: se la vita dell’ uomo è segnata dal dolore, dal mistero, dalla morte e si è smarrito il senso della provvida sventura non resta che il legame di fraternità tra simili: Uomini, pace! Nella prona terra / troppo è il mistero; e solo chi procaccia / d’aver fratelli in suo timor, non erra (I due fanciulli).

 

 


                                                                           L’orto di A. Sisley

Conclusioni: Con questo lavoro, abbiamo tentato di costruire un percorso sinergico tra linguaggio poetico e linguaggio figurativo, poiché la Storia dell’Arte non è materia curricolare nel nostro Istituto Tecnico ma grazie a questa esperienza, abbiamo avuto l’occasione di arricchire l’orizzonte delle nostre conoscenze con gli elementi pittorici, cogliendone l’immediatezza espressiva attraverso la pittura dei Macchiaioli e quella en plein air degli Impressionisti, per approdare a quella dei Simbolisti che, con l’ uso particolare del colore, caricano la realtà di un proprio significato e comunicano, come fa Pascoli con il linguaggio poetico, la loro visione del mondo.

Questo percorso ci ha consentito di conoscere Pascoli più da vicino e di scoprirne la profonda sensibilità di uomo e di poeta. Scoprire, in fondo, che Pascoli non è solo il poeta “lacrimoso”, come spesso è stato definito, ma un uomo che, attraverso la poesia, denuncia una società che, allora come oggi, disattende le attese, specialmente dei giovani. Noi ci siamo riconosciuti nelle ansie e nel disagio esistenziale dei momenti più bui della sua vita, soprattutto nello scontro tra illusione e realtà, una verità fortemente esplicitata da altri poeti prima e dopo di lui. Ma abbiamo anche colto i bagliori di una vita che deve e può continuare: alla fine di Temporale (Myricae) troviamo l’immagine dell’ala di gabbiano, che analogicamente col casolare si staglia sul nero di pece. Similmente in Temporale (Canti di Castelvecchio) appare una chioccia: …passa sotto / l’acquazzone una chioccia. / Appena tace il tuono,  / …tra il vento e l’ acqua, buono, s’ode quel coccolare / co’ suoi pigolii dietro. Ancora una volta, la natura (in questo caso il gabbiano e la chioccia) allude simbolicamente a una realtà profonda, ma indicando una possibilità positiva. Per questo ci sembra in sintonia chiudere la nostra riflessione con Il seminatore di Van Gogh, in cui i colori esprimono la forza vitale, il seminatore semina speranze per una vita migliore, mentre un enorme sole diventa il simbolo di spiritualità e di vita.