venerdì 28 maggio 2021

I LUOGHI DI DANTE: IL BATTISTERO

 

Il Battistero è uno dei luoghi più affascinanti di Firenze. Dante lo definì il mio bel San Giovanni e vi fu battezzato il Sabato Santo del 26 marzo 1266.

Edificato nell’XI secolo, sui resti di costruzioni  romane tra cui, una ricca domus del I secolo d. C, il Battistero, capolavoro dell’architettura romanica a Firenze, ritenuto in origine un tempio dedicato al dio Marte, fu consacrato a San Giovanni Battista, patrono della città. La data di fondazione è assai incerta, si pensa al IV-V secolo d. C. con rimaneggiamenti nel VII secolo, durante la dominazione longobarda, forse in seguito alla conversione al cristianesimo della regina Teodolinda. La sua ristrutturazione dei sec. XI e XII, che riguardò l’attuale forma della costruzione, conservò i caratteri della misura, della geometria e del ricco rivestimento marmoreo tipici dell’antica cultura romana. Dal 1059 al 1128, il Battistero fu cattedrale di Firenze, il tempio della Repubblica Fiorentina, dove, oltre alle funzioni religiose, si svolgevano importanti cerimonie civili. Qui avevano luogo le benedizioni per le truppe che partivano per le varie guerre e i festeggiamenti per coloro che tornavano vincitori; alle pareti del tempio venivano appese le bandiere catturate al nemico e i diversi trofei di guerra. Lo spazio, che occupa attualmente l’edificio, testimonia l’evoluzione che caratterizzò la Firenze medievale. All’inizio infatti, il Battistero era collocato all’esterno della cerchia delle mura (e questo ci fa capire le dimensioni minime del primo nucleo della città), ma fu poi compreso, insieme al Duomo, nella “quarta cerchia” delle mura, fatta costruire da Matilde di Canossa. In origine era circondato da altri edifici, che vennero però abbattuti nel XIV e XV secolo, per creare l’attuale piazza San Giovanni.

 L’architettura esterna 

Il Battistero è un monumento all’arte e le porte in bronzo, che lo adornano, ne sono una chiara testimonianza. I temi che esse rappresentano, sono per il popolo una lettura della storia dell’umanità e della sua redenzione. La Porta più antica è quella che guarda verso la Loggia del Bigallo, modellata da Andrea Pisano, dal 1330 al 1336, su commissione dell’Arte dei Mercatanti o di Calimala, sotto la cui tutela era il Battistero. È divisa in 28 formelle, di cui 20 raffigurano la vita di San Giovanni Battista e le rimanenti le Virtù Teologali e le Virtù Cardinali. Nelle formelle quadrate, c’è l’uso del quadrilobo, cornici tipiche dell’arte gotica, che modernizzavano la tipologia dei portali romanici. Da notare nelle colonne, scolpiti in bassorilievo, due rettangoli che rappresentano due misure di lunghezza in uso nel Medioevo: il piede longobardo (detto piede di Liutprando, usato fino al XIII secolo) e il braccio fiorentino. In Europa, prima dell'adozione del sistema metrico, erano utilizzate, per determinare le distanze, alcune misure basate sul confronto tra parti del corpo umano. Anche se diverse da paese a paese, corrispondevano, in genere, alla lunghezza di un dito (pollice), di un piede o dell'avambraccio. Le braccia fiorentine equivalevano a circa 58 centimetri. Fra le altre misure lineari della Firenze antica incontriamo il soldo (corrispondente a mezzo braccio), il denaro (la ventesima parte di un soldo) e la canna (multiplo del braccio). Per evitare frodi o differenze nella misurazione, a Firenze la lunghezza ufficiale del braccio a panno era scolpita nella pietra, visibile ancora oggi, in via de’ Cerchi.La Porta nord detta anche Porta alla Croce, è la prima delle due realizzate da Lorenzo Ghiberti (1378-1455). Nel 1401, fu indetto  un concorso per scegliere l’artista che l’avrebbe poi eseguita e per l’occasione, i mercanti-committenti fissarono anche le regole: il tempo d’esecuzione non doveva superare l’arco di un anno, il tema della formella bronzea per concorrere, doveva rappresentare il Sacrificio di Isacco, la cornice doveva essere mistilinea (un compasso gotico con 4 lobi e angoli acuti sul modello della prima porta),  il materiale doveva essere utilizzato con risparmio, a dimostrazione di quanto fosse forte allora l’ingerenza dei committenti. Molti artisti parteciparono al concorso, e tra questi Filippo Brunelleschi. La commissione formata da 34 giudici (di cui 30 periti), orafi, pittori, scultori e 4 consoli di Calimala, valutò i lavori dei 7 concorrenti e scelse la formella del Ghiberti, anche perché al momento, il lavoro di Brunelleschi non fu capito per l’utilizzo di elementi innovativi, quali la prospettiva. In seguito, le formelle dei due artisti sono state esposte l’una accanto all’altra al Museo del Bargello.

Il lavoro impegnò tutta la bottega del Ghiberti composta da giovani artisti tra i quali Donatello e Paolo Uccello (1397-1475). Ghiberti ripeté lo schema della prima porta, usando 28 riquadri, dove svolse il tema del Nuovo Testamento. I venti riquadri superiori rappresentano Storie evangeliche dall’Annunciazione alla Pentecoste, gli altri Evangelisti e Dottori della Chiesa. Gli artisti usavano spesso inserire l’autoritratto nelle proprie opere e anche Ghiberti ci ha lasciato il proprio, riconoscibile per il  vistoso copricapo, considerato il primo ritratto realistico del Quattrocento. Visto il notevole risultato della porta Nord, l’Arte dei Mercanti affidò allo stesso Ghiberti, e questa volta senza concorso, la realizzazione della terza e ultima porta, Porta est. L’artista impiegò 27 anni (1425-57) coadiuvato da altri artisti, e tra questi: il figlio Vittorio, Michelozzo (1396-1472) e Benozzo Gozzoli (1421-1497). Ghiberti rappresentò in dieci pannelli di forma rettangolare, 37 temi tratti dall'Antico Testamento, proseguendo il ciclo decorativo iniziato nelle altre porte, predisposto dal grande umanista Leonardo Bruni (1370-1444).

La Porta, capolavoro del Ghiberti, colpisce per le ampie composizioni, ricche di figure, di architetture e di paesaggi tipici del Rinascimento.  Gioiello di bellezza e di preziosità, fu definita da Michelangelo “Porta del Paradiso” e i committenti decisero di istallarla di fronte al Duomo al posto dell’esistente porta orientale. Il tema rappresentato, è quello della Salvezza fondata sulla tradizione patristica latina e greca. Iniziando dall’alto in basso e da sinistra a destra, le scene principali di ciascun pannello sono: la Creazione di Adamo ed Eva, il Peccato originale, Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre; Caino e Abele lavorano nei campi, uccisione di Abele; storie di Noè; apparizione degli Angeli ad Abramo, sacrificio d’Isacco; storie di Esaù e Giacobbe; Giuseppe venduto ai mercanti, la tazza d’oro ritrovata nel sacco di Beniamino, Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli; Mosè riceve le tavole della legge sul monte Sinai; il popolo d’Israele attraversa il Giordano, presa di Gerico, Battaglia contro i Filistei; David vince il gigante Golia; Salomone riceve nel gran tempio la regina di Saba. In questa formella, lo sposalizio della regina di Saba con il Re Salomone è una chiara allusione al tentativo fiorentino del 1439 di riconciliare le Chiese d’Oriente e d’Occidente. La formella con le storie di Giuseppe si può  interpretare  come un’ allusione al ritorno di Cosimo I dall’esilio,  in cui egli è paragonato a Giuseppe che, tradito dai fratelli, diventa poi il loro salvatore.

 

 

La porta del Paradiso, è completata da 28 nicchie con Profeti e Sibille e da 24 tondi con ritratti di personaggi celebri. Nella striscia centrale a sinistra, in basso,  ritorna, con la testina calva, l’autoritratto del Ghiberti nella sua maturità. In uno dei sodi orizzontali si legge: Laurentii Cionis de Ghibertis opus mira Arte fabricatum cioè: Fatto con l’arte ammirabile di Lorenzo Cioni dei Ghiberti. Ai lati della porta, si trovano antiche colonne in porfido, donate dai Pisani ai Fiorentini nel 1117 per l’aiuto ricevuto durante la guerra delle Baleari. Scrive il  Secchioni: Secondo la leggenda, le due colonne possedevano una virtù particolare, una forza misteriosa trasmessa dall’arte magica degli Arabi. Chi avendo subito un torto, si fosse posto “dietro” una delle colonne, avrebbe visto materializzarsi nel marmo l’immagine del colpevole. I pisani non vollero concedere agli amici-nemici una cosa così pregiata e “affocarono” i due fusti, così che il fuoco purificatore avrebbe tolto ogni possibilità di magia. Le due colonne avvolte in ricchi broccati furono prese dai fiorentini che si lasciarono ingannare da questa parvenza di amicizia: questo dette origine al soprannome di “fiorentini ciechi”. Comunque i fiorentini risaputo il fatto ci andarono lo stesso “coi piedi di piombo” e per evitare ogni utilizzo improprio, posero i due fusti addossati al muro della Porta del Paradiso, in maniera tale che nessuno potesse mettendosi dietro di esse svelare volti “sospetti”. La porta che noi oggi ammiriamo è una copia, l’originale si trova nel Museo dell’Opera del Duomo.

 
 

L’architettura interna

Il Battistero ha pianta ottagonale, con un diametro di 25,60 m, quasi la metà di quello della cupola del Duomo (non a caso si dice che la cupola di Brunelleschi potrebbe contenere l’intero Battistero).

L’ottagono rappresenta l’ottavo giorno, quello in cui Cristo risorge e vive in eterno, ed è associato, fin dall’epoca paleocristiana, al rito del battesimo. La necessità, a quel tempo, di un edificio di vaste dimensioni, si spiega con l’esigenza di accogliere la folla che doveva assistere al rito. I battesimi, che si svolgevano due volte l’anno fino al 1450 circa, il Sabato Santo e il sabato prima della Pentecoste, servivano anche come censimento per i nati in Firenze per cui si poneva in un bacile una fava nera per ogni nato maschio, e una fava bianca per ogni femmina. Le fave erano presenti presso i popoli antichi sia per i riti funebri che come  segni di buon auspicio. Erano utilizzate nei riti propiziatori dagli antichi egizi, dagli antichi greci e dal mondo romanico. La fava era considerata una pianta funesta per il suo fiore bianco maculato di nero, colore raro nel mondo vegetale. La macchia nera lascia interpretare la forma della “tau” greca, prima lettera della parola tanatos che significa morte. Il consumo delle fave, sia per tradizioni che ritualità devozionali è stato tramandato sino ai giorni nostri con feste e riti.

Nell’antichità, le opere d’arte inserite nei luoghi sacri, fungevano  per i credenti come un libro aperto, per istruire su ciò che era male e ciò che era bene, tale è la funzione del bellissimo mosaico, realizzato su fondo dorato, posto all’interno della cupola del Battistero, la cui costruzione risale alla seconda metà del XIII secolo. Il mosaico è una tecnica pittorica che consiste nell’accostare, fissandole alla malta del muro, migliaia di piccole tessere colorate. Nella cupola del Battistero, esse disegnano una gigantesca figura di Cristo Giudicante, di tipo ancora fortemente bizantino. Il tema del Giudizio universale fu scelto per indicare che la giustizia divina è inesorabile ; lo stesso tema  ritorna con la tecnica dell’affresco( metodo di pittura murale “a fresco”, cioè su uno strato fresco di intonaco, con colori stemperati in acqua), nella cupola del Brunelleschi. Ai piedi del Cristo è rappresentata la resurrezione dei morti, alla sua destra i giusti sono accolti in cielo dai patriarchi biblici, alla sua sinistra è collocato l’Inferno con i diavoli. Sono inoltre raffigurate: storie della Genesi, di Giuseppe, di Maria, di Cristo e di San Giovanni Battista. Probabilmente, per la realizzazione di questo mosaico furono impiegate maestranze veneziane, coadiuvate da importanti artisti fiorentini che fornirono i cartoni, come Coppo di Marcovaldo (ca. 1225 – ca. 1276), Meliore (seconda metà del XIII secolo), il Maestro della Maddalena (1250-1290ca.) e Cimabue (1240-1302).

La costruzione dell’edificio si protrasse per lungo tempo e molti furono gli artisti che vi lavorarono. Nel 1128, l’edificio diventò il Battistero cittadino e intorno alla metà dello stesso secolo venne eseguito il rivestimento esterno in marmo. Il pavimento, realizzato nel 1209, è decorato con marmi a tarsia che riproducono motivi di tappeti orientali, e orientaleggianti sono anche parecchie delle figure umane o animali raffigurate sul pavimento stesso. Si dice che il bellissimo pavimento a mosaico, formato da tasselli di marmo verdi, bianchi, rossi e neri, abbia ispirato per secoli l’arte dei setaioli di Firenze. Le Arti ebbero un ruolo fondamentale nella costruzione dei monumenti e hanno lasciato su di essi il proprio simbolo; infatti anche all’interno del Battistero, il coperchio del sarcofago di Guccio de’ Medici,  gonfaloniere di Firenze nel 1299, è decorato con l’Arme Medicea e col simbolo dell’Arte della Lana, visibile anche all’esterno su di una finestra. La “scarsella”, abside del Battistero, a pianta rettangolare, venne realizzata nel 1202 e verso il 1220, furono realizzati i mosaici. L’interno del Battistero, che nella struttura ricorda gli edifici classici e in particolare il Pantheon, ha subito varie modifiche. Nel 1576, in occasione del battesimo dell’erede maschio del Granduca Francesco I de’ Medici, Bernardo Buontalenti ricostruì il fonte battesimale, distruggendo i battezzatoi medievali ricordati da Dante:

Non mi parean men ampi né maggiori 

che que’ che son nel mio bel San Giovanni,

fatti per loco d’i battezzatori;

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,

rupp’io per un che dentro v’annegava.

(Inferno, XIX, 16-20)

 Pare che il giovane, a cui Dante si riferisce, si chiamasse Antonio di Baldinaccio de’ Cavicciuli e che vi fosse caduto mentre stava giocando con degli amici. Il Battistero è decorato da 18 colonne: 12 di granito orientale, 5 di cipollino orientale; l’unica, scanalata in marmo bianco, pare sorreggesse la statua di Marte, primo protettore di Firenze, al Ponte Vecchio: È comunque curioso scoprire che, secondo una leggenda, la colonna scannellata di marmo bianco che si trova all’interno del Battistero all’altezza della Porta del Paradiso, sia quella utilizzata ai tempi di Carlo Magno per sostenere la statua di Marte ovvero Teodorico (E. L. Pecchioni).  

 
  

 

Nel Medioevo i luoghi della fede sono stati luoghi anche di testimonianze scientifiche e soprattutto astronomiche. La Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il Campanile di Giotto e il Battistero di San Giovanni ne offrono un esempio. Sul pavimento del Battistero, vicino alla Porta d’Oro, è visibile una rara testimonianza del sistema cosmico tolemaico per indicare il solstizio d’estate. Già intorno all’anno 1000, esisteva nel Battistero un orologio solare: attraverso un foro praticato nella cupola, i raggi solari colpivano nel corso dell’anno i segni dello zodiaco su una lastra di marmo collocata presso la porta nord. Sulla lastra è riportato il verso palindromo  (dal greco πάλιν, indietro e δρóμος, corsa) col significato “che corre all'indietro”, una sequenza di caratteri che, letta a rovescio, rimane identica) en giro torte sol ciclos et rotor igne che vuol significare: io sole col fuoco faccio girare tortamente i cerchi e giro anch’io. La lastra, costruita da Strozzo Strozzi (950ca.-1012) nell’XI secolo con il sole al centro dei dodici segni zodiacali, fu spostata nel XIII secolo, in seguito al rifacimento del pavimento. Se all’interno del Battistero, si guarda in alto, si vede un’apertura sormontata da una piccola “lanterna”. Come dice anche il Villani, alla base di quella lanterna c’era un foro che a mezzogiorno preciso lasciava passare un raggio di sole che andava a colpire il centro di quello zodiaco proprio nel giorno di San Giovanni, cioè il 24 giugno di ogni anno. Tutto ciò ci fa pensare che esistesse una prima scuola di astronomia nella nostra Firenze già nell’Alto Medioevo. Forse nelle notti terse e fredde del primo millennio, seguendo l’insegnamento arabo, Strozzo Strozzi con gli altri scienziati fiorentini avrà scrutato da una torre vicina al Battistero, la moltitudine stellare per capire il mistero dell’universo (E. L. Pecchioni).




 Dal mio libro Firenze nel cuore  Visitare la Firenze medievale per scoprire la Firenze di oggi, Il Centro storico Morgana Edizioni

 

mercoledì 12 maggio 2021

Un saluto a Luigi Bellini

 Museo Luigi Bellini

L’Arte è la cronaca più bella dei secoli e la cultura è la linfa di un popolo, così recitava  Luigi Bellini, restituendo all’Arte il suo valore educativo.

Si è spento nella notte del 7 maggio Luigi Bellini, uno dei più autorevoli antiquari di Firenze. Non ha retto alle insidie del suo cuore che da anni non gli dava tranquillità.  Nipote dell’omonimo Luigi che nel Dopoguerra si adoperò moltissimo per la ricostruzione del Ponte Santa Trinita, aveva creato la Biennale dell’antiquariato a Firenze. Dal 2008, aveva aperto le porte del suo palazzo sul Lungarno Soderini, una casa-museo che ospita una tra le più prestigiose collezioni private d’Europa.

La Galleria  si presenta al visitatore come un crogiuolo di arte, storia e letteratura. È uno scrigno in cui sono racchiusi tesori inestimabili di Luigi Bellini,  cultore delle Arti, storico attento ai cambiamenti epocali, letterato alla ricerca dell’interazione tra arte e mito e tra arte e letteratura, ricercatore dell’oggetto eccezionale; una casa museo, dove ogni oggetto non è posto casualmente ma acquista una sua ragion d’essere nel rapporto con gli altri oggetti che tracciano percorsi dalla storia romana al Settecento; un libro aperto sotto gli occhi del visitatore che osserva, scruta e ricostruisce, attraverso gli arredi e gli arazzi di pregio il gusto di un’epoca, identificandone la manualità  e ricrea con l’immaginazione una realtà quotidiana, che nessun libro potrà mai regalarci. La sistemazione degli interni risponde a un preciso gusto estetico; ogni oggetto suscita meraviglia per la sua preziosità e al contempo denota l’amore di chi nutre per l’arte una sorta di riverenza e si mostra sensibile a condividere tali tesori con altri, aprendo la propria casa al pubblico. La dimora, di origine quattrocentesca, conserva il fascino d’altri tempi, negli arredi, nei soffitti, nei lampadari, unici nel proprio genere, nei velluti, rasi e broccati, nelle opere d’arte: una veduta del Canaletto, una scultura del Ghiberti, una Madonna di Della Robbia, un dominante Beato Angelico, leggiadri ricami, testimoni di un’arte raffinata e l’occhio viene maliziosamente catturato dal nudo di Paolo Schiavo che colpisce per la sua modernità. Le diverse stanze accomunano oggetti che di volta in volta diventano spaccato di vita domestica, esempio di un gusto estetico e raffinato, tipico di chi conosce l’arte e la conserva con devozione. Ogni oggetto comunica un’emozione e realizza col visitatore una lezione che diventa interattiva tra arte, storia, musica e letteratura; la simbiosi con le cose si rafforza in una trasmissione di percezioni e di emozioni, in un rapporto palmare con artisti e opere che raccontano aneddoti, curiosità, momenti di vita e storie coinvolgenti fino a rendere il visitatore partecipe del tutto, perché l’Arte non è esteriore all’uomo ma è il suo stesso essere, la sua linfa vitale. L’insieme, sobrio e raffinato, accoglie l’ospite con discrezione perchè la vera ricchezza è nello spirito di chi di generazione in generazione si è prodigato per l’arte e ne ha valorizzato e conservato stili che parlano di varie epoche attraverso forme diverse nell’espressione e nella manifattura ma tutte concorrenti a esplicitare il concetto che l’Arte è storia di uomini, di epoche, di artisti e di artigiani in una continuità che pone l’antico in stretto dialogo col moderno e rende il visitatore partecipe di ogni tempo. Luigi Bellini, al quale va il nostro ringraziamento, non poteva lasciarci un dono più bello, nella piena consapevolezza che l’Arte deve essere patrimonio collettivo, ma essenzialmente dei giovani e studenti tutti, che mai come oggi hanno bisogno di nutrire lo spirito di sapere e di verità.


 Luigi Bellini, Antiquario

giovedì 8 aprile 2021

Dante e la storia di Firenze

                               Domenico di Michelino  (1465) La Commedia illumina Firenze
 
 

Una delle zone più interessanti di Firenze per capire i cambiamenti che la città ha subito dalle origini a oggi, è  l’area che comprende Piazza del Duomo e Piazza San Giovanni.

Verso la fine del Duecento, per allestire il cantiere per la costruzione della Cattedrale, fu richiesto dalla Repubblica l’abbattimento di molte case in cambio di un congruo indennizzo, ma non tutti furono solleciti a cedere le loro proprietà. I Bischeri, ad esempio, una delle famiglie più ricche e in vista della città, che possedevano numerose proprietà tra l’attuale Piazza del Duomo e via dell’Oriuolo, non accettarono subito, sperando così di elevare l’offerta, ma forse per cattiva sorte, accadde che una notte, a causa di un incendio, la casa bruciasse e perdessero ogni avere. C’è chi dice invece che furono forzosamente costretti a cedere la proprietà per una cifra inferiore a quella dei vicini, ma come si sa “chi troppo vuole, nulla stringe” e dalle tristi vicende dei Bischeri, derivò l’espressione beffarda O Bischero! per dire di persona poco assennata. Sulle antiche case dei Bischeri, al n. 10, in piazza del Duomo, fu costruito il Palazzo Strozzi di Mantova o Guadagni-Sacrati, sede della Presidenza della  Regione Toscana. La targa del Canto de’ Bischeri posta all’inizio di via dell’Oriuolo, ne ricorda la vicenda. Un tempo questo tratto di strada si chiamava via Buia, dato che  il sole non vi penetrava a causa di tettoie sporgenti  e strutture di copertura.

Stiamo  raccontando  aneddoti e storielle che, anche se conosciuti da molti, tra realtà e fantasia, rendono frizzante e accattivante la storia di Firenze.

Molte strade convergono in Piazza del Duomo e alcune hanno una storia  curiosa: “Via della Canonica” che si snoda tra via dello Studio e via del Campanile, esisteva già fin dal 724 ed era costituita da un complesso di case che, avanzando verso la piazza, lasciavano uno spazio ristretto lungo il fianco della Cattedrale, dove era situato il cimitero, da cui forse il precedente nome di “via dello Scheletro”. Le case, con i tipici sporti medievali in legno, servivano da abitazione per il clero e per gli uffici ecclesiastici. Il quartiere della Canonica godeva di alcuni privilegi; dal 1425 al 1754 godette dell’immunità, per cui chiunque vi si fosse rifugiato, sarebbe stato immune dall’arresto, anche se colpevole di  reato, e le autorità cittadine non potevano entrare in questa zona senza l’autorizzazione del Capitolo.

Vicino all’Arciconfraternita della Misericordia, nello spazio compreso tra piazza del Duomo e via delle Oche, si trova via del Campanile”.  Questa strada aveva anticamente il nome di “via della Morta” e poi di “via della Morte” per una strana storiella. Una certa Ginevra degli Amieri, moglie di Francesco Agolanti, si era innamorata di Antonio Rondinelli. Durante la peste del 1400, creduta morta, fu seppellita in tutta fretta nel camposanto del Duomo, ma dato che la sua era solo una morte  apparente, durante la notte  si risvegliò, uscì dal sepolcro e  si recò a casa dal marito, che abitava  in via de’ Calzaiuoli. Questi, credendo che fosse un fantasma, la cacciò via, e lo stesso successe con familiari e conoscenti, fino a quando bussò alla casa di Antonio Rondinelli che l’accolse con amore e, dato che creduta morta, non era stata soccorsa, la chiesa la ritenne libera e lei convolò a nozze con l’uomo che amava.

Vicino a piazza del Duomo, da via Bonizzi a via de’ Maccheroni si trova Piazza delle Pallottole. Gli Otto di Balìa avevano vietato in molti luoghi il gioco delle pallottole, una specie di gioco di bocce, ma specialmente vicino ai luoghi religiosi, tuttavia lo consentivano in Piazza delle Pallottole. Fra piazza delle Pallottole e via dello Studio, si trova una lapide ottocentesca con la scritta “Sasso di Dante”; forse lì si sedeva Dante, come si racconta, per osservare i lavori della costruzione della Cattedrale. Un giorno, mentre egli era seduto su quel sasso, un passante gli chiese: «Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?». «L’ovo», rispose il Poeta. L’anno dopo, la stessa persona ripassò di lì e lo ritrovò ancora seduto sul suo sasso, sempre assorto e pensieroso e gli chiese: «Co’ icchè?» e Dante: «Co i’ sale!».

In piazza San Giovanni, davanti alla porta nord del Battistero, si trova la colonna di San Zanobi alla quale è legata un’altra storia. Il 26 gennaio del 429, durante il passaggio delle reliquie di San Zanobi dalla Cattedrale di San Lorenzo a Santa Reparata, un olmo secco, a contatto col sarcofago rinverdì, come si racconta, e la cosa stupì molto, perché era inverno. Dall’albero fu scolpito un crocifisso, conservato nella chiesa di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo. Il “miracolo dell’olmo fiorito” si trova in un libro corale del Duomo (XV sec.), ora conservato nella Biblioteca Laurenziana.

Una lastra rotonda di marmo bianco, posta dietro il Duomo, indica il punto in cui, il 17 febbraio del 1600, a causa di un fulmine, cadde la grossa palla di rame dorato, fusa dal Verrocchio, del peso di 4.368 libbre (circa 1.980 chilogrammi) che era stata posta sulla lanterna del cupolone nel 1468. La palla, rotolando dalla sommità della cupola lungo i costoloni, cadde esattamente nel punto ricordato dalla lapide. Due anni dopo, per ordine di Ferdinando I, la sfera fu ricollocata al suo posto e protetta da un parafulmine.

In Piazza del Duomo sono collocate molte targhe che testimoniano i suoi cambiamenti e conservano la memoria dei personaggi illustri che in vari periodi hanno in essa vissuto e operato.

Al numero 8 si legge:

                      IN QUESTE CASE DELL’OPERA CHE LO EBBE ARCHIVISTA E STORICO

E CHE OGGI PONE QUESTA MEMORIA ABITÒ CESARE GUASTI

DAL MDCCCLIII ALL’ANNO DELLA MORTE MDCCCLXXXIX

E QUI ALL’OMBRA DEL MIRABILE TEMPIO MEDITÒ QUELLI SCRITTI

PE’ QUALI IL SUO NOME È CARO ALL’ITALIA

MDCCCLXXXXVII

 Nella prima metà dell'Ottocento furono compiuti interventi urbanistici nell'area a sud del Duomo per ampliare la piazza. Dal 1826 al 1830 gli interventi dell'architetto Gaetano Baccani portarono all’abbattimento di antiche costruzioni e all’edificazione di tre grandi edifici al numero 14 a, destinati alle abitazioni dei Canonici. Il palazzo centrale venne arricchito da una balconata sorretta da quattro colonne, che incorniciano due nicchie con le statue di Filippo Brunelleschi (1377-1446) e Arnolfo di Cambio (1240-1310), eseguite da Luigi Pampaloni (1791-1847). A ricordo si leggono su ogni monumento epigrafi che ne esaltano la magnificenza.

Al numero 29 rosso si legge:

 

IL CIRCOLO FIORENTINO DEGLI ARTISTI CELEBRANDO

IL QUINTO CENTENARIO DELLA NASCITA DI DONATELLO

QUI NELLE CASE GIA’ DEI TEDARINI

DOVE FURONO LE BOTTEGHE DEL SOMMO SCULTORE

QUESTA MEMORIA PONEVA IL XXVII IN DICEMBRE MDCCCLXXXVI

 Al numero 18:

D.O.M. PETRUS LEOPOLDUS ARCHIDUX AUSTRIAE M.E.D.

FRANCISCI I MED. DONUM MAGNIFICENTIORI

EXTRUCTO OPERE COMULAVIT A.D. MDCCLXXXI

E al numero 18 si celebra “Il Paradiso Dantesco”:

       Vergine madre figlia del tuo figlio

Umile ed alta più che creatura

Termine fisso d’eterno consiglio

 

Tu se’ colei che l’umana natura

Nobilitasti sí che il suo fattore

Non disdegnò di farsi sua fattura

 

Nel ventre tuo si raccese l’amore

Per lo cui caldo nell’eterna pace

Cosí è germinato questo fiore

(Paradiso, XXXIII, 1-9)

 

Entrando nel Duomo, nella navata sinistra, accanto a uno degli ingressi laterali, si può ammirare un dipinto di Domenico di Michelino  (1465) La Commedia illumina Firenze che raffigura Dante che regge la Divina Commedia.  La lettura di questo dipinto è molto interessante, poiché presenta la concezione del cosmo nel Medioevo. A sinistra di chi guarda è l’Inferno, sullo sfondo la montagna del Purgatorio, circondata dalle acque e sulla destra Gerusalemme, raffigurata come era Firenze nel 1465. La terra è rappresentata al centro del cosmo e intorno ad essa ruotano le sfere celesti, corrispondenti, secondo la concezione aristotelica alle sedi dei pianeti allora conosciuti, mentre l’ultima sfera è quella delle stelle fisse. È curioso notare come il numero dei cieli non corrisponda a quello proposto da Dante, in numero di dieci, bensì a quello della cosmologia medievale, una concezione dell’universo che verrà messa in discussione dal sistema copernicano e dalle scoperte astronomiche di Galileo

 Questa è Firenze: una lettura visiva di ciò che la città è stata nel passato, di ciò che è oggi, orgogliosa dei suoi illustri figli che trasmettono a noi lo spirito della creatività e dell’ingegno.

 La nostra passeggiata per ricordare Dante e leggere la storia di Firenze attraverso le targhe continua e avremo molto da raccontare.

 Dal mio libro “Firenze nel cuore” Visitare la Firenze medievale per scoprire la Firenze di oggi. Il Centro storico  Morgana Edizioni, 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 25 marzo 2021

Per ricordare Dante. La storia di Firenze nei suoi versi.

Fu grazie alle Arti e alla pratica del commercio che Firenze s’ingrandì. Ma nella Firenze ricca, diventavano sempre più frequenti gli scontri tra le fazioni politiche dei Guelfi (filopapali) e dei Ghibellini (filoimperiali) e dopo la cacciata di questi ultimi, tra la fazione dei Bianchi e quella dei Neri. Lotte che purtroppo segnarono il declino di Firenze.

Firenze fu teatro di lotte tra le famiglie più in vista. Cruenti furono gli scontri tra gli Amidei, antica e nobile famiglia ghibellina di primo cerchio e i Buondelmonti, di parte guelfa che portarono all’abbattimento di ben 36 case-torri. La nobile famiglia dei Buondelmonti, originaria del contado fiorentino, si era trasferita in città, in Borgo Santi Apostoli, che sarebbe stato più quieto se di novi vicin fosser digiunu…,  dirà Dante (Pd. XVI, 135), quando Firenze nel 1135 ne distrusse il castello in località Montebuoni.  Buondelmonte era allora fidanzato con una fanciulla di casa Amidi ma istigato da Gualdrada Donati (moglie di Forese Donati il Vecchio), l’abbandonò, per sposare Beatrice Donati. L’affronto fu  gravissimo e nacquero in città molte discordie che portarono alla nascita delle due fazioni avverse dei Guelfi e dei Ghibellini. Gli Amidei offesi, decisero di vendicarsi, e fu in quell’occasione che Mosca dei Lamberti, importante famiglia ghibellina, loro consigliere, pronunciò la celebre frase “Cosa fatta capo ha”, personaggio che Dante cita nella Commedia, perché seminatore di discordie:

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

levando i moncherin per l’aura fosca,

sì che ‘l sangue facea la faccia sozza,

gridò: Ricordera ‘ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, “capo ha cosa fatta”,

che fu mal seme per la gente tosca.

(Inferno, XXVIII, 103-108)

 Il giorno di Pasqua del 1216, gli Amidei, con alcuni alleati, attesero il passaggio di Buondelmonte in piazza del Duomo (c’è chi dice in Piazza della Signoria, chi sul Ponte Vecchio), lo assalirono e lo uccisero a colpi di mazza e pugnale. Poiché il governo cittadino, che avrebbe dovuto punire gli autori dell’atroce delitto, era fedele all’imperatore Ottone IV, e quindi, di “Parte guelfa”, gli Amidei e le famiglie, loro alleate, per sottrarsi alle sanzioni, si inserirono nella lotta politica, mettendosi dalla parte della casa di Svevia con il nome di “Parte ghibellina”. Dante, a ragione, gli rimprovera questa scelta, dicendo …quanto mal fuggisti / le nozze sue per li altrui conforti!  (Pd. XVI, 140-141).

L’uccisione di Buondelmonte fece molto scalpore. Matteo Bandello lo ricorda nella sua novella: Buondelmonte de’ Buondelmonti si marita con una e poi la lascia per prenderne un'altra, e fu ammazzato. I cronisti, Dino Compagni e Giovanni Villani nelle Cronache fiorentine scrivono: La mattina di Pasqua Buondelmonte che veniva in centro dal quartiere d’Oltrarno, vestito nobilmente di nuovo, di roba tutta bianca e in su uno palafreno bianco giunto ai piedi del palazzo Vecchio fu assalito da Schiatta degli Uberti, Mosca dei Lamberti e Lambertuccio Amidei, quindi colpito a morte. Il pittore Saverio Altamura (1826-1897), nel 1860, ne raffigurò i funerali in una tela che gli era stata commissionata dal collezionista napoletano Giovanni Vonwiller.

Questi fatti sono a tutt’oggi testimoniati dalla presenza in via delle Terme dalla Torre dei Buondelmonti e a due passi da Piazza della Signoria, in via Por Santa Maria, dalla Torre degli Amidei sotto il cui stemma, riportati in un’incisione sul marmo, si leggono i seguenti versi:

La casa di che nacque il vostro fleto.

Per lo giusto disdegno che v’ha morti

e puose fine al vostro viver lieto.

era onorata essa e i suoi consorti.

(Paradiso, XVI, 136-139)

Ma come erano nate le fazioni avverse dei Bianchi e dei Neri? Scrive Dino Compagni: Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquero d’una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città.  

Lungo via de’ Calzaiuoli, ogni elemento  pone in parallelo il passato e il presente e la Commedia di Dante, ci guida, richiamando alla memoria: personaggi, situazioni, storia e politica.

Via de’ Calzaiuoli ha subito negli anni molte trasformazioni. Edifici e negozi sono scomparsi per far posto ad altre costruzioni e dare un’impronta più moderna alla strada. Intorno al 1835, il Comune realizzò molte opere di ristrutturazione urbana e di abbellimenti. Merita menzione un’iniziativa privata, il “Bazar Buonajuti”, primo vero bazar di Firenze, una meraviglia per l’epoca e uno dei primi edifici di quel genere in Italia. Le botteghe di vari articoli e il caffè, dove si riuniva una clientela sceltissima, ne fecero un elegante luogo di ritrovo. La struttura fu realizzata come un’enorme piazza al coperto su due piani, nei locali attualmente occupati dalla catena Coin e dove dal 1907 fino al 1988 era presente “Duilio 48”. La strada stessa è un segno tangibile del mutamento urbano della città; per ottenere i 14 metri di larghezza attuali, furono demoliti e ridimensionati un gran numero di edifici e tra questi una torre ben conservata, proprio all'angolo con piazza del Duomo.

Sui muri che costeggiano la strada, sono affisse sia a destra che a sinistra alcune targhe, le cui scritte ci rimandano alla Firenze medievale e ai suoi cambiamenti urbani. Sulla targa al numero 10 si legge:

CHE DA MEZZOGIORNO A PONENTE

QUI VOLGESSE IL PRIMO CERCHIO DELLE MURA DI FIRENZE

LE FONDAMENTA RITROVATE CONFERMANO.

 La targa si riferisce al ritrovamento delle fondamenta delle mura della cerchia romana. Proprio accanto, al numero 11 r si trova palazzo dei Cavalcanti, e la scritta della targa affissa su di esso ci riporta al sommo poeta:

…se per questo cieco

carcere vai per altezza d’ingegno

mio figlio ov’è? e perché non è teco?

ed io a lui: da me stesso non vegno:

colui che attende là per qui mi mena

forse cui guido vostro ebbe a disdegno.

(Inferno, X, 58 - 63)

 

A parlare è Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, poeta del Dolce Stil Novo. Dante lo pone nel X canto dell’Inferno dove si trovano gli eretici e gli epicurei e tra questi, Farinata degli Uberti. Cavalcante apparteneva a una nobile casata di parte guelfa, coinvolta e travolta dalla sconfitta di Montaperti. Farinata degli Uberti era di famiglia ghibellina. Era in uso a quel tempo combinare matrimoni tra famiglie avverse per riconciliarsi, ecco perché Guido Cavalcanti sposò Bice Uberti. Dante considerava Guido, amico e maestro, ma il 24 giugno del 1300, in qualità di priore di Firenze, fu costretto a mandarlo in esilio, con i capi delle fazioni avverse dei bianchi e dei neri, a causa di nuovi scontri. La stessa sorte toccò a Dante che morì esule a Ravenna nel 1321.

E riprendiamo la passeggiata con i versi del sonetto di Dante “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento, / e messi in un vasel ch’ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio, / sì che fortuna od altro tempo rio / non ci potesse dare impedimento, / anzi, vivendo sempre in un talento, / di stare insieme crescesse ’l disio. / E monna Vanna e monna Lagia poi / con quella ch’è sul numer de le trenta / con noi ponesse il buono incantatore: / e quivi ragionar sempre d’amore, / e ciascuna di lor fosse contenta, /sì come i’ credo che saremmo noi.

 Dal mio libro “Firenze nel cuore” Visitare la Firenze medievale per scoprire la Firenze di oggi. Il Centro storico  Morgana Edizioni, 2012


 

lunedì 8 marzo 2021


 

In relazione al libro “Parole e pensieri di Bona Bianchi, Donna di Piombino”, questa breve recensione  è solo un assaggio che preannuncia ciò che contiene il libro: biografia, testi autografi, foto, articoli pubblicati su riviste varie. Bona Bianchi (1910 - 1973) nacque a Piombino da Zeffira Milanesi e Edmondo Bianchi, cresciuta poi dai nonni Zaira e Pietro, quando la mamma morì e per il dolore, il padre fuggì lontano. Quando  fece ritorno a Piombino costruì una villa per la figlia (che aveva 10 anni), affacciata sul golfo di Salivoli, una splendida costruzione che chiamò Villa Bona. Bona era  alta un metro e sessantacinque, capelli neri, occhi castani, amava il mare, soprattutto le scogliere ma anche  la campagna, sempre aperta a ogni cambiamento e alla moda. Diplomata maestra a Firenze, laureata in Belle Arti, coltivò la passione per  la musica, divenne concertista di pianoforte e  da mezzosoprano cantò la parte di Liù in Turandot di Puccini. Studiò le lingue e frequentò i corsi per il restauro degli arazzi fino a riprodurne uno: La Madonna del cardellino che la figlia Anna Maria custodisce nella propria casa. Visse durante il fascismo la sua giovinezza e in giovanissima età scrisse il suo primo e unico romanzo L’incantesimo. Amava la famiglia,  il marito Sante Rossi, i figli Piereduardo e Anna Maria e la nipotina Francesca che le riempivano le giornate di gioia. Nel ’34 si sposò e seguì il marito prima  a Milano, (dove nacque il figlio Pieredoardo) e poi   in Libia dove  a  Bengasi nacque la figlia Anna Maria; infine ritornò a Piombino. Villa Bona fu la sede del suo soggiorno piombinese, fino alla morte del marito che mancò a soli 44 anni, a causa di un incidente sul lavoro. Il dolore era incolmabile e  la salvarono gli affetti e la scrittura.  Girò molto in Italia, visse anche a Lecce e con il tempo si accorse di possedere doti da medium, aiutando i medici a scoprire malattie e prevedendo persino la morte di Stalin. Chi era Bona Bianchi? La risposta è nel commento di un’amica che ne ricorda la personalità e il carattere: una persona d’eccezione, unica, rarissima…l’ho cercata nella memoria…perché lei sapeva dare agli amici e alle persone care, quel gesto, quella risata, quel suggerimento saggio e sereno, che solo un’anima grande e ricca, sa dare nella maniera giusta. La sua scrittura, meticolosa, precisa nelle descrizioni, riflette la sua personalità: evoluta, solare e schietta e la sua sensibilità di sognatrice. La scrittura le è stata amica sotto molteplici forme: racconti, fiabe,  traduzioni e ha tracciato con la scrittura il mondo nel quale è vissuta, la sua vita, le sue gioie, le sue vicissitudini. È stata un’artista  poliedrica. La lettura dei suoi scritti aiuta a capire la sua personalità, a stabilire un rapporto dialogico con il suo carattere, i suoi pensieri, le sue aspirazioni di donna ricca di estro e di fantasia, ma essenzialmente  di donna libera e moderna. Ha amato vivere tra gli agi. La permanenza al mare ha allietato molti periodi della sua vita. Circondarsi di cose belle le ha donato momenti di intensa felicità. Ha contribuito, con il suo modello di vita a dare più valore alla donna, rendendola partecipe diretta del proprio tempo. Ha  abbellito la sua vita con gusto e interesse per le arti e la moda, affascinata dalle correnti artistiche che si andavano affermando ma senza lasciarsene travolgere. Conoscere, informarsi e coltivare la cultura le  dava quella libertà di pensiero e di agire che non era di tutti né facile da conquistare. Ma  nella sua vita non ci furono soltanto bellezza e leggerezza, al contrario tante le vicissitudini negative e i momenti di smarrimento che potete leggere nel libro  in analogia con le  eroine dei suoi racconti. È  stata molto creativa, ha amato il sogno e l’incantesimo,  ma si è arresa a molte realtà tristi che ha trasfuso nei suoi scritti. Lunga e varia è stata la sua attività di giornalista. Alcuni dei suoi scritti, raccolti in vari quaderni, messi insieme a mo’ di libro, furono  pubblicati in varie riviste e periodici ai quali collaborò. Non visse a lungo Bona Bianchi, un triste giorno del 1973 Aulo Taddei, Ivio Barlettani e Alfio Callai la salutarono dalle colonne di Costa Etrusca come la gentile e cordiale scrittrice di brani antologici sulla sua Piombino, una donna d’altri tempi, che aveva vissuto a fondo la sua epoca (gli anni Trenta) e la sua terra, per raccontare il passato con uno stile raffinato ed elegante. 

 Il libro è reperibile a Piombino presso libreria Coop, Corso Italia, 12

mercoledì 9 dicembre 2020

Il sentimento del dolore. Affinità tra Pascoli e Munch.

                                                                            Malinconia

Quante riflessioni ci possono suggerire un quadro o una poesia e in convergenza farci immedesimare, rendendo unico il dolore di ogni tempo!.

È bellissimo rileggere e interpretare  la realtà attraverso la voce di poeti e di artisti e cogliervi il sentimento del dolore che mai come in questo momento ci accomuna. Un ritornare indietro, verso un tempo felice, quando tutto è attesa e nulla lascia presagire sventure. La poesia di Pascoli è  disvelamento di ciò che è nelle cose, anche in quelle più semplici della vita di ogni giorno, gioiose o tragiche. In  convergenza  è l’arte di Munch, un mezzo per l’artista, per gridare al mondo il  proprio sentire. Le loro opere, fortemente  connotate, sono la lettura della realtà  vissuta, nel preciso contesto in cui maturano, del loro dramma, provati fin da piccoli da numerosi lutti familiari. La poesia La voce è la rappresentazione visiva della condizione esistenziale di Pascoli. È per il poeta un viaggio a ritroso nella propria vita, un vaglio delle circostanze avverse, un bisogno di ritrovare persone, affetti e luoghi, la rincorsa di un sogno impossibile, espresso con parole che fotografano il suo stato d’animo. È  eco di voci del passato, spinte propulsive al ricordo e alla riflessione in un presente spesso drammatico. Sembra un colloquio quello del poeta con la voce che lo riporta bambino, alla sua infanzia felice, ma il dialogo si muta in  soliloquio e poi in un  monologo,  in cui emerge  struggente la rievocazione di un tempo lontano e di una voce salvifica:  C’è  una voce nella mia vita,/che avverto nel punto che muore; /voce stanca, voce smarrita, col tremito del batticuore://voce d’una accorsa anelante, /che al povero petto s’afferra/ per dir tante cose e poi tante,/ ma piena ha la bocca di terra://tante tante cose che vuole /ch’io sappia, ricordi, sì…sì…/ ma di tante tante parole /non sento che un soffio…Zvanì…//Quando avevo tanto bisogno/ Di pane e di compassione,/ che mangiavo solo nel sogno,/svegliandomi al primo boccone;//una notte, su la spalletta/ del Reno, coperta di neve,/ dritto e solo (passava in fretta l’acqua brontolando, Si beve?);//dritto e solo, con un gran pianto/ d’avere a finire così,/ mi sentii d’un tratto d’accanto quel soffio di voce… Zvanì …// Oh! La terra, com’è cattiva!/ La terra, che amari bocconi!/ Ma voleva dirmi, io capiva:/ -No…no… Di’ le devozioni!// Le dicevi con me pian piano,/ con sempre la voce più bassa:/ la tua mano nella mia mano:/ ridille! Vedrai che ti passa.// Non far piangere piangere/ (ancora!) chi tanto soffrì!/ Il tuo pane, prega il tuo angelo/ Che te lo porti… Zvanì…// Una notte dalle lunghe ore/ (nel carcere), che all’improvviso/ dissi- Avresti molto dolore,/ tu, se non t’avessero ucciso,// ora, o babbo!- che il mio pensiero,/ dal carcere, con un lamento,/ vide il babbo nel cimitero,/ le pie sorelline in convento://e che agli uomini, la mia vita,/ volevo lasciargliela lì…/ risentii la voce smarrita/ che disse in un soffio… Zvanì…// Oh! La terra come è cattiva!/ Non lascia discorrere, poi!/ Ma voleva dirmi, io capiva:/-Piuttosto di’ un requie per noi!// Non possiamo nel camposanto/ Più prendere sonno un minuto,/ chè sentiamo struggersi in pianto/ le bimbe che l’hanno saputo!//Oh! La vita mia che ti diedi /Per loro, lasciarla vuoi qui? /Qui, mio figlio? Dove non vedi/Chi uccise tuo padre… Zvanì?...-// Quante volte sei rinvenuta/ Nei cupi abbandoni del cuore,/ voce stanca, voce perduta,/ col tremito del batticuore:// voce d’una accorsa anelante/ che ai poveri labbri si tocca/ per dir tante cose e poi tante;/ ma piena di terra ha la bocca:// la tua bocca! Con i tuoi baci,/ già tanto accorati a quei dì!/ a quei dì beati e fugaci/ che aveva i tuoi baci… Zvanì …// che m’addormentavano gravi/ campane col placido canto,/ e sul capo biondo che amavi,/ sentivo un tepore di pianto!// che ti lessi  negli occhi, ch’erano/ pieni di pianto, che sono/ pieni di terra, la preghiera/ di vivere e d’essere buono!// Ed allora, quasi un comando,/ no, quasi un compianto, t’uscì/ la parola che a quando a quando/ mi dici anche adesso… Zvanì …(La voce, da Canti di Castelvecchio)

La voce è dunque il racconto della condizione esistenziale del poeta, drammaticamente vissuta, che trova l’unica ancora di salvezza in quel diminutivo, Zvanì, appena percettibile che lo mette al riparo dalla tragedia. C’è nei versi una capacità di andare ben oltre le cose e di scoprire le fragilità umane e l’indifferenza della società. Le parole esprimono il bisogno malcelato di ritornare al mondo perduto del nido, di rifiutare la violenza e l’ingiustizia di cui è stato vittima innocente il padre, di desiderare il ritorno all’infanzia felice per dare corpo a quella voce che ora è solo un soffio.  La poesia è intessuta di elementi lessicali che si ripetono: voce, bocca, soffio, terra, pianto; di anafore “tante tante cose”, “tante tante parole, “Non far piangere piangere piangere”, di antitesi “occhi, ch’erano/ pieni di pianto, che sono/ pieni di terra”, un gioco espressivo per sottolineare sentimenti, pensieri, stati d’animo, che vengono articolati  dal poeta ma che si tramutano in un silenzio profondo dove non è percepibile nessun suono. Lo stato esistenziale del poeta emerge nei toni drammatici che  esprimono il suo dolore per ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, il senso di solitudine che lo investe da piccolo, quando la vita gli nega gli affetti, il peso della violenza che avverte piombargli addosso e che nelle scelte insane degli uomini sente che lo travolgerà. La poesia, in espansione, diventa riflesso inconsolabile di un’umanità che prende coscienza della propria condizione. Anche il poeta ne è consapevole. Composta nei primi mesi  del 1902, come attesta la lettera al Caselli del 14 marzo, in cui si dice tra l’altro: "questa poesia, non la leggere prima: ti farebbe male a leggerla, come a me, a scriverla", fu pubblicata nella prima edizione dei Canti (aprile 1903). Sulla reazione emotiva indotta in lui dalla propria poesia il Pascoli ritorna in un’altra occasione, scrivendo a Maria il 4 luglio 1903: “Stamane ho rimandate al Marchi le pagine che avevo dei Canti.  Avevo una grande malinconia solitaria. Ho guardato quei fogli…che  singulti alla Voce! Ma chi ha fatta quella poesia?”.

 

                                                                              L'urlo

In convergenza anche  in Munch, incombe l’idea della morte. La morte del padre è per  Munch (come per Pascoli) un colpo da cui non si riprenderà come egli stesso scrive: “ E io vivo coi morti; mia madre, mia sorella, mio padre, lui soprattutto. Tutti i ricordi, le minime cose mi ritornano a frotte. Lo rivedo così come lo vidi, per l'ultima volta quattro mesi fa quando mi ha detto addio sulla banchina; eravamo un po' timidi nei confronti l'uno dell'altro, non volevamo tradire la pena che la separazione ci causava. Quanto ci amavamo malgrado tutto, quando si tormentava la notte per me, per la mia vita, perché non potevo condividere la sua fede”. Una visione tragica della vita che mai lo abbandonerà e che egli renderà protagonista della sua arte."L'urlo" è il   simbolo dell'angoscia e dello smarrimento dell’intera umanità. Una situazione che nasce da un’esperienza di vita vissuta: l’artista si trovava a passeggiare con degli amici su un ponte della città di Nordstrand (oggi quartiere di Oslo), quando venne pervaso dal terrore come egli stesso scrive: « Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura... e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. ». Quell’urlo colpisce chi guarda l’opera e vi legge una condizione di vita reale: l’indifferenza e l’alienazione. Le  due figure che appena s’intravedono lungo il ponte, non comprendono lo stato d’animo dell’amico, anzi ne sono estranee  e si allontanano. La bocca spalancata sembra emettere dei suoni che sconvolgono il paesaggio, con le linee curve e i colori forti, espressioni dell’interiorità stessa dell’uomo, il tutto accentuato dal volto deformato come un teschio e dal corpo apparentemente privo di colonna vertebrale. La funzione comunicativa è fortemente espressiva. La forma, le linee, i colori, tutto risponde a precise connotazioni simboliche;  l'uso della luce dà immediatezza alla scena rappresentata e dà l’impressione di una fotografia che coglie l’evento nel momento più drammatico. Ambedue, da piccoli, furono colpiti da numerosi lutti familiari; un dramma che Munch esprime mediante l'uso di colori violenti e irreali, linee sinuose e continue, immagini deformate e Pascoli con l'uso di una scelta lessicale inusuale. Il rapporto di Pascoli con Munch si coglie nella capacità di rappresentare in sincronia con la parola e i colori l’esistenza cupa  dell’uomo che grida  al mondo la sua angoscia. Quel grido diventa in entrambi voce, singulto, lamento, pianto, disperazione… Pennellate infinite, colori pastosi, strade senza meta; una solitudine che si spegne nel grido di dolore informe. I colori sono per Munch ciò che la parola, l’iterazione dei termini, l’uso costante dell’aggettivo sono per Pascoli. Una pittura e una poesia di forte impatto emotivo, capaci di indurci a un’indagine speculare su di noi, sull’uomo e sulla realtà che ci circonda.