giovedì 8 aprile 2021

Dante e la storia di Firenze

                               Domenico di Michelino  (1465) La Commedia illumina Firenze
 
 

Una delle zone più interessanti di Firenze per capire i cambiamenti che la città ha subito dalle origini a oggi, è  l’area che comprende Piazza del Duomo e Piazza San Giovanni.

Verso la fine del Duecento, per allestire il cantiere per la costruzione della Cattedrale, fu richiesto dalla Repubblica l’abbattimento di molte case in cambio di un congruo indennizzo, ma non tutti furono solleciti a cedere le loro proprietà. I Bischeri, ad esempio, una delle famiglie più ricche e in vista della città, che possedevano numerose proprietà tra l’attuale Piazza del Duomo e via dell’Oriuolo, non accettarono subito, sperando così di elevare l’offerta, ma forse per cattiva sorte, accadde che una notte, a causa di un incendio, la casa bruciasse e perdessero ogni avere. C’è chi dice invece che furono forzosamente costretti a cedere la proprietà per una cifra inferiore a quella dei vicini, ma come si sa “chi troppo vuole, nulla stringe” e dalle tristi vicende dei Bischeri, derivò l’espressione beffarda O Bischero! per dire di persona poco assennata. Sulle antiche case dei Bischeri, al n. 10, in piazza del Duomo, fu costruito il Palazzo Strozzi di Mantova o Guadagni-Sacrati, sede della Presidenza della  Regione Toscana. La targa del Canto de’ Bischeri posta all’inizio di via dell’Oriuolo, ne ricorda la vicenda. Un tempo questo tratto di strada si chiamava via Buia, dato che  il sole non vi penetrava a causa di tettoie sporgenti  e strutture di copertura.

Stiamo  raccontando  aneddoti e storielle che, anche se conosciuti da molti, tra realtà e fantasia, rendono frizzante e accattivante la storia di Firenze.

Molte strade convergono in Piazza del Duomo e alcune hanno una storia  curiosa: “Via della Canonica” che si snoda tra via dello Studio e via del Campanile, esisteva già fin dal 724 ed era costituita da un complesso di case che, avanzando verso la piazza, lasciavano uno spazio ristretto lungo il fianco della Cattedrale, dove era situato il cimitero, da cui forse il precedente nome di “via dello Scheletro”. Le case, con i tipici sporti medievali in legno, servivano da abitazione per il clero e per gli uffici ecclesiastici. Il quartiere della Canonica godeva di alcuni privilegi; dal 1425 al 1754 godette dell’immunità, per cui chiunque vi si fosse rifugiato, sarebbe stato immune dall’arresto, anche se colpevole di  reato, e le autorità cittadine non potevano entrare in questa zona senza l’autorizzazione del Capitolo.

Vicino all’Arciconfraternita della Misericordia, nello spazio compreso tra piazza del Duomo e via delle Oche, si trova via del Campanile”.  Questa strada aveva anticamente il nome di “via della Morta” e poi di “via della Morte” per una strana storiella. Una certa Ginevra degli Amieri, moglie di Francesco Agolanti, si era innamorata di Antonio Rondinelli. Durante la peste del 1400, creduta morta, fu seppellita in tutta fretta nel camposanto del Duomo, ma dato che la sua era solo una morte  apparente, durante la notte  si risvegliò, uscì dal sepolcro e  si recò a casa dal marito, che abitava  in via de’ Calzaiuoli. Questi, credendo che fosse un fantasma, la cacciò via, e lo stesso successe con familiari e conoscenti, fino a quando bussò alla casa di Antonio Rondinelli che l’accolse con amore e, dato che creduta morta, non era stata soccorsa, la chiesa la ritenne libera e lei convolò a nozze con l’uomo che amava.

Vicino a piazza del Duomo, da via Bonizzi a via de’ Maccheroni si trova Piazza delle Pallottole. Gli Otto di Balìa avevano vietato in molti luoghi il gioco delle pallottole, una specie di gioco di bocce, ma specialmente vicino ai luoghi religiosi, tuttavia lo consentivano in Piazza delle Pallottole. Fra piazza delle Pallottole e via dello Studio, si trova una lapide ottocentesca con la scritta “Sasso di Dante”; forse lì si sedeva Dante, come si racconta, per osservare i lavori della costruzione della Cattedrale. Un giorno, mentre egli era seduto su quel sasso, un passante gli chiese: «Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?». «L’ovo», rispose il Poeta. L’anno dopo, la stessa persona ripassò di lì e lo ritrovò ancora seduto sul suo sasso, sempre assorto e pensieroso e gli chiese: «Co’ icchè?» e Dante: «Co i’ sale!».

In piazza San Giovanni, davanti alla porta nord del Battistero, si trova la colonna di San Zanobi alla quale è legata un’altra storia. Il 26 gennaio del 429, durante il passaggio delle reliquie di San Zanobi dalla Cattedrale di San Lorenzo a Santa Reparata, un olmo secco, a contatto col sarcofago rinverdì, come si racconta, e la cosa stupì molto, perché era inverno. Dall’albero fu scolpito un crocifisso, conservato nella chiesa di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo. Il “miracolo dell’olmo fiorito” si trova in un libro corale del Duomo (XV sec.), ora conservato nella Biblioteca Laurenziana.

Una lastra rotonda di marmo bianco, posta dietro il Duomo, indica il punto in cui, il 17 febbraio del 1600, a causa di un fulmine, cadde la grossa palla di rame dorato, fusa dal Verrocchio, del peso di 4.368 libbre (circa 1.980 chilogrammi) che era stata posta sulla lanterna del cupolone nel 1468. La palla, rotolando dalla sommità della cupola lungo i costoloni, cadde esattamente nel punto ricordato dalla lapide. Due anni dopo, per ordine di Ferdinando I, la sfera fu ricollocata al suo posto e protetta da un parafulmine.

In Piazza del Duomo sono collocate molte targhe che testimoniano i suoi cambiamenti e conservano la memoria dei personaggi illustri che in vari periodi hanno in essa vissuto e operato.

Al numero 8 si legge:

                      IN QUESTE CASE DELL’OPERA CHE LO EBBE ARCHIVISTA E STORICO

E CHE OGGI PONE QUESTA MEMORIA ABITÒ CESARE GUASTI

DAL MDCCCLIII ALL’ANNO DELLA MORTE MDCCCLXXXIX

E QUI ALL’OMBRA DEL MIRABILE TEMPIO MEDITÒ QUELLI SCRITTI

PE’ QUALI IL SUO NOME È CARO ALL’ITALIA

MDCCCLXXXXVII

 Nella prima metà dell'Ottocento furono compiuti interventi urbanistici nell'area a sud del Duomo per ampliare la piazza. Dal 1826 al 1830 gli interventi dell'architetto Gaetano Baccani portarono all’abbattimento di antiche costruzioni e all’edificazione di tre grandi edifici al numero 14 a, destinati alle abitazioni dei Canonici. Il palazzo centrale venne arricchito da una balconata sorretta da quattro colonne, che incorniciano due nicchie con le statue di Filippo Brunelleschi (1377-1446) e Arnolfo di Cambio (1240-1310), eseguite da Luigi Pampaloni (1791-1847). A ricordo si leggono su ogni monumento epigrafi che ne esaltano la magnificenza.

Al numero 29 rosso si legge:

 

IL CIRCOLO FIORENTINO DEGLI ARTISTI CELEBRANDO

IL QUINTO CENTENARIO DELLA NASCITA DI DONATELLO

QUI NELLE CASE GIA’ DEI TEDARINI

DOVE FURONO LE BOTTEGHE DEL SOMMO SCULTORE

QUESTA MEMORIA PONEVA IL XXVII IN DICEMBRE MDCCCLXXXVI

 Al numero 18:

D.O.M. PETRUS LEOPOLDUS ARCHIDUX AUSTRIAE M.E.D.

FRANCISCI I MED. DONUM MAGNIFICENTIORI

EXTRUCTO OPERE COMULAVIT A.D. MDCCLXXXI

E al numero 18 si celebra “Il Paradiso Dantesco”:

       Vergine madre figlia del tuo figlio

Umile ed alta più che creatura

Termine fisso d’eterno consiglio

 

Tu se’ colei che l’umana natura

Nobilitasti sí che il suo fattore

Non disdegnò di farsi sua fattura

 

Nel ventre tuo si raccese l’amore

Per lo cui caldo nell’eterna pace

Cosí è germinato questo fiore

(Paradiso, XXXIII, 1-9)

 

Entrando nel Duomo, nella navata sinistra, accanto a uno degli ingressi laterali, si può ammirare un dipinto di Domenico di Michelino  (1465) La Commedia illumina Firenze che raffigura Dante che regge la Divina Commedia.  La lettura di questo dipinto è molto interessante, poiché presenta la concezione del cosmo nel Medioevo. A sinistra di chi guarda è l’Inferno, sullo sfondo la montagna del Purgatorio, circondata dalle acque e sulla destra Gerusalemme, raffigurata come era Firenze nel 1465. La terra è rappresentata al centro del cosmo e intorno ad essa ruotano le sfere celesti, corrispondenti, secondo la concezione aristotelica alle sedi dei pianeti allora conosciuti, mentre l’ultima sfera è quella delle stelle fisse. È curioso notare come il numero dei cieli non corrisponda a quello proposto da Dante, in numero di dieci, bensì a quello della cosmologia medievale, una concezione dell’universo che verrà messa in discussione dal sistema copernicano e dalle scoperte astronomiche di Galileo

 Questa è Firenze: una lettura visiva di ciò che la città è stata nel passato, di ciò che è oggi, orgogliosa dei suoi illustri figli che trasmettono a noi lo spirito della creatività e dell’ingegno.

 La nostra passeggiata per ricordare Dante e leggere la storia di Firenze attraverso le targhe continua e avremo molto da raccontare.

 Dal mio libro “Firenze nel cuore” Visitare la Firenze medievale per scoprire la Firenze di oggi. Il Centro storico  Morgana Edizioni, 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 25 marzo 2021

Per ricordare Dante. La storia di Firenze nei suoi versi.

Fu grazie alle Arti e alla pratica del commercio che Firenze s’ingrandì. Ma nella Firenze ricca, diventavano sempre più frequenti gli scontri tra le fazioni politiche dei Guelfi (filopapali) e dei Ghibellini (filoimperiali) e dopo la cacciata di questi ultimi, tra la fazione dei Bianchi e quella dei Neri. Lotte che purtroppo segnarono il declino di Firenze.

Firenze fu teatro di lotte tra le famiglie più in vista. Cruenti furono gli scontri tra gli Amidei, antica e nobile famiglia ghibellina di primo cerchio e i Buondelmonti, di parte guelfa che portarono all’abbattimento di ben 36 case-torri. La nobile famiglia dei Buondelmonti, originaria del contado fiorentino, si era trasferita in città, in Borgo Santi Apostoli, che sarebbe stato più quieto se di novi vicin fosser digiunu…,  dirà Dante (Pd. XVI, 135), quando Firenze nel 1135 ne distrusse il castello in località Montebuoni.  Buondelmonte era allora fidanzato con una fanciulla di casa Amidi ma istigato da Gualdrada Donati (moglie di Forese Donati il Vecchio), l’abbandonò, per sposare Beatrice Donati. L’affronto fu  gravissimo e nacquero in città molte discordie che portarono alla nascita delle due fazioni avverse dei Guelfi e dei Ghibellini. Gli Amidei offesi, decisero di vendicarsi, e fu in quell’occasione che Mosca dei Lamberti, importante famiglia ghibellina, loro consigliere, pronunciò la celebre frase “Cosa fatta capo ha”, personaggio che Dante cita nella Commedia, perché seminatore di discordie:

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

levando i moncherin per l’aura fosca,

sì che ‘l sangue facea la faccia sozza,

gridò: Ricordera ‘ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, “capo ha cosa fatta”,

che fu mal seme per la gente tosca.

(Inferno, XXVIII, 103-108)

 Il giorno di Pasqua del 1216, gli Amidei, con alcuni alleati, attesero il passaggio di Buondelmonte in piazza del Duomo (c’è chi dice in Piazza della Signoria, chi sul Ponte Vecchio), lo assalirono e lo uccisero a colpi di mazza e pugnale. Poiché il governo cittadino, che avrebbe dovuto punire gli autori dell’atroce delitto, era fedele all’imperatore Ottone IV, e quindi, di “Parte guelfa”, gli Amidei e le famiglie, loro alleate, per sottrarsi alle sanzioni, si inserirono nella lotta politica, mettendosi dalla parte della casa di Svevia con il nome di “Parte ghibellina”. Dante, a ragione, gli rimprovera questa scelta, dicendo …quanto mal fuggisti / le nozze sue per li altrui conforti!  (Pd. XVI, 140-141).

L’uccisione di Buondelmonte fece molto scalpore. Matteo Bandello lo ricorda nella sua novella: Buondelmonte de’ Buondelmonti si marita con una e poi la lascia per prenderne un'altra, e fu ammazzato. I cronisti, Dino Compagni e Giovanni Villani nelle Cronache fiorentine scrivono: La mattina di Pasqua Buondelmonte che veniva in centro dal quartiere d’Oltrarno, vestito nobilmente di nuovo, di roba tutta bianca e in su uno palafreno bianco giunto ai piedi del palazzo Vecchio fu assalito da Schiatta degli Uberti, Mosca dei Lamberti e Lambertuccio Amidei, quindi colpito a morte. Il pittore Saverio Altamura (1826-1897), nel 1860, ne raffigurò i funerali in una tela che gli era stata commissionata dal collezionista napoletano Giovanni Vonwiller.

Questi fatti sono a tutt’oggi testimoniati dalla presenza in via delle Terme dalla Torre dei Buondelmonti e a due passi da Piazza della Signoria, in via Por Santa Maria, dalla Torre degli Amidei sotto il cui stemma, riportati in un’incisione sul marmo, si leggono i seguenti versi:

La casa di che nacque il vostro fleto.

Per lo giusto disdegno che v’ha morti

e puose fine al vostro viver lieto.

era onorata essa e i suoi consorti.

(Paradiso, XVI, 136-139)

Ma come erano nate le fazioni avverse dei Bianchi e dei Neri? Scrive Dino Compagni: Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquero d’una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città.  

Lungo via de’ Calzaiuoli, ogni elemento  pone in parallelo il passato e il presente e la Commedia di Dante, ci guida, richiamando alla memoria: personaggi, situazioni, storia e politica.

Via de’ Calzaiuoli ha subito negli anni molte trasformazioni. Edifici e negozi sono scomparsi per far posto ad altre costruzioni e dare un’impronta più moderna alla strada. Intorno al 1835, il Comune realizzò molte opere di ristrutturazione urbana e di abbellimenti. Merita menzione un’iniziativa privata, il “Bazar Buonajuti”, primo vero bazar di Firenze, una meraviglia per l’epoca e uno dei primi edifici di quel genere in Italia. Le botteghe di vari articoli e il caffè, dove si riuniva una clientela sceltissima, ne fecero un elegante luogo di ritrovo. La struttura fu realizzata come un’enorme piazza al coperto su due piani, nei locali attualmente occupati dalla catena Coin e dove dal 1907 fino al 1988 era presente “Duilio 48”. La strada stessa è un segno tangibile del mutamento urbano della città; per ottenere i 14 metri di larghezza attuali, furono demoliti e ridimensionati un gran numero di edifici e tra questi una torre ben conservata, proprio all'angolo con piazza del Duomo.

Sui muri che costeggiano la strada, sono affisse sia a destra che a sinistra alcune targhe, le cui scritte ci rimandano alla Firenze medievale e ai suoi cambiamenti urbani. Sulla targa al numero 10 si legge:

CHE DA MEZZOGIORNO A PONENTE

QUI VOLGESSE IL PRIMO CERCHIO DELLE MURA DI FIRENZE

LE FONDAMENTA RITROVATE CONFERMANO.

 La targa si riferisce al ritrovamento delle fondamenta delle mura della cerchia romana. Proprio accanto, al numero 11 r si trova palazzo dei Cavalcanti, e la scritta della targa affissa su di esso ci riporta al sommo poeta:

…se per questo cieco

carcere vai per altezza d’ingegno

mio figlio ov’è? e perché non è teco?

ed io a lui: da me stesso non vegno:

colui che attende là per qui mi mena

forse cui guido vostro ebbe a disdegno.

(Inferno, X, 58 - 63)

 

A parlare è Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, poeta del Dolce Stil Novo. Dante lo pone nel X canto dell’Inferno dove si trovano gli eretici e gli epicurei e tra questi, Farinata degli Uberti. Cavalcante apparteneva a una nobile casata di parte guelfa, coinvolta e travolta dalla sconfitta di Montaperti. Farinata degli Uberti era di famiglia ghibellina. Era in uso a quel tempo combinare matrimoni tra famiglie avverse per riconciliarsi, ecco perché Guido Cavalcanti sposò Bice Uberti. Dante considerava Guido, amico e maestro, ma il 24 giugno del 1300, in qualità di priore di Firenze, fu costretto a mandarlo in esilio, con i capi delle fazioni avverse dei bianchi e dei neri, a causa di nuovi scontri. La stessa sorte toccò a Dante che morì esule a Ravenna nel 1321.

E riprendiamo la passeggiata con i versi del sonetto di Dante “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento, / e messi in un vasel ch’ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio, / sì che fortuna od altro tempo rio / non ci potesse dare impedimento, / anzi, vivendo sempre in un talento, / di stare insieme crescesse ’l disio. / E monna Vanna e monna Lagia poi / con quella ch’è sul numer de le trenta / con noi ponesse il buono incantatore: / e quivi ragionar sempre d’amore, / e ciascuna di lor fosse contenta, /sì come i’ credo che saremmo noi.

 Dal mio libro “Firenze nel cuore” Visitare la Firenze medievale per scoprire la Firenze di oggi. Il Centro storico  Morgana Edizioni, 2012


 

lunedì 8 marzo 2021


 

In relazione al libro “Parole e pensieri di Bona Bianchi, Donna di Piombino”, questa breve recensione  è solo un assaggio che preannuncia ciò che contiene il libro: biografia, testi autografi, foto, articoli pubblicati su riviste varie. Bona Bianchi (1910 - 1973) nacque a Piombino da Zeffira Milanesi e Edmondo Bianchi, cresciuta poi dai nonni Zaira e Pietro, quando la mamma morì e per il dolore, il padre fuggì lontano. Quando  fece ritorno a Piombino costruì una villa per la figlia (che aveva 10 anni), affacciata sul golfo di Salivoli, una splendida costruzione che chiamò Villa Bona. Bona era  alta un metro e sessantacinque, capelli neri, occhi castani, amava il mare, soprattutto le scogliere ma anche  la campagna, sempre aperta a ogni cambiamento e alla moda. Diplomata maestra a Firenze, laureata in Belle Arti, coltivò la passione per  la musica, divenne concertista di pianoforte e  da mezzosoprano cantò la parte di Liù in Turandot di Puccini. Studiò le lingue e frequentò i corsi per il restauro degli arazzi fino a riprodurne uno: La Madonna del cardellino che la figlia Anna Maria custodisce nella propria casa. Visse durante il fascismo la sua giovinezza e in giovanissima età scrisse il suo primo e unico romanzo L’incantesimo. Amava la famiglia,  il marito Sante Rossi, i figli Piereduardo e Anna Maria e la nipotina Francesca che le riempivano le giornate di gioia. Nel ’34 si sposò e seguì il marito prima  a Milano, (dove nacque il figlio Pieredoardo) e poi   in Libia dove  a  Bengasi nacque la figlia Anna Maria; infine ritornò a Piombino. Villa Bona fu la sede del suo soggiorno piombinese, fino alla morte del marito che mancò a soli 44 anni, a causa di un incidente sul lavoro. Il dolore era incolmabile e  la salvarono gli affetti e la scrittura.  Girò molto in Italia, visse anche a Lecce e con il tempo si accorse di possedere doti da medium, aiutando i medici a scoprire malattie e prevedendo persino la morte di Stalin. Chi era Bona Bianchi? La risposta è nel commento di un’amica che ne ricorda la personalità e il carattere: una persona d’eccezione, unica, rarissima…l’ho cercata nella memoria…perché lei sapeva dare agli amici e alle persone care, quel gesto, quella risata, quel suggerimento saggio e sereno, che solo un’anima grande e ricca, sa dare nella maniera giusta. La sua scrittura, meticolosa, precisa nelle descrizioni, riflette la sua personalità: evoluta, solare e schietta e la sua sensibilità di sognatrice. La scrittura le è stata amica sotto molteplici forme: racconti, fiabe,  traduzioni e ha tracciato con la scrittura il mondo nel quale è vissuta, la sua vita, le sue gioie, le sue vicissitudini. È stata un’artista  poliedrica. La lettura dei suoi scritti aiuta a capire la sua personalità, a stabilire un rapporto dialogico con il suo carattere, i suoi pensieri, le sue aspirazioni di donna ricca di estro e di fantasia, ma essenzialmente  di donna libera e moderna. Ha amato vivere tra gli agi. La permanenza al mare ha allietato molti periodi della sua vita. Circondarsi di cose belle le ha donato momenti di intensa felicità. Ha contribuito, con il suo modello di vita a dare più valore alla donna, rendendola partecipe diretta del proprio tempo. Ha  abbellito la sua vita con gusto e interesse per le arti e la moda, affascinata dalle correnti artistiche che si andavano affermando ma senza lasciarsene travolgere. Conoscere, informarsi e coltivare la cultura le  dava quella libertà di pensiero e di agire che non era di tutti né facile da conquistare. Ma  nella sua vita non ci furono soltanto bellezza e leggerezza, al contrario tante le vicissitudini negative e i momenti di smarrimento che potete leggere nel libro  in analogia con le  eroine dei suoi racconti. È  stata molto creativa, ha amato il sogno e l’incantesimo,  ma si è arresa a molte realtà tristi che ha trasfuso nei suoi scritti. Lunga e varia è stata la sua attività di giornalista. Alcuni dei suoi scritti, raccolti in vari quaderni, messi insieme a mo’ di libro, furono  pubblicati in varie riviste e periodici ai quali collaborò. Non visse a lungo Bona Bianchi, un triste giorno del 1973 Aulo Taddei, Ivio Barlettani e Alfio Callai la salutarono dalle colonne di Costa Etrusca come la gentile e cordiale scrittrice di brani antologici sulla sua Piombino, una donna d’altri tempi, che aveva vissuto a fondo la sua epoca (gli anni Trenta) e la sua terra, per raccontare il passato con uno stile raffinato ed elegante. 

 Il libro è reperibile a Piombino presso libreria Coop, Corso Italia, 12